Visualizzazione post con etichetta playlist 2011. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta playlist 2011. Mostra tutti i post

02/12/11

1. Fleet Foxes. Helplessness Blues. Sub Pop.



Difficile ripetersi, dopo un inizio così. Si era gridato da più parti al miracolo, nel 2008, quando dal nulla o quasi sbucarono i Fleet Foxes, cinque ventenni di Seattle che parevano presi di peso dal 1971 e dalle collezioni di vecchi vinili dei loro genitori: barbe, capelli, camicie a quadri, chitarre acustiche e armonie vocali degne dei più celebrati protagonisti del suono west coast. Si era gridato al miracolo a torto, oggi possiamo dirlo, perché la bellezza di quel primo ep (Sun Giant) e di quel primo album omonimo sono poca cosa – in senso del tutto relativo, sia chiaro – di fronte a quello che è venuto in seguito. Il vero miracolo Robin Pecknold e soci lo hanno fatto quest'anno, infatti, riuscendo non solo a confermarsi ma a migliorarsi, nonostante pressioni enormi, soglie di attenzione ai minimi da parte del pubblico e secondi album letali per la maggior parte dei loro colleghi. E davvero miracoloso suona Helplessness Blues, che parte dal suono già inconfondibile del gruppo e lo rende più denso, maturo e stratificato, ma egualmente magico, e prefigura diversi possibili sviluppi futuri. Da lì comincia la nostra chiacchierata con Pecknold stesso, in attesa di vedere il gruppo dal vivo in Italia a novembre (il 17 a Roma, il 19 a Bologna e il 20 a Milano).

Al primo ascolto, Helplessness Blues sembra solo un nuovo disco dei Fleet Foxes. Col tempo però si rivela molto più intenso ed elaborato del vostro primo album, pur restando inconfondibilmente vostro...
È esattamente quello che volevamo. L'album non è stato scritto da una band tutta diversa in uno stile tutto diverso, anche se sarebbe interessante provarci. Sapevamo sarebbe stato una continuazione del discorso iniziato con il primo disco, ma con più carattere. Abbiamo speso più tempo sulle canzoni, ci abbiamo lavorato così a lungo che siamo arrivati a conoscere intimamente ogni loro parte, anche se alla fine della registrazione avremmo comunque ritoccato molte cose. Ma fare qualcosa di più ricco era decisamente il nostro scopo.

Come mai il lavoro è stato così lungo e faticoso?
Per tre ragioni soprattutto. Volevamo più tempo libero, dopo essere stati quasi costantemente in tour per un paio di anni; tempo per stare più speso a casa a suonare e scrivere. Inoltre, avevamo dubbi su alcune canzoni e alcuni arrangiamenti. Infine, ci sono stati un po' di problemi tecnici e sfighe. Circostanze e sfighe: senza una delle due cose l'album sarebbe uscito prima.

Ne aggiungerei una quarta: sembra davvero che ci sia stato un maggiore lavoro sulle singole canzoni.
Per il primo album avevamo una dozzina di canzoni, nove le abbiamo scartate e sostituite con altre più nuove. Per Helplessness Blues, invece, abbiamo più o meno tenuto sempre quelle, e invece di scartarle e scriverne di nuove abbiamo lavorato costantemente su quelle, rifacendo gli arrangiamenti a tutte.

È vero che ti sei ispirato a Stormcock di Roy Harper?
Sì. Lui, John Fahey e Robbie Basho sono fra i miei chitarristi preferiti. Mi piace molto suonare la chitarra a dodici corde e scrivere in quel modo. Stormcock in particolare ha canzoni in cui l'arrangiamento sembra molto semplice per sei minuti buoni, e poi tutto si trasforma totalmente. C'è qualcosa di molto ragionato nella lunghezza delle canzoni, nel quando e nel perché le cose succedono. Tutto suona studiato e insieme molto casuale, mi è sempre piaciuta questa combinazione.

Veniamo ai concerti. Sul palco ora siete in sei, avendo aggiunto il polistrumentista Morgan Henderson, ex bassista hardcore punk con i Blood Brothers.
Non stavamo cercando un sesto membro, se non fosse stato lui non avremmo preso nessuno. Siamo diventati amici mentre stavo scrivendo l'album, ci vedevamo spesso e mi dava un sacco di consigli, era sempre in giro e ha finito per lavorare al disco con noi, è stato molto naturale. Essere in sei sul palco rende tutto più facile, il concerto scorre meglio, siamo in grado di legare meglio le canzoni e di gestire meglio le pause, con così tante mani possiamo fare andare sempre avanti la musica. Morgan ha aggiunto molto alla nostra musica, non riesco a immaginare di tornare in cinque, adesso. Penso che la nostra musica sarà diversa anche grazie a questo.

Quale canzone del nuovo disco pensi rappresenti meglio le possibili direzioni future?
The Shrine/An Argument, con le sue quattro sezioni abbastanza distinte in otto minuti. Mi piace, mi immagino un disco di una sola canzone lunga 25 o 30 minuti in quello stile, con un sacco di cose diverse che succedono messe una dietro l'altra, sarebbe bello.

Nelle nuove canzoni ci sono anche diverse parti che lasciano spazio a un suono più rumoroso e pieno, soprattutto dal vivo... diventerete più elettrici?
Non ne sono sicuro. Sto lavorando a nuove canzoni in cui sostanzialmente urlo e c'è molta distorsione, ma non so, può essere difficile. Mi piace fare dischi avventurosi, che non mantengano lo stesso umore per tutto il tempo. In futuro penso ci sarà spazio per cose molto tranquille a altre più rumorose.

In concerto mi ha colpito la vostra capacità di tenere la gente silenziosa e attenta, nonostante la clama della vostra musica. È difficile?
Nel tour del primo album abbiamo fatto lo stesso set ogni sera, per quasi due anni: cominciavamo con una canzone a cappella, per presentare il concerto nel modo che volevamo. Chiedevamo la maggiore attenzione proprio all'inizio, e avrebbe funzionato solo se la gente avesse prestato attenzione. E funzionava, la gente era molto tranquilla più o meno ovunque, e stava zitta per tutta la canzone. Il silenzio si notava.
(Il Giornale della Musica n. 287)

01/12/11

2. Falty DL. You Stand Uncertain. Planet Mu.



Si chiama Drew Lustman e viene da New York, ibridando il più eccitante suono londinese con sapori di casa: il suo è uno degli album che segneranno l'annata. Vi si sente la continuità hardcore con dubstep e relativo post, funky, garage, jungle; ma anche la Grande Mela nella piu pronunciata sensualità, nei rimandi nascosti al calore di disco e house, e nella finezza non proprio cockney. E si arriva addirittura a lambire la bassa fedeltà chillwave, con svolazzi drogati di synth e sogni ad occhi aperti. Per la prima volta inoltre Lustman si confronta con il cantato, femminile in tutti e tre i casi: Anneka nell'iniziale Gospel of Opal, un Burial in pieno giorno e virato soul, che sta al 2011 come i Lamb stavano al 1996; Lily McKenzie nel 2-step dolce ed evocativo di Brazil e nella techno lenta e jazzata di Waited Patiently, in chiusura. Con risultati altrettanto strabilianti.
(Rumore n. 232)

30/11/11

3. James Blake. James Blake. Atlas/A&M.



Una cosa colpisce prima delle altre in questo album di debutto di James Blake: la sicurezza. Il non avere paura di riempire il proprio esordio – uno dei più attesi dell'anno, stando all'accoglienza riservata ai tre EP che lo hanno preceduto e al montare delle chiacchiere dopo la firma major – di silenzi, di spazi vuoti che qualunque altro ventiduenne a inizio carriera si sarebbe affrettato a riempire con ogni genere di cosa, probabilmente superflua (esclusi gli xx: se due prove fanno un trend, è un trend che ci piace). In questo, soprattutto, il giovane londinese mantiene il legame con la scena dubstep nella quale si è fatto le ossa, e con le tecniche del dub originario: l'assenza conta come la presenza. Il resto è un'evoluzione brillante e inattesa, solo in minima parte annunciata dall'ultimo dei tre EP di cui sopra, il delicato Klavierwerke, ed esplosa qualche mese fa con la meravigliosa cover di Limit to Your Love di Feist. Qui piazzata esattamente al centro delle undici tracce, non a caso: voce e pianoforte da veterano anni '70, echi, ritmo lento e possente nella sua essenzialità, bassi su frequenze da terremoto.
È la porta d'ingresso in un mondo vulnerabile e puro, in cui sembra di sentire un Antony meno pomposo, un Jamie Lidell calmo o un Bon Iver fattosi nero e soulful, alle prese con un suono minimale e notturno dove galleggiano tasti elettronici e acustici, beat nitidi ed essenziali, voci manipolate e decostruite, effetti e rumori. Una cosa a metà strada fra intuizione e calcolo, ostica sulla carta ma capace di comunicare con l'esterno a un livello emozionale profondo. La prima metà dell'album è in special modo abbagliante: il crepitante r'n'b spettrale di Unluck; il crescendo inesorabile di Wilhelms Scream da lamento soul vecchio stile a fremente ammasso di bassi e droni; quello di I Never Learnt to Share, che comincia solo vocale, cambia pelle in mezzo a suoni sempre più tesi e inquieti e sfocia in uno spiritual alieno, mentre Blake ripete la stessa frase come un mantra; le due parti di Lindesfarne, autotune e pause prima, ritmo micro e melodia folk da pace dei sensi dopo, e altri bassi enormi.
La seconda metà è meno compatta e più riflessiva, ma altrettanto gratificante. Give Me My Month e Why Don't You Call Me sono brevi e dolci ballate per piano e voce, la seconda caratterizzata da un lavoro radicale sulle voci. To Care (Like You) alterna ritmo dubstep/techno al rallentatore e stasi atmosferiche che ne enfatizzano le arie da Stevie Wonder malinconico. I Mind è anche lei in bilico fra serenità e tensione, e fosse in un disco di Burial non ci meraviglieremmo. Measurements chiude in gloria, con solennità gospel e ricordi dell'Arthur Russel più etereo e intimista.
(Rumore n. 229)

Il rischio sarebbe quello di arrivare a cose fatte. Con i tempi del mensile mentre fioccano le pagine dei quotidiani, e le lagnanze di quelli (pochi per fortuna) che era meglio prima. Fortuna che c'è BPM, le due paginette in cui ogni mese il sottoscritto e il maestro Valletta cercano di aprire finestre su ciò che si muove in ambito dance ed elettronico. James Blake lo abbiamo intercettato lì, un annetto fa. Che fosse un fuoriclasse dal futuro radioso e più vasto dei confini di genere è stato evidente fin da subito, ma una evoluzione così rapida e continua era dura da prevedere. Evoluzione che non implica necessariamente un miglioramento: Blake era meglio prima ed è meglio adesso, semplice. Ma il percorso che ha portato al suo eccezionale album omonimo - disco del mese nello scorso numero, pubblicato in digitale a inizio febbraio e subito schizzato nei primi dieci anche in Italia, con uscita fisica programmata per marzo - è davvero qualcosa di inusuale per tempi e qualità.

Un anno e dieci mesi fa, per cominciare, a firma James Blake non esisteva nulla. Un primo 12” (Air & Lack Thereof) è arrivato a giugno 2009, seguito da un remix per Untold. Poi è cominciato un 2010 che il ragazzo di Deptford e i suoi fan non scorderanno facilmente: tre 12” uno più bello dell'altro (The Bells Sketch a marzo, CMYK a giugno, Klavierwerke a ottobre), più un 10” co-firmato con Airhead (Pembroke), un apprezzato remix per gli amici Mount Kimbie, un bootleg di A Milli (quella di Lil Wayne, esatto: è anche ironico) e verso fine anno il botto definitivo. Ovvero, quella cover di Limit to Your Love di Feist che ha impiegato giusto 4'40” per diventare sua e basta. Ridotta all'essenziale, spogliata della strofa, voce e pianoforte appoggiate su bassi mostruosi e silenzi. Biglietto da visita perfetto per l'album di cui sopra, che la contiene insieme a dieci tracce autografe in cui un dubstep più immaginato che reale si mescola a brandelli di soul futurista, e a una cura maniacale di ogni particolare sonoro. Pazzesco, vero? Ed è nato nel 1989, il bastardo.

Raccontaci la tua storia, innanzitutto. Quali sono stati i tuoi primi contatti con la musica?
Ho cominciato a fare musica quando ero molto giovane, alle elementari, verso i nove anni. In famiglia avevamo un piano, un'armonica, una chitarra... io suonavo il piano e cantavo. Mio papà aveva dell'attrezzatura e registrammo anche qualcosa, così, per averla. Ma non ricordo di cosa si trattasse.

La tua è una famiglia musicale, quindi?
Sì, specialmente mio papà. Suona la chitarra e canta, e mi ha insegnato un po' di cose sul registrarsi da soli. Cantavamo tutti insieme, Happy Birthday in macchina andando al mare, cose così.

Lui non lo dice, ma viene in aiuto un suo tweet dell'11 febbraio (“James Litherland È mio padre, non un tipo che è stato prodotto da mio padre”) in risposta a un pezzo di Pitchfork (“La cosa divertente di The Wilhelm Scream di James Blake è che si tratta di un'interpolazione di Where to Turn, del cantante soft-rock britannico James Litherland, che come ha detto lo stesso Blake in un'intervista a Zane Lowe di BBC 1 è stata prodotta da suo padre”). Insomma: suo papà alla fine degli anni '60 era nientemeno che il chitarrista e cantante dei Colosseum, culto minore del jazz/prog britannico. Where to Turn è una mezza merda, sia detto, ma chi già non può farne a meno sappia che sta su 4th Estate, album solista del 2006. Nella citata sessione radiofonica, sempre per stare in tema, Blake ha anche suonato una cover per voce e piano di A Case of You di Joni Mitchell, manna per chi sposa la tesi della antonyzzazione precoce del ragazzo.

Quali sono state le tue prime passioni musicali?
Non ne sono sicuro. La musica per molto tempo è stata qualcosa che ero consapevole di fare, ma non qualcosa per cui mi appassionavo. La amavo, era perfettamente naturale per me, ma non direi che fosse una mia passione. Lo è diventata più tardi.

Compravi dischi?
No. In casa avevo la musica dei miei genitori o prendevo in prestito i cd in biblioteca, e ovviamente internet ha dato una mano. Non avevo soldi da spendere nella musica. Non che non ne avessi in assoluto, ma non consideravo la possibilità di possedere della musica. In casa c'erano molti cd, e io ascoltavo quelli. Non cercavo nuova musica, tutto quello che mi interessava lo sentivo nel mainstream o lo avevo lì, non avevo bisogno di comprarlo.

Che dischi ricordi?
Sam Cooke e molto soul, ma anche Jimi Hendrix, molto rock, del funk. Con il piano provavo ad andare dietro alle canzoni.

Hai anche studiato musica a scuola, prima alle superiori e poi al prestigioso Goldsmiths, Università di Londra.
Alle superiori mi piaceva molto. All'università era ok, ma non pensavo che quello studio mi sarebbe stato molto utile.

Come si passa da tutto questo a te che fai uscire vinili per alcune fra le etichette elettroniche più importanti in circolazione?
È stato un vero switch. La settimana prima suonavo il piano per conto mio, come al solito, e quella dopo... ero andato a una serata a Londra, Forward, e lì avevo scoperto questa musica nuova. Non avevo sentito molta elettronica prima, e di certo non la ascoltavo a casa, ma lì ho drizzato le orecchie. Ho voluto subito farne di mia, e l'unica maniera per farla era comprando un laptop; andavo all'università e avrei avuto bisogno di un laptop comunque. Mio padre mi aveva già mostrato un po' di cose. Ho cominciato a fare del dubstep, volevo... sì, volevo solo fare del dubstep.

Creata nel 2001, Forward (anche nota come FWD>>) è l'atto di nascita pubblico del dubstep, il suo uscire dai negozi di dischi e dalle camere da letto di Londra Sud per farsi movimento. Idem dicasi per il coevo grime e per il più recente funky. Ci sono passati tutti, da Skream a Kode9, da Dizzee Rascal a Wiley. La bass music londinese del futuro diventa presente lì, e sulle frequenze di Rinse FM.

Chi suonava quella sera?
Penso fosse Coki, o Loefah. Era musica così scura, introspettiva, pesante. Mi ha spazzato via. Una delle migliori notti della mia vita, è cominciato tutto lì.

Pochi giorni dopo eri a casa a fare musica sul tuo computer. Hai prodotto molte cose prima di Air and Lack Thereof?
Sì, ma nessuna verrà pubblicata! Era un terreno del tutto nuovo per me, è quello che ho sempre cercato, in qualunque cosa facessi. E le cose nuove sono molto più possibili con l'elettronica.

Ti sei accorto che quello che veniva fuori non era dubstep canonico?
No, pensavo fosse dubstep.

I confini del genere in effetti sono molto ampi...
Lo sono ora, non lo erano nel 2007. Mala, Coki, Skream, Benga: quella gente suonava dubstep, non altro. Allora il dubstep era post-garage, era il nuovo garage, perchè era la cosa che veniva dopo. Aveva tutti gli elementi del garage, ma con il tempo dimezzato. Quando scrivevo non pensavo a una definizione ampia del dubstep, per me era puramente batteria e basso, non c'erano molte opzioni. Le cose sono venute fuori un po' diverse... è così che è nato il post-dubstep: molti volevano fare dubstep ma non sapevano come, non avevano la stessa ispirazione musicale di chi ha creato il dubstep originale. Avendone un'altra, hanno fatto musica diversa, che essendo così pesantemente influenzata dal dubstep è stata chiamata post-dubstep.

Che ne pensi del dubstep attuale?
Come in ogni genere esce molta merda, e molta musica invece eccellente. È un genere che non ha bisogno di dare spiegazioni riguardo la sua rapida evoluzione, possiamo semplicemente apprezzare i vari tipi di musica nei quali si è frantumato. Ma non ci penso molto, ho amici che fanno ottime cose e me le passano, la gente della Hemlock, della Hessle, della R&S. Non ho bisogno di ascoltare valanghe di wobble.

Quali sono i tuoi produttori preferiti al momento?
Blawan e Joy Orbison. Blawan fa garage molto coraggioso, mentre Joy Orbison ha saputo elevarsi al di sopra dell'hype che lo circondava e passare oltre, per produrre le sue cose migliori di sempre.

Quanto è stato importante il dubstep nello sviluppo del tuo linguaggio?
Enormemente. Mi ha insegnato lo spazio, e l'importanza del sound design, dell'essere estremamente meticoloso nei confronti del suono. Perchè un charleston suona come suona, che reazione provoca nella gente il cambiarlo anche solo leggermente. Ogni singolo suono in ogni mia traccia è pensato in questa maniera. Non lo sarebbe se non fossi passato dal dubstep.

La tua etichetta insieme al disco mi ha mandato i testi, e l'ho apprezzato. Non succede quasi mai, soprattutto in generi vicini alla scena elettronica. Immagino siano molto importanti per te...
Sono incredibilmente importanti. Danno un'idea del perchè le canzoni siano venute fuori. Sono piccoli riassunti, in forma quasi di haiku, delle cose che mi sono successe o che mi stavano succedendo durante l'anno e mezzo in cui l'album è stato scritto. Sono stati scritti in momenti molto diversi fra loro, non significano o rappresentano la stessa cosa, ma è vero che stanno bene insieme e si adattano bene alla musica. Alcuni sono incredibilmente tristi e comunicano un fortissimo senso di isolamento, altri invece no, almeno per me.

La cover di Limit to Your Love è bellissima, penso sia uno di quei casi in cui un artista prende una canzone che ama e la fa sua. Come la hai scelta?
Grazie! La prima versione era semplicemente una sperimentazione, che avevo cominciato al pianoforte dopo avere sentito l'originale da un amico. Più avanti ho usato quella registrazione nella produzione dell'album, ed è diventata la traccia che è ora.

Stai lavorando a cose nuove? Vedi già una direzione?
Sto sempre lavorando a materiale nuovo, e spero di non smettere mai. Non so esattamente dove andrò, ma voglio produrre musica senza voci e senza accordi, spinta solo dal ritmo.
(Rumore n. 230)

4. Machinedrum. Room(s). Planet Mu.



Aggiungere l'americano Travis Stewart - già noto come Syndrone e Tstewart, e metà dei Sepalcure - nella stessa categoria dove già alloggiano i compagni di etichetta Falty DL e Boxcutter, quella dei fuoriclasse che stanno definendo il suono del 2011. Un suono non (ancora) riconducibile a formule precise, ma che in Room(s) come in You Stand Uncertain e The Dissolve, tutti pubblicati dalla sempre più inattaccabile Planet Mu, prende forma e stupisce. Stavolta partendo dai 160 bpm circa del footwork di Chicago, e rimescolando le carte con l'intera tavolozza della storia della dance apparentementre a disposizione: house e techno, Londra e tropici, bassi grossi e leggerezza soul, ritmi sincopati fra jungle e garage e placidi synth anni '80, campioni r&b trattati fino al limite, stab a profusione, triplette percussive come se piovesse. La tecnica di un veterano cresciuto a pane e hip hop, e la spontaneità di un esordiente. Un'inebriante ipotesi di pop elettronico mutante, fisico e mentale insieme, tonificante e rilassante. Indispensabile.
(DJ Mag n. 14)

29/11/11

5. Martyn. Ghost People. Brainfeeder.



Si sono cercati e trovati, Martyn e Flying Lotus, e dopo reciproci remix il produttore olandese firma oggi un eccellente album per l'etichetta del visionario californiano. Rispetto al precedente Great Lengths, bello ma freddino, Ghost People beneficia dell'aria vitale e libera di casa Brainfeeder; di quella sperimentazione sporca che in altri titoli del catalogo sfocia nell'eclettismo un po' fine a se stesso, ma che qui invece si combina perfettamente con il talento di Martijn Deykers. Del dubstep degli inizi ne è rimasto poco (ma c'è la voce di Spaceape nell'iniziale Love and Machines), e la techno di sapore dub un tempo preponderante è diventata solo una fra le varie ispirazioni in ballo, in un amalgama imprevedibile che prende anche garage e 2-step londinesi, sintetizzatori svolazzanti anni '80, romanticismo detroitiano e rigore berlinese. Il suono del 2011, insomma, in una interpretazione del tutto personale.
(Rumore n. 237)

6. Low. C'mon. Sub Pop.



“Io non sono altro che cuore”. Sta negli otto minuti di Nothing But Heart il cuore del nono album dei Low. Uno di quegli slow in crescendo ai quali il trio di Duluth ci ha abituato, con i dettagli a fare la differenza: a partire in mezzo al nulla sono solo la voce di Alan Sparhawk e una chitarra elettrica distorta. Il tempo di cantare quattro righe e il titolo diventa l'unico testo, proprio quando entrano in successione una batteria spazzolata, il coro di Mimi Parker e un violino, e la canzone comincia a ingrossarsi fino a dimensioni epiche (spoiler: con un controcanto intorno al sesto minuto che è qualcosa di ultraterreno). Dal freddo al caldo, dal vuoto al pieno, dalla solitudine alla compagnia. All'essenza, al cuore appunto. Quattro anni dopo lo splendido Drums & Guns e i suoi gelidi echi di guerra, C'mon riporta tutto a casa. Una casa dove la forza di andare avanti è generata da chi ci sta vicino, dall'amore che ci unisce e da alcune delle cose più calde e struggenti che i Low abbiano mai fatto: altri gospel delle piccole cose ripetuti a oltranza che risuonano potenti come canti da stadio, “Oh majesty” sul crescendo altrettanto impetuoso di Majesty/Magic, “Il mio amore è gratuito” nella scarna e solenne $20; distillati della loro grandezza come l'iniziale Try to Sleep (con carillon velvettiano aggiunto), Witches (con il banjo di Nels Cline che arriva da chissà dove e si incastra perfettamente) e la maestosa Especially Me, altro capolavoro del disco. Piacciono anche le insolite incursioni fra sogni west coast e country-folk del migliore (You See Everything, Something's Turning Over), ma piace soprattutto il fatto che i Low esistano, e ogni tanto ce lo ricordino.
(Rumore n. 231)

PS - qualche tempo dopo aver scritto questa recensione, salta fuori un video in cui gli stessi Low - su "commissione" di A.V. Club, occhio anche al resto dell'operazione Undercover - rifanno addirittura Africa dei Toto. Merdaccia intoccabile, infatti pare che a tutti scappi pesantemente da ridere, ma anche un ritornello con una spinta epico/melodica non da poco. La sentissimo oggi per la prima volta, magari senza badare troppo al testo, potrebbe essere un capolavoro.

28/11/11

7. PJ Harvey. Let England Shake. Island.



Lo dichiaro: il mio disco preferito di Polly Jean Harvey fino ad ora era Stories from the City, Stories from the Sea. Anzi, quando Rumore ha messo su la classifica dei cinquanta migliori album degli anni '00 ("E quando, nel 2008?" dirà chi nota come noialtri si pubblichi purtroppo la classifica dei migliori album dell'anno a inizio dicembre, chiudendola quindi a inizio novembre) e ha chiesto le nostre graduatorie per compilare quella totale, ebbi l'occasione di metterlo al quarto posto. Anche se a dire il vero il 2000 è in realtà l'ultimo anno degli anni '90. "Un concentrato di energia ed emozione," scrissi, "luminoso pur se di ambientazione notturna come la foto in copertina, che negli assalti blues come nei momenti più intimi (da brividi il duetto con Thom Yorke in This Mess We're In) lascia respirare melodie e sentimenti, invece di avvolgere tutto al proprio interno. 'Il pop secondo PJ Harvey', disse lei. Il tormento che cede di fronte alla bellezza di una donna innamorata." Bene il blues e le viscere, bene l'atmosfera tormentata dei titoli che la hanno resa celebre, ma quando tutto si accomoda senza snaturarsi in forme un po' più pop, meglio ancora.
In questo senso, Let England Shake ricorda quel suo predecessore e fa persino meglio, raggiungendo un equilibrio quasi perfetto fra orecchiabilità e gusto sperimentale, melodie che arrivano immediatamente a destinazione e libertà formale e stilistica, esempi splendenti di PJ a 24 carati (delle dodici canzoni, almeno la metà finisce dritta filata su un' ipotetica antologia: The Glorious Land, The Words That Maketh Murder, On Battleship Hill, In the Dark Places, Written on the Forehead e The Colour of the Earth) e piccoli particolari folli (la citazione di Summertime Blues di Eddie Cochran in The Words That Maketh Murder; il campione di trombetta da adunata militare inserito dentro The Glorious Land; tutto o quasi il classico roots reggae Blood & Fire di Niney The Observer in Written on the Forehead, letteralmente intrecciato in un abbraccio indissolubile con il brano stesso).
E i testi, poi, tasselli di un concept sulla guerra e sull'Inghilterra di ieri, l'altroieri e oggi; Gallipoli, Falklands e Afghanistan come tre facce della stessa medaglia.
Tutto con una leggerezza estrema, poggiata sui toni ariosi della voce e sulle corde dell'autoharp, strumento di partenza per buona parte delle composizioni. Con i ritrovati Mick Harvey e John Parish al suoi fianco, non a caso. E con dodici splendidi video di Seamus Murphy, uno per brano, ad accompagnare.

17/11/11

8. Azari & III. Azari & III. Loose Lips.




Pari forse solo all'album dei connazionali Art Department in quanto ad attesa come grande uscita dance del 2011, l'album del quartetto canadese non tradisce le aspettative. Vero, i quattro singoli che li hanno proiettati lassù ci sono tutti, e con Manhooker (che in veste strumentale stava già in uno di essi) quasi metà disco è già sbrigata. Ma che singoli: la sensualità house dell'inno Reckless (With Your Love), soprattutto, ma anche le vibrazioni scure di Indigo, la leggerezza electro-soul di Into the Night, la Chicago bollente di Hungry for the Power. Il resto è comunque quasi tutto all'altezza, e prosegue nella definizione di un suono che unisce i puntini fra la New York gay di fine '70, la house acida e deep di metà '80 (appunto), l'electro-pop europeo e il presente. Fra l'ercoleggiare di Lost in Time e l'ipnotismo di Tunnel Vision, la botta cosmica di Infiniti e l'aria sci-fi di Manic, c'è l'imbarazzo della scelta.
(Rumore n. 236)

Vedi alla voce physique du rôle: prima ancora di ascoltare una singola nota, già sappiamo che questo quartetto di Toronto - si dice “Azari and third”, numero romano - ha vinto. Due produttori, Dinamo Azari e Alixander III. E due cantanti, Starving Yet Full e Fritz Helder, dive soul che portano il concetto di clubber gay afroamericano al livello superiore. La musica (il primo album omonimo è ancora fresco di stampa, ed è uno di quei due o tre titoli dance all'anno che dovete comprare anche se di solito ascoltate tutt'altro) conferma. Un suono che si inserisce in pieno nel ritorno alla disco e alla deep house più scarne e sensuali che sta caratterizzando l'annata, ambito dove i quattro occupano grossomodo il posto di anello mancante fra Hercules e Art Department. Calda grana analogica, omaggi a un passato glorioso e sguardo fisso sul presente, devozione alle fondamenta della house e insieme voglia di ridiscuterle: “La house è libertà di espressione. È aperta, è ghetto e classe, ottimo mix. Non ci dispiace quando ci dicono che facciamo grande musica house, ma vogliamo essere percepiti come qualcosa di più.” Anche grazie ai testi: “È importante provare a dire qualcosa, a mettere qualcosa di reale nelle liriche. Ricordo quando ero molto più giovane, e ascoltavo questa musica che parlava dell'essere giovane, gay e nero... il fatto che questa donna o quest'uomo mi stessero dicendo che ero la persona più fiera del pianeta era eccezionale. Grazie, nella vita di tutti i giorni nessuno me lo dice! Mi dicono che sono stupido, casomai, e di stare zitto. Per questo anche testi semplicistici come 'tira su le mani' o 'siete fantastici' in realtà dicono tanto a così tanta gente. Abbiamo bisogno di sentircelo dire, triste ma vero.”
(Rumore n. 237)

16/11/11

9. LUCAS SANTTANA. Sem Nostalgia. Mais Um Discos.



Sempre più sommersi di musica, capita di perdersi cose di valore. Come questo cantante e chitarrista di Bahia, che scopriamo essere giunto con Sem Nostalgia al quarto album, uscito lo scorso anno e pubblicato oggi in Europa dalla londinese Mais Um Discos (marchio che sceglie "artisti brasiliani che fondono stili, ignorano i generi e irritano i puristi"). Confessiamo l'ignoranza, godendoci la bellissima sorpresa. Un Tom Zé del ventunesimo secolo, che nel titolo dichiara massima lontananza dalle tradizioni, ma che invece le reinventa in modo fresco e avventuroso, dissonante e accattivante insieme. Con solo voce, chitarre e suoni d'ambiente rimodellati per via elettronica, alternando portoghese e inglese, toccando cantautorato folk anglosassone e dub, esperimenti strumentali avant e pop futurista. Dodici brani, di cui tre scritti con Arto Lindsay, uno più bello e imprevedibile dell'altro.
(Rumore n. 238)

