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07/09/13

Nel dubbio, Glik

C'è chi le chiama "narrazioni tossiche".

Ieri.
Kamil Glik, difensore polacco del Torino, viene espulso in entrambi i derby con la Juventus del campionato di calcio 2012/2013. A prescindere dalla correttezza delle due decisioni arbitrali, e a prescindere dal tifo di chi scrive per una delle due squadre in questione, Glik diventa il cattivo per antonomasia, adorato dai suoi e additato come pessimo esempio dagli altri.
Con altri intendendo non solo i tifosi della squadra avversaria, ma i commentatori sportivi tutti, sempre pronti a prendere le parti del più forte (nota per i lettori calcistici: tanto moralismo lo ricordate per giocatori decisamente più violenti in bianconero, tipo Montero?), e invece a ignorare o sottovalutare quando il più forte si ritrova a sua volta "colpevole".
Ai giornalisti servono le storie, e un giocatore del Toro espulso in entrambi i derby è una storia.
Il compagno di squadra Policano era tre volte più truce e violento di Pasquale Bruno, ma la storia era Bruno, chissà perché. Forse per il nome un po' buffo, che faceva rima con quel triste soprannome piovutogli addosso (quando era già diventato granata, naturalmente, mica quando giocava per la Signora). Forse perché Policano, a quanto si racconta, era cattivo davvero.
Ecco, la storia che si vede all'orizzonte già quando Glik viene espulso in quel derby di andata è quella di o' Animale. Il Toro è di nuovo in serie A, non possiamo continuare a ignorarlo come quando era in serie B, dobbiamo parlarne, troveremo il modo giusto di parlarne.

(A chi si chiedesse perché il derby di Torino sia l'unico derby non equilibrato, nemmeno sul lungo periodo, del calcio italiano: la Juve compra i giocatori più bravi, e non solo).

Oggi.
Il modo giusto, per esempio questo.


































































Mirko Vucinic è un attaccante montenegrino della Juventus.
Kamil Glik nel frattempo del Torino è diventato il capitano.
Per la qualificazione ai prossimi mondiali in Brasile, si sono sfidate proprio le nazionali di Polonia e Montenegro. Risultato 1-1, ma la notizia che fa rapidamente il giro dei media italiani è un'altra: al 36' del primo tempo Vucinic si è infortunato, per un brutto fallo di Glik.
Guarda caso. Un giocatore della Juve e uno del Toro in campo, e quello della Juve (il più forte, il campione) esce dal campo in barella per un fallaccio di quello del Toro (lo scarso, il cattivo, quello che con mezzi leciti non ce la fa). Questa sì che è una storia!
Sembra una battuta da bar ("Hai sentito? Vucinic si è infortunato con la nazionale, contro la Polonia." "Minchia, e chi gli ha fatto fallo? Glik?") da tanto è scontata, e probabilmente proprio al bar è nata.

Perché è falsa.


(da 44'00" in avanti)

Il fallo su Vucinic non lo ha fatto Glik, lo ha fatto il suo compagno di squadra Artur Jędrzejczyk.
Bastava guardare la partita, o almeno gli highlights, o leggere una cronaca minuto per minuto.

(Non quella ufficiale della UEFA, dove un fallo talmente grave e increscioso manco c'è. Talmente grave che Vucinic stesso si alza da solo per lanciarsi zoppicante verso l'arbitro e protestare, beccandosi un'ammonizione, e ributtandosi a terra subito dopo.
Non quella di Livegoals.com, che segnala il calcio d'angolo ottenuto dal Montenegro dopo che l'arbitro concede la regola del vantaggio al fallo su Vucinic, e l'ammonizione di cui sopra. Ma non il fallo, nè tantomeno Glik).

