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18/12/14

Non è successo niente

Dopo mesi di notizione sparate a tutta pagina, "terrorismo" e parole simili infilate in ogni titolo, foto minacciose di uomini mascherati e fuoco, ecco la prima pagina della cronaca di Torino e Piemonte de La Stampa, il giorno in cui cade per i quattro militanti No Tav l'accusa, appunto, di terrorismo.

Com'era la storia che la smentita deve essere pari alla notizia bla bla bla bla bla?




In compenso, nelle pagine nazionali la Busiarda mette una foto sicuramente scattata ieri durante le proteste per la condanna. Notare lo smanicato invernale del manifestante.





03/09/13

Cut the Crap






"Ah, ma esce ancora Rumore? Una volta lo compravo sempre."

Mi sento di lanciare un appello a tutti coloro che almeno una volta negli ultimi undici anni e mezzo - quelli della mia collaborazione con la testata - hanno detto a me o a qualsiasi altro collaboratore la frase di cui sopra.

Sapete chi siete.

Io e gli altri che con me hanno scritto un sacco di cose interessanti mentre voi "la carta stampata non la compro più" vi perdoniamo, se voi andate in edicola e provate a ripartire con noi.

La carta stampata, nel frattempo, pare sia diventata molto chic.

18/12/12

Che ce frega de Chenpeng, noi c'avemo Sandy Hook

Che bella e toccante la copertura massiccia che telegiornali e quotidiani italiani hanno dato dei tragici eventi di Newtown, Stati Uniti, dove il 14 dicembre scorso il ventenne Adam Lanza prima ha ucciso sua madre, poi si è recato alla scuola elementare di Sandy Hook e ha aperto il fuoco, uccidendo venti bambini e sei adulti, e infine si è suicidato.
Un evento triste, drammatico, assurdo. Eppure pareva di stare in un telefilm, come spesso accade quando notizie di questo genere arrivano dagli Usa. E anche in Italia, la tragica faccenda è diventata per un paio di giorni la prima notizia di ogni telegiornale o quotidiano, in un moto di commozione generale tanto umanamente giustificato quanto, purtroppo, pilotato.

La stessa mattina del 14 dicembre, giusto qualche ora prima per questioni di fusi orari, in un'altra parte del mondo succedeva quasi lo stesso. Nel villaggio (attenzione alle parole: per i nostri media, in Asia e in Africa si tratta sempre di villaggi, che fa molto terzo mondo e sottosviluppo, mai di frazioni, borgate, paesi o piccole città) di Chengpeng, Cina, il trentaseienne Min Yongjun accoltellava prima un'anziana donna residente lì vicino, quindi ventitre bambini che stavano entrando nella locale scuola elementare. Senza ucciderli, fortunatamente.
Solo che la notizia è stata praticamente assente dagli stessi telegiornali e quotidiani di cui sopra, e se è comparsa lo ha fatto in modo estremamente breve e fugace.
Solo perché da una parte ci sono stati ventotto morti e dall'altra nessuno?
O proprio perché da una parte ci sono stati ventotto morti e dall'altra nessuno?

Ora, le possibilità sono tre.
1) Nessun redattore di nessun telegiornale o quotidiano italiano tiene d'occhio le agenzie cinesi.
2) Qualcuno le tiene d'occhio, ma ha preferito tralasciare.
3) Qualcuno le tiene d'occhio, ha notato e ha segnalato, ma più in alto si è preferito passare oltre.

Dando come purtroppo probabile la prima (ci arriviamo per vie traverse in seguito) e come poco probabile la seconda (se uno deve fare quello e una cosa così gli sfugge, annamo bbene), restiamo sulla terza. Passare oltre Chengpeng vuol dire bucare due volte.
Bucare la notizia, innanzitutto: uno che entra in una scuola per uccidere bambini a destra e sinistra è una notizia, qualunque sia il luogo in cui questo succede, qualunque sia il numero dei bambini che costui effettivamente riesce a uccidere.
E bucare una coincidenza pazzesca, già notizia di per sé: la stessa cosa, lo stesso giorno, nelle due principali potenze mondiali.

