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04/01/16

Gli album del 2015 / I ritardatari

A classifica consegnata, esce sempre qualche disco che meriterebbe di stare nei primi dieci. O quantomeno di giocarsela. Tipo questi due.



Bienoise Meanwhile, Tomorrow (White Forest)
Un altro pezzo dell'esplosione di nuovi talenti elettronici nazionali,
protagonisti di uno sfondamento netto verso il pubblico indie. Un debutto straordinario, un disco come se ne sentono pochi e non solo in Italia. Quasi un'ora di musica che da radici house e techno sviluppa uno stile fatto di suoni apparentemente incongrui, sporcizia sonora e campionamenti da vecchie VHS integrati in un insieme scintillante, e dinamiche da pista piegate alla propria visione, in strutture tanto inusuali quanto efficaci. Non c'è un pezzo simile all'altro, ma il tutto suona come un unica, potente narrazione.

Focus Numbers apre con taglio minimale da scuola romena, groove che si ingrossa, voci sminuzzate e respiro soul. All the Future I Can Endure è 10' di pulsazione lenta e onde rumorose, stasi epiche e ripartenze da Weatherall circa Screamadelica. La title-track ha sembianze house underground pure, voce da diva inclusa, ma gli stab li fa un piano smagnetizzato. Dà Vita avanza fra synth acidi e breakbeat, e decolla senza che ci si accorga di come nel frattempo il beat si sia raddrizzato, in un implacabile crescendo psichedelico. Redundance è un treno, fra riff sincopati e palpitazioni tech-house a 135 bpm, cassa quasi dritta e clap in controtempo, frammento vocale ripetuto e ipnosi berlinese. Lui, Alberto Ricca, pare sia "tuttora indeciso se definire la sua una musica autistica o altruistica". Comunque vada, sarà un successo. (da Rumore n. 288)
Un arrivo dell'ultimo momento, un botto in extremis dal quasi esordiente Alberto Ricca, per una White Forest che chiude in bellezza un 2015 già notevole grazie agli album di Broke One e Furtherset, e al premio di migliore etichetta dell'anno assegnatole dal circuito Italian Quality Music Festivals. Meanwhile, Tomorrow è un album vero, che costruisce un discorso coerente e sfaccettato pescando da vari stili elettronici e uscendone nuovo, a tratti inaudito. House, campioni misteriosi, techno, psichedelia, rumori. Pista (un promo di Focus Numbers a Villalobos, presto!) e cervello. Il pensiero va a capolavori come Techno Primitivism di Juju & Jordash, o American Intelligence di Theo Parrish; non tanto per affinità precise, quanto per ampiezza dello sguardo e capacità di inserirsi in una tradizione rinnovandola. (da Soundwall)




*****



Hieroglyphic Being & J.I.T.U. Ahn-Sahm-Bul We Are Not The First (RVNG Intl.)
Già parecchio avventuroso nel suo approccio alla materia house, Jamal Moss alza il livello affiancando il suo alias più noto a un ensemble tarato su avanguardia e free jazz: la stella Marshall Allen, Shelley Hirsch, Shahzad Ismaily, Daniel Carter, Ben Vida, Elliott Levin; e un batterista black metal/psichedelico come Greg Fox (Liturgy, Guardian Alien). Fin troppo facile parlare di ponte steso fra la Chicago acida di Moss e quella afrofuturista di Sun Ra, ma We Are Not the First quello fa, e benissimo. Accogliendo ance ululanti, ritmi liberi, voci recitate o usate come strumento, synth modulari e un ribollire di 303, 808 e macchinari house affini in un flusso di musica in costante tensione positiva. Che culmina nei caldissimi 18'39" della conclusiva title-track: la BYG è viva e lotta insieme a noi. (da Rumore n. 288)

30/12/15

Gli album del 2015 / 1



1. Sufjan Stevens Carrie & Lowell (Asthmatic Kitty)

Uno che, badasse al portafoglio e all'ego, avrebbe capitalizzato da tempo su un talento enorme. E invece dal 2000 ha vagato fra progetti tanto affascinanti quanto improbabili (un album per ogni stato degli Usa: finora ne sono usciti due), divagazioni fra elettronica, classica e sperimentazione, messe a fuoco ripetute di uno stile già nitido da tempo. Quello che brilla in Carrie & Lowell, ridotto ai minimi termini di una voce, una chitarra acustica e poco altro. In undici canzoni intime e personali che ascoltate una volta non vi lasceranno più, nate da un'esigenza privata d'amore - Carrie è la madre, Lowell il suo compagno - e fattesi amore universale come capita solo con i fuoriclasse. (da Soundwall)