Bastava volerlo fare, ma poi la storia non c'era più.
Chi lo conosce Jędrzejczyk? Chi è capace anche solo a scrivere o pronunciare il suo nome? Lo pronuncia oggi Kamil Glik, costretto suo malgrado a fare chiarezza. Cioè, è lui a doversi difendersi da un'accusa fasulla, da una panzana nata chissà da chi e chissà come, ma subito presa per vera da tutti.
Con La Stampa - per i non piemontesi: da queste parti il quotidiano di casa Agnelli è tradizionalmente chiamato non con il suo nome, ma con un soprannome eloquente: La Busiarda; poi tutti lo comprano lo stesso, tifosi del Torino compresi - che riesce a strafare, facendo addirittura dire a Vucinic che "Glik è un bravo ragazzo e a tutti capita di sbagliare, ma siamo amici". Il ricco bravo che perdona il povero cattivo, perché non sa quello che fa.
A che giornalista lo ha detto, esattamente?
"Erano circolate voci" è la versione più comune trovata in giro nelle smentite di oggi.
"Circolate voci"? Ma è un rave illegale o una partita di qualificazione ai mondiali di calcio?

21/05/13

Moderati







































Da un po' di tempo mi ritrovo a pensare al significato del termine "moderato" applicato alla politica italiana. Termine pacato, rassicurante, garanzia di imparzialità e di ragionamento sensato (non "ideologico": avete notato che questo aggettivo invece è usato solo per definire gente di sinistra, e "di sinistra" ne è praticamente diventato il nuovo significato?), di bene collettivo messo prima del bene personale.
Al di là dell'assurdità prima di tutto logica nel definirsi tali sopra ogni altra cosa - ma davvero su qualunque argomento tu non hai una posizione netta, non accomodante e (prendete il respiro) estrema? - noto anche una sua completa soggettività. Perché di posizioni nette, non accomodanti, estreme i cosiddetti moderati ne prendono eccome, in continuazione. Ma per l'opinione pubblica restano "moderati".
E io penso: non è invece un problema di prospettiva? Prendiamone uno a caso, Alfano.
Secondo i canoni interpretativi attuali - non conta cosa dici, ma dove ti poni nello scacchiere - lui si pone con i cattolici, da sempre convenzionalmente occupanti del "centro", quindi è di centro ed è un moderato, e io sono un estremista.
Ma posta come dato non variabile la distanza (enorme) che ci separa, chi l'ha detto che la si possa osservare solo da lui verso di me e non anche al contrario, da me verso di lui?
Visto da qui, Alfano è l'estremista e io sono quello di buon senso, moderato.
Visto da qui, Giovanardi è l'estremista e io sono quello di buon senso, moderato.
Visto da qui, Esposito è l'estremista e io sono quello di buon senso, moderato.
Visto da qui, Netanyahu (che è pure nato lo stesso giorno di mio figlio, mortacci sua) è l'estremista e io sono quello di buon senso, moderato.
Ma evidentemente non funziona così, per i nostri mezzi di comunicazione.

Già, i nostri mezzi di comunicazione. I grandi quotidiani imparziali, moderati pure loro.
Guardate La Stampa come riassume, con il solito e apparentemente inevitabile ricorso alla temibile info-grafica, le posizioni in campo nel referendum bolognese sui finanziamenti comunali alla scuola privata.
A favore? Prodi e Merola. Il padre nobile della attuale sinistra italiana, Presidente della Repubblica mancato per un pelo, fra le poche figure di prestigio internazionale (e non entriamo nel merito della natura di questo prestigio e di chi lo accordi) del nostro paese. E Merola, sindaco della città.
Contrari? Guccini e Scamarcio. Un cantautore ("che ne sa un cantautore di queste cose?") che per i più è simbolo di posizioni bonariamente vetero-comuniste, bello barbone e trasandato nella foto allegata.
E un attore ("che ne sa un attore di queste cose?"), nemmeno bolognese, inizialmente noto come belloccio idolo delle ragazzine e quindi condannato - stante la pigrizia dei nostri mezzi di comunicazione, che hanno appena accettato che Jovanotti non sia più quello del cappelletto al contrario e Gimme Five - a restare tale vita natural durante. Bello fumato nella foto allegata.
Non sapendone nulla, voi con chi andreste? (Ok, anche io andrei con Guccini e Scamarcio, ma ci siamo capiti).
Sicuri che non ci fossero, fra i contrari, due figure paragonabili per peso, ruolo e prestigio, a Prodi e Merola?
Quando la presa di posizione non si vede, ma c'è.