Con una differenza cruciale, nelle politiche di controllo delle armi.
Assenti o quasi negli Stati Uniti, dove sostanzialmente puoi entrare in un negozio e comprarti un'arma e delle munizioni quando ti pare, in nome di un concetto di libertà personale molto largo (con relative pubblicità, tipo questa).
Molto presenti in Cina, dove la proprietà privata di armi - forse l'ultima proprietà privata ad esserlo ancora, da quelle parti... - è quasi totalmente bandita.
"La differenza fra Min Yongjun e Adam Lanza: un coltello e una pistola", ha commentato qualcuno.
"Di questi tempi, ci vuole molto per fare sembrare buono il governo cinese - piagato com'è dalla corruzione, dall'opacità e dall'effetto paralizzante degli interessi di pochi - agli occhi dei suoi cittadini. Noi ci siamo riusciti", ha commentato qualcuno.
"Essendo un paradiso di libertà, democrazia e diritti umani, che per cento anni ha dato ogni giorno lezioni di libertà, democrazia e diritti umani ad altri paesi, anche fino al punto dell'intervento armato, l'America dovrebbe darsi una calmata ed esaminare le proprie politiche di controllo delle armi", ha commentato (nello stesso pezzo citato sopra) un cittadino cinese.
Se anche siete fra coloro che aderiscono al dogma "Usa=bene, Cina=male", potete sinceramente dargli torto?

Ma oltre agli sforzi fatti per evitare di intaccare il dogma di cui sopra, e magari far sorgere nel pubblico un dubbio, anche minimo e del tutto occasionale, c'è dell'altro.
Un gioco che faccio spesso, di quelli che se non facessero incazzare sarebbero pure divertenti, è quello di sostituire i nomi. Provate con questo pezzo del Washington Post sulle killing list di presunti terroristi - tenute dall'amministrazione statunitense e vagliate personalmente dal Nobel per la pace Barack Obama - e sulla loro applicazione in giro per il mondo anche in assenza di accuse documentate.
Dove c'è scritto Stati Uniti leggete Iran, ad esempio, e immaginate.
Roba tipo "(...) the matrix lays out plans, including which U.S. naval vessels are in the vicinity and which charges the Justice Department should prepare"; ovvero, l'Iran che cattura e/o uccide in giro per il mondo persone che ha stabilito unilaterlamente essere dei terroristi, dando poi mandato al proprio ministero della giustizia di preparare delle accuse su misura. Non male, dai.
Un'altro gioco è quello di invertire le parti, e anche lì immaginare cosa succederebbe.
Un grande classico è naturalmente mettere Israele dove c'è scritto Palestina e viceversa, ma il gioco lo si può giocare anche su avvenimenti più piccoli. Tipo quello di cui stiamo parlando.
A parti invertite, zero morti negli Stati Uniti e ventotto in Cina, anche la diversa copertura dei due eventi sarebbe stata invertita? Dirette a tutto spiano dalla Cina e trafiletto, se va bene, sugli Stati Uniti? Mah.
Manca la controprova, certo, ma mi viene da dire di no.
Perché?

Perché mi sembra sia in gioco qualcosa di più sottile.
La costruzione e il consolidamento di una comunità (il concetto arriva dal fondamentale Il paese dei buoni e dei cattivi di Federica Sgaggio, citato a ripetizione da questo blog) - compattata da eventi come questo, toccata come se ad aver subito la violenza fosse stato ognuno dei suoi membri - tramite la costruzione e la diffusione di un mondo. Un mondo nostro, di fatto opposto idealmente al resto.
Un mondo fatto da una decina di stati, grossomodo: Italia, Stati Uniti d'America, Germania, Francia (ma da quando il marito di un'italiana non è più presidente molto meno), Spagna (perché ci sono i reali), Regno Unito (perché ci sono i reali), Israele, un po' di Europa in senso molto vago, ogni tanto un po' di Australia. Una parte di quello che indipendentemente dai punti cardinali chiamiamo Occidente, nemmeno tutto.
Un mondo civile, democratico e amante dei diritti umani, va da sé.
Un mondo che ha definito la sua nazione guida con guerra e dopoguerra, e che ha trovato la sua capitale morale l'undici settembre 2001.

