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13/02/14

A che ora è la fine del mondo?





Una mail così.
La comunicazione istituzionale di Ligabue (uno dei più noti e importanti cantanti italiani) alla vigilia della sua partecipazione a Sanremo (il più noto e importante festival musicale italiano), è una mail così.

Con tutti i soldi che ha, Ligabue paga profumatamente un ufficio stampa per:
- non riuscire a chiedergli una dichiarazione ufficiale di cinque righe buttate lì;
- copiare al volo un aggiornamento di stato dalla sua pagina Facebook;
- non rileggerlo nemmeno, o non osare nemmeno mettere mano al suo italiano incerto ("L'ha generato Google Translate?", si chiede una mia amica)
- gareggiare con Ligabue stesso in quanto a incertezza dell'italiano, con evidente preferenza di entrambe le parti per la lingua parlata rispetto a quella scritta;
- linkare la pagina Facebook stessa senza riuscire a incorporare un link nel testo della mail;
- formattare il tutto con gusto neo-forconiano e font a volontà.

Salute.

08/01/14

C'ERKA DI ESSERE UOMO PRIMA DI E6ERE GGGENTE!!!!!1!!1!!1!!!!

Insomma, facevo il coglione postando link stupidi su bacheche di amici, e vedendo il link mi sono ricordato di questa.
Che all'epoca (1994) mi piacque parecchio.
E che riascoltata adesso, al netto di un paio di cosette buoniste probabilmente inevitabili per il suo autore, e checchè ne pensiate di Jovanotti (io non ne penso quasi niente), suona MOLTO attuale.
Non vi anticipo nulla.

04/10/13

Migrazioni

Resta il fatto che ognuno può decidere di vivere la sua vita dove vuole, magari cercandone una migliore, magari semplicemente perché così gli va, e non è necessario fuggire da guerre o persecuzioni perché ciò sia lecito, perché il tuo migrare sia se non accettato almeno capito, perché il luogo dove decidi di andare ti permetta di restare.

14/06/13

Mutazione




























Insieme all'amico e collega Alberto Campo, ho firmato le note di copertina di questa raccolta, compilata e curata dall'amico ed ex-collega Alessio Nataliza (Walls, Banjo Or Freakout, Not Waving, Disco Drive).

Alberto ha scritto una bel pezzo che racconta il contesto in cui tutto questo successe, l'Italia degli anni di piombo e oltre.
Io ho aggiunto un pippone interminabile sui protagonisti della compilation, i gruppi, gli artisti, le loro storie, la loro musica. Uno di quei pipponi che quando non li trovo in una ristampa che recensisco dico cose tipo "peccato per la mancanza di un booklet adeguato", e quando li trovo invece "apparato critico/iconografico assolutamente all'altezza.
Sono anche onorato di comunicare che il tutto esce all'inizio di agosto per la londinese Strut, una delle mie etichette di ristampe preferite.

Qui di seguito, un paio di estratti che metotno in evidenza la grande varietà sonora del disco e di quegli anni. A seguire, il comunicato stampa ufficiale e la tracklist.










ALESSIO NATALIZIA OF WALLS COMPILES RARE ITALIAN ELECTRONIC & NEW WAVE ON MUTAZIONE


Our latest compilation project explores the under-acknowledged realm of Italian underground electronic music and new wave, recorded during a time of extreme political turmoil during the 80s. "When people think of Italian music, they often think of Italo disco or prog rock," explains compiler Alessio Natalizia of the Kompakt outfit WALLS. "For me, this more experimental end of the new wave scene is the most exciting music to emerge from Italy over the last 30 years and, since much of it was originally released in such limited quantities, it has remained relatively undocumented until now."


In fact, much of the music covered on Mutazione was originally released only on cassette, sometimes in conjunction with fanzines published by political groups whose message was entwined with the music. Stylistically, the music ranges from brooding new wave and post-punk to raw electronic pieces and claustrophobic, whispered vocal cuts. This is some of the most adventurous electronic music we've collected so far on Strut, and an amazing overview of a unique time and aesthetic that has yet to be fully canonized.


Mutazione CDs and LPs will include extensive sleeve notes by two of Italy’s leading music and cultural journalists, Andrea Pomini and Alberto Campo, both now of Rumore magazine. The package also features a wealth of original photos alongside artwork from fanzines, cassettes and LP covers. The collection will be release August 6th on 2 x CD, 2 x LP & digital download.


Tracklist:



CD1
1. DIE FORM – ARE YOU BEFORE
2. NEON – INFORMATIONS OF DEATH
3. GAZNEVADA – GOING UNDERGROUND
4. CARMODY – VULCANI
5. DANIELE CIULLINI & DE REZKE – ANCORA ICONE
6. 0010110000010011 (CANCER) – NAONIAN STYLE
7. VICTROLA – MARITIME TATAMI
8. 2+2=5 – JACHO’S STORY
9. LAXATIVE SOULS – NICCOLAI
10. LA 1919 – SENZA TREGUA
11. WINTER LIGHT – ALWAYS UNIQUE
12. GIOVANOTTI MONDANI MECCANICI – BACK AND FORTH
13. L’ULTIMO ARCANO – 1984-1985

CD2
1. A.T.R.O.X. – AGAINST THE ODDS
2. DORIS NORTON – NORTON APPLE SOFTWARE
3. KIRLIAN CAMERA – EDGES (Original version)
4. SPIROCHETA PERGOLI – ROMERO’S LIVING DEAD
5. LA BAMBOLA DEL DR. CALIGARI – DEEP SKANNER
6. PALE – THE LIVID TRIPTYCH
7. RATS – PLEASE
8. PLATH – I AM STRANGE NOW
9. TASADAY – CRISALIDE
10. LA MAISON – CRITICAL SITUATION
11. SUICIDE DADA – WAITING FOR SEPTEMBER
12. THE TAPES – NERVOUS BREAKDOWN
13. MAURIZIO BIANCHI - AUSCHWITZ

03/01/13

Natale in India


Ho postato un link a questo post fra i commenti del post di Wu Ming di cui sotto, e fra lì e Twitter qualcuno ha avuto da ridire sull'attendibilità assoluta dei dati (cosa da me peraltro già segnalata nel post stesso, "Non la Bibbia, certo, ma nemmeno Il Giornale" è un modo per dirlo).
La percentuale di stupri effettivamente denunciati varia da paese a paese, così come l'interpretazione più o meno estensiva del termine "violenza sessuale", e dire che in Italia si stupra quattro volte più che in India è effettivamente un errore.
Ma non è questo il punto: non volevo parlare di stupri, e non sono i dati (più o meno attendibili che siano) a dare sostanza a ciò che intendevo dire. Fate finta che il post vero sia questo qui sotto. In coda quello originale, per conoscenza.