03/01/13

Natale in India


Ho postato un link a questo post fra i commenti del post di Wu Ming di cui sotto, e fra lì e Twitter qualcuno ha avuto da ridire sull'attendibilità assoluta dei dati (cosa da me peraltro già segnalata nel post stesso, "Non la Bibbia, certo, ma nemmeno Il Giornale" è un modo per dirlo).
La percentuale di stupri effettivamente denunciati varia da paese a paese, così come l'interpretazione più o meno estensiva del termine "violenza sessuale", e dire che in Italia si stupra quattro volte più che in India è effettivamente un errore.
Ma non è questo il punto: non volevo parlare di stupri, e non sono i dati (più o meno attendibili che siano) a dare sostanza a ciò che intendevo dire. Fate finta che il post vero sia questo qui sotto. In coda quello originale, per conoscenza.


**********


Rimandandovi alla lettura di questo post forte e chiaro di Matteo Miavaldi per Wu Ming, che racconta tutta la vicenda di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in maniera asciutta, essenziale e documentata (e per questo, assuefatti come siamo alla versione dominante sui media italiani, rischiando di sembrare paradossalmente di parte), e ribadendo come anche da parte di chi scrive il tutto sia una delle più vergognose manifestazioni di idiozia patriottica e cripto-fascismo viste in Italia negli ultimi decenni, aggiungo un'osservazione. A margine, ma nemmeno troppo.

Guardando i telegiornali e leggendo i giornali italiani nelle ultime settimane - grossomodo dal 23 dicembre, anzi esattamente dal 23 dicembre - sembra che improvvisamente l'India sia diventata la patria dello stupro, che le donne vengano stuprate solo o soprattutto lì, che sia in atto una vera e propria emergenza. (Ai tempi dell'elezione del sindaco di Roma i campioni in carica erano i rumeni, ricordate bene, ma mica si può vincere sempre).
Dal terribile caso dello stupro di gruppo a New Delhi - raccapricciante, ma successo il 16 dicembre, ovvero quasi una settimana prima; ignorato per sei giorni e diventato notizia da prima pagina il 23 - è un bollettino di guerra giornaliero a base di violenze sessuali in ogni stato e in ogni città, con l'India all'onore delle cronache come difficilmente succede nei nostri media a visuale ridotta.

Non suoni come una minimizzazione del problema (non devo nemmeno cominciare a dire cosa penso della violenza sessuale; "Chi mi conosce lo sa", diceva Alberto Tomba), ma da quando lo stupro di una donna in un paese straniero è notizia degna di attenzione altissima per i nostri media? I media di un paese in cui ogni giorno vengono denunciate alle autorità circa tredici violenze sessuali e in cui il cosiddetto "femminicidio" è diventato (quello sì) un'emergenza difficile da ignorare, i media che ogni giorno letteralmente ignorano quello che succede nel 95% del mondo (India compresa) e che nei loro titoli e nei loro articoli veicolano una immagine della donna che, se non incoraggia, certo fornisce una discreta sponda a chi vede il genere femminile come carne a sua disposizione.

Anche tralasciando i dati ONU sulle violenze sessuali (riferiti ai soli stupri denunciati, dicono che in India si denunciano quattro volte meno stupri che in Italia, quattordici meno che negli Stati Uniti, trenta meno che in Svezia e sessanta meno che in Sudafrica), non è che c'è qualche nesso?
Non è che questa scelta delle notizie - formalmente inattaccabile, certo: ovviamente un fatto come quello di New Delhi è grave ed è degno di attenzione, ovviamente ogni stupro lo è - e questa indignazione nascondano dell'altro, e abbiano la data di scadenza stampata sopra?


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Rimandandovi alla lettura di questo post forte e chiaro di Matteo Miavaldi per Wu Ming, che racconta tutta la vicenda di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in maniera asciutta, essenziale e documentata (e per questo, assuefatti come siamo alla versione dominante sui media italiani, rischiando di sembrare paradossalmente di parte), e ribadendo come anche da parte di chi scrive il tutto sia una delle più vergognose manifestazioni di idiozia patriottica e cripto-fascismo viste in Italia negli ultimi decenni, aggiungo un'osservazione. A margine, ma nemmeno troppo.