29/12/15

Gli album del 2015 / 2



2. Mbongwana Star From Kinshasa (World Circuit)

From Kinshasa to the Moon, in realtà. Come il brano che apre, e come la sensazione che subito vince. Un viaggio verso l'ignoto che spaventa ed elettrizza, unico riferimento in cielo la stella del cambiamento, mbongwana in Lingala. Cambiamento in opera nei presupposti e nei fatti. Dopo lo scioglimento degli Staff Benda Bilili, senzatetto paraplegici diventati fenomeno pop globale, i cinquantenni Coco Ngambali e Theo Nzonza ricominciano con tre di cui potrebbero essere padri, e col parigino Liam Farrell. Scordare il passato: l'incontro fra generazioni e culture è dirompente, i confini si fanno sfocati. Farrell non solo produce senza il rispetto verista che di solito muove i suoi omologhi, ma entra nel gruppo a tutti gli effetti, suona, campiona, distorce, dà e riceve in un rapporto alla pari senza limiti. I congolesi portano materiale straordinario, energia umana e minacciosa in parti uguali: tradizione in odore di rumba e spinta in avanti che ingloba bassi post-punk, chitarre rumorose, intrecci vocali imprendibili, echi, ritmi elettronici pulsanti (fino all'assalto di Suzanna, mostruosa techno berlinese con dolce cantato gospel), gli immancabili likembe elettrificati (a cura dei Konono N°1 in Malukayi). Tutto insieme è qualcosa che non si era ancora sentito, ed è fantastico. Un disco che alza il livello Congotronics di tre tacche, il migliore uscito fin qui dalla Kinshasa odierna. Afrofuturismo, per usare un termine in voga. Ma sul serio. (da Rumore n. 282/283)

28/12/15

Gli album del 2015 / 3



3. Sleater-Kinney No Cities To Love (Sub Pop)

Otto anni dopo, annunciate da un misterioso 7" inserito senza preavviso nel box antologico Start Together
, le stesse Sleater-Kinney di sempre. Non suoni come una bocciatura, anzi. Come un'affermazione di identità e sicurezza dei propri mezzi, piuttosto. Come conferma di una cosa che è stata ben chiara fin da subito: il gruppo appartiene alla ristretta cerchia di chi fa musica perché deve, senza ragionare a tavolino su come questa musica debba suonare, lasciando che venga fuori e basta, e lì cominciando a lavorare per darle la miglior forma possibile. Nessuno ha nemmeno provato ad imitarle, in questi anni di pausa. Come se fossero qualcosa di intoccabile, una sfida persa in partenza. Come i Fugazi, altro gruppo della cerchia, altro gruppo ufficialmente in pausa.

Poi certo, ci sono le sfumature. Rispetto alle bordate distorte di The Woods, questo No Cities to Love suona piuttosto come un ritorno al clima fresco e immediato degli album precedenti, ma con la potenza accumulata strada facendo come bonus. Brucia di un'urgenza che ci piacerebbe trovare in ogni lavoro di un gruppo riunito dopo tanto tempo, ed entra subito in testa. C'è anche una netta intenzione funk, nella declinazione bianca e tagliente nata con il post-punk, che emerge in modo più o meno esplicito. Come se le tre avessero scoperto adesso, naturalmente a modo loro, i Franz Ferdinand del primo album, che per quanto démodé possa apparire la citazione restano una delle migliori ipotesi di lavoro pop su quel suono. Ci sono anche quattro o cinque delle migliori canzoni mai firmate dal trio, e una carica in fondo prevedibile, ma non fino a questo punto. Di meglio non si poteva sperare.

