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17/09/12

Con quella faccia un po' così










Una volta era la gente a parlare (o ad aspirare di) come i giornali e come la televisione. Senza arrivare ai corsi di italiano via teleschermo del maestro Manzi in "Non è mai troppo tardi", bastava l'esempio dei giornalisti. Gente che arrivava lì perché sapeva parlare, aveva un vocabolario vasto e lo usava nel modo più appropriato. "Parli come uno della televisione", si diceva.

Oggi, per uno dei tanti ribaltamenti (di senso, di prospettiva, di significato) che hanno investito l'Italia e i suoi meccanismi comunicativi negli ultimi due decenni, sembra succeda il contrario.
In una sorta di telefono senza fili disastroso, sembra siano tv e giornali a parlare come la gente, ad andare appresso a un parlare comune che la gente stessa ha acquisito dai mezzi di comunicazione, per poi plasmarlo a proprio piacimento e attraverso le scorciatoie più a portata di mano. Forse era meglio prima.

Prendete la parola "extracomunitario", ad esempio.
Un tecnicismo, sulla carta. Una roba da legislatori e da pignoli che accomuna senegalesi e statunitensi (en passant: cominciamo a chiamarli così e non americani?), marocchini e svizzeri, australiani e cinesi, russi e nigeriani.
Ma una parola che nei mezzi di comunicazione italiani ha avuto fin dalla sua comparsa un uso limitativo, riservato esclusivamente a una piccola parte di coloro così definibili. "Extracomunitari" non sono tutti i cittadini di paesi non facenti parte dell'Unione Europea (en passant: da un bel po' ormai si chiama così e non più Comunità Europea, forse conviene aggiornarsi. Extraunitari? Extraunionisti?), ma solo quelli che cercano di entrarci, nell'Unione Europea.
I poveri.

Un uso razzista, dunque. Dove il razzismo in gioco non è tanto quello da manuale del bianco verso il nero, quanto quello ben più difficile da estirpare del ricco verso il povero, o del povero verso il più povero ancora.
Una parola che quindi ha avuto da subito un significato acquisito dall'uso: per l'italiano medio, "extracomunitari" sono gli stranieri, anzi un sottoinsieme degli stranieri. Quelli percepiti come più inclini alla delinquenza comune, alla clandestinità (come se la clandestinità fosse una scelta), allo spaccio, allo stupro.
Gli africani. Marocchini, senegalesi, nigeriani.
Non i cinesi, ad esempio, che in Italia sono tantissimi ma che sono benestanti, e probabilmente per questo ci fanno davvero paura. Di fronte a loro l'italiano abbassa la cresta: avete mai sentito definire "extracomunitario" un cinese? Difficile, ma in compenso avrete sicuramente sentito definire "extracomunitario" un rumeno, anche dopo l'ingresso della Romania nell'Unione.
"Extracomunitario" da cavillo burocratico diventa nazionalità, e insulto.

Oggi assistiamo a un ulteriore slittamento semantico. Orribile.
Nell'articoletto di cui sopra, apparso oggi sul sito di Repubblica (e qualche ora dopo aggiornato con le generalità dell'uomo, che di fatto hanno reso "tagliabile" la frase in questione), si legge:

Non si conosce ancora l'identità dell'uomo, che pare essere extracomunitario.

Dopo essere diventato sinonimo di "straniero", anzi solo di qualche esemplare di "straniero" particolarmente sgradito, il termine diventa anche connotazione fisica, descrizione dei tratti somatici di una persona.
Non "pare essere nordafricano", dunque, ma "pare essere extracomunitario".
Li si riconosce a vista, meglio.

(Segnalo anche l'evidente carenza di un approccio simile man mano che gli anni passano, e la società italiana si fa grazie al cielo più varia e meticcia: se il morto fosse stato uno degli ormai numerosissimi italiani figli di nordafricani, seguendo questa logica, avrebbero scritto lo stesso "extracomunitario"?)