**********


Rimandandovi alla lettura di questo post forte e chiaro di Matteo Miavaldi per Wu Ming, che racconta tutta la vicenda di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in maniera asciutta, essenziale e documentata (e per questo, assuefatti come siamo alla versione dominante sui media italiani, rischiando di sembrare paradossalmente di parte), e ribadendo come anche da parte di chi scrive il tutto sia una delle più vergognose manifestazioni di idiozia patriottica e cripto-fascismo viste in Italia negli ultimi decenni, aggiungo un'osservazione. A margine, ma nemmeno troppo.

Guardando i telegiornali e leggendo i giornali italiani nelle ultime settimane - grossomodo dal 23 dicembre, anzi esattamente dal 23 dicembre - sembra che improvvisamente l'India sia diventata la patria dello stupro, che le donne vengano stuprate solo o soprattutto lì, che sia in atto una vera e propria emergenza. (Ai tempi dell'elezione del sindaco di Roma i campioni in carica erano i rumeni, ricordate bene, ma mica si può vincere sempre).
Dal terribile caso dello stupro di gruppo a New Delhi - raccapricciante, ma successo il 16 dicembre, ovvero quasi una settimana prima; ignorato per sei giorni e diventato notizia da prima pagina il 23 - è un bollettino di guerra giornaliero a base di violenze sessuali in ogni stato e in ogni città, con l'India all'onore delle cronache come difficilmente succede nei nostri media a visuale ridotta.

Non suoni come una minimizzazione del problema (non devo nemmeno cominciare a dire cosa penso della violenza sessuale; "Chi mi conosce lo sa", diceva Alberto Tomba), ma da quando lo stupro di una donna in un paese straniero è notizia degna di attenzione altissima per i nostri media? I media di un paese in cui ogni giorno vengono denunciate alle autorità circa tredici violenze sessuali e in cui il cosiddetto "femminicidio" è diventato (quello sì) un'emergenza difficile da ignorare, i media che ogni giorno letteralmente ignorano quello che succede nel 95% del mondo (India compresa) e che nei loro titoli e nei loro articoli veicolano una immagine della donna che, se non incoraggia, certo fornisce una discreta sponda a chi vede il genere femminile come carne a sua disposizione.

Anche tralasciando i dati ONU sulle violenze sessuali (riferiti ai soli stupri denunciati, dicono che in India si denunciano quattro volte meno stupri che in Italia, quattordici meno che negli Stati Uniti, trenta meno che in Svezia e sessanta meno che in Sudafrica), non è che c'è qualche nesso?
Non è che questa scelta delle notizie - formalmente inattaccabile, certo: ovviamente un fatto come quello di New Delhi è grave ed è degno di attenzione, ovviamente ogni stupro lo è - e questa indignazione nascondano dell'altro, e abbiano la data di scadenza stampata sopra?


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Rimandandovi alla lettura di questo post forte e chiaro di Matteo Miavaldi per Wu Ming, che racconta tutta la vicenda di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in maniera asciutta, essenziale e documentata (e per questo, assuefatti come siamo alla versione dominante sui media italiani, rischiando di sembrare paradossalmente di parte), e ribadendo come anche da parte di chi scrive il tutto sia una delle più vergognose manifestazioni di idiozia patriottica e cripto-fascismo viste in Italia negli ultimi decenni, aggiungo un'osservazione. A margine, ma nemmeno troppo.

Guardando i telegiornali e leggendo i giornali italiani nelle ultime settimane - grossomodo dal 23 dicembre, anzi esattamente dal 23 dicembre - sembra che improvvisamente l'India sia diventata la patria dello stupro, che le donne vengano stuprate solo o soprattutto lì, che sia in atto una vera e propria emergenza. (Ai tempi dell'elezione del sindaco di Roma i campioni in carica erano i rumeni, ricordate bene, ma mica si può vincere sempre).
Dal terribile caso dello stupro di gruppo a New Delhi - raccapricciante, ma successo il 16 dicembre, ovvero quasi una settimana prima; ignorato per sei giorni e diventato notizia da prima pagina il 23 - è un bollettino di guerra giornaliero a base di violenze sessuali in ogni stato e in ogni città, con l'India all'onore delle cronache come difficilmente succede nei nostri media a visuale ridotta.

Sta tutto lì, basta avere la voglia e la capacità davvero minima di andare a vedere.
Come quasi sempre capita, basta farsi domande semplici e saper trovare in giro le risposte. Basta una banalissima pagina Wikipedia, in questo caso: quella delle statistiche ONU sugli stupri. Non la Bibbia, certo, ma nemmeno Il Giornale.
Guardiamo il numero di stupri ogni centomila abitanti e fermiamoci al 2006, perché i dati indiani vanno avanti fino al 2010 ma quelli italiani finiscono lì.

India: 1.7
Italia: 7.6

Cioè, in Italia si stupra più del quadruplo che in India.
Con una progressione tra l'altro inquietante (4.7 nel 2003, 6.4 nel 2004, 6.9 nel 2005; e dati Istat dicono circa 8 nel 2010) rispetto al quasi impercettibile aumento indiano (1.6 nel 2004, idem nel 2005, 1.7 appunto nel 2006, 1.8 fisso dal 2007 al 2010).
Nulla in confronto al Sudafrica (120) e al Botswana (92.9), ma anche in confronto alle civilissime Australia (79.5) e Svezia (63.5), o al comunque soddisfacente 27.3 degli Stati Uniti d'America.