La prima sono gli Stati Uniti, naturalmente. E sappiamo anche come.
Questo pezzo di Serge Halimi (Avere per sé la storiaArticolo completo qui), ad esempio, basta a far dubitare di tutti i libri di storia sui quali abbiamo studiato, e a far venire i brividi pensando a cosa scriveranno su Iraq, Afghanistan, Gaza, Berlusconi e quant'altro quelli dei nostri nipoti.
Il 6 giugno 2009, il presidente Barack Obama pronunciò un discorso per celebrare lo sbarco in Normandia, e più in generale la vittoria degli alleati contro i nazisti. Dedicò quattordici parole ai «Russi che subirono di certo le perdite più pesanti sul fronte dell'Est».    
È lì infatti che si trovavano 165 divisioni tedesche, e le migliori - contro 76 impegnate sul fronte dell'Ovest. I liceali francesi, britannici, americani non sentono spesso parlare della  battaglia di Kursk (luglio-agosto 1943). Eppure costò 4 milioni di uomini, rappresentò il vero punto di svolta della guerra e si concluse  con il trionfo degli eserciti sovietici, che uccisero o ferirono 500.000 soldati tedeschi al prezzo di perdite ancora più pesanti. Quasi nello stesso momento, 6.000 anglo-americani morivano durante la campagna di Sicilia. E 60.000 nel corso di tutto l'anno 1943.
"Memoria" e storia continuano a divergere con l'aiuto di Hollywood, si immaginerà presto che Berlino fu conquistata dagli americani. Nell'agosto-settembre 1944, un istituto di sondaggi - già allora - chiedeva ai parigini la cui città era appena stata liberata quale paese avesse contribuito di più alla vittoria. Verdetto: l'Unione sovietica, 61%; gli Stati uniti, 29%. Sessant'anni più tardi, lo stesso istituto pose la stessa domanda ai  francesi. Questa volta risposero così: gli Stati Uniti, 58%; l'Unione sovietica, 20%. Decennio dopo decennio, la "quotazione" dell'Armata rossa ha continuato a scendere... Il campo che  ha vinto la guerra fredda ha anche vinto la guerra delle memorie. Storia e potere sono in parte legate.
La seconda è New York, naturalmente. Ormai un brand, più che una città.
Prendete l'uragano Sandy. Lo abbiamo già detto: se una cosa del genere merita la prima pagina del giornale, la merita ovunque succeda, che rada al suolo capanne di contadini o grattacieli.
Invece, mentre Sandy devastava i Caraibi lasciando una scia di morti, dispersi e sfollati - in paesi fra l'altro enormemente più poveri degli Stati Uniti - tutti i titoli e i servizi erano su come New York si stesse preparando. Mentre quello faceva danni seri a Cuba, Haiti, Giamaica, Bahamas e Repubblica Dominicana, inviati e corrispondenti parlavano dei sacchi di sabbia per le strade di Manhattan.
Ma non solo: si è continuato a parlare quasi esclusivamente del probabile arrivo e dei possibili effetti dell'uragano a New York pure quando questo già aveva continuato a fare danni risalendo gli Stati Uniti da sud, colpendo Florida, Carolina, Virginia e Delaware. Stati Uniti batte resto del mondo, insomma, ma New York batte resto degli Stati Uniti.
Nei giorni appena passati, avete notato la stessa agitazione presso i media italiani per il tifone Bopha, che stava devastando le Filippine? Grado 5, il massimo, nella stessa scala Saffir-Simpson che classificava Sandy come grado 2, e giusto qualcosa nelle pagine degli esteri, o scrollando in basso dopo la gravidanza di Kate Middleton e la macchina di Lapo Elkann sulle strisce pedonali. Poi è stato annunciato il concerto benefico per le vittime statunitensi di Sandy del 12 dicembre al Madison Square Garden di New York, e pure quella notizia è salita più in alto di quella sulle povere Filippine. Che ad essere povere, ai nostri occhi, tanto sono abituate.
Ecco, potete pensarla come volete, ma i numeri restano numeri: o un uragano è notizia degna, o non lo è. Ma se lo è, un uragano di grado 5 lo è più di uno di grado 2.
O dell'annuncio di un concerto benefico per alcune delle vittime di quest'ultimo.

(Vogliamo continuare con l'alluvione del 2010 in Pakistan, un quinto della superficie del paese allagato, danni per 35 miliardi di dollari, circa duemila morti, sei milioni di sfollati, dieci milioni di persone costrette a bere acqua non potabile?)