27/12/15

Gli album del 2015 / 4



4. Insanlar/Ricardo Villalobos Kime Ne (Honest Jon's)

“Il ritmo è un linguaggio universale, mentre le melodie appartengono a culture specifiche”, diceva Ricardo Villalobos nel 2008, quando Rumore andò a Berlino a intervistarlo e la sua faccia finì sulla copertina del numero 197, una delle più eretiche della storia di questo giornale. Erano i giorni di tracce come Enfants o Primer Encuentro Latino-Americano, e di album come Sei Es Drum: fenomenali. In molti cominciavano a unire ritmiche house minimali e fonti strumentali o vocali periferiche, in pochi (vengono in mente i romeni Petre Inspirescu e Rhadoo, e il turco Onur Özer) riuscivano ad andare oltre la semplice giustapposizione e la ricerca dell'effetto esotico, forse lui solo riusciva a trasformare il tutto in un discorso davvero organico e coerente, evolvendosi senza limiti apparenti. Ricardo firmava tracce sempre più lunghe, ipnotiche, slegate da qualunque dinamica dance convenzionale, perfezionando anche dal punto di vista tecnico e sonoro uno stile sempre più unico. Ecco, a quei giorni siamo tornati improvvisamente ascoltando Kime Ne, doppio 12" (inciso su tre lati, sul quarto c'è un lavoro dell'artista Katharina Immekus) pubblicato da Honest Jon's e intestato al maestro cileno/berlinese e alla band turca Insanlar.
Trattasi di un collettivo acustico/elettronico di Istanbul, radunato intorno al DJ e produttore disco/psichedelico Barış K, al polistrumentista e cantante Cem Yıldız e al percussionista Hogır. Kime Ne - registrata dal vivo nel 2010 - esce per la prima volta il 27 dicembre 2013, divisa sui due lati di un 12" pubblicato dalla concittadina Aboov Plak. Il testo è un adattamento dei versi di due poeti e mistici ottomani del sedicesimo e diciassettesimo secolo rispettivamente, Kul Nesîmî e Pir Sultan Abdal, e la musica... beh, la musica è qualcosa di sublime. Qualcosa di molto vicino al sogno bagnato del lettore-tipo di questa umile pagina. Ventiquattro minuti di Bosforo, Baleari e Berlino in combinazione, una sinuosa pulsazione dubby a 100 bpm su cui volteggiano corde di chitarra acustica e di acidissima bağlama, cori epici e specie di scat vocali velocissimi. Sullo sfondo, mentre il sole sorge o tramonta, i minareti della Moschea Blu o la torre di Alexanderplatz, chi li distingue più. Già introvabile l'originale, Honest Jon's ripara ristampando e convocando appunto Villalobos, per due remix che al confronto paiono quasi normali. Velocità aumentata a 120, groove minimalista solido e multiforme, dettagli che si rincorrono, vena più solare nel primo e più scura e tesa nel secondo. Un'ora di musica in tutto, meravigliosa. (da Rumore n. 278)

26/12/15

Gli album del 2015 / 5



5. Downtown Boys Full Communism (Don Giovanni)
In breve, quello che un gruppo punk deve essere. Dentro i propri tempi e i loro movimenti (vedi video di Wave of History). Senza paura di esporsi contro razzismo, sessismo, capitalismo e -ismi vari che per troppo tempo è stato figo tralasciare. Bruciante e spontaneo, come la California al passaggio fra punk e hardcore, o certa no wave. Creativo, perché con gli strumenti soliti pompano anche due sax. In più, ed è un punto di forza dei sei di Providence: fatto di sessi e culture diverse, e capace di fare della diversità un messaggio in forma (testi in spagnolo e inglese) e sostanza. Aggiungere una citazione di Yasiin Bey/Mos Def come manifesto, e una di quelle cover inattese che dopo un solo ascolto cambiano proprietà, Dancing in the Dark di Springsteen. Non puoi accendere un fuoco senza una scintilla, claro. (da Rumore n. 281)

25/12/15

Gli album del 2015 / 6



6. Heroin In Tahiti Sun and Violence (Boring Machines)

Chiamatela psichedelia occulta italiana o chiamatela come vi pare, ma alcune cose vanno date per certe: parliamo di alcune delle cose migliori sentite nel nostro paese da un lustro circa in qua, e di un nome collettivo tanto artificiale e imposto (come tutti i nomi collettivi, peraltro: Viv Albertine nella sua splendida autobiografia scrive "punk", tra virgolette) quanto efficace nella sua inclusività, capace di rappresentare un'attitudine più che un suono preciso, e di calzare addosso a un insieme di gruppi in cui è davvero difficile pescarne due uguali.
Difficilissimo per gli Heroin In Tahiti, duo romano che dopo un album già notevole (Death Surf, 2012), uno altrettanto valido diviso con Ensemble Economique (No Highway/Black Vacation, 2013) e uno uscito solo su cassetta (Canicola, 2014) 
cala l'asso con questo monumentale doppio. Un lavoro che nasce proprio da quella cassetta, e dal suo lavoro ancora grezzo ma già interessantissimo su field recordings dell'Italia meridionale degli anni '50, raccolti da Diego Carpitella e Alan Lomax. Sun and Violence riprende quel lavoro con minore improvvisazione e più ragionamento, sviscerando l'anima cupa ed esoterica di quei luoghi e di quei tempi, con Sud e magia di Ernesto De Martino come testo di riferimento.
Ne esce un'ora di musica vibrante e ispirata, che allarga sensibilmente la visuale oltre la Spaghetti Wasteland di chitarre riverberate e ritmi narcotici ben nota a chi segue le gesta del gruppo, dilatandosi e complicandosi, muovendosi fra momenti di stasi bruciati dal sole e ipnotiche cavalcate kraute, frenesie psichedeliche e malinconie mediterranee.