02/01/12

Toponomastica


Giusto un paio di osservazioni, non tanto sul proliferare in tutta Italia di vie e piazze dedicate ai fatti di Nassiriya (dovendo per forza italianizzare, si scriverebbe comunque Nasiriyya, ma vabbè...), quanto sui salti mortali linguistici e di significato che questo cartello nel quale mi imbatto ogni volta che mi reco alla stazione di Bra riesce a inanellare nel breve spazio di una decina di parole. Salti mortali che possono essere imputati al pressapochismo, o a una precisa volontà. Cambia poco, di solito uno è la scusa o il braccio dell'altra.

"Carabinieri", dice.
Se ci si riferisce - come è abbastanza lecito presuppore, trattandosi del primo attentato (perdonate le mille parentesi, ma già definire "attentato" un atto di guerra di forze locali contro una potenza occupante in una zona di guerra è decisamente poco obbiettivo) alla base italiana della città, quello entrato nel sentire comune e al quale tutti pensano quando si parla di Nasiriyya - all'attentato del 12 novembre 2003, mi tocca ricordare all'assessore o a chi per lui che in quell'occasione morirono, anzi caddero, 28 persone.
9 erano irachene, la toponomastica se ne frega e purtroppo ci siamo pure abituati. La pagina italiana di Wikipedia dalla quale prendiamo questi dati non riporta nemmeno i loro nomi. Così come i senegalesi uccisi a Firenze per la maggior parte dei media nazionali sono, appunto, "i senegalesi uccisi a Firenze", e non Samb Modou e Diop Mor.
Delle altre italianissime 19, però, solo 12 erano Carabinieri. Altri 5 erano militari dell'Esercito (sarà che il termine "Carabinieri" si è trasformato in generico per "membri di un qualunque corpo delle forze dell'ordine", come "jeep"?) e altri 2 erano addirittura civili, il cooperatore internazionale Marco Beci e il regista Stefano Rolla.
Se ci si riferisce invece all'attentato del 27 aprile 2006, anche qui i cinque caduti non sono solo Carabinieri: uno è un caporale della polizia militare rumena, un altro addirittura un capitano dell'Esercito Italiano.
Se ci si riferisce infine all'attentato del 5 giugno 2006, il caduto è sì un Carabiniere, ma uno solo. Quindi niente plurale, mi pare.
Si intitola quindi la piazza ai 16 (12+3+1) carabinieri caduti in totale nei tre attentati, e solo a loro?
Bastava leggere i giornali di quei giorni, nessuno al comune di Bra si è informato? O i Carabineri pesano più degli altri, anche da morti?

"Forze di pace operanti all'estero", dice.
Di solito strade e piazze si intitolano ai morti. Anche prendendoli un po' a casaccio, come sopra, ma ai morti. In questo caso, invece, si mettono le mani avanti in maniera clamorosa e totalmente politicizzata.
Innanzitutto, si tratta naturalmente di "forze di pace"; ormai non se ne discute nemmeno più, e l'equilibrismo lessicale è dato per assodato. L'Italia ha un esercito, e pure grosso e costoso e sempre bisognoso di nuovi stanziamenti, ma non è mai in guerra con nessuno. Perché non cambiano nome anche all'Esercito Italiano, a questo punto?
Inoltre, noi cittadini siamo con queste forze, con tutte. Quelle cadute, certo. Quelle passate. Ma anche quelle presenti e - nessuno sulla pietra fotografata specifica il contrario - quelle future. Noi siamo con loro fin da ora, senza possibilità di discussione, senza eccezioni, senza decidere di volta in volta se quella determinata "missione di pace" sarà giusta o sbagliata. Saranno tutte giuste. Perché quando si tratta "dei nostri ragazzi" è come quando gioca la Nazionale.
E se la piazza - un orribile misto fra un parcheggio e una fermata di autobus di linea, fra l'altro - la intitola un'amministrazione di centro-destra, non sarà certo una di centro-sinistra a cambiarne la denominazione.