A parità di notizia, insomma, se questa riguarda il mondo di cui sopra te la dico, se riguarda la sua capitale te la dico tre volte, o la gonfio, o la creo, basta che se ne parli. Possono anche essere notizie a sfondo negativo (tipo un pazzo che entra in una scuola e uccide una ventina di bambini), più che la qualità conta la quantità. L'obbiettivo è creare una familiarità, una consuetudine, farci percepire quella parte così lontana di mondo come casa nostra. Molto più che le nazioni che con noi confinano, ad esempio: qualcuno sa qualcosa della Slovenia, dell'Austria o (in un'interpretazione ampia del concetto di confine che mi sento di sposare in pieno) dell'Albania e del Montenegro? Perché quando li visitiamo ci sembrano paesi molto più stranieri degli Stati Uniti? Se quella è casa nostra, qualunque cosa succederà saremo pronti a difenderla, a stringerci forte intorno a lei insieme ai nostri pari, a sacrificare vite e risorse per lei e per quello che rappresenta.

Se la notizia riguarda invece un altro posto, non te la dico; o te la dico proprio perché non posso farne a meno, e mi fermo lì. Persino se pari non è, ma obiettivamente più grave.
Tanto, in questo grande altrove, hic sunt leones. "Non-persone", per usare la felice espressione coniata da Alessandro Dal Lago per i migranti,che provo ad applicare in questo caso anche a chi è cittadino di paesi non compresi nel nostro mondo ma difficili da ignorare (Cina, India, Iran, Brasile, Argentina, Messico, Indonesia, Nigeria, Cuba, Venezuela, Sudafrica, Egitto), o di paesi che beatamente ignoriamo e basta. Una suddivisione che la gente fa mentalmente propria, che diventa automatica e inconscia, e che tornerà utile per esempio quando dovrai farti eleggere gridando che li rimanderai a calci in culo a casa loro, quando casa loro la dovrai occupare militarmente o bombardare, quando dovrai difendere solo per la loro nazionalità due simpatici marinai in misteriosa trasferta e col grilletto facile ("Per il processo ai marò tempi indiani" dice lo strillo del telegiornale di Sky, facendo riferimento a un sottinteso che non esiste - perché mai si è sentita usare l'India come sinonimo di lentezza, nemmeno fra gli stereotipi più banali - ma che deve fare effetto per ciò che evoca, per l'oriente da cartolina coloniale che chi ascolta ha in mente. Come se i processi italiani fossero veloci, fra l'altro...).
Può davvero dispiacerci per i poveri filippini o pakistani, al di là di una generica partecipazione al loro ennesimo dramma? Di loro sentiamo parlare solo in casi come questo, e per noi diventano solo un elenco di calamità naturali ed attentati. Conosciamo uno scrittore, un attore, un cantante, uno sportivo, un comico, un politico, un cuoco, un serial killer, un pittore, un quartiere di città, un piatto tipico, un modo di dire filippino o pakistano? Quando succede qualcosa lì, la nostra esperienza non traccia alcun collegamento; non abbiamo materiale a disposizione, non è roba nostra.
Negli Stati Uniti in generale e a New York in particolare colleghiamo tutto. Quella scena geniale di Woody Allen, quelle pagine meravigliose di Jonathan Lethem all'inizio di La fortezza della solitudine, quel testo di Lou Reed o di James Murphy, quel disco dal vivo di James Brown all'Apollo Theatre, quelle altre migliaia di informazioni che accumuliamo senza saperlo da quando siamo nati.
Credendo che sia soltanto perché gli americani sono bravi, spesso bravissimi, a fare quello che fanno.

17/09/12

Con quella faccia un po' così










Una volta era la gente a parlare (o ad aspirare di) come i giornali e come la televisione. Senza arrivare ai corsi di italiano via teleschermo del maestro Manzi in "Non è mai troppo tardi", bastava l'esempio dei giornalisti. Gente che arrivava lì perché sapeva parlare, aveva un vocabolario vasto e lo usava nel modo più appropriato. "Parli come uno della televisione", si diceva.