14/11/11

10. SMART COPS. Per proteggere e servire. Sorry State/La Tempesta.



Gioca a tuttocampo, La Tempesta, e mette il suo marchio anche sul segreto meglio custodito del punk italiano contemporaneo. Un'accolita di ceffi già noti alle questure (With Love, La Piovra, Ban This e Hell, Yes! Records sono alcune delle attività passate o parallele dei quattro) che si fanno chiamare Sbirri Intelligenti, si presentano sul palco in divisa nera - basco, chiodo, pantaloni aderenti con striscia rossa e t-shirt con S e C giganti - e scrivono canzoni tutte a tema come Il cattivo tenente (“La morte non è un limite/Le droghe non sono ostacoli/La merda non la cancellerai mai/Non la cancellerai mai”), La legge del più debole, La soffiata, Meglio insabbiare e Facile bersaglio. La musica? Una miscela incandescente di punk newyorkese (Dead Boys) e californiano (Crime, va da sé, ma anche Weirdos e cose Dangerhouse) misto garage-beat italiano del più selvaggio. Un concept devastante, nei presupposti e nello svolgimento. In meno di venticinque minuti è tutto finito, ma lascia il segno. Come una perquisa ben fatta.
(Rumore n. 229)

Un modo solo per tradurre “smart” non c'è. Il dizionario dice “intelligenti”, “brillanti”, “svegli” e pure “eleganti”. Fate la media, aggiungete “sbirri” davanti e avrete, oltre ad anni di barzellette sui carabinieri riassunte con mirabile sintesi, gli Smart Cops. Quattro gaglioffi con radici nella scena punk italiana dell'ultimo quindicennio (With Love, Ohuzaru, La Piovra, Ban This!, Klasse Kriminale), passati per la classica trafila dei 7” in vinile e dei tour autogestiti in giro per il mondo, prima di debuttare su album con Per proteggere e servire. Niente di così nuovo, non fosse che in ballo c'è un pacchetto completo, una mission che moltiplica il loro suono grezzo e sparato - punk classico da CBGB's tipo Ramones o Dead Boys, roba californiana coeva tipo Crime o Weirdos, la violenza del beat anni '60 più marginale - fino a renderlo il terremoto che è.
Immagine coordinata, la chiamano. Le parole per cominciare, in italiano e in tema: titoli come Il cattivo tenente, La soffiata, Meglio insabbiare, Facile bersaglio, La legge del più debole, Quel dubbioso manganello rosa, Tra le reclute un pessimo soggetto; testi che parlano di infiltrati, auto blu, retate, “muscoli, ferro e minchia”. E le divise: nere dal basco alle scarpe, passando per chiodo, maglietta con logo rosso e braghe aderenti con banda verticale rossa; fra Pantere Nere e banda di motociclisti gay, fra (International) Noise Conspiracy e Mario Placanica. Look che risalta particolarmente, se sei a Gerusalemme e ti fai fotografare davanti a una caserma della polizia israeliana, con la faccia da duro e un bel fez in testa... “Avevamo un concerto a pochi passi da lì. È stato divertente vedere lo sgomento dei poliziotti veri chiusi dentro, di fronte a quattro ragazzi che li scimmiottavano con la loro divisa posticcia”.
Vecchi nemici, nuove tattiche. “Per un gruppo punk la rabbia nei confronti delle forze dell'ordine è sempre stata la base. Band straniere come Black Flag e Doom o italiane come Wretched e Raw Power, ad esempio. A noi piace approfondire l'argomento pensando al poliziotto come a un essere umano, pieno di incertezze e debolezze - l'essere sovrappeso, lo scoprirsi omosessuale, il non riuscire a risolvere i casi - che l'uniforme non accetta nè concepisce. Una doppia sconfitta, lavorativa e morale. Il ritratto di uno sbirro doppiamente martoriato, goffo e dubbioso, spunto per un'autoanalisi che tutti dovrebbero fare, a prescindere dalla divisa che indossano e dal ruolo che ricoprono”.
Reato preferito? “Abuso di potere, per non parlare di resistenza a pubblico ufficiale. Gli Smart Cops predicano bene, ma non razzolano altrettanto. La tendenza è quella di seguire un nostro codice personale, che cozza con quello dettato dalla legge: un po' come nel film Il cattivo tenente”. Senza redenzione, naturalmente.
(Rolling Stone n. 89)

Cerca in Soul Food

Archivio