26/09/11

"Come ti gira dopo un colpo di pistola/Ti vedo un po' a corto di numeri"



















"Non ho chiuso il bar perchè non mi è sembrato opportuno - ha detto la titolare Pierina Giani - si è trattato di una fatto certo grave, ma voluto dalla signora. Mi spiace molto, era una donna gentile che da anni la domenica faceva colazione da noi, si sedeva al tavolo, consumava, dava la mancia e usciva. Ma perchè chiudere il bar? Aspettavo per pranzo 100 turisti in arrivo da Milano ed il locale era pieno di gente. Io devo pensare al locale, a pagare i dipendenti, e poi forse la signora avrebbe preferito questa riservatezza".

Nel delirio totale di questa dichiarazione - resa ai giornali dalla titolare del famoso bar torinese in cui questa mattina una donna si è chiusa in bagno e si è sparata, per spiegare la mancata chiusura del bar stesso - c'è una cosa che trovo particolarmente delirante.

"Devo pensare a pagare i dipendenti".
L'accenno buttato lì, la frase-chiave sentita mille volte alla tv in questi tempi grami e ripetuta ad arte sapendo che nessuno, a quel punto, avrà da ribattere.
Pericolosa, molto pericolosa.
La signora Giani vuole forse dire che chiudendo il bar per un paio d'ore, mossa da umana pietà o anche solo da buonsenso (per fare lavorare meglio polizia e ambulanza...), il mancato incasso sarebbe stato in qualche maniera diretta o indiretta scontato dai baristi e dai camerieri?
I suoi lavorano forse a cottimo, a cappuccini serviti e tramezzini riempiti, o hanno invece uno stipendio, in regola o in nero che esso sia, e quello stipendio alla fine del mese incassano?
Vi immaginate il vostro datore di lavoro che al momento di darvi la busta paga vi dice così: "Quel giorno siamo stati chiusi perché una si è sparata nel nostro bagno (o perchè si è allagata la cucina, o perchè si è rotta la serratura della saracinesca) e quindi ti pago di meno"?
Il rischio d'impresa è dell'imprenditore, non del dipendente. Quando l'impresa fa utili, la signora Giani non chiama i baristi e i camerieri per dividerli.

29/09/10

Niente sesso, siamo piemontesi


Strano posto l'Italia di oggi.
Pensate a tutto quello che riguarda il corpo, il sesso, il pudore.
Da un lato, è concesso tutto: si vendono contratti telefonici con i culi e profumi con le tette, si mandano in onda inquadrature da film porno nei programmi per ragazzi del pomeriggio, non si parla che di quello.
Dall'altro, ci si vergogna di scrivere "mutande", "mutandine" o "slip".

09/05/10

Welcome to the jungle

Ci risiamo. Come nel caso del giovane ghanese - ma non si dirà mica ghaniano? - picchiato dai vigili urbani a Parma perchè "scambiato per uno spacciatore" (ne parlammo qui), un'altra volta assistiamo a un episodio di violenza gratuita da parte delle forze dell'ordine, e notiamo come il primo commento sia nuovamente lo stesso: lo avevano scambiato per un tifoso di calcio, proveniente dal vicino stadio Olimpico di Roma dopo gli scontri del derby.
Di nuovo, come dire: non è sbagliato il loro comportamento, hanno sbagliato persona.
Addirittura la famiglia stessa del ragazzo - e se questo non è segno dell'avere interiorizzato come scontato il fatto che con la divisa puoi fare quello che vuoi a chiunque, ditemi voi cosa lo è - parla di "Un pestaggio gratuito, frutto di un marchiano errore".
Ma dieci o venti celerini che circondano un ragazzo e lo menano, e poi lo portano via e lo menano ancora, non sono sempre un "marchiano errore", qualunque cosa abbia fatto il ragazzo?

15/03/10

Vocabolario / 1



Sms da un amico:

"Appena si disturba il pensiero dominante si urla 'Fuori la politica dagli stadi'. Poi la Polverini va in Curva Nord. Guarda le foto sul sito de La Stampa..."

Dizionario della lingua italiana, ultimo aggiornamento:

"Politica (es. "Sentenza politica", "Magistratura politicizzata", "Trasmissioni televisive politicizzate", "Tenere fuori la politica dagli stadi"): di sinistra"
"Apolitico: di destra"

PS - Ha portato anche molta fortuna alla Lazio, mi pare...

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