Oggi, per uno dei tanti ribaltamenti (di senso, di prospettiva, di significato) che hanno investito l'Italia e i suoi meccanismi comunicativi negli ultimi due decenni, sembra succeda il contrario.
In una sorta di telefono senza fili disastroso, sembra siano tv e giornali a parlare come la gente, ad andare appresso a un parlare comune che la gente stessa ha acquisito dai mezzi di comunicazione, per poi plasmarlo a proprio piacimento e attraverso le scorciatoie più a portata di mano. Forse era meglio prima.

Prendete la parola "extracomunitario", ad esempio.
Un tecnicismo, sulla carta. Una roba da legislatori e da pignoli che accomuna senegalesi e statunitensi (en passant: cominciamo a chiamarli così e non americani?), marocchini e svizzeri, australiani e cinesi, russi e nigeriani.
Ma una parola che nei mezzi di comunicazione italiani ha avuto fin dalla sua comparsa un uso limitativo, riservato esclusivamente a una piccola parte di coloro così definibili. "Extracomunitari" non sono tutti i cittadini di paesi non facenti parte dell'Unione Europea (en passant: da un bel po' ormai si chiama così e non più Comunità Europea, forse conviene aggiornarsi. Extraunitari? Extraunionisti?), ma solo quelli che cercano di entrarci, nell'Unione Europea.
I poveri.

Un uso razzista, dunque. Dove il razzismo in gioco non è tanto quello da manuale del bianco verso il nero, quanto quello ben più difficile da estirpare del ricco verso il povero, o del povero verso il più povero ancora.
Una parola che quindi ha avuto da subito un significato acquisito dall'uso: per l'italiano medio, "extracomunitari" sono gli stranieri, anzi un sottoinsieme degli stranieri. Quelli percepiti come più inclini alla delinquenza comune, alla clandestinità (come se la clandestinità fosse una scelta), allo spaccio, allo stupro.
Gli africani. Marocchini, senegalesi, nigeriani.
Non i cinesi, ad esempio, che in Italia sono tantissimi ma che sono benestanti, e probabilmente per questo ci fanno davvero paura. Di fronte a loro l'italiano abbassa la cresta: avete mai sentito definire "extracomunitario" un cinese? Difficile, ma in compenso avrete sicuramente sentito definire "extracomunitario" un rumeno, anche dopo l'ingresso della Romania nell'Unione.
"Extracomunitario" da cavillo burocratico diventa nazionalità, e insulto.

Oggi assistiamo a un ulteriore slittamento semantico. Orribile.
Nell'articoletto di cui sopra, apparso oggi sul sito di Repubblica (e qualche ora dopo aggiornato con le generalità dell'uomo, che di fatto hanno reso "tagliabile" la frase in questione), si legge:

Non si conosce ancora l'identità dell'uomo, che pare essere extracomunitario.

Dopo essere diventato sinonimo di "straniero", anzi solo di qualche esemplare di "straniero" particolarmente sgradito, il termine diventa anche connotazione fisica, descrizione dei tratti somatici di una persona.
Non "pare essere nordafricano", dunque, ma "pare essere extracomunitario".
Li si riconosce a vista, meglio.

(Segnalo anche l'evidente carenza di un approccio simile man mano che gli anni passano, e la società italiana si fa grazie al cielo più varia e meticcia: se il morto fosse stato uno degli ormai numerosissimi italiani figli di nordafricani, seguendo questa logica, avrebbero scritto lo stesso "extracomunitario"?)

14/01/12

Impaginazione


Qualche osservazione.

1) Lo hanno già detto in molti, mi aggiungo pure io. Pisciare su chi hai appena ucciso non è bello, certo. Ma il fatto che in primo luogo i marines si trovino lì (pare in Afghanistan), e che in secondo luogo abbiano appena ucciso quelle persone (presunti Taliban, dicono, ma d'altronde ogni arabo è un "presunto Taliban" quando la mano prude) non pare scandalizzare altrettanto. E invece a me pare molto più grave.
Così come nel caso di Abu Ghraib mi pare più grave che un esercito occupante gestisse e riempisse di "nemici" un carcere in una città occupata, più di quanto non lo fossero le torture e le sevizie inflitte ai detenuti del carcere stesso. Quelle succedono persino ad Asti, fate un po' voi.

2) Ingrandendo l'immagine, potete notare un classico meccanismo giornalistico, un caso da manuale che dimostra come titoli e impaginazione siano molto più determinanti nel formare l'opinione di quanto non lo sia l'effettivo contenuto degli articoli.
La notizia nel pezzo a destra ("Al Qaeda minaccia") non ha nulla a che vedere con quella principale: marines che pisciano su cadaveri arabi da una parte, sequestratori che minacciano di uccidere degli ostaggi in caso di operazioni militari per liberarli dall'altra.
Ma ne ha leggendo solo i titoli e facendo uno più uno: i marines pisciano sui soldati? Al Qaeda risponde minacciando di uccidere i suoi ostaggi (fonte: boh; forse uno degli ormai leggendari "forum frequentati da estremisti islamici"). E ne ha nella percezione comune che grazie a impaginazioni come questa si è cementata nella testa della gente: arabi da una parte, arabi dall'altra, notizie di guerra - della guerra a 360° in cui siamo entrati l'11 settembre - entrambe.
Serve a non sbilanciarsi troppo da una parte, a fornire sempre un contrappeso seppur piccolo a qualcosa che potrebbe altrimenti spostare troppo l'opinione della propria comunità di lettori (Il paese dei buoni e dei cattivi di Federica Sgaggio, in confronto alla quale io sono solo un aspirante pignolo, ve l'ho già raccomandato vero?). Serve a ricordarci che sì, i marines magari sono stati cattivi a pisciare sui cadaveri dei nemici, ma se erano lì e li hanno uccisi un motivo comunque c'è.

3) Se in cima scrivi "Mali", poi all'inizio del pezzo non mettere "Nouakchott", che è la capitale della Mauritania.

4) Mi piace pensare che il tardivo ma benvenuto adeguamento linguistico al resto del mondo, ovvero il passaggio all'uso del termine Taliban in luogo del solito Talebani (da leggersi con quattro b, possibilmente), sia merito di un amico recentemente entrato in redazione a Repubblica. Mi pare sia alla cronaca, ora che ci penso, ma forse passava di lì.

15/03/11

Il fantastico quattro


Mi piacerebbe commentare a fondo il fatto che la Regione Veneto abbia un "assessore alla protezione civile, immigrazione, identità e caccia". Mi piacerebbe fantasticare su chi abbia riunito in una sola figura proprio quelle quattro deleghe, e sul perchè. Sull'ordine in cui andrebbero lette e su come vadano comunque a comporre quasi una trama, un plot da fine impero in cui alle parole sono stati trovati significati diversi e più convenienti.
Ma non ho molto tempo e, sotto sotto, temo che ogni possibile commento rovinerebbe una notizia che già da sola mi pare sufficientemente significativa e, come dire, evocativa.

05/10/10

Scommettiamo che


Come previsto, la casa di Montecarlo e il fallito attentato a Maurizio Belpietro sono letteralmente scomparsi dalle prime pagine dei giornali e dei telegiornali italiani. Roba buona per tappare buchi nelle pagine della politica o della cronaca, dopo il voto di fiducia al governo (nel primo caso) e probabilmente dopo le ombre di patacca (nel secondo).
La riflessione ora non è tanto sulla produzione mirata di queste notizie, e sulla loro messa in circolo tramite i media controllati da Silvio Berlusconi. Sono abitudini che purtroppo conosciamo, comuni a ogni regime quale che sia il suo grado di morbidezza, e finchè chi possiede televisioni e giornali potrà fare il Presidente del Consiglio continueranno ad esistere.

La riflessione riguarda piuttosto le testate e e le televisioni "serie", quelle schierate più o meno apertamente contro Arcore e quelle invece "neutrali", se il termine ha ancora un briciolo di senso. Bene, anche questi giornali e televisioni hanno coperto la vicenda Montecarlo (lasciamo stare il vile agguato al giornalista libero Belpietro, che dite?) fino all'ultimo centimetro, non perdendo una virgola di ogni dichiarazione in tema di qualunque uomo politico, portavoce, sottosegretario, velinaro, passante.
La vera notizia non è che tutti questi signori abbiano smesso di occuparsene all'improvviso, ma è piuttosto che se ne siano occupati prima. O no?
Una casa di Alleanza Nazionale che Fini avrebbe venduto a basso prezzo a una società offshore con dietro suo cognato, invece di darla al Popolo delle Libertà. Immaginate Rutelli che, al momento della nascita del Partito Democratico, vende a basso prezzo una casa della Margherita a una società offshore con dietro suo cognato, invece di darla al nuovo partito.
Sai che titoloni.

(Tra l'altro: la parola chiave in tutta la vicenda è "Montecarlo" e basta. Se i cinquanta metri quadri fossero stati a Cuneo o a Foggia, pensate che se ne sarebbe parlato così tanto e a lungo? Conta il fascino che la parola ancora esercita sugli italiani, l'aura mitica del Grand Prix e del torneo di tennis, di posto dove vanno i ricchi e chi non vuole pagare le tasse, dove si pasteggia a champagne e dove i Vanzina hanno girato almeno un film. Montecarlo è la parola chiave e al tempo stesso la prova provata che il tutto è stato prodotto in laboratorio, o che quantomeno al Giornale e a Libero abbiano aspettato fino a quando, tra le varie case che magari Tulliani ha, ne fosse venuta fuori una in un posto con almeno un po' di charme da poveracci. All'elettore di Berlusconi che vede il TG1 o legge il Giornale non interessano i particolari, e non è il caso di sbattersi troppo per farglieli sapere; l'importante è che pensi, e dica al bar, che "Fini parla parla, ma intanto si è fatto la casa a Montecarlo". Anche se Silvio ha decine di società offshore e altrettante case in località belle e costose quanto Montecarlo, naturalmente. Conta l'associazione di idee immediata, come sempre. Solo quella).

E invece vai di titoloni, dalla Repubblica alla Stampa al Corriere a Mentana e via a scendere.
E non ci dicano che se ne sono occupati perchè si capiva che erano manovre significative dal punto di vista politico, che era chiaramente la maniera di Berlusconi per mettere Fini con le spalle al muro, che documentavano in diretta l'ormai celebre "macchina del fango": bisognava dichiararlo, altrimenti non vale. Bisognava mandare gli inviati nella redazione del Giornale, non a Montecarlo a inquadrare il citofono con scritto Tulliani.

Per questo, perchè quello che non va sta a mio avviso a monte e non a valle, ritorno ad accarezzare un pensiero che mi gira in testa da tempo. Una modesta proposta. Estrema, se volete, perchè è giusto vigilare sempre e denunciare quando qualcuno cerca di piegare leggi e regole a suo piacimento. Ma tanto non è che facendolo le cose vadano così meravigliosamente bene.
Diciamo che è una provocazione, se preferite: per una settimana, a meno che non salga al Quirinale con l'esercito e un berretto da Napoleone in testa o cose del genere, tutti i media non riconducibili direttamente o indirettamente a Berlusconi non parlano di Berlusconi.

Processi esclusi, riuscite a immaginare un modo per colpirlo più nel vivo?
Scommettiamo che gli manca l'aria dopo un giorno?

16/07/10

Lettere al direttore



(Su questo numero di Internazionale)

Da: andrea@love-boat.org
Oggetto: Tom Petty, musica, noto, ignoto
Data: 11 luglio 2010 12:09:12 GMT+02:00
A: posta@internazionale.it

Al lettore Edoardo, che sul numero 854 scrive lamentandosi di come le pagine musicali di Internazionale parlino di artisti poco conosciuti e poco "giovanili", vorrei fare fare due osservazioni, da appassionato di musica e da giornalista musicale.
Uno: pensare ai lettori giovani non significa solo parlare di artisti altrettanto o più giovani. Anzi!
Due: piaccia o meno Tom Petty, se su tredici amici ne hai trovati solo tre che lo conoscevano, significa che la direzione è quella giusta. Spero che il prossimo nome recensito lo conoscano solo in due, e quello dopo non lo conosca nessuno. I giornali (o i DJ, o le trasmisisoni radio, o le trasmisisoni tv se ci fossero...) servono esattamente a questo. Sai che noia, un giornale che parla solo di cose che conosci.
L'ignoto è molto più interessante del noto. Se sia meglio o peggio, o diverso, è bello scoprirlo.

Andrea Pomini

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