Quindi?

18/12/12

Che ce frega de Chenpeng, noi c'avemo Sandy Hook

Che bella e toccante la copertura massiccia che telegiornali e quotidiani italiani hanno dato dei tragici eventi di Newtown, Stati Uniti, dove il 14 dicembre scorso il ventenne Adam Lanza prima ha ucciso sua madre, poi si è recato alla scuola elementare di Sandy Hook e ha aperto il fuoco, uccidendo venti bambini e sei adulti, e infine si è suicidato.
Un evento triste, drammatico, assurdo. Eppure pareva di stare in un telefilm, come spesso accade quando notizie di questo genere arrivano dagli Usa. E anche in Italia, la tragica faccenda è diventata per un paio di giorni la prima notizia di ogni telegiornale o quotidiano, in un moto di commozione generale tanto umanamente giustificato quanto, purtroppo, pilotato.

La stessa mattina del 14 dicembre, giusto qualche ora prima per questioni di fusi orari, in un'altra parte del mondo succedeva quasi lo stesso. Nel villaggio (attenzione alle parole: per i nostri media, in Asia e in Africa si tratta sempre di villaggi, che fa molto terzo mondo e sottosviluppo, mai di frazioni, borgate, paesi o piccole città) di Chengpeng, Cina, il trentaseienne Min Yongjun accoltellava prima un'anziana donna residente lì vicino, quindi ventitre bambini che stavano entrando nella locale scuola elementare. Senza ucciderli, fortunatamente.
Solo che la notizia è stata praticamente assente dagli stessi telegiornali e quotidiani di cui sopra, e se è comparsa lo ha fatto in modo estremamente breve e fugace.
Solo perché da una parte ci sono stati ventotto morti e dall'altra nessuno?
O proprio perché da una parte ci sono stati ventotto morti e dall'altra nessuno?

Ora, le possibilità sono tre.
1) Nessun redattore di nessun telegiornale o quotidiano italiano tiene d'occhio le agenzie cinesi.
2) Qualcuno le tiene d'occhio, ma ha preferito tralasciare.
3) Qualcuno le tiene d'occhio, ha notato e ha segnalato, ma più in alto si è preferito passare oltre.

Dando come purtroppo probabile la prima (ci arriviamo per vie traverse in seguito) e come poco probabile la seconda (se uno deve fare quello e una cosa così gli sfugge, annamo bbene), restiamo sulla terza. Passare oltre Chengpeng vuol dire bucare due volte.
Bucare la notizia, innanzitutto: uno che entra in una scuola per uccidere bambini a destra e sinistra è una notizia, qualunque sia il luogo in cui questo succede, qualunque sia il numero dei bambini che costui effettivamente riesce a uccidere.
E bucare una coincidenza pazzesca, già notizia di per sé: la stessa cosa, lo stesso giorno, nelle due principali potenze mondiali.

Con una differenza cruciale, nelle politiche di controllo delle armi.
Assenti o quasi negli Stati Uniti, dove sostanzialmente puoi entrare in un negozio e comprarti un'arma e delle munizioni quando ti pare, in nome di un concetto di libertà personale molto largo (con relative pubblicità, tipo questa).
Molto presenti in Cina, dove la proprietà privata di armi - forse l'ultima proprietà privata ad esserlo ancora, da quelle parti... - è quasi totalmente bandita.
"La differenza fra Min Yongjun e Adam Lanza: un coltello e una pistola", ha commentato qualcuno.
"Di questi tempi, ci vuole molto per fare sembrare buono il governo cinese - piagato com'è dalla corruzione, dall'opacità e dall'effetto paralizzante degli interessi di pochi - agli occhi dei suoi cittadini. Noi ci siamo riusciti", ha commentato qualcuno.
"Essendo un paradiso di libertà, democrazia e diritti umani, che per cento anni ha dato ogni giorno lezioni di libertà, democrazia e diritti umani ad altri paesi, anche fino al punto dell'intervento armato, l'America dovrebbe darsi una calmata ed esaminare le proprie politiche di controllo delle armi", ha commentato (nello stesso pezzo citato sopra) un cittadino cinese.
Se anche siete fra coloro che aderiscono al dogma "Usa=bene, Cina=male", potete sinceramente dargli torto?

Ma oltre agli sforzi fatti per evitare di intaccare il dogma di cui sopra, e magari far sorgere nel pubblico un dubbio, anche minimo e del tutto occasionale, c'è dell'altro.
Un gioco che faccio spesso, di quelli che se non facessero incazzare sarebbero pure divertenti, è quello di sostituire i nomi. Provate con questo pezzo del Washington Post sulle killing list di presunti terroristi - tenute dall'amministrazione statunitense e vagliate personalmente dal Nobel per la pace Barack Obama - e sulla loro applicazione in giro per il mondo anche in assenza di accuse documentate.
Dove c'è scritto Stati Uniti leggete Iran, ad esempio, e immaginate.
Roba tipo "(...) the matrix lays out plans, including which U.S. naval vessels are in the vicinity and which charges the Justice Department should prepare"; ovvero, l'Iran che cattura e/o uccide in giro per il mondo persone che ha stabilito unilaterlamente essere dei terroristi, dando poi mandato al proprio ministero della giustizia di preparare delle accuse su misura. Non male, dai.
Un'altro gioco è quello di invertire le parti, e anche lì immaginare cosa succederebbe.
Un grande classico è naturalmente mettere Israele dove c'è scritto Palestina e viceversa, ma il gioco lo si può giocare anche su avvenimenti più piccoli. Tipo quello di cui stiamo parlando.
A parti invertite, zero morti negli Stati Uniti e ventotto in Cina, anche la diversa copertura dei due eventi sarebbe stata invertita? Dirette a tutto spiano dalla Cina e trafiletto, se va bene, sugli Stati Uniti? Mah.
Manca la controprova, certo, ma mi viene da dire di no.
Perché?