Guardando i telegiornali e leggendo i giornali italiani nelle ultime settimane - grossomodo dal 23 dicembre, anzi esattamente dal 23 dicembre - sembra che improvvisamente l'India sia diventata la patria dello stupro, che le donne vengano stuprate solo o soprattutto lì, che sia in atto una vera e propria emergenza. (Ai tempi dell'elezione del sindaco di Roma i campioni in carica erano i rumeni, ricordate bene, ma mica si può vincere sempre).
Dal terribile caso dello stupro di gruppo a New Delhi - raccapricciante, ma successo il 16 dicembre, ovvero quasi una settimana prima; ignorato per sei giorni e diventato notizia da prima pagina il 23 - è un bollettino di guerra giornaliero a base di violenze sessuali in ogni stato e in ogni città, con l'India all'onore delle cronache come difficilmente succede nei nostri media a visuale ridotta.

Sta tutto lì, basta avere la voglia e la capacità davvero minima di andare a vedere.
Come quasi sempre capita, basta farsi domande semplici e saper trovare in giro le risposte. Basta una banalissima pagina Wikipedia, in questo caso: quella delle statistiche ONU sugli stupri. Non la Bibbia, certo, ma nemmeno Il Giornale.
Guardiamo il numero di stupri ogni centomila abitanti e fermiamoci al 2006, perché i dati indiani vanno avanti fino al 2010 ma quelli italiani finiscono lì.

India: 1.7
Italia: 7.6

Cioè, in Italia si stupra più del quadruplo che in India.
Con una progressione tra l'altro inquietante (4.7 nel 2003, 6.4 nel 2004, 6.9 nel 2005; e dati Istat dicono circa 8 nel 2010) rispetto al quasi impercettibile aumento indiano (1.6 nel 2004, idem nel 2005, 1.7 appunto nel 2006, 1.8 fisso dal 2007 al 2010).
Nulla in confronto al Sudafrica (120) e al Botswana (92.9), ma anche in confronto alle civilissime Australia (79.5) e Svezia (63.5), o al comunque soddisfacente 27.3 degli Stati Uniti d'America.

Quindi?

18/12/12

Che ce frega de Chenpeng, noi c'avemo Sandy Hook

Che bella e toccante la copertura massiccia che telegiornali e quotidiani italiani hanno dato dei tragici eventi di Newtown, Stati Uniti, dove il 14 dicembre scorso il ventenne Adam Lanza prima ha ucciso sua madre, poi si è recato alla scuola elementare di Sandy Hook e ha aperto il fuoco, uccidendo venti bambini e sei adulti, e infine si è suicidato.
Un evento triste, drammatico, assurdo. Eppure pareva di stare in un telefilm, come spesso accade quando notizie di questo genere arrivano dagli Usa. E anche in Italia, la tragica faccenda è diventata per un paio di giorni la prima notizia di ogni telegiornale o quotidiano, in un moto di commozione generale tanto umanamente giustificato quanto, purtroppo, pilotato.

La stessa mattina del 14 dicembre, giusto qualche ora prima per questioni di fusi orari, in un'altra parte del mondo succedeva quasi lo stesso. Nel villaggio (attenzione alle parole: per i nostri media, in Asia e in Africa si tratta sempre di villaggi, che fa molto terzo mondo e sottosviluppo, mai di frazioni, borgate, paesi o piccole città) di Chengpeng, Cina, il trentaseienne Min Yongjun accoltellava prima un'anziana donna residente lì vicino, quindi ventitre bambini che stavano entrando nella locale scuola elementare. Senza ucciderli, fortunatamente.
Solo che la notizia è stata praticamente assente dagli stessi telegiornali e quotidiani di cui sopra, e se è comparsa lo ha fatto in modo estremamente breve e fugace.
Solo perché da una parte ci sono stati ventotto morti e dall'altra nessuno?
O proprio perché da una parte ci sono stati ventotto morti e dall'altra nessuno?

