30/11/12

2. Daphni. Jiaolong (Jiaolong).





























Vi siete persi i 12" con cui Dan Snaith ha inaugurato il suo alias parallelo Daphni, mentre mieteva successi ovunque come Caribou? Niente paura: Jiaolong li raccoglie tutti, e aggiunge anche quattro tracce inedite, confermando come la spinta verso il dancefloor non sia una scappatella, ma una parte ormai fondamentale dell'orizzonte sonoro dell'uomo. Che ci è arrivato mutando progressivamente il suono del gruppo madre, e che ora la lascia libera di srotolarsi in nove tracce di house creativa, calda e spontanea come quella dei grandi (Theo Parrish, ad esempio). Musica che funziona in pista - la già nota e ballata Ye-Ye resta il top in questo senso, ma occhio all'avanzare solenne di Ahora, e al funk percussivo della nuova Pairs - e che non si limita a quello, in cui si sentono la testa e la mano di chi per mestiere fa (anche e soprattutto) altro, e che a queste cose è giunto un passo alla volta. Le tracce vivono e si evolvono davanti a noi, ed è una gioia analogica senza fine. (DJ Mag n.24)

3. Tom Zé. Tropicália Lixo Lógico (Passarinho).





























Destinato in area "pop" come segno di speranza in un mondo migliore, scusate l'enfasi. Un mondo in cui chi ascolta musica sia in grado di elaborare oltre Ligabue e Biagio Antonacci; in cui Antônio José Santana Martins e quelli come lui non debbano sempre passare per i geni pazzarielli che fanno musica difficile, ma anzi siano protetti e riveriti. Perché in fondo quelle di Tropicália Lixo Lógico sono canzoni, solo che in ognuna ce ne sono tre, quattro, cento. Tutte belle. Tanto dadaiste e bislacche - parliamo di uno dei pilastri del tropicalismo brasiliano, per chi arrivasse ora - quanto giocose, gioiose, frizzanti. Ricche come intere discografie, smontate e rimontate davanti ai nostri occhi da uno Zé beffardo e aperto verso l'esterno come non mai, in forma smagliante nonostante i 76 anni suonati. In quello che ha tutta l'aria di essere il suo miglior disco da quando ha ricominciato a farne. Almeno. (Rumore n.250)

4. LV. Sebenza (Hyperdub).





Lo scorso anno Routes, che insieme al poeta nigeriano Joshua Idehen raccontava Londra e la sua sempre mutante geografia umana e sonora con ispirazione rara. Quest'anno il Sudafrica, dove il trio inglese ha creato questo altrettanto entusiasmante seguito con la collaborazione di tre nomi grossi della scena locale: la stella Spoek Mathambo, il duo Ruffest e soprattutto lo sciolto Okmalumkoolkat, rimatore geniale già a bordo per il clamoroso singolo Boomslang (2010), qui al microfono in otto pezzi su quattordici. Non semplici voci su basi preconfezionate, ma interazione a un livello superiore fra diverse personalità. Poeti urbani in combinazione spontanea con la miscela transnazionale di kwaito, UK funky, kuduro, garage, soca ed electro-soul approntata con gusto e misura da Horrocks, Gordon e Williams. Sintesi micidiale di pista da ballo e ricerca, divertimento e intelligenza. Molto difficile farne a meno. (Rumore n.249)

29/11/12

5. Neneh Cherry & The Thing. The Cherry Thing (Smalltown Supersound).

























Deve essere il mese delle collaborazioni insolite. Non bastavano Sun Araw e M. Geddes Gengras spediti in Giamaica a vivere e registrare con i Congos, arriva pure il ritorno in grande stile di Neneh Cherry. A tre anni dall'ultima uscita dei suoi non trascendentali CirKus, ma soprattutto a ben sedici dal suo più recente album solista (Man, quello con la hit Seven Seconds), la cantante afro-svedese si ripresenta in forma smagliante, e con lei il trio avant-jazz svedese/norvegese The Thing. Un cerchio che si chiude, in un certo senso, chiamandosi questi come una composizione di papà Don ed essendo nati proprio per suonare la sua musica. Forse anche per questo lavorano insieme da un anno e mezzo, ma suonano come una band in giro da sempre. Tale è la naturalezza con cui la versatile voce soul di Neneh e la potenza dei tre - Mats Gustafsson ai sax tenore e baritono, Ingebrigt Haker Flaten al basso elettrico e al contrabbasso, Paal Nilssen-Love alla batteria - si fondono in un un unicum scuro, denso, emozionante.
Solo due su otto i brani autografi: Cashback, firmata Cherry, che inizia per sola voce e quattro corde prima di diventare un concentrato di urgenza ritmica e malinconici ottoni lontanamente balcanici; Sudden Moment, firmata Gustafsson, otto minuti e mezzo di sax supremo e galoppate free. Ma sono le cover la vera sorpresa, materiale di provenienza eterogenea che diventa cosa loro. Pronti? Dream Baby Dream dei Suicide, con fiati e basso che assumono toni slow rilassati e profumati di New Orleans, mentre la batteria tira dritta fino all'intenso crescendo finale. Too Tough to Die di Martina Topley-Bird, che moltiplica la tensione gospel originaria con riff rallentati e pesanti. Golden Heart, che diventa una invocazione cosmica con voce effettata, dal primo album per Blue Note di papà Don; What Reason Could I Give di Ornette Coleman, allora cantata da Asha Puthli (!), oggi resa più melmosa e inquieta. Dirt degli Stooges, devastante, ma forse la meno originale del lotto, forse perché gli Stooges di Fun House erano già free jazz. E Accordion di MF Doom e Madlib in modalità Madvillain, la trasformazione più netta, con il giro di fisarmonica del titolo suonato come marcia funebre dal baritono, e Neneh a cantare intorno al rap come sa. Si tratti di un episodio o del principio di un'avventura condivisa, disco memorabile comunque. (Rumore n.245)