Perché mi sembra sia in gioco qualcosa di più sottile.
La costruzione e il consolidamento di una comunità (il concetto arriva dal fondamentale Il paese dei buoni e dei cattivi di Federica Sgaggio, citato a ripetizione da questo blog) - compattata da eventi come questo, toccata come se ad aver subito la violenza fosse stato ognuno dei suoi membri - tramite la costruzione e la diffusione di un mondo. Un mondo nostro, di fatto opposto idealmente al resto.
Un mondo fatto da una decina di stati, grossomodo: Italia, Stati Uniti d'America, Germania, Francia (ma da quando il marito di un'italiana non è più presidente molto meno), Spagna (perché ci sono i reali), Regno Unito (perché ci sono i reali), Israele, un po' di Europa in senso molto vago, ogni tanto un po' di Australia. Una parte di quello che indipendentemente dai punti cardinali chiamiamo Occidente, nemmeno tutto.
Un mondo civile, democratico e amante dei diritti umani, va da sé.
Un mondo che ha definito la sua nazione guida con guerra e dopoguerra, e che ha trovato la sua capitale morale l'undici settembre 2001.

La prima sono gli Stati Uniti, naturalmente. E sappiamo anche come.
Questo pezzo di Serge Halimi (Avere per sé la storiaArticolo completo qui), ad esempio, basta a far dubitare di tutti i libri di storia sui quali abbiamo studiato, e a far venire i brividi pensando a cosa scriveranno su Iraq, Afghanistan, Gaza, Berlusconi e quant'altro quelli dei nostri nipoti.
Il 6 giugno 2009, il presidente Barack Obama pronunciò un discorso per celebrare lo sbarco in Normandia, e più in generale la vittoria degli alleati contro i nazisti. Dedicò quattordici parole ai «Russi che subirono di certo le perdite più pesanti sul fronte dell'Est».    
È lì infatti che si trovavano 165 divisioni tedesche, e le migliori - contro 76 impegnate sul fronte dell'Ovest. I liceali francesi, britannici, americani non sentono spesso parlare della  battaglia di Kursk (luglio-agosto 1943). Eppure costò 4 milioni di uomini, rappresentò il vero punto di svolta della guerra e si concluse  con il trionfo degli eserciti sovietici, che uccisero o ferirono 500.000 soldati tedeschi al prezzo di perdite ancora più pesanti. Quasi nello stesso momento, 6.000 anglo-americani morivano durante la campagna di Sicilia. E 60.000 nel corso di tutto l'anno 1943.
"Memoria" e storia continuano a divergere con l'aiuto di Hollywood, si immaginerà presto che Berlino fu conquistata dagli americani. Nell'agosto-settembre 1944, un istituto di sondaggi - già allora - chiedeva ai parigini la cui città era appena stata liberata quale paese avesse contribuito di più alla vittoria. Verdetto: l'Unione sovietica, 61%; gli Stati uniti, 29%. Sessant'anni più tardi, lo stesso istituto pose la stessa domanda ai  francesi. Questa volta risposero così: gli Stati Uniti, 58%; l'Unione sovietica, 20%. Decennio dopo decennio, la "quotazione" dell'Armata rossa ha continuato a scendere... Il campo che  ha vinto la guerra fredda ha anche vinto la guerra delle memorie. Storia e potere sono in parte legate.
La seconda è New York, naturalmente. Ormai un brand, più che una città.
Prendete l'uragano Sandy. Lo abbiamo già detto: se una cosa del genere merita la prima pagina del giornale, la merita ovunque succeda, che rada al suolo capanne di contadini o grattacieli.
Invece, mentre Sandy devastava i Caraibi lasciando una scia di morti, dispersi e sfollati - in paesi fra l'altro enormemente più poveri degli Stati Uniti - tutti i titoli e i servizi erano su come New York si stesse preparando. Mentre quello faceva danni seri a Cuba, Haiti, Giamaica, Bahamas e Repubblica Dominicana, inviati e corrispondenti parlavano dei sacchi di sabbia per le strade di Manhattan.
Ma non solo: si è continuato a parlare quasi esclusivamente del probabile arrivo e dei possibili effetti dell'uragano a New York pure quando questo già aveva continuato a fare danni risalendo gli Stati Uniti da sud, colpendo Florida, Carolina, Virginia e Delaware. Stati Uniti batte resto del mondo, insomma, ma New York batte resto degli Stati Uniti.
Nei giorni appena passati, avete notato la stessa agitazione presso i media italiani per il tifone Bopha, che stava devastando le Filippine? Grado 5, il massimo, nella stessa scala Saffir-Simpson che classificava Sandy come grado 2, e giusto qualcosa nelle pagine degli esteri, o scrollando in basso dopo la gravidanza di Kate Middleton e la macchina di Lapo Elkann sulle strisce pedonali. Poi è stato annunciato il concerto benefico per le vittime statunitensi di Sandy del 12 dicembre al Madison Square Garden di New York, e pure quella notizia è salita più in alto di quella sulle povere Filippine. Che ad essere povere, ai nostri occhi, tanto sono abituate.
Ecco, potete pensarla come volete, ma i numeri restano numeri: o un uragano è notizia degna, o non lo è. Ma se lo è, un uragano di grado 5 lo è più di uno di grado 2.
O dell'annuncio di un concerto benefico per alcune delle vittime di quest'ultimo.

(Vogliamo continuare con l'alluvione del 2010 in Pakistan, un quinto della superficie del paese allagato, danni per 35 miliardi di dollari, circa duemila morti, sei milioni di sfollati, dieci milioni di persone costrette a bere acqua non potabile?)

A parità di notizia, insomma, se questa riguarda il mondo di cui sopra te la dico, se riguarda la sua capitale te la dico tre volte, o la gonfio, o la creo, basta che se ne parli. Possono anche essere notizie a sfondo negativo (tipo un pazzo che entra in una scuola e uccide una ventina di bambini), più che la qualità conta la quantità. L'obbiettivo è creare una familiarità, una consuetudine, farci percepire quella parte così lontana di mondo come casa nostra. Molto più che le nazioni che con noi confinano, ad esempio: qualcuno sa qualcosa della Slovenia, dell'Austria o (in un'interpretazione ampia del concetto di confine che mi sento di sposare in pieno) dell'Albania e del Montenegro? Perché quando li visitiamo ci sembrano paesi molto più stranieri degli Stati Uniti? Se quella è casa nostra, qualunque cosa succederà saremo pronti a difenderla, a stringerci forte intorno a lei insieme ai nostri pari, a sacrificare vite e risorse per lei e per quello che rappresenta.

Se la notizia riguarda invece un altro posto, non te la dico; o te la dico proprio perché non posso farne a meno, e mi fermo lì. Persino se pari non è, ma obiettivamente più grave.
Tanto, in questo grande altrove, hic sunt leones. "Non-persone", per usare la felice espressione coniata da Alessandro Dal Lago per i migranti,che provo ad applicare in questo caso anche a chi è cittadino di paesi non compresi nel nostro mondo ma difficili da ignorare (Cina, India, Iran, Brasile, Argentina, Messico, Indonesia, Nigeria, Cuba, Venezuela, Sudafrica, Egitto), o di paesi che beatamente ignoriamo e basta. Una suddivisione che la gente fa mentalmente propria, che diventa automatica e inconscia, e che tornerà utile per esempio quando dovrai farti eleggere gridando che li rimanderai a calci in culo a casa loro, quando casa loro la dovrai occupare militarmente o bombardare, quando dovrai difendere solo per la loro nazionalità due simpatici marinai in misteriosa trasferta e col grilletto facile ("Per il processo ai marò tempi indiani" dice lo strillo del telegiornale di Sky, facendo riferimento a un sottinteso che non esiste - perché mai si è sentita usare l'India come sinonimo di lentezza, nemmeno fra gli stereotipi più banali - ma che deve fare effetto per ciò che evoca, per l'oriente da cartolina coloniale che chi ascolta ha in mente. Come se i processi italiani fossero veloci, fra l'altro...).
Può davvero dispiacerci per i poveri filippini o pakistani, al di là di una generica partecipazione al loro ennesimo dramma? Di loro sentiamo parlare solo in casi come questo, e per noi diventano solo un elenco di calamità naturali ed attentati. Conosciamo uno scrittore, un attore, un cantante, uno sportivo, un comico, un politico, un cuoco, un serial killer, un pittore, un quartiere di città, un piatto tipico, un modo di dire filippino o pakistano? Quando succede qualcosa lì, la nostra esperienza non traccia alcun collegamento; non abbiamo materiale a disposizione, non è roba nostra.
Negli Stati Uniti in generale e a New York in particolare colleghiamo tutto. Quella scena geniale di Woody Allen, quelle pagine meravigliose di Jonathan Lethem all'inizio di La fortezza della solitudine, quel testo di Lou Reed o di James Murphy, quel disco dal vivo di James Brown all'Apollo Theatre, quelle altre migliaia di informazioni che accumuliamo senza saperlo da quando siamo nati.
Credendo che sia soltanto perché gli americani sono bravi, spesso bravissimi, a fare quello che fanno.

02/05/12

Bandiera r(im)ossa


Fra i tantissimi commenti letti e sentiti sul lato artistico del #concertone del Primo Maggio a Roma, ne azzardo uno che non saprei se riferire al lato politico della manifestazione, o alla sua rappresentazione sui media di stato. E proprio qui sta il punto.

Il fatto: non ho seguito tutto il concerto alla televisione, ma un bel pezzo, e per tutto il tempo non si è vista una sola bandiera No Tav.
(Anzi, una sì, arrotolata a foulard al collo del cantante degli ...A Toys Orchestra, che evidentemente non se l'è sentita di aprirla, e l'ha lasciata lì come un suggerimento caduto presumibilmente nel vuoto. Sulle ragioni, sarebbe interessante sentire lui o qualcun altro di quelli saliti sul palco: vi ricordate di quanto successo lo scorso anno, con la famosa liberatoria? Ci risiamo forse?)

Ora, magari sono solo io che sento le voci, se esagero fermatemi.
Non ricordo se negli anni scorsi se ne fossero viste o no, ma opterei per il sì. Da sempre la piazza del Primo Maggio pullula di bandiere di ogni genere, soprattutto se legate a qualche causa importante e in qualche maniera vissuta come propria dal popolo del #concertone. La Palestina, l'Irlanda, Cuba, la Sardegna (non ridete, i quattro mori spunteranno pure a ogni cazzo di concerto con più di cinquecento persone, ma quella sarda è una causa importante e non troverete certo su questo blog persone disposte a prenderla come uno scherzo), il Tibet, il ponte sullo Stretto, giù giù fino alle cazzate.
Quest'anno tutto come sempre, ma nessuna bandiera No Tav.
Fatto strano, vista l'importanza che l'argomento ha avuto sui media nazionali negli ultimi mesi, e vista - qui entriamo nel campo delle ipotesi, certo, ma mi pare un'ipotesi legittima... - la sua convergenza abbastanza naturale con i sentimenti di giustizia, ecologia, libertà di espressione, legittimità del dissenso, rifiuto degli sprechi di denaro pubblico, denuncia delle violenze delle forse dell'ordine e quant'altro
che dovrebbero animare il suddetto popolo del #concertone.

Il che lascia spazio a due scenari.
Uno ben poco sorprendente, purtroppo: la conferma della censura e della manipolazione delle notizie in atto sui maggiori media italiani e sulla televisione di stato in primis. Le bandiere No Tav c'erano, in sostanza, ma la regia semplicemente non le inquadrava.
Un altro invece molto più nuovo e preoccupante: le bandiere davvero non c'erano. Ovvero, l'
avvenuta trasformazione di quella battaglia in qualcosa che sporca irrimediabilmente le mani di chi la tocca, tanto da rendere diffidenti - oltre ai musicisti da Primo Maggio, di solito molto lesti a innalzare bandiere di qualunque genere - persino le centinaia di migliaia di giovani affamati di giuste cause che ogni anno affollano piazza San Giovanni. Tirare fuori quella bandiera adesso, dopo la radicalizzazione della faccenda operata da media e forze dell'ordine in deadly combination, significa stare con i violenti. Significa politica a una gradazione troppo alta.


Il che a casa mia, sia vero un caso o l'altro, ha l'aria dell'ennesima prova di come questa cosa sia troppo importante per i suoi fautori. Un'importanza sospetta, quasi sufficiente da sola per dichiararsi contrari, anche senza aver letto i milioni di dati prodotti dal movimento No Tav e mai contestati seriamente dalla controparte.



01/03/12

RADUNO




























Qualche mese fa ho scritto un articolo per DJ Mag Italia, concentrandomi su quello che è rapidamente diventato uno dei principali fenomeni del mondo dance underground: l'Italia, la terra della Discoteca Cosmic e di Daniele Baldelli, la culla del cosiddetto movimento "afro", sta producendo musica fra le più eccitanti, groovy e creative in circolazione. Chiamatela nu-disco, chiamatela cosmic disco, chiamatela acid house al rallentatore o chiamatela come volete, io lo chiamo un dato di fatto.
Come sorta di secondo tempo, ho pensato che sarebbe stato utile aggiungere un po' di musica al tutto, e ho fatto un mix. Più inteso come uno showcase che come un mix vero e proprio, per fare capire a chi ancora nonlo sappia quanto questa scena sia calda, e lo sia ormai da almeno un paio di anni.
Ecco RADUNO dunque. Solo tracce originali, niente edit, niente remix per, niente remix da, niente. Solo artisti italiani (Golden Bug non lo è, ma Rodion e Lavinia Claws sì, quindi fa 2-1 per l'Italia e la grandissima Washing Machine è dentro!), ognuno con una traccia che penso lo rappresenti, o che penso sia la sua migliore traccia. Potete considerarlo un "best of", dunque, ma mixato. Con le hit e le perle nascoste. Con i nomi grossi, quelli in ascesa e gli outsider. E il sottoscritto: il mix si chiude con una mia traccia uscita nel 2008, l'ho riascoltata da poco dopo molto tempo e mi è parso che ci stesse piuttosto bene. Ma in nessun modo RADUNO ha tutti i produttori nu-disco/cosmic italiani che meritano attenzione: ce ne sono molti altri, e ce ne saranno ancora di più quando mi metterò al lavoro per il secondo volume, probabilmente.

Potete ascoltare e scaricare RADUNO qui su Rockit o qui su The New Worck.


30/11/11

Noi contro di loro



Giornalismo italiano, anno domini 2011: l'articolo sull'assalto all'ambasciata inglese a Teheran lo fa il corrispondente da Londra.
Volendo pensar bene, e non male come al solito: lo fa lui perché "La Stampa" non ha un corrispondente a Teheran.
Ma perché proprio lui e non uno in posizione neutrale, a Torino per esempio?
Ma soprattutto: perché nel 2011 "La Stampa" non ritiene necessario avere un corrispondente a Teheran?

13/10/11

"Na tazzulella 'e cafè... e maje niente ce fanno sapé..."



Davanti a questo autogrill della Torino-Savona ci sono tre soli posti auto.
Sono tutti riservati, con tanto di rimozione forzata per i trasgressori.
Non sono riservati né ai disabili né alle donne in gravidanza, per esempio.
Sono riservati alla Polizia Stradale.

Non nell'esercizio delle sue funzioni, immagino.
La vita e centinaia di film ci hanno insegnato che la Polizia, stradale o meno, quando sta lavorando e ha fretta la macchina la lascia dove vuole. Anche giustamente, se vogliamo. Non arriva all'autogrill per arrestare un delinquente e perde tempo utile perchè tutti i parcheggi sono occupati. E il cittadino non si lamenta certo per una volante lasciata lì in mezzo, ci mancherebbe.

Ma quando è l'ora di un buon caffè, ah.
Forse qualcuno si è lamentato perchè lo stesso succedeva anche quando era semplicemente l'ora di un buon caffè, e in questa maniera si è pensato di evitare spiacevoli inconvenienti.



28/09/11

Diversi ma uguali

Qualche altro giorno in libreria, ed ecco il corrispettivo prettamente maschile (cfr. Luigio Guastardo Della Radica) di quel filone invece prettamente femminile.
L'affare è talmente incredibile, e a suo modo geniale, da non meritare ulteriori parole. Se oggi entriamo in più o meno qualunque libreria italiana troviamo - tutti fra le novità - i seguenti titoli:

L'infiltrato, di Antonio Salas, Newton Compton (titolo originale: El Palestino);
Il superstite, di Wulf Dorn, Corbaccio (titolo originale: Kalte Stille, "Silenzio freddo");
Il professore, di John Katzenbach, Fazi (titolo originale: What Comes Next );
L'addestratore, di Jeffery Deaver, Rizzoli (titolo originale: Edge);
Il negoziatore, di James Patterson e Michael Ledwidge, Longanesi (titolo originale: Step on a Crack);
L'osservatore, di Franck Thilliez, Nord (titolo originale: Le syndrome E);
Il paziente, di Nicci French, Sperling & Kupfer (titolo originale: Blue Monday);
Il carnefice, di Francesca Bertuzzi, Newton Compton (ovvero, il primo esempio di titolo italiano originale adeguato al trend).

Ma non è tutto, tenetevi forte.
Il 23 agosto esce Il persecutore, di Rory Clements, Piemme (titolo originale: Revenger) e l'8 settembre esce Il persecutore, di Ian Rankin, Longanesi (titolo originale: The Complaints).
Il 22 settembre esce Il burattinaio, di Torsten Pettersson, Newton Compton (titolo originale: Göm mig i ditt hjärta, "Nascondimi nel tuo cuore") e il 27 esce settembre Il burattinaio, di Francesco Barbi, Dalai.

E qui veramente avremmo pagato per vedere le facce nelle rispettive redazioni, quando hanno scoperto che la stessa idea geniale l'avevano avuta anche degli altri.

07/09/11

La seconda "i"

Su quanto e come le lingue straniere - senza scomodare il mandarino e nemmeno lo spagnolo, le prime due al mondo, restiamo per prudenza sulla terza e più convenzionalmente universale inglese - siano parlate dagli italiani, ci sarebbe da scrivere una tesi di laurea.