Ora, le possibilità sono tre.
1) Nessun redattore di nessun telegiornale o quotidiano italiano tiene d'occhio le agenzie cinesi.
2) Qualcuno le tiene d'occhio, ma ha preferito tralasciare.
3) Qualcuno le tiene d'occhio, ha notato e ha segnalato, ma più in alto si è preferito passare oltre.

Dando come purtroppo probabile la prima (ci arriviamo per vie traverse in seguito) e come poco probabile la seconda (se uno deve fare quello e una cosa così gli sfugge, annamo bbene), restiamo sulla terza. Passare oltre Chengpeng vuol dire bucare due volte.
Bucare la notizia, innanzitutto: uno che entra in una scuola per uccidere bambini a destra e sinistra è una notizia, qualunque sia il luogo in cui questo succede, qualunque sia il numero dei bambini che costui effettivamente riesce a uccidere.
E bucare una coincidenza pazzesca, già notizia di per sé: la stessa cosa, lo stesso giorno, nelle due principali potenze mondiali.

Con una differenza cruciale, nelle politiche di controllo delle armi.
Assenti o quasi negli Stati Uniti, dove sostanzialmente puoi entrare in un negozio e comprarti un'arma e delle munizioni quando ti pare, in nome di un concetto di libertà personale molto largo (con relative pubblicità, tipo questa).
Molto presenti in Cina, dove la proprietà privata di armi - forse l'ultima proprietà privata ad esserlo ancora, da quelle parti... - è quasi totalmente bandita.
"La differenza fra Min Yongjun e Adam Lanza: un coltello e una pistola", ha commentato qualcuno.
"Di questi tempi, ci vuole molto per fare sembrare buono il governo cinese - piagato com'è dalla corruzione, dall'opacità e dall'effetto paralizzante degli interessi di pochi - agli occhi dei suoi cittadini. Noi ci siamo riusciti", ha commentato qualcuno.
"Essendo un paradiso di libertà, democrazia e diritti umani, che per cento anni ha dato ogni giorno lezioni di libertà, democrazia e diritti umani ad altri paesi, anche fino al punto dell'intervento armato, l'America dovrebbe darsi una calmata ed esaminare le proprie politiche di controllo delle armi", ha commentato (nello stesso pezzo citato sopra) un cittadino cinese.
Se anche siete fra coloro che aderiscono al dogma "Usa=bene, Cina=male", potete sinceramente dargli torto?

Ma oltre agli sforzi fatti per evitare di intaccare il dogma di cui sopra, e magari far sorgere nel pubblico un dubbio, anche minimo e del tutto occasionale, c'è dell'altro.
Un gioco che faccio spesso, di quelli che se non facessero incazzare sarebbero pure divertenti, è quello di sostituire i nomi. Provate con questo pezzo del Washington Post sulle killing list di presunti terroristi - tenute dall'amministrazione statunitense e vagliate personalmente dal Nobel per la pace Barack Obama - e sulla loro applicazione in giro per il mondo anche in assenza di accuse documentate.
Dove c'è scritto Stati Uniti leggete Iran, ad esempio, e immaginate.
Roba tipo "(...) the matrix lays out plans, including which U.S. naval vessels are in the vicinity and which charges the Justice Department should prepare"; ovvero, l'Iran che cattura e/o uccide in giro per il mondo persone che ha stabilito unilaterlamente essere dei terroristi, dando poi mandato al proprio ministero della giustizia di preparare delle accuse su misura. Non male, dai.
Un'altro gioco è quello di invertire le parti, e anche lì immaginare cosa succederebbe.
Un grande classico è naturalmente mettere Israele dove c'è scritto Palestina e viceversa, ma il gioco lo si può giocare anche su avvenimenti più piccoli. Tipo quello di cui stiamo parlando.
A parti invertite, zero morti negli Stati Uniti e ventotto in Cina, anche la diversa copertura dei due eventi sarebbe stata invertita? Dirette a tutto spiano dalla Cina e trafiletto, se va bene, sugli Stati Uniti? Mah.
Manca la controprova, certo, ma mi viene da dire di no.
Perché?