24/12/15

Gli album del 2015 / 7



7. SQUADRA OMEGA Altri occhi ci guardano (Sound Of Cobra/Macina Dischi)

A chiusura della terna di dischi con cui ha inaugurato un 2015 fertile a dir poco, la Squadra piazza il colpo del KO. Con quello che non solo suona come il suo vero secondo album, cinque anni dopo il debutto omonimo, ma diventa anche pietra di paragone, apice di una carriera che da qui potrebbe procedere con moltiplicato slancio. Altri occhi ci guardano è per ampiezza di sguardo, ambizione e dimensioni - nove tracce in quasi settanta minuti, su vinile doppio o CD singolo - il manifesto del trio veneto. Sintesi di quanto detto fin qui, di pulsioni note e non, di plausibili direzioni future. Matura e sorprendentemente accessibile.
Prima facciata: Sospesi nell'oblio, otto minuti e mezzo di basso ossessivo e twang chitarristico orientaleggiante, ritmo incalzante e melodia sul finale che suona come un lampo beat dal passato remoto, tutto incastrato fra la tensione rarefatta di Il buio dentro e la pace cosmica di La nube di Oorth. Seconda: Il labirinto, portata avanti per tredici minuti dal sax e da un'altra linea di basso senza fine, con fase acida californiana e percussioni in coda, prima che Sepolto dalle sabbie del tempo alzi la temperatura con tiro funk da blaxploitation. Terza: acustiche arpeggiate in Hyoscyhamus, e poi il prog folk a combustione lenta di Il grande idolo, altri undici minuti di viaggio. Quarta: altro funk e altro wah-wah, con assolo elettrico a oltranza e sax protagonista della decomposizone finale, nei dodici e mezzo della title track, e altre corde acustiche nella conclusiva Le rovine circolari. E siamo appena a metà anno. (da Rumore n. 281)

23/12/15

Gli album del 2015 / 8



8. Roger Robinson Dis Side Ah Town (Jahtari)

Con i riflettori puntati sulla pregevole collaborazione fra Fennesz e quei King Midas Sound di cui è una delle due voci, rischiavamo di perderci l'entrata trionfale di Roger Robinson nel ristretto novero dei dub poet. Il pensiero va dritto al più grande fra loro, Linton Kwesi Johnson, alle sue cronache di ordinaria ingiustizia in pieno incubo thatcheriano, declamate con tono caldo e severo sul potente incedere della Dub Band di Dennis Bovell. Robinson restringe il campo, concentrandosi su un quartiere londinese. Uno solo, ma pesantissimo in quanto a portata simbolica, snodo fondamentale di ogni discorso sui mutamenti dell'Inghilterra urbana e multietnica: Brixton.
Nato ad Hackney e cresciuto a Trinidad, già residente della zona, il nostro passa da Brixton di ritorno da un tour nell'agosto del 2011, e si ritrova in mezzo ai disordini che stanno mettendo a ferro e fuoco quella e varie altre zone della città, e del paese. Subito comincia a prendere appunti, mentali e reali, registrati al volo sul suo dittafono, usati come punto di partenza per una sorta di documentario sul luogo, la sua gente, la sua storia, il suo futuro. 
Walk with Me, dice uno dei titoli. Ed è proprio quello facciamo, in un tour con la miglior guida possibile, che trova la miglior colonna sonora possibile nel reggae retro/futurista dello specialista Disrupt. Il suo lavoro è quello di un artigiano giamaicano, sepolto da campionatori di una volta, ampli valvolari ed effetti autocostruiti, ma con una sensibilità dub(step) moderna. La base perfetta per le cronache sporche e immediate - o per le rare, splendide melodie cantate - di Roger.

22/12/15

Gli album del 2015 / 9



9. Black Zone Myth Chant Mane Thecel Phares (Editions Gravats)

Come un oggetto volante non identificato, che dichiara fin dalla copertina la sua devozione all'eterno Sun Ra, il secondo del francese High Wolf come Black Zone Myth Chant piomba fra noi e lascia del tutto spiazzati. Affascinati e impauriti in parti uguali. Pare di riconoscere sembianze familiari, ma subito dopo appare altro. Pare di essere avviati su una strada, e quando è troppo tardi per tornare indietro ci si accorge che invece è un'altra. Sono otto labirinti, ostici a prima vista, inebrianti una volta dentro. E dentro c'è tutto: footwork, ma distante anni luce da quasi tutto il footwork sentito fin qua; un'Africa immaginata più che reale; amore per dub e jazz; techno, come attitudine all'esplorazione elettronica; beatmaking astratto e dopato; l'esperienza del Lupo con droni e psichedelia. Pazzesco. (da Rumore n. 280)

21/12/15

Gli album del 2015 / 10



10. Jamie xx In colour (Young Turks)

Non ha avuto fretta, Jamie Smith. Si era capito da subito, dall'epocale debutto dei suoi xx nel 2009, che in ballo c'era qualcosa di grosso, il talento puro di un giovane musicista britannico e la sua capacità di intrecciare generi e mondi. