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30/12/15

Gli album del 2015 / 1



1. Sufjan Stevens Carrie & Lowell (Asthmatic Kitty)

Uno che, badasse al portafoglio e all'ego, avrebbe capitalizzato da tempo su un talento enorme. E invece dal 2000 ha vagato fra progetti tanto affascinanti quanto improbabili (un album per ogni stato degli Usa: finora ne sono usciti due), divagazioni fra elettronica, classica e sperimentazione, messe a fuoco ripetute di uno stile già nitido da tempo. Quello che brilla in Carrie & Lowell, ridotto ai minimi termini di una voce, una chitarra acustica e poco altro. In undici canzoni intime e personali che ascoltate una volta non vi lasceranno più, nate da un'esigenza privata d'amore - Carrie è la madre, Lowell il suo compagno - e fattesi amore universale come capita solo con i fuoriclasse. (da Soundwall)


29/12/15

Gli album del 2015 / 2



2. Mbongwana Star From Kinshasa (World Circuit)

From Kinshasa to the Moon, in realtà. Come il brano che apre, e come la sensazione che subito vince. Un viaggio verso l'ignoto che spaventa ed elettrizza, unico riferimento in cielo la stella del cambiamento, mbongwana in Lingala. Cambiamento in opera nei presupposti e nei fatti. Dopo lo scioglimento degli Staff Benda Bilili, senzatetto paraplegici diventati fenomeno pop globale, i cinquantenni Coco Ngambali e Theo Nzonza ricominciano con tre di cui potrebbero essere padri, e col parigino Liam Farrell. Scordare il passato: l'incontro fra generazioni e culture è dirompente, i confini si fanno sfocati. Farrell non solo produce senza il rispetto verista che di solito muove i suoi omologhi, ma entra nel gruppo a tutti gli effetti, suona, campiona, distorce, dà e riceve in un rapporto alla pari senza limiti. I congolesi portano materiale straordinario, energia umana e minacciosa in parti uguali: tradizione in odore di rumba e spinta in avanti che ingloba bassi post-punk, chitarre rumorose, intrecci vocali imprendibili, echi, ritmi elettronici pulsanti (fino all'assalto di Suzanna, mostruosa techno berlinese con dolce cantato gospel), gli immancabili likembe elettrificati (a cura dei Konono N°1 in Malukayi). Tutto insieme è qualcosa che non si era ancora sentito, ed è fantastico. Un disco che alza il livello Congotronics di tre tacche, il migliore uscito fin qui dalla Kinshasa odierna. Afrofuturismo, per usare un termine in voga. Ma sul serio. (da Rumore n. 282/283)

28/12/15

Gli album del 2015 / 3



3. Sleater-Kinney No Cities To Love (Sub Pop)

Otto anni dopo, annunciate da un misterioso 7" inserito senza preavviso nel box antologico Start Together
, le stesse Sleater-Kinney di sempre. Non suoni come una bocciatura, anzi. Come un'affermazione di identità e sicurezza dei propri mezzi, piuttosto. Come conferma di una cosa che è stata ben chiara fin da subito: il gruppo appartiene alla ristretta cerchia di chi fa musica perché deve, senza ragionare a tavolino su come questa musica debba suonare, lasciando che venga fuori e basta, e lì cominciando a lavorare per darle la miglior forma possibile. Nessuno ha nemmeno provato ad imitarle, in questi anni di pausa. Come se fossero qualcosa di intoccabile, una sfida persa in partenza. Come i Fugazi, altro gruppo della cerchia, altro gruppo ufficialmente in pausa.

Poi certo, ci sono le sfumature. Rispetto alle bordate distorte di The Woods, questo No Cities to Love suona piuttosto come un ritorno al clima fresco e immediato degli album precedenti, ma con la potenza accumulata strada facendo come bonus. Brucia di un'urgenza che ci piacerebbe trovare in ogni lavoro di un gruppo riunito dopo tanto tempo, ed entra subito in testa. C'è anche una netta intenzione funk, nella declinazione bianca e tagliente nata con il post-punk, che emerge in modo più o meno esplicito. Come se le tre avessero scoperto adesso, naturalmente a modo loro, i Franz Ferdinand del primo album, che per quanto démodé possa apparire la citazione restano una delle migliori ipotesi di lavoro pop su quel suono. Ci sono anche quattro o cinque delle migliori canzoni mai firmate dal trio, e una carica in fondo prevedibile, ma non fino a questo punto. Di meglio non si poteva sperare.

27/12/15

Gli album del 2015 / 4



4. Insanlar/Ricardo Villalobos Kime Ne (Honest Jon's)

“Il ritmo è un linguaggio universale, mentre le melodie appartengono a culture specifiche”, diceva Ricardo Villalobos nel 2008, quando Rumore andò a Berlino a intervistarlo e la sua faccia finì sulla copertina del numero 197, una delle più eretiche della storia di questo giornale. Erano i giorni di tracce come Enfants o Primer Encuentro Latino-Americano, e di album come Sei Es Drum: fenomenali. In molti cominciavano a unire ritmiche house minimali e fonti strumentali o vocali periferiche, in pochi (vengono in mente i romeni Petre Inspirescu e Rhadoo, e il turco Onur Özer) riuscivano ad andare oltre la semplice giustapposizione e la ricerca dell'effetto esotico, forse lui solo riusciva a trasformare il tutto in un discorso davvero organico e coerente, evolvendosi senza limiti apparenti. Ricardo firmava tracce sempre più lunghe, ipnotiche, slegate da qualunque dinamica dance convenzionale, perfezionando anche dal punto di vista tecnico e sonoro uno stile sempre più unico. Ecco, a quei giorni siamo tornati improvvisamente ascoltando Kime Ne, doppio 12" (inciso su tre lati, sul quarto c'è un lavoro dell'artista Katharina Immekus) pubblicato da Honest Jon's e intestato al maestro cileno/berlinese e alla band turca Insanlar.
Trattasi di un collettivo acustico/elettronico di Istanbul, radunato intorno al DJ e produttore disco/psichedelico Barış K, al polistrumentista e cantante Cem Yıldız e al percussionista Hogır. Kime Ne - registrata dal vivo nel 2010 - esce per la prima volta il 27 dicembre 2013, divisa sui due lati di un 12" pubblicato dalla concittadina Aboov Plak. Il testo è un adattamento dei versi di due poeti e mistici ottomani del sedicesimo e diciassettesimo secolo rispettivamente, Kul Nesîmî e Pir Sultan Abdal, e la musica... beh, la musica è qualcosa di sublime. Qualcosa di molto vicino al sogno bagnato del lettore-tipo di questa umile pagina. Ventiquattro minuti di Bosforo, Baleari e Berlino in combinazione, una sinuosa pulsazione dubby a 100 bpm su cui volteggiano corde di chitarra acustica e di acidissima bağlama, cori epici e specie di scat vocali velocissimi. Sullo sfondo, mentre il sole sorge o tramonta, i minareti della Moschea Blu o la torre di Alexanderplatz, chi li distingue più. Già introvabile l'originale, Honest Jon's ripara ristampando e convocando appunto Villalobos, per due remix che al confronto paiono quasi normali. Velocità aumentata a 120, groove minimalista solido e multiforme, dettagli che si rincorrono, vena più solare nel primo e più scura e tesa nel secondo. Un'ora di musica in tutto, meravigliosa. (da Rumore n. 278)

