28/11/11

7. PJ Harvey. Let England Shake. Island.



Lo dichiaro: il mio disco preferito di Polly Jean Harvey fino ad ora era Stories from the City, Stories from the Sea. Anzi, quando Rumore ha messo su la classifica dei cinquanta migliori album degli anni '00 ("E quando, nel 2008?" dirà chi nota come noialtri si pubblichi purtroppo la classifica dei migliori album dell'anno a inizio dicembre, chiudendola quindi a inizio novembre) e ha chiesto le nostre graduatorie per compilare quella totale, ebbi l'occasione di metterlo al quarto posto. Anche se a dire il vero il 2000 è in realtà l'ultimo anno degli anni '90. "Un concentrato di energia ed emozione," scrissi, "luminoso pur se di ambientazione notturna come la foto in copertina, che negli assalti blues come nei momenti più intimi (da brividi il duetto con Thom Yorke in This Mess We're In) lascia respirare melodie e sentimenti, invece di avvolgere tutto al proprio interno. 'Il pop secondo PJ Harvey', disse lei. Il tormento che cede di fronte alla bellezza di una donna innamorata." Bene il blues e le viscere, bene l'atmosfera tormentata dei titoli che la hanno resa celebre, ma quando tutto si accomoda senza snaturarsi in forme un po' più pop, meglio ancora.
In questo senso, Let England Shake ricorda quel suo predecessore e fa persino meglio, raggiungendo un equilibrio quasi perfetto fra orecchiabilità e gusto sperimentale, melodie che arrivano immediatamente a destinazione e libertà formale e stilistica, esempi splendenti di PJ a 24 carati (delle dodici canzoni, almeno la metà finisce dritta filata su un' ipotetica antologia: The Glorious Land, The Words That Maketh Murder, On Battleship Hill, In the Dark Places, Written on the Forehead e The Colour of the Earth) e piccoli particolari folli (la citazione di Summertime Blues di Eddie Cochran in The Words That Maketh Murder; il campione di trombetta da adunata militare inserito dentro The Glorious Land; tutto o quasi il classico roots reggae Blood & Fire di Niney The Observer in Written on the Forehead, letteralmente intrecciato in un abbraccio indissolubile con il brano stesso).
E i testi, poi, tasselli di un concept sulla guerra e sull'Inghilterra di ieri, l'altroieri e oggi; Gallipoli, Falklands e Afghanistan come tre facce della stessa medaglia.
Tutto con una leggerezza estrema, poggiata sui toni ariosi della voce e sulle corde dell'autoharp, strumento di partenza per buona parte delle composizioni. Con i ritrovati Mick Harvey e John Parish al suoi fianco, non a caso. E con dodici splendidi video di Seamus Murphy, uno per brano, ad accompagnare.

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