6. Shackleton. Music for the Quiet Hour/The Drawbar Organ EPs (Woe to the Septic Heart!).





























Il tizio corre da solo, è chiaro. Almeno dal fenomenale Fabric 55 di due anni fa, tutto autografo. Dubstep, techno, ambient, minimalismo, avanguardia, etnografia, chi se ne frega. Chiuso alla grande il 2011 insieme a Pinch, Shackleton apre l'anno nuovo con un mostro che alza l'asticella di un'altra tacca o due, la sua creatura più aliena e rivoluzionaria. Una suite di 65 minuti divisa in cinque parti, Music for the Quiet Hour, che sviluppa le zone più rarefatte e grigie della sua musica, vagando mentalmente e fisicamente senza perdere di vista la narrazione. Come moderna musica classica per nulla tranquilla, che anzi fiorisce di continuo. The Drawbar Organ EPs (tre vinili o un altro cd, dipende dalla versione del box) sono in confronto puro Shackleton, con aggiunta di un organo elettrico con cui il nostro si dà un inusuale tocco di leggerezza, continuando ad esplorare come il suo celebre omonimo. (Rumore n.245)

7. Allah-Las. Allah-Las (Innovative Leisure).




























I maniaci del futuro a tutti i costi, di solito, bollano dischi come questo al primo ascolto: revivalismo. In attesa di sapere perché un gruppo che rifà la California di metà Sessanta sia revivalista e uno che rifà qualunque altra cosa invece no, riascoltiamo ancora una volta - ormai si contano a dozzine - e con sommo piacere il primo album di questo quartetto di Los Angeles. Un album che se davvero fosse stato scritto e registrato nella California di metà Sessanta sarebbe oggi riverito come un classico. Un sogno al rallentatore a base di limpidi arpeggi elettroacustici e maracas, riverberi e melodie pop psichedeliche, garage-folk malinconico (vedi cover di It's Been a Long Journey degli oscurissimi Roots) e surf. Un concentrato di purezza e classe innata, dal sapore quasi arcaico, misterioso, che evoca spiagge e canyon della loro terra con una nitidezza impressionante. Galeotto fu Amoeba, mitologico negozio di dischi del Sunset Strip dove tre dei quattro hanno lavorato, smistando migliaia di vinili usati nel retro, scoprendo e trattenendo il meglio (è lo ius primae noctis del commesso): "Otto ore al giorno, cinque giorni alla settimana, seduti lì ad ascoltare cose di gruppi mai sentiti prima. Può diventare una vera libidine, specialmente per un dipendente giovane e curioso che in realtà non sta lavorando, ma scavando fra pile di dischi e mettendo da parte quello che vuole". Aggiungere una cantina/sala prove con tavole da surf d'annata di papà allineate lungo i muri, e il quadretto è completo.

 (Rumore n.251)

28/11/12

8. Robert Hood. Motor: Nighttime World 3 (Music Man).






















Non mettete fretta a Robert Hood. Colonna dell'elettronica detroitiana, fondatore del collettivo Underground Resistance e padre della via minimale alla techno, gli ci sono voluti dodici anni per il terzo capitolo del suo atto d'amore per la Motor City, partito nel '95 e continuato appunto nel 2000. Ma ne è valsa la pena. Motor: Nighttime World 3 è una colonna sonora perfetta per la città, la sua storia, la sua caduta e il suo futuro. Ma è soprattutto un monumento alla profondità del discorso musicale di Hood, e alla sua capacità di gestire atmosfere ed emozioni in forma di narrazione, creando un ambiente vivo in cui sembra di sentire le macchine respirare. Non mancano le mazzate da pista, certo (Drive, Black Technician, l'intricata A Time to Rebuild), ma ci sono anche morbido soul tecnologico, retroterra jazz che viene a galla, malinconia noir e dolcezza estrema. Chiamiamolo compositore. (Rumore n.250)

9. AAVV. Jende Ri Palenge (Soul Jazz).






















A volte ho l'impressione che qualche emissario delle case discografiche studi attentamente i miei gusti e i miei gesti, e tornato in ufficio si metta al lavoro sul disco fatto apposta per me. Quello da farmi apparire per finta coincidenza sul monitor quando faccio una ricerca qualunque. Jende Ri Palenge, per esempio. Mi fossi messo a tavolino a inventarlo, non sarei riuscito a farlo così bene. San Basilio de Palenque è un piccolo villaggio nel nord della Colombia, poco distante dalla costa caraibica, ed è il primo centro abitato fondato nel XVII secolo da schiavi fuggiti. Ma soprattutto, è l'unico sopravvissuto fino ad oggi, preservando una unicità etnica, linguistica e culturale che lo ha reso letteralmente un angolo di Africa in Colombia, oltre che "capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell'umanità" dall'Unesco. Lì sono stati Simon Meija (Bomba Estéreo) e Santiago Posada, per documentare in suono e immagini una comunità che è come una lezione di storia. Lo dice a un certo punto Panamá, leader del To Ane E Lo Memo Sexteto, che per lavoro pubblicizza la macellazione di un animale cantandola in rima per le strade del paese all'alba: "Siamo qui solo per caso, dovremmo essere tutti nel continente nero, in Angola". E profondamente africana - Angola e Congo soprattutto - è la musica che i due registrano nello studio messo su in loco e quindi donato alla comunità. Altamente percussiva e altrettanto melodica, miracolosamente sospesa fra due continenti, accattivante come poche altre registrazioni etnografiche sul campo sono mai state. Ma non è tutto. Oltre a un cd di venti canzoni originali ci sono un altro cd con dodici remix, affidati a una superba selezione di produttori elettronici (Osunlade, Deadbeat, Matias Aguayo, Kalabrese, Jay Haze, Kromestar...), e un bel dvd con documentario e svariati extra. Il tutto disponibile anche in vinile quintuplo e dvd, edizione limitata di mille copie. Monumentale. (Rumore n.244)

27/11/12

10. Sun Araw & M. Geddes Gengras Meet The Congos. FRKWYS Vol. 9: Icon Give Thank (RVNG Intl.)




























Complimenti a chi ha avuto l'idea, intanto. Accoppiare due guru del nuovo suono sperimentale/psichedelico come Sun Araw e Gengras e delle leggende del roots reggae come i Congos le batte tutte. Ma oltre ai presupposti, sono buonissimi i risultati: l'incontro in Giamaica fra i quattro vecchietti e i due freak - in full immersione nello stile di vita locale, erba compresa... - produce tre quarti d'ora di musica eccezionale in tutti i sensi. Ciascuno si mette al servizio dell'altro con ammirevole dedizione e rispetto; i due mutando il loro suono in una versione moderna del batitto rasta più lento, spirituale e meditativo, i Congos facendo volare alte le loro voci ultraterrene su una così insolita base, come se fossero ancora al Black Ark con Lee Perry ai cursori. Un'unione magica, documentata a dovere anche nel dvd allegato Icon Eye. (Rumore n.245)

05/11/12

Che cento fiori sboccino




























Questa è l'edizione in doppio vinile di Jiaolong, primo album di Dan Snaith/Caribou come Daphni.
Raccoglie tutti i singoli già usciti su vari 12" e aggiunge qualche traccia nuova, è la realizzazione compiuta dei desideri più rigorosamente dance intravisti nei suoi album precedenti, ed è uno degli album dell'anno sul mio personalissimo taccuino.
















Questa invece è la tessera per il download dell'album, contenuta nella stampa inglese dell'album sull'etichetta di Snaith stesso, si chiama Jiaolong pure lei.
"Questa card è fatta al 100% di materiale riciclato, e ha semi di fiori di campo incorporati. Una volta usata, piantatela in uno strato sottile di terra e guardateli crescere."
Quando dicevamo che per affrontare il download illegale bisognava rendere nuovamente appetibile un disco, magari in vinile e con una bella confezione, magari con il download gratuito, non arrivavamo a immaginare tanto.

(L'ha prodotta una ditta che si occupa di tutto, dalla stampa della tessera al servizio di hosting per i file a cui la tessera si riferisce)

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