26/12/15

Gli album del 2015 / 5



5. Downtown Boys Full Communism (Don Giovanni)
In breve, quello che un gruppo punk deve essere. Dentro i propri tempi e i loro movimenti (vedi video di Wave of History). Senza paura di esporsi contro razzismo, sessismo, capitalismo e -ismi vari che per troppo tempo è stato figo tralasciare. Bruciante e spontaneo, come la California al passaggio fra punk e hardcore, o certa no wave. Creativo, perché con gli strumenti soliti pompano anche due sax. In più, ed è un punto di forza dei sei di Providence: fatto di sessi e culture diverse, e capace di fare della diversità un messaggio in forma (testi in spagnolo e inglese) e sostanza. Aggiungere una citazione di Yasiin Bey/Mos Def come manifesto, e una di quelle cover inattese che dopo un solo ascolto cambiano proprietà, Dancing in the Dark di Springsteen. Non puoi accendere un fuoco senza una scintilla, claro. (da Rumore n. 281)

25/12/15

Gli album del 2015 / 6



6. Heroin In Tahiti Sun and Violence (Boring Machines)

Chiamatela psichedelia occulta italiana o chiamatela come vi pare, ma alcune cose vanno date per certe: parliamo di alcune delle cose migliori sentite nel nostro paese da un lustro circa in qua, e di un nome collettivo tanto artificiale e imposto (come tutti i nomi collettivi, peraltro: Viv Albertine nella sua splendida autobiografia scrive "punk", tra virgolette) quanto efficace nella sua inclusività, capace di rappresentare un'attitudine più che un suono preciso, e di calzare addosso a un insieme di gruppi in cui è davvero difficile pescarne due uguali.
Difficilissimo per gli Heroin In Tahiti, duo romano che dopo un album già notevole (Death Surf, 2012), uno altrettanto valido diviso con Ensemble Economique (No Highway/Black Vacation, 2013) e uno uscito solo su cassetta (Canicola, 2014) 
cala l'asso con questo monumentale doppio. Un lavoro che nasce proprio da quella cassetta, e dal suo lavoro ancora grezzo ma già interessantissimo su field recordings dell'Italia meridionale degli anni '50, raccolti da Diego Carpitella e Alan Lomax. Sun and Violence riprende quel lavoro con minore improvvisazione e più ragionamento, sviscerando l'anima cupa ed esoterica di quei luoghi e di quei tempi, con Sud e magia di Ernesto De Martino come testo di riferimento.
Ne esce un'ora di musica vibrante e ispirata, che allarga sensibilmente la visuale oltre la Spaghetti Wasteland di chitarre riverberate e ritmi narcotici ben nota a chi segue le gesta del gruppo, dilatandosi e complicandosi, muovendosi fra momenti di stasi bruciati dal sole e ipnotiche cavalcate kraute, frenesie psichedeliche e malinconie mediterranee.

24/12/15

Gli album del 2015 / 7



7. SQUADRA OMEGA Altri occhi ci guardano (Sound Of Cobra/Macina Dischi)

A chiusura della terna di dischi con cui ha inaugurato un 2015 fertile a dir poco, la Squadra piazza il colpo del KO. Con quello che non solo suona come il suo vero secondo album, cinque anni dopo il debutto omonimo, ma diventa anche pietra di paragone, apice di una carriera che da qui potrebbe procedere con moltiplicato slancio. Altri occhi ci guardano è per ampiezza di sguardo, ambizione e dimensioni - nove tracce in quasi settanta minuti, su vinile doppio o CD singolo - il manifesto del trio veneto. Sintesi di quanto detto fin qui, di pulsioni note e non, di plausibili direzioni future. Matura e sorprendentemente accessibile.
Prima facciata: Sospesi nell'oblio, otto minuti e mezzo di basso ossessivo e twang chitarristico orientaleggiante, ritmo incalzante e melodia sul finale che suona come un lampo beat dal passato remoto, tutto incastrato fra la tensione rarefatta di Il buio dentro e la pace cosmica di La nube di Oorth. Seconda: Il labirinto, portata avanti per tredici minuti dal sax e da un'altra linea di basso senza fine, con fase acida californiana e percussioni in coda, prima che Sepolto dalle sabbie del tempo alzi la temperatura con tiro funk da blaxploitation. Terza: acustiche arpeggiate in Hyoscyhamus, e poi il prog folk a combustione lenta di Il grande idolo, altri undici minuti di viaggio. Quarta: altro funk e altro wah-wah, con assolo elettrico a oltranza e sax protagonista della decomposizone finale, nei dodici e mezzo della title track, e altre corde acustiche nella conclusiva Le rovine circolari. E siamo appena a metà anno. (da Rumore n. 281)

22/12/15

Gli album del 2015 / 9



9. Black Zone Myth Chant Mane Thecel Phares (Editions Gravats)

Come un oggetto volante non identificato, che dichiara fin dalla copertina la sua devozione all'eterno Sun Ra, il secondo del francese High Wolf come Black Zone Myth Chant piomba fra noi e lascia del tutto spiazzati. Affascinati e impauriti in parti uguali. Pare di riconoscere sembianze familiari, ma subito dopo appare altro. Pare di essere avviati su una strada, e quando è troppo tardi per tornare indietro ci si accorge che invece è un'altra. Sono otto labirinti, ostici a prima vista, inebrianti una volta dentro. E dentro c'è tutto: footwork, ma distante anni luce da quasi tutto il footwork sentito fin qua; un'Africa immaginata più che reale; amore per dub e jazz; techno, come attitudine all'esplorazione elettronica; beatmaking astratto e dopato; l'esperienza del Lupo con droni e psichedelia. Pazzesco. (da Rumore n. 280)