Perché mi sembra sia in gioco qualcosa di più sottile.
La costruzione e il consolidamento di una comunità (il concetto arriva dal fondamentale Il paese dei buoni e dei cattivi di Federica Sgaggio, citato a ripetizione da questo blog) - compattata da eventi come questo, toccata come se ad aver subito la violenza fosse stato ognuno dei suoi membri - tramite la costruzione e la diffusione di un mondo. Un mondo nostro, di fatto opposto idealmente al resto.
Un mondo fatto da una decina di stati, grossomodo: Italia, Stati Uniti d'America, Germania, Francia (ma da quando il marito di un'italiana non è più presidente molto meno), Spagna (perché ci sono i reali), Regno Unito (perché ci sono i reali), Israele, un po' di Europa in senso molto vago, ogni tanto un po' di Australia. Una parte di quello che indipendentemente dai punti cardinali chiamiamo Occidente, nemmeno tutto.
Un mondo civile, democratico e amante dei diritti umani, va da sé.
Un mondo che ha definito la sua nazione guida con guerra e dopoguerra, e che ha trovato la sua capitale morale l'undici settembre 2001.

La prima sono gli Stati Uniti, naturalmente. E sappiamo anche come.
Questo pezzo di Serge Halimi (Avere per sé la storiaArticolo completo qui), ad esempio, basta a far dubitare di tutti i libri di storia sui quali abbiamo studiato, e a far venire i brividi pensando a cosa scriveranno su Iraq, Afghanistan, Gaza, Berlusconi e quant'altro quelli dei nostri nipoti.
Il 6 giugno 2009, il presidente Barack Obama pronunciò un discorso per celebrare lo sbarco in Normandia, e più in generale la vittoria degli alleati contro i nazisti. Dedicò quattordici parole ai «Russi che subirono di certo le perdite più pesanti sul fronte dell'Est».    
È lì infatti che si trovavano 165 divisioni tedesche, e le migliori - contro 76 impegnate sul fronte dell'Ovest. I liceali francesi, britannici, americani non sentono spesso parlare della  battaglia di Kursk (luglio-agosto 1943). Eppure costò 4 milioni di uomini, rappresentò il vero punto di svolta della guerra e si concluse  con il trionfo degli eserciti sovietici, che uccisero o ferirono 500.000 soldati tedeschi al prezzo di perdite ancora più pesanti. Quasi nello stesso momento, 6.000 anglo-americani morivano durante la campagna di Sicilia. E 60.000 nel corso di tutto l'anno 1943.
"Memoria" e storia continuano a divergere con l'aiuto di Hollywood, si immaginerà presto che Berlino fu conquistata dagli americani. Nell'agosto-settembre 1944, un istituto di sondaggi - già allora - chiedeva ai parigini la cui città era appena stata liberata quale paese avesse contribuito di più alla vittoria. Verdetto: l'Unione sovietica, 61%; gli Stati uniti, 29%. Sessant'anni più tardi, lo stesso istituto pose la stessa domanda ai  francesi. Questa volta risposero così: gli Stati Uniti, 58%; l'Unione sovietica, 20%. Decennio dopo decennio, la "quotazione" dell'Armata rossa ha continuato a scendere... Il campo che  ha vinto la guerra fredda ha anche vinto la guerra delle memorie. Storia e potere sono in parte legate.
La seconda è New York, naturalmente. Ormai un brand, più che una città.
Prendete l'uragano Sandy. Lo abbiamo già detto: se una cosa del genere merita la prima pagina del giornale, la merita ovunque succeda, che rada al suolo capanne di contadini o grattacieli.
Invece, mentre Sandy devastava i Caraibi lasciando una scia di morti, dispersi e sfollati - in paesi fra l'altro enormemente più poveri degli Stati Uniti - tutti i titoli e i servizi erano su come New York si stesse preparando. Mentre quello faceva danni seri a Cuba, Haiti, Giamaica, Bahamas e Repubblica Dominicana, inviati e corrispondenti parlavano dei sacchi di sabbia per le strade di Manhattan.
Ma non solo: si è continuato a parlare quasi esclusivamente del probabile arrivo e dei possibili effetti dell'uragano a New York pure quando questo già aveva continuato a fare danni risalendo gli Stati Uniti da sud, colpendo Florida, Carolina, Virginia e Delaware. Stati Uniti batte resto del mondo, insomma, ma New York batte resto degli Stati Uniti.
Nei giorni appena passati, avete notato la stessa agitazione presso i media italiani per il tifone Bopha, che stava devastando le Filippine? Grado 5, il massimo, nella stessa scala Saffir-Simpson che classificava Sandy come grado 2, e giusto qualcosa nelle pagine degli esteri, o scrollando in basso dopo la gravidanza di Kate Middleton e la macchina di Lapo Elkann sulle strisce pedonali. Poi è stato annunciato il concerto benefico per le vittime statunitensi di Sandy del 12 dicembre al Madison Square Garden di New York, e pure quella notizia è salita più in alto di quella sulle povere Filippine. Che ad essere povere, ai nostri occhi, tanto sono abituate.
Ecco, potete pensarla come volete, ma i numeri restano numeri: o un uragano è notizia degna, o non lo è. Ma se lo è, un uragano di grado 5 lo è più di uno di grado 2.
O dell'annuncio di un concerto benefico per alcune delle vittime di quest'ultimo.