Personalmente, ho un debole per questo breve video girato durante il piccolo pogrom di Rosarno del gennaio 2010, in cui un presunto baluba zulu ignorante sintetizza come meglio non si potrebbe lo stato delle cose a riguardo.

Rosarno (Italy) - African citizen explain the protest from AfricanewsITALY on Vimeo.

E, sempre personalmente, ho provato brividi di natura perversa quando un amico, di professione fonico per un noto giovane ("Ma giovani..." "Sotto i cinquantacinque anni") gruppo rock italiano, mi ha raccontato di come presso il celebre festival estivo ungherese Sziget esista, oltre al campeggio libero e a quello VIP, il cosiddetto "campeggio italiano". Ovvero, un'area consigliata esplicitamente ai nostri connazionali ("ristorante italiano, info point con staff che parla italiano e inglese e con prese per caricabatterie. Operato da L'Alternativa Srl, venduto in Italia ed Olanda") e creata perchè, secondo quanto detto al mio amico da una organizzatrice dell'evento, nessuno degli italiani parla inglese ed è più semplice e comodo raggrupparli tutti insieme.
Che all'estero cercano comunque cibo italiano perchè è sempre il più buono, e che vengono dalla seconda nazione al mondo con più cellulari pro-capite, non lo ha detto ma lo ha sicuramente pensato.

Di isi pil (si scrive come si legge) e carefree (si legge come si scrive) non parlo nemmeno. Così come non apro il solito buco nero del doppiaggio di film e programmi tv (però cazzo, almeno le repliche delle repliche di Bourdain su Rai5 le vogliamo sottotitolare e non doppiare?).
Apro invece quello, anch'esso esplorato fino allo sfinimento, dei titoli che in Italia vengono dati ai film stranieri, perché da lì arriva lo spunto.

Da qualche tempo lavoro in libreria, in una nota catena nazionale che vende anche dischi e film. Vedo sullo scaffale il dvd di Away We Go di Sam Mendes, che mi avevano prestato in lingua originale, e vedo - con discreto ritardo, essendo uscito nei cinema alla fine del 2010 - che è stato intitolato American Life. Il che porta l'arte italica del titolo a cazzo di cane a un livello superiore.
Ovvero: non cambio il titolo in inglese con la sua traduzione in italiano (legittimo, lo concedo) e nemmeno cambio il titolo in inglese con un titolo in italiano che non c'entra nulla (pessimo).
No, cambio il titolo in inglese CON UN ALTRO TITOLO IN INGLESE, che non c'entra nulla.
Ma che c'entra eccome, intitolandosi American Beauty il precedente e molto fortunato film dello stesso regista. Il quale, ignaro dei meccanismi di marketing dei media italiani e di quelli mentali del pubblico italiano, passerà pure per uomo di scarsa fantasia che approfitta della situazione.
(Ora che ci penso, lo stesso vale per Denis Arcand: Le invasioni barbariche per Les invasions barbares ci stava, per carità, ma Le età barbariche per L'âge des ténèbres? Ok, chiudiamo subito la parentesi o fra un attimo ce ne sono altri mille).

Creo un filone, insomma.
Poco distante da quel dvd sta lo scaffale con la classifica dei libri più venduti, e lì noto lo stesso meccanismo applicato ai libri. Di autori diversi.
Sembra uno scherzo, cazzo.
Il linguaggio segreto dei fiori, di Vanessa Diffenbaugh, Garzanti (titolo originale: The Language of Flowers); e a rimorchio:
- Il profumo delle foglie di limone, di Clara Sánchez, sempre Garzanti (titolo originale: Lo que esconde tu nombre);
- Il profumo della cannella, di Samar Yazbek, Castelvecchi (titolo originale: Ra'ihat al-Qirfa, in inglese chissà quanto fedele Cinnamon);
- Il profumo del tè e dell'amore, di Fiona Neill, Newton Compton (titolo originale: Friends, Lovers and Other Indiscretions);
- Il gusto segreto del cioccolato amaro, di Kevin Alan Milne, Sperling & Kupfer (titolo originale: Sweet Misfortune).

[10/9 - manco a farlo apposta, ieri vado al lavoro e ne trovo altri due appena usciti:
- Il segreto della collana di perle, di Jane Corry, Newton Compton (titolo originale: The Pearls);
- Gli ingredienti segreti dell'amore, di Nicolas Barreau, Feltrinelli (titolo originale: Das Lächeln der Frauen, in italiano "I sorrisi delle donne").]

[12/9 - manco a farlo apposta, oggi vado al lavoro e ne trovo altri tre:
- Gli ingredienti dell'amore perfetto, di Kate Jacobs, Piemme (titolo originale: Comfort Food);
- Il gusto proibito dello zenzero, di Jamie Ford, Garzanti (titolo originale: Hotel on the Corner of Bitter and Sweet);
- Un'eredità di avorio e ambra, di Edmund de Waal, Bollati Boringhieri (addirittura!) (titolo originale: The Hare with Amber Eyes. A Hidden Inheritance).]

Non siamo considerati molto intelligenti, insomma. Forse a ragione.

03/07/11

Risposte

Le pericolose analogie fra questo e questo.

16/10/10

Romeni e romani

Ministro Maroni, facciamo il gioco che il romeno era lui che ha dato il pugno e l'italiana lei che lo ha preso?

10/10/10

Minchia Sabbri

Certo, italianizzato e (soprattutto) pronunciato con due b rende decisamente meglio l'idea.
Ma considerato che tutto il resto del mondo usa l'originale taliban, riescono i nostri telegiornali quantomeno a dire talebani e non talebbani?

(Vedere anche)

30/06/10

I mostri



Premetto, Pietro Taricone mi stava abbastanza simpatico. Ho apprezzato il suo estrarsi immediato dalla fogna televisiva, per studiare e provare a diventare un attore, per provare a vivere come una persona normale. E pativo sentendolo chiamare sempre e ostinatamente per cognome, come fosse un soprannome poco elegante da lui stesso scelto (tipo il Merolone di qualche anno prima) e non per nome, come succede ai partecipanti del Grande Fratello da che mondo è mondo. Salvo Delgrandefratello, Cristina Delgrandefratello, Pasquale Delgrandefratello, etc.