21/12/15

Gli album del 2015 / 10



10. Jamie xx In colour (Young Turks)

Non ha avuto fretta, Jamie Smith. Si era capito da subito, dall'epocale debutto dei suoi xx nel 2009, che in ballo c'era qualcosa di grosso, il talento puro di un giovane musicista britannico e la sua capacità di intrecciare generi e mondi. Ma nonostante la giovane età il ragazzo è riuscito a dosarsi perfettamente, a rilasciare esempi di quel talento con il contagocce, o quasi. Un album condiviso con la leggenda afroamericana Gil Scott-Heron, un altro con la band, qualche singolo, qualche remix. E oggi, finalmente, questo palpitante In Colour
. Un lavoro che mantiene tutte le promesse, e oltre, virando in chiave dance le atmosfere rarefatte e le melodie intimiste per cui va famoso. Una dance delicata, estatica, fatta di campionamenti sorprendenti - su tutti, la magistrale interpolazione di Could Heaven Ever Be Like This di Idris Muhammad in Loud Places, con effetti da pelle d'oca - e trame di chitarra, beat fra il balearico e le tensioni garage/dub urbane londinesi, strizzate d'occhio al Four Tet più orecchiabile (che infatti collabora, insieme ai compagni di band Oliver Sim e Romy Madley Croft, e agli MC giamaicani Young Thug e Popcaan) e placide derive tropicali. In tutto, fanno tre quarti d'ora di musica serena ed empatica, che eleva lo spirito e scorre con naturalezza rara, pronta per ricominciare immediatamente. (da DJ Mag Italia n. 51)

14/06/13

Mutazione




























Insieme all'amico e collega Alberto Campo, ho firmato le note di copertina di questa raccolta, compilata e curata dall'amico ed ex-collega Alessio Nataliza (Walls, Banjo Or Freakout, Not Waving, Disco Drive).

Alberto ha scritto una bel pezzo che racconta il contesto in cui tutto questo successe, l'Italia degli anni di piombo e oltre.
Io ho aggiunto un pippone interminabile sui protagonisti della compilation, i gruppi, gli artisti, le loro storie, la loro musica. Uno di quei pipponi che quando non li trovo in una ristampa che recensisco dico cose tipo "peccato per la mancanza di un booklet adeguato", e quando li trovo invece "apparato critico/iconografico assolutamente all'altezza.
Sono anche onorato di comunicare che il tutto esce all'inizio di agosto per la londinese Strut, una delle mie etichette di ristampe preferite.

Qui di seguito, un paio di estratti che metotno in evidenza la grande varietà sonora del disco e di quegli anni. A seguire, il comunicato stampa ufficiale e la tracklist.










ALESSIO NATALIZIA OF WALLS COMPILES RARE ITALIAN ELECTRONIC & NEW WAVE ON MUTAZIONE


Our latest compilation project explores the under-acknowledged realm of Italian underground electronic music and new wave, recorded during a time of extreme political turmoil during the 80s. "When people think of Italian music, they often think of Italo disco or prog rock," explains compiler Alessio Natalizia of the Kompakt outfit WALLS. "For me, this more experimental end of the new wave scene is the most exciting music to emerge from Italy over the last 30 years and, since much of it was originally released in such limited quantities, it has remained relatively undocumented until now."


In fact, much of the music covered on Mutazione was originally released only on cassette, sometimes in conjunction with fanzines published by political groups whose message was entwined with the music. Stylistically, the music ranges from brooding new wave and post-punk to raw electronic pieces and claustrophobic, whispered vocal cuts. This is some of the most adventurous electronic music we've collected so far on Strut, and an amazing overview of a unique time and aesthetic that has yet to be fully canonized.


Mutazione CDs and LPs will include extensive sleeve notes by two of Italy’s leading music and cultural journalists, Andrea Pomini and Alberto Campo, both now of Rumore magazine. The package also features a wealth of original photos alongside artwork from fanzines, cassettes and LP covers. The collection will be release August 6th on 2 x CD, 2 x LP & digital download.


Tracklist:



CD1
1. DIE FORM – ARE YOU BEFORE
2. NEON – INFORMATIONS OF DEATH
3. GAZNEVADA – GOING UNDERGROUND
4. CARMODY – VULCANI
5. DANIELE CIULLINI & DE REZKE – ANCORA ICONE
6. 0010110000010011 (CANCER) – NAONIAN STYLE
7. VICTROLA – MARITIME TATAMI
8. 2+2=5 – JACHO’S STORY
9. LAXATIVE SOULS – NICCOLAI
10. LA 1919 – SENZA TREGUA
11. WINTER LIGHT – ALWAYS UNIQUE
12. GIOVANOTTI MONDANI MECCANICI – BACK AND FORTH
13. L’ULTIMO ARCANO – 1984-1985

CD2
1. A.T.R.O.X. – AGAINST THE ODDS
2. DORIS NORTON – NORTON APPLE SOFTWARE
3. KIRLIAN CAMERA – EDGES (Original version)
4. SPIROCHETA PERGOLI – ROMERO’S LIVING DEAD
5. LA BAMBOLA DEL DR. CALIGARI – DEEP SKANNER
6. PALE – THE LIVID TRIPTYCH
7. RATS – PLEASE
8. PLATH – I AM STRANGE NOW
9. TASADAY – CRISALIDE
10. LA MAISON – CRITICAL SITUATION
11. SUICIDE DADA – WAITING FOR SEPTEMBER
12. THE TAPES – NERVOUS BREAKDOWN
13. MAURIZIO BIANCHI - AUSCHWITZ

19/12/11

Senti questo


Dal 15 gennaio, una domenica sì e una no dalle 19 in avanti, il mio prepotente ritorno sulla scena torinese. Il tutto grazie agli amici di Astoria, nuovo bar/club a due passi da dove ho abitato per cinque anni, quando San Salvario e movida erano ancora due parole che raramente comparivano nella stessa frase. Qui di seguito le due righe ufficiali della cosa. Alex Ross abbi pazienza.

SENTI QUESTO
DJ Andrea Pomini
A spasso per gli scaffali del giornalista musicale e dj pinerolese. L'unico dj che non solo vi dirà che pezzo sta suonando, ma sarà ben felice di farlo, e ne approfitterà per farvi un pippone di venti minuti al riguardo.
Tag: ritmo, lingue, globale, locale, disco, funk, jazz, house, psichedelia, afrobeat, cumbia, edits, basso, batteria, bonghetti, stanza dell'eco, relax, domenica, Novantesimo Minuto, Al Jazeera English, Ryszard Kapuściński, Leovegildo Lins da Gama Júnior, Diego Armando Maradona, Óscar Wáshington Tabárez, Abedi Ayew, famolo strano, Londra, Lagos, New York, Kingston, Tehran, Monaco di Baviera, Phnom Penh, Lazise, Addis Abeba, Barranquilla, Poggio Bustone, Mumbai, Cairo.

02/12/11

1. Fleet Foxes. Helplessness Blues. Sub Pop.



Difficile ripetersi, dopo un inizio così. Si era gridato da più parti al miracolo, nel 2008, quando dal nulla o quasi sbucarono i Fleet Foxes, cinque ventenni di Seattle che parevano presi di peso dal 1971 e dalle collezioni di vecchi vinili dei loro genitori: barbe, capelli, camicie a quadri, chitarre acustiche e armonie vocali degne dei più celebrati protagonisti del suono west coast. Si era gridato al miracolo a torto, oggi possiamo dirlo, perché la bellezza di quel primo ep (Sun Giant) e di quel primo album omonimo sono poca cosa – in senso del tutto relativo, sia chiaro – di fronte a quello che è venuto in seguito. Il vero miracolo Robin Pecknold e soci lo hanno fatto quest'anno, infatti, riuscendo non solo a confermarsi ma a migliorarsi, nonostante pressioni enormi, soglie di attenzione ai minimi da parte del pubblico e secondi album letali per la maggior parte dei loro colleghi. E davvero miracoloso suona Helplessness Blues, che parte dal suono già inconfondibile del gruppo e lo rende più denso, maturo e stratificato, ma egualmente magico, e prefigura diversi possibili sviluppi futuri. Da lì comincia la nostra chiacchierata con Pecknold stesso, in attesa di vedere il gruppo dal vivo in Italia a novembre (il 17 a Roma, il 19 a Bologna e il 20 a Milano).

Al primo ascolto, Helplessness Blues sembra solo un nuovo disco dei Fleet Foxes. Col tempo però si rivela molto più intenso ed elaborato del vostro primo album, pur restando inconfondibilmente vostro...
È esattamente quello che volevamo. L'album non è stato scritto da una band tutta diversa in uno stile tutto diverso, anche se sarebbe interessante provarci. Sapevamo sarebbe stato una continuazione del discorso iniziato con il primo disco, ma con più carattere. Abbiamo speso più tempo sulle canzoni, ci abbiamo lavorato così a lungo che siamo arrivati a conoscere intimamente ogni loro parte, anche se alla fine della registrazione avremmo comunque ritoccato molte cose. Ma fare qualcosa di più ricco era decisamente il nostro scopo.

Come mai il lavoro è stato così lungo e faticoso?
Per tre ragioni soprattutto. Volevamo più tempo libero, dopo essere stati quasi costantemente in tour per un paio di anni; tempo per stare più speso a casa a suonare e scrivere. Inoltre, avevamo dubbi su alcune canzoni e alcuni arrangiamenti. Infine, ci sono stati un po' di problemi tecnici e sfighe. Circostanze e sfighe: senza una delle due cose l'album sarebbe uscito prima.

Ne aggiungerei una quarta: sembra davvero che ci sia stato un maggiore lavoro sulle singole canzoni.
Per il primo album avevamo una dozzina di canzoni, nove le abbiamo scartate e sostituite con altre più nuove. Per Helplessness Blues, invece, abbiamo più o meno tenuto sempre quelle, e invece di scartarle e scriverne di nuove abbiamo lavorato costantemente su quelle, rifacendo gli arrangiamenti a tutte.

È vero che ti sei ispirato a Stormcock di Roy Harper?
Sì. Lui, John Fahey e Robbie Basho sono fra i miei chitarristi preferiti. Mi piace molto suonare la chitarra a dodici corde e scrivere in quel modo. Stormcock in particolare ha canzoni in cui l'arrangiamento sembra molto semplice per sei minuti buoni, e poi tutto si trasforma totalmente. C'è qualcosa di molto ragionato nella lunghezza delle canzoni, nel quando e nel perché le cose succedono. Tutto suona studiato e insieme molto casuale, mi è sempre piaciuta questa combinazione.

Veniamo ai concerti. Sul palco ora siete in sei, avendo aggiunto il polistrumentista Morgan Henderson, ex bassista hardcore punk con i Blood Brothers.
Non stavamo cercando un sesto membro, se non fosse stato lui non avremmo preso nessuno. Siamo diventati amici mentre stavo scrivendo l'album, ci vedevamo spesso e mi dava un sacco di consigli, era sempre in giro e ha finito per lavorare al disco con noi, è stato molto naturale. Essere in sei sul palco rende tutto più facile, il concerto scorre meglio, siamo in grado di legare meglio le canzoni e di gestire meglio le pause, con così tante mani possiamo fare andare sempre avanti la musica. Morgan ha aggiunto molto alla nostra musica, non riesco a immaginare di tornare in cinque, adesso. Penso che la nostra musica sarà diversa anche grazie a questo.

Quale canzone del nuovo disco pensi rappresenti meglio le possibili direzioni future?
The Shrine/An Argument, con le sue quattro sezioni abbastanza distinte in otto minuti. Mi piace, mi immagino un disco di una sola canzone lunga 25 o 30 minuti in quello stile, con un sacco di cose diverse che succedono messe una dietro l'altra, sarebbe bello.

Nelle nuove canzoni ci sono anche diverse parti che lasciano spazio a un suono più rumoroso e pieno, soprattutto dal vivo... diventerete più elettrici?
Non ne sono sicuro. Sto lavorando a nuove canzoni in cui sostanzialmente urlo e c'è molta distorsione, ma non so, può essere difficile. Mi piace fare dischi avventurosi, che non mantengano lo stesso umore per tutto il tempo. In futuro penso ci sarà spazio per cose molto tranquille a altre più rumorose.