(Vogliamo continuare con l'alluvione del 2010 in Pakistan, un quinto della superficie del paese allagato, danni per 35 miliardi di dollari, circa duemila morti, sei milioni di sfollati, dieci milioni di persone costrette a bere acqua non potabile?)

A parità di notizia, insomma, se questa riguarda il mondo di cui sopra te la dico, se riguarda la sua capitale te la dico tre volte, o la gonfio, o la creo, basta che se ne parli. Possono anche essere notizie a sfondo negativo (tipo un pazzo che entra in una scuola e uccide una ventina di bambini), più che la qualità conta la quantità. L'obbiettivo è creare una familiarità, una consuetudine, farci percepire quella parte così lontana di mondo come casa nostra. Molto più che le nazioni che con noi confinano, ad esempio: qualcuno sa qualcosa della Slovenia, dell'Austria o (in un'interpretazione ampia del concetto di confine che mi sento di sposare in pieno) dell'Albania e del Montenegro? Perché quando li visitiamo ci sembrano paesi molto più stranieri degli Stati Uniti? Se quella è casa nostra, qualunque cosa succederà saremo pronti a difenderla, a stringerci forte intorno a lei insieme ai nostri pari, a sacrificare vite e risorse per lei e per quello che rappresenta.

Se la notizia riguarda invece un altro posto, non te la dico; o te la dico proprio perché non posso farne a meno, e mi fermo lì. Persino se pari non è, ma obiettivamente più grave.
Tanto, in questo grande altrove, hic sunt leones. "Non-persone", per usare la felice espressione coniata da Alessandro Dal Lago per i migranti,che provo ad applicare in questo caso anche a chi è cittadino di paesi non compresi nel nostro mondo ma difficili da ignorare (Cina, India, Iran, Brasile, Argentina, Messico, Indonesia, Nigeria, Cuba, Venezuela, Sudafrica, Egitto), o di paesi che beatamente ignoriamo e basta. Una suddivisione che la gente fa mentalmente propria, che diventa automatica e inconscia, e che tornerà utile per esempio quando dovrai farti eleggere gridando che li rimanderai a calci in culo a casa loro, quando casa loro la dovrai occupare militarmente o bombardare, quando dovrai difendere solo per la loro nazionalità due simpatici marinai in misteriosa trasferta e col grilletto facile ("Per il processo ai marò tempi indiani" dice lo strillo del telegiornale di Sky, facendo riferimento a un sottinteso che non esiste - perché mai si è sentita usare l'India come sinonimo di lentezza, nemmeno fra gli stereotipi più banali - ma che deve fare effetto per ciò che evoca, per l'oriente da cartolina coloniale che chi ascolta ha in mente. Come se i processi italiani fossero veloci, fra l'altro...).
Può davvero dispiacerci per i poveri filippini o pakistani, al di là di una generica partecipazione al loro ennesimo dramma? Di loro sentiamo parlare solo in casi come questo, e per noi diventano solo un elenco di calamità naturali ed attentati. Conosciamo uno scrittore, un attore, un cantante, uno sportivo, un comico, un politico, un cuoco, un serial killer, un pittore, un quartiere di città, un piatto tipico, un modo di dire filippino o pakistano? Quando succede qualcosa lì, la nostra esperienza non traccia alcun collegamento; non abbiamo materiale a disposizione, non è roba nostra.
Negli Stati Uniti in generale e a New York in particolare colleghiamo tutto. Quella scena geniale di Woody Allen, quelle pagine meravigliose di Jonathan Lethem all'inizio di La fortezza della solitudine, quel testo di Lou Reed o di James Murphy, quel disco dal vivo di James Brown all'Apollo Theatre, quelle altre migliaia di informazioni che accumuliamo senza saperlo da quando siamo nati.
Credendo che sia soltanto perché gli americani sono bravi, spesso bravissimi, a fare quello che fanno.