La sua scomparsa prematura suscita in me l'ennesima riflessione sul livellamento verso il basso in atto in Italia da quando sappiamo noi, e del quale la comparsa del Grande Fratello in televisone ha rappresentato senz'altro un poderoso scatto in avanti.
Nel 2000, Pietro Taricone ci sembrava il punto più basso mai raggiunto dalla nostra televisione, il simbolo macho e sbruffone di un'Italia che non ci piaceva, il punto di non ritorno.
Nel 2010, se si presentassero alle selezioni del Grande Fratello non solo il Pietro Taricone adulto di oggi, naturalmente, ma anche quello palestrato e tamarro di allora, verrebbero con ogni ragionevole probabilità scartati al primo tentativo, perchè non sufficientemente mostri.

10/05/10

Tutto molto italiano

Ma per un cazzo di telegiornale che invece di dire "il vulcano islandese" dica "il vulcano Eyjafjöll" bisogna pagare?
Magari non sarà la pronuncia islandese corretta, ma per tentare un timido Eiafioll ci vuole la laurea in lingue?

27/01/10

Postino ti voglio parlare

Lo sappiamo già, e purtroppo molto bene: ciò che in Italia è nicchia, nel Regno Unito è pop. Gruppi che qui sono patrimonio di pochi carbonari, lì sono vissuto collettivo. Il padre di famiglia medio qui ha i dischi di Vasco, quando va bene, lì ha quelli degli Specials, dei Clash o di Paul Weller. Dizzee Rascal è roba da sedicenni e non da trentottenni. All'equivalente di Ballando con le stelle probabilmente hanno anche la prova di pogo.

Ragioni culturali troppo lunghe e già raccontate. Ma al netto di questo, e aggiungendo pure che The Division Bell non è proprio l'apice creativo dei Pink Floyd, che sull'album dei Led Zeppelin scelto ci sarebbe da discutere a lungo e che naturalmente ne mancano a dozzine (Beatles? Smiths? Oasis? Gli stessi Specials? Lo stesso Weller?)... al netto di tutto questo, dicevamo, è possibile che lassù sia appena uscita una serie di francobolli così



e a noi tocchi invece ricevere pacchetti così?



E non venitemi a raccontare la solita vecchia storia di Mino Reitano uomo del popolo, uomo genuino del sud o punk ante-litteram e post-litteram insieme perchè ha rifatto Basket Case in modo orrendo. Il povero Mino Reitano (peraltro notevole nei tratti da Patto di Varsavia del francobollo) faceva onestamente schifo al cazzo, e non faceva neanche così ridere.

Rosarno (Italy) - African citizen explain the protest from AfricanewsITALY on Vimeo.

22/09/09

Grazie di cosa, esattamente?

Succede questo: una circolare del ministro Gelmini dispone che in tutte le scuole venga osservato un minuto di silenzio in onore dei sei militari italiani morti a Kabul il 17 settembre. I dirigenti di tre scuole di Roma - la materna ed elementare "Iqbal Masih", l'elementare "Pietro Maffi" e la primaria "Guglielmo Marconi" - decidono di ignorare la disposizione.

Al di là di quello che ciascuno di noi possa pensare sull'argomento - le motivazioni addotte dall'una e dall'altra parte raccontano di una visione del mondo radicalmente diversa, e sono entrambe perfettamente in linea con tale visione - la cosa che fa riflettere è piuttosto un'altra. E, come sempre più spesso accade, documenta un inarrestabile spostamento delle coscienze private e della coscienza pubblica sempre più in là, sempre più verso un deserto in cui ci si aspetta di tutto e non ci si stupisce di nulla, in cui è normale o quantomento accettato controvoglia come tale ciò che solo ieri era poco meno che scandaloso.

Fa riflettere questo: a fare notizia non è che, in puro e retorico stile ventennio, il Ministero dell'Istruzione cerchi di obbligare tutte le scuole del regno a rendere omaggio ai soldati morti, dopo che i mezzi di informazione all'unisono hanno preparato il terreno dicendo alle masse che quei soldati sono "nostri eroi", e le masse abbiano accettato ben volentieri di aggiungere altri sei nomi alla loro lista di eroi moderni, che pian piano sta sostituendo quella ormai obsoleta e ovviamente di parte scritta dalla sinistra ("Signora, mi prendo Peppino Impastato e Giovanni Falcone e le dò in cambio Fabrizio Quattrocchi, accetta?" "Signora, l'offerta Thyssen Krupp è scaduta, oggi abbiamo la Nassiriya che è molto più conveniente!" "Signora non vede i suoi Partigiani come sono vecchi? Venga che glieli cambio con una bella ronda, che adesso c'è il problema della sicurezza!")

Non mi piacciono gli eroi, ma se proprio devo averne preferisco sceglierli da me.
Di cosa dovrei ringraziare, esattamente, i paracadusti della Folgore?

A fare notizia non è che vengano celebrati e ringraziati come eroi dei soldati impegnati a fare non si sa bene che cosa in un territorio straniero che, da quando ci sono i nostri soldati, è più instabile, pericoloso e corrotto di prima. Mentre altri lavoratori o altri esseri umani, che nei loro contratti di lavoro o nei loro destini non hanno scritta - a differenza dei soldati - la possibilità di morire di morte violenta per mano di soldati nemici, muoiono a centinaia o a migliaia mentre costruiscono una casa, mentre baciano una persona del loro stesso sesso, mentre tornano a casa di notte e incontrano una pattuglia di tutori dell'ordine in vena di scherzi, mentre fuggono in condizioni disperate da una patria martoriata dalla guerra civile, mentre manifestano per qualcosa in cui credono, mentre si fermano all'autogrill andando alla partita, mentre prendono una funivia andando a sciare, o per il solo fatto di avere pelle e nazionalità diverse dalle nostre.

A fare notizia, in un'Italia in cui ormai anche il gesto più piccolo e apparentemente insignificante significa opposizione, è un'altra cosa: che qualcuno abbia osato dire di no. Come nei migliori stati totalitari.

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