In concerto mi ha colpito la vostra capacità di tenere la gente silenziosa e attenta, nonostante la clama della vostra musica. È difficile?
Nel tour del primo album abbiamo fatto lo stesso set ogni sera, per quasi due anni: cominciavamo con una canzone a cappella, per presentare il concerto nel modo che volevamo. Chiedevamo la maggiore attenzione proprio all'inizio, e avrebbe funzionato solo se la gente avesse prestato attenzione. E funzionava, la gente era molto tranquilla più o meno ovunque, e stava zitta per tutta la canzone. Il silenzio si notava.
(Il Giornale della Musica n. 287)

01/12/11

2. Falty DL. You Stand Uncertain. Planet Mu.



Si chiama Drew Lustman e viene da New York, ibridando il più eccitante suono londinese con sapori di casa: il suo è uno degli album che segneranno l'annata. Vi si sente la continuità hardcore con dubstep e relativo post, funky, garage, jungle; ma anche la Grande Mela nella piu pronunciata sensualità, nei rimandi nascosti al calore di disco e house, e nella finezza non proprio cockney. E si arriva addirittura a lambire la bassa fedeltà chillwave, con svolazzi drogati di synth e sogni ad occhi aperti. Per la prima volta inoltre Lustman si confronta con il cantato, femminile in tutti e tre i casi: Anneka nell'iniziale Gospel of Opal, un Burial in pieno giorno e virato soul, che sta al 2011 come i Lamb stavano al 1996; Lily McKenzie nel 2-step dolce ed evocativo di Brazil e nella techno lenta e jazzata di Waited Patiently, in chiusura. Con risultati altrettanto strabilianti.
(Rumore n. 232)

30/11/11

3. James Blake. James Blake. Atlas/A&M.



Una cosa colpisce prima delle altre in questo album di debutto di James Blake: la sicurezza. Il non avere paura di riempire il proprio esordio – uno dei più attesi dell'anno, stando all'accoglienza riservata ai tre EP che lo hanno preceduto e al montare delle chiacchiere dopo la firma major – di silenzi, di spazi vuoti che qualunque altro ventiduenne a inizio carriera si sarebbe affrettato a riempire con ogni genere di cosa, probabilmente superflua (esclusi gli xx: se due prove fanno un trend, è un trend che ci piace). In questo, soprattutto, il giovane londinese mantiene il legame con la scena dubstep nella quale si è fatto le ossa, e con le tecniche del dub originario: l'assenza conta come la presenza. Il resto è un'evoluzione brillante e inattesa, solo in minima parte annunciata dall'ultimo dei tre EP di cui sopra, il delicato Klavierwerke, ed esplosa qualche mese fa con la meravigliosa cover di Limit to Your Love di Feist. Qui piazzata esattamente al centro delle undici tracce, non a caso: voce e pianoforte da veterano anni '70, echi, ritmo lento e possente nella sua essenzialità, bassi su frequenze da terremoto.
È la porta d'ingresso in un mondo vulnerabile e puro, in cui sembra di sentire un Antony meno pomposo, un Jamie Lidell calmo o un Bon Iver fattosi nero e soulful, alle prese con un suono minimale e notturno dove galleggiano tasti elettronici e acustici, beat nitidi ed essenziali, voci manipolate e decostruite, effetti e rumori. Una cosa a metà strada fra intuizione e calcolo, ostica sulla carta ma capace di comunicare con l'esterno a un livello emozionale profondo. La prima metà dell'album è in special modo abbagliante: il crepitante r'n'b spettrale di Unluck; il crescendo inesorabile di Wilhelms Scream da lamento soul vecchio stile a fremente ammasso di bassi e droni; quello di I Never Learnt to Share, che comincia solo vocale, cambia pelle in mezzo a suoni sempre più tesi e inquieti e sfocia in uno spiritual alieno, mentre Blake ripete la stessa frase come un mantra; le due parti di Lindesfarne, autotune e pause prima, ritmo micro e melodia folk da pace dei sensi dopo, e altri bassi enormi.
La seconda metà è meno compatta e più riflessiva, ma altrettanto gratificante. Give Me My Month e Why Don't You Call Me sono brevi e dolci ballate per piano e voce, la seconda caratterizzata da un lavoro radicale sulle voci. To Care (Like You) alterna ritmo dubstep/techno al rallentatore e stasi atmosferiche che ne enfatizzano le arie da Stevie Wonder malinconico. I Mind è anche lei in bilico fra serenità e tensione, e fosse in un disco di Burial non ci meraviglieremmo. Measurements chiude in gloria, con solennità gospel e ricordi dell'Arthur Russel più etereo e intimista.
(Rumore n. 229)

Il rischio sarebbe quello di arrivare a cose fatte. Con i tempi del mensile mentre fioccano le pagine dei quotidiani, e le lagnanze di quelli (pochi per fortuna) che era meglio prima. Fortuna che c'è BPM, le due paginette in cui ogni mese il sottoscritto e il maestro Valletta cercano di aprire finestre su ciò che si muove in ambito dance ed elettronico. James Blake lo abbiamo intercettato lì, un annetto fa. Che fosse un fuoriclasse dal futuro radioso e più vasto dei confini di genere è stato evidente fin da subito, ma una evoluzione così rapida e continua era dura da prevedere. Evoluzione che non implica necessariamente un miglioramento: Blake era meglio prima ed è meglio adesso, semplice. Ma il percorso che ha portato al suo eccezionale album omonimo - disco del mese nello scorso numero, pubblicato in digitale a inizio febbraio e subito schizzato nei primi dieci anche in Italia, con uscita fisica programmata per marzo - è davvero qualcosa di inusuale per tempi e qualità.

Un anno e dieci mesi fa, per cominciare, a firma James Blake non esisteva nulla. Un primo 12” (Air & Lack Thereof) è arrivato a giugno 2009, seguito da un remix per Untold. Poi è cominciato un 2010 che il ragazzo di Deptford e i suoi fan non scorderanno facilmente: tre 12” uno più bello dell'altro (The Bells Sketch a marzo, CMYK a giugno, Klavierwerke a ottobre), più un 10” co-firmato con Airhead (Pembroke), un apprezzato remix per gli amici Mount Kimbie, un bootleg di A Milli (quella di Lil Wayne, esatto: è anche ironico) e verso fine anno il botto definitivo. Ovvero, quella cover di Limit to Your Love di Feist che ha impiegato giusto 4'40” per diventare sua e basta. Ridotta all'essenziale, spogliata della strofa, voce e pianoforte appoggiate su bassi mostruosi e silenzi. Biglietto da visita perfetto per l'album di cui sopra, che la contiene insieme a dieci tracce autografe in cui un dubstep più immaginato che reale si mescola a brandelli di soul futurista, e a una cura maniacale di ogni particolare sonoro. Pazzesco, vero? Ed è nato nel 1989, il bastardo.