06/07/09

Colonialismo alla cinese



Leggiamo sui giornali e sentiamo nei telegiornali dei disordini scoppiati a Ürümqi, estremo nord-ovest della Cina, fra cittadini di etnia uigura e cittadini di etnia han, ovvero i cinesi. Come sempre, dall'11 settembre 2001 in qua, quando fa comodo si tratta di disordini scatenati da non meglio precisate "minoranze musulmane".

Precisiamo, invece. Gli uiguri, di religione musulmana, sono da sempre la larghissima maggioranza della popolazione dello Xinjiang. Non lo dico io, e non è necessario essere Ryszard Kapuściński per saperlo. Basta leggere un giornale ogni tanto, ricordarsi delle cose lette quando queste salgono agli onori delle cronache, oppure andare sul solito, banalissimo Wikipedia: "Lo Xinjiang o Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang è una regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese dal 1955, la cui maggioranza della popolazione è uigura (45%)".

Sono il popolo che abita quei posti da sempre, insomma, non i quattro fanatici con cinture esplosive e poster di Osama che come sempre ci vengono raccontati. Solo negli ultimi decenni gli uiguri sono stati quasi raggiunti dagli han, a causa della politica colonialista del governo di Pechino. Al quale, come a tutti i governi bisognosi di reprimere qualcosa, fa gioco la religione sbagliata degli avversari e il definirli, puntualmente, terroristi. Un lasciapassare già timbrato. Quattro uiguri sono finiti pure a Guantanamo, tanto per gradire. Ricordate?

Ancora Wikipedia: "La percentuale di cinesi di etnia Han sul totale della popolazione dello Xinjiang è cresciuta dal 6% del 1949 al dato ufficiale attuale del 40%. Questo dato non tiene conto del personale militare, dei loro familiari e dei molti lavoratori immigrati non registrati. Buona parte di questa crescita della percentuale dei cinesi Han può essere attribuita alla Xinjiang Production and Construction Corp (XPCC). La XPCC è un'organizzazione semi-militare di coloni che ha costruito fattorie, villaggi e città sparse per il territorio dello Xinjiang. La trasformazione demografica viene comunemente considerata una minaccia alla conservazione della cultura dell'etnia Uigura e di altri gruppi non-Han".

Fischiano le orecchie a qualcuno, in Terra Santa?

09/04/09

Invisibili

Vero o no, sicuramente verosimile.

"Il centro storico dell'Aquila è da abbattere e ricostruire. E questo lo dicono in tanti. I morti, i feriti e gli sfollati sono stati contati, più o meno precisamente. E questo lo dicono tutti. Adesso vi dirò qualcosa che non dice nessuno. Gli scantinati e i seminterrati del 90% del centro storico erano stati affittati. In nero. Dentro c'erano clandestini, immigrati, extracomunitari. Ammassati come bestie. Ci sono ancora." (CONTINUA)

E attenzione anche a questo blog di una donna aquilana, in diretta dalle zone colpite.

06/02/09

Stiamo lavorando per voi

Non ho buona memoria. Quando al governo c'era Prodi, il TG5 apriva ogni giorno con un inviato in diretta da Palazzo Chigi che relazionava sul tanto e utile lavoro svolto in mattinata?

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