Raccontaci la tua storia, innanzitutto. Quali sono stati i tuoi primi contatti con la musica?
Ho cominciato a fare musica quando ero molto giovane, alle elementari, verso i nove anni. In famiglia avevamo un piano, un'armonica, una chitarra... io suonavo il piano e cantavo. Mio papà aveva dell'attrezzatura e registrammo anche qualcosa, così, per averla. Ma non ricordo di cosa si trattasse.

La tua è una famiglia musicale, quindi?
Sì, specialmente mio papà. Suona la chitarra e canta, e mi ha insegnato un po' di cose sul registrarsi da soli. Cantavamo tutti insieme, Happy Birthday in macchina andando al mare, cose così.

Lui non lo dice, ma viene in aiuto un suo tweet dell'11 febbraio (“James Litherland È mio padre, non un tipo che è stato prodotto da mio padre”) in risposta a un pezzo di Pitchfork (“La cosa divertente di The Wilhelm Scream di James Blake è che si tratta di un'interpolazione di Where to Turn, del cantante soft-rock britannico James Litherland, che come ha detto lo stesso Blake in un'intervista a Zane Lowe di BBC 1 è stata prodotta da suo padre”). Insomma: suo papà alla fine degli anni '60 era nientemeno che il chitarrista e cantante dei Colosseum, culto minore del jazz/prog britannico. Where to Turn è una mezza merda, sia detto, ma chi già non può farne a meno sappia che sta su 4th Estate, album solista del 2006. Nella citata sessione radiofonica, sempre per stare in tema, Blake ha anche suonato una cover per voce e piano di A Case of You di Joni Mitchell, manna per chi sposa la tesi della antonyzzazione precoce del ragazzo.

Quali sono state le tue prime passioni musicali?
Non ne sono sicuro. La musica per molto tempo è stata qualcosa che ero consapevole di fare, ma non qualcosa per cui mi appassionavo. La amavo, era perfettamente naturale per me, ma non direi che fosse una mia passione. Lo è diventata più tardi.

Compravi dischi?
No. In casa avevo la musica dei miei genitori o prendevo in prestito i cd in biblioteca, e ovviamente internet ha dato una mano. Non avevo soldi da spendere nella musica. Non che non ne avessi in assoluto, ma non consideravo la possibilità di possedere della musica. In casa c'erano molti cd, e io ascoltavo quelli. Non cercavo nuova musica, tutto quello che mi interessava lo sentivo nel mainstream o lo avevo lì, non avevo bisogno di comprarlo.

Che dischi ricordi?
Sam Cooke e molto soul, ma anche Jimi Hendrix, molto rock, del funk. Con il piano provavo ad andare dietro alle canzoni.

Hai anche studiato musica a scuola, prima alle superiori e poi al prestigioso Goldsmiths, Università di Londra.
Alle superiori mi piaceva molto. All'università era ok, ma non pensavo che quello studio mi sarebbe stato molto utile.

Come si passa da tutto questo a te che fai uscire vinili per alcune fra le etichette elettroniche più importanti in circolazione?
È stato un vero switch. La settimana prima suonavo il piano per conto mio, come al solito, e quella dopo... ero andato a una serata a Londra, Forward, e lì avevo scoperto questa musica nuova. Non avevo sentito molta elettronica prima, e di certo non la ascoltavo a casa, ma lì ho drizzato le orecchie. Ho voluto subito farne di mia, e l'unica maniera per farla era comprando un laptop; andavo all'università e avrei avuto bisogno di un laptop comunque. Mio padre mi aveva già mostrato un po' di cose. Ho cominciato a fare del dubstep, volevo... sì, volevo solo fare del dubstep.

Creata nel 2001, Forward (anche nota come FWD>>) è l'atto di nascita pubblico del dubstep, il suo uscire dai negozi di dischi e dalle camere da letto di Londra Sud per farsi movimento. Idem dicasi per il coevo grime e per il più recente funky. Ci sono passati tutti, da Skream a Kode9, da Dizzee Rascal a Wiley. La bass music londinese del futuro diventa presente lì, e sulle frequenze di Rinse FM.

Chi suonava quella sera?
Penso fosse Coki, o Loefah. Era musica così scura, introspettiva, pesante. Mi ha spazzato via. Una delle migliori notti della mia vita, è cominciato tutto lì.

Pochi giorni dopo eri a casa a fare musica sul tuo computer. Hai prodotto molte cose prima di Air and Lack Thereof?
Sì, ma nessuna verrà pubblicata! Era un terreno del tutto nuovo per me, è quello che ho sempre cercato, in qualunque cosa facessi. E le cose nuove sono molto più possibili con l'elettronica.

Ti sei accorto che quello che veniva fuori non era dubstep canonico?
No, pensavo fosse dubstep.

I confini del genere in effetti sono molto ampi...
Lo sono ora, non lo erano nel 2007. Mala, Coki, Skream, Benga: quella gente suonava dubstep, non altro. Allora il dubstep era post-garage, era il nuovo garage, perchè era la cosa che veniva dopo. Aveva tutti gli elementi del garage, ma con il tempo dimezzato. Quando scrivevo non pensavo a una definizione ampia del dubstep, per me era puramente batteria e basso, non c'erano molte opzioni. Le cose sono venute fuori un po' diverse... è così che è nato il post-dubstep: molti volevano fare dubstep ma non sapevano come, non avevano la stessa ispirazione musicale di chi ha creato il dubstep originale. Avendone un'altra, hanno fatto musica diversa, che essendo così pesantemente influenzata dal dubstep è stata chiamata post-dubstep.

Che ne pensi del dubstep attuale?
Come in ogni genere esce molta merda, e molta musica invece eccellente. È un genere che non ha bisogno di dare spiegazioni riguardo la sua rapida evoluzione, possiamo semplicemente apprezzare i vari tipi di musica nei quali si è frantumato. Ma non ci penso molto, ho amici che fanno ottime cose e me le passano, la gente della Hemlock, della Hessle, della R&S. Non ho bisogno di ascoltare valanghe di wobble.

Quali sono i tuoi produttori preferiti al momento?
Blawan e Joy Orbison. Blawan fa garage molto coraggioso, mentre Joy Orbison ha saputo elevarsi al di sopra dell'hype che lo circondava e passare oltre, per produrre le sue cose migliori di sempre.

Quanto è stato importante il dubstep nello sviluppo del tuo linguaggio?
Enormemente. Mi ha insegnato lo spazio, e l'importanza del sound design, dell'essere estremamente meticoloso nei confronti del suono. Perchè un charleston suona come suona, che reazione provoca nella gente il cambiarlo anche solo leggermente. Ogni singolo suono in ogni mia traccia è pensato in questa maniera. Non lo sarebbe se non fossi passato dal dubstep.

La tua etichetta insieme al disco mi ha mandato i testi, e l'ho apprezzato. Non succede quasi mai, soprattutto in generi vicini alla scena elettronica. Immagino siano molto importanti per te...
Sono incredibilmente importanti. Danno un'idea del perchè le canzoni siano venute fuori. Sono piccoli riassunti, in forma quasi di haiku, delle cose che mi sono successe o che mi stavano succedendo durante l'anno e mezzo in cui l'album è stato scritto. Sono stati scritti in momenti molto diversi fra loro, non significano o rappresentano la stessa cosa, ma è vero che stanno bene insieme e si adattano bene alla musica. Alcuni sono incredibilmente tristi e comunicano un fortissimo senso di isolamento, altri invece no, almeno per me.

La cover di Limit to Your Love è bellissima, penso sia uno di quei casi in cui un artista prende una canzone che ama e la fa sua. Come la hai scelta?
Grazie! La prima versione era semplicemente una sperimentazione, che avevo cominciato al pianoforte dopo avere sentito l'originale da un amico. Più avanti ho usato quella registrazione nella produzione dell'album, ed è diventata la traccia che è ora.

Stai lavorando a cose nuove? Vedi già una direzione?
Sto sempre lavorando a materiale nuovo, e spero di non smettere mai. Non so esattamente dove andrò, ma voglio produrre musica senza voci e senza accordi, spinta solo dal ritmo.
(Rumore n. 230)

4. Machinedrum. Room(s). Planet Mu.



Aggiungere l'americano Travis Stewart - già noto come Syndrone e Tstewart, e metà dei Sepalcure - nella stessa categoria dove già alloggiano i compagni di etichetta Falty DL e Boxcutter, quella dei fuoriclasse che stanno definendo il suono del 2011. Un suono non (ancora) riconducibile a formule precise, ma che in Room(s) come in You Stand Uncertain e The Dissolve, tutti pubblicati dalla sempre più inattaccabile Planet Mu, prende forma e stupisce. Stavolta partendo dai 160 bpm circa del footwork di Chicago, e rimescolando le carte con l'intera tavolozza della storia della dance apparentementre a disposizione: house e techno, Londra e tropici, bassi grossi e leggerezza soul, ritmi sincopati fra jungle e garage e placidi synth anni '80, campioni r&b trattati fino al limite, stab a profusione, triplette percussive come se piovesse. La tecnica di un veterano cresciuto a pane e hip hop, e la spontaneità di un esordiente. Un'inebriante ipotesi di pop elettronico mutante, fisico e mentale insieme, tonificante e rilassante. Indispensabile.
(DJ Mag n. 14)

29/11/11

5. Martyn. Ghost People. Brainfeeder.



Si sono cercati e trovati, Martyn e Flying Lotus, e dopo reciproci remix il produttore olandese firma oggi un eccellente album per l'etichetta del visionario californiano. Rispetto al precedente Great Lengths, bello ma freddino, Ghost People beneficia dell'aria vitale e libera di casa Brainfeeder; di quella sperimentazione sporca che in altri titoli del catalogo sfocia nell'eclettismo un po' fine a se stesso, ma che qui invece si combina perfettamente con il talento di Martijn Deykers. Del dubstep degli inizi ne è rimasto poco (ma c'è la voce di Spaceape nell'iniziale Love and Machines), e la techno di sapore dub un tempo preponderante è diventata solo una fra le varie ispirazioni in ballo, in un amalgama imprevedibile che prende anche garage e 2-step londinesi, sintetizzatori svolazzanti anni '80, romanticismo detroitiano e rigore berlinese. Il suono del 2011, insomma, in una interpretazione del tutto personale.
(Rumore n. 237)

6. Low. C'mon. Sub Pop.



“Io non sono altro che cuore”. Sta negli otto minuti di Nothing But Heart il cuore del nono album dei Low. Uno di quegli slow in crescendo ai quali il trio di Duluth ci ha abituato, con i dettagli a fare la differenza: a partire in mezzo al nulla sono solo la voce di Alan Sparhawk e una chitarra elettrica distorta. Il tempo di cantare quattro righe e il titolo diventa l'unico testo, proprio quando entrano in successione una batteria spazzolata, il coro di Mimi Parker e un violino, e la canzone comincia a ingrossarsi fino a dimensioni epiche (spoiler: con un controcanto intorno al sesto minuto che è qualcosa di ultraterreno). Dal freddo al caldo, dal vuoto al pieno, dalla solitudine alla compagnia. All'essenza, al cuore appunto. Quattro anni dopo lo splendido Drums & Guns e i suoi gelidi echi di guerra, C'mon riporta tutto a casa. Una casa dove la forza di andare avanti è generata da chi ci sta vicino, dall'amore che ci unisce e da alcune delle cose più calde e struggenti che i Low abbiano mai fatto: altri gospel delle piccole cose ripetuti a oltranza che risuonano potenti come canti da stadio, “Oh majesty” sul crescendo altrettanto impetuoso di Majesty/Magic, “Il mio amore è gratuito” nella scarna e solenne $20; distillati della loro grandezza come l'iniziale Try to Sleep (con carillon velvettiano aggiunto), Witches (con il banjo di Nels Cline che arriva da chissà dove e si incastra perfettamente) e la maestosa Especially Me, altro capolavoro del disco. Piacciono anche le insolite incursioni fra sogni west coast e country-folk del migliore (You See Everything, Something's Turning Over), ma piace soprattutto il fatto che i Low esistano, e ogni tanto ce lo ricordino.
(Rumore n. 231)

PS - qualche tempo dopo aver scritto questa recensione, salta fuori un video in cui gli stessi Low - su "commissione" di A.V. Club, occhio anche al resto dell'operazione Undercover - rifanno addirittura Africa dei Toto. Merdaccia intoccabile, infatti pare che a tutti scappi pesantemente da ridere, ma anche un ritornello con una spinta epico/melodica non da poco. La sentissimo oggi per la prima volta, magari senza badare troppo al testo, potrebbe essere un capolavoro.

28/11/11

7. PJ Harvey. Let England Shake. Island.



Lo dichiaro: il mio disco preferito di Polly Jean Harvey fino ad ora era Stories from the City, Stories from the Sea. Anzi, quando Rumore ha messo su la classifica dei cinquanta migliori album degli anni '00 ("E quando, nel 2008?" dirà chi nota come noialtri si pubblichi purtroppo la classifica dei migliori album dell'anno a inizio dicembre, chiudendola quindi a inizio novembre) e ha chiesto le nostre graduatorie per compilare quella totale, ebbi l'occasione di metterlo al quarto posto. Anche se a dire il vero il 2000 è in realtà l'ultimo anno degli anni '90. "Un concentrato di energia ed emozione," scrissi, "luminoso pur se di ambientazione notturna come la foto in copertina, che negli assalti blues come nei momenti più intimi (da brividi il duetto con Thom Yorke in This Mess We're In) lascia respirare melodie e sentimenti, invece di avvolgere tutto al proprio interno. 'Il pop secondo PJ Harvey', disse lei. Il tormento che cede di fronte alla bellezza di una donna innamorata." Bene il blues e le viscere, bene l'atmosfera tormentata dei titoli che la hanno resa celebre, ma quando tutto si accomoda senza snaturarsi in forme un po' più pop, meglio ancora.
In questo senso, Let England Shake ricorda quel suo predecessore e fa persino meglio, raggiungendo un equilibrio quasi perfetto fra orecchiabilità e gusto sperimentale, melodie che arrivano immediatamente a destinazione e libertà formale e stilistica, esempi splendenti di PJ a 24 carati (delle dodici canzoni, almeno la metà finisce dritta filata su un' ipotetica antologia: The Glorious Land, The Words That Maketh Murder, On Battleship Hill, In the Dark Places, Written on the Forehead e The Colour of the Earth) e piccoli particolari folli (la citazione di Summertime Blues di Eddie Cochran in The Words That Maketh Murder; il campione di trombetta da adunata militare inserito dentro The Glorious Land; tutto o quasi il classico roots reggae Blood & Fire di Niney The Observer in Written on the Forehead, letteralmente intrecciato in un abbraccio indissolubile con il brano stesso).
E i testi, poi, tasselli di un concept sulla guerra e sull'Inghilterra di ieri, l'altroieri e oggi; Gallipoli, Falklands e Afghanistan come tre facce della stessa medaglia.
Tutto con una leggerezza estrema, poggiata sui toni ariosi della voce e sulle corde dell'autoharp, strumento di partenza per buona parte delle composizioni. Con i ritrovati Mick Harvey e John Parish al suoi fianco, non a caso. E con dodici splendidi video di Seamus Murphy, uno per brano, ad accompagnare.

17/11/11

8. Azari & III. Azari & III. Loose Lips.




Pari forse solo all'album dei connazionali Art Department in quanto ad attesa come grande uscita dance del 2011, l'album del quartetto canadese non tradisce le aspettative. Vero, i quattro singoli che li hanno proiettati lassù ci sono tutti, e con Manhooker (che in veste strumentale stava già in uno di essi) quasi metà disco è già sbrigata. Ma che singoli: la sensualità house dell'inno Reckless (With Your Love), soprattutto, ma anche le vibrazioni scure di Indigo, la leggerezza electro-soul di Into the Night, la Chicago bollente di Hungry for the Power. Il resto è comunque quasi tutto all'altezza, e prosegue nella definizione di un suono che unisce i puntini fra la New York gay di fine '70, la house acida e deep di metà '80 (appunto), l'electro-pop europeo e il presente. Fra l'ercoleggiare di Lost in Time e l'ipnotismo di Tunnel Vision, la botta cosmica di Infiniti e l'aria sci-fi di Manic, c'è l'imbarazzo della scelta.
(Rumore n. 236)

Vedi alla voce physique du rôle: prima ancora di ascoltare una singola nota, già sappiamo che questo quartetto di Toronto - si dice “Azari and third”, numero romano - ha vinto. Due produttori, Dinamo Azari e Alixander III. E due cantanti, Starving Yet Full e Fritz Helder, dive soul che portano il concetto di clubber gay afroamericano al livello superiore. La musica (il primo album omonimo è ancora fresco di stampa, ed è uno di quei due o tre titoli dance all'anno che dovete comprare anche se di solito ascoltate tutt'altro) conferma. Un suono che si inserisce in pieno nel ritorno alla disco e alla deep house più scarne e sensuali che sta caratterizzando l'annata, ambito dove i quattro occupano grossomodo il posto di anello mancante fra Hercules e Art Department. Calda grana analogica, omaggi a un passato glorioso e sguardo fisso sul presente, devozione alle fondamenta della house e insieme voglia di ridiscuterle: “La house è libertà di espressione. È aperta, è ghetto e classe, ottimo mix. Non ci dispiace quando ci dicono che facciamo grande musica house, ma vogliamo essere percepiti come qualcosa di più.” Anche grazie ai testi: “È importante provare a dire qualcosa, a mettere qualcosa di reale nelle liriche. Ricordo quando ero molto più giovane, e ascoltavo questa musica che parlava dell'essere giovane, gay e nero... il fatto che questa donna o quest'uomo mi stessero dicendo che ero la persona più fiera del pianeta era eccezionale. Grazie, nella vita di tutti i giorni nessuno me lo dice! Mi dicono che sono stupido, casomai, e di stare zitto. Per questo anche testi semplicistici come 'tira su le mani' o 'siete fantastici' in realtà dicono tanto a così tanta gente. Abbiamo bisogno di sentircelo dire, triste ma vero.”
(Rumore n. 237)

16/11/11

9. LUCAS SANTTANA. Sem Nostalgia. Mais Um Discos.



Sempre più sommersi di musica, capita di perdersi cose di valore. Come questo cantante e chitarrista di Bahia, che scopriamo essere giunto con Sem Nostalgia al quarto album, uscito lo scorso anno e pubblicato oggi in Europa dalla londinese Mais Um Discos (marchio che sceglie "artisti brasiliani che fondono stili, ignorano i generi e irritano i puristi"). Confessiamo l'ignoranza, godendoci la bellissima sorpresa. Un Tom Zé del ventunesimo secolo, che nel titolo dichiara massima lontananza dalle tradizioni, ma che invece le reinventa in modo fresco e avventuroso, dissonante e accattivante insieme. Con solo voce, chitarre e suoni d'ambiente rimodellati per via elettronica, alternando portoghese e inglese, toccando cantautorato folk anglosassone e dub, esperimenti strumentali avant e pop futurista. Dodici brani, di cui tre scritti con Arto Lindsay, uno più bello e imprevedibile dell'altro.
(Rumore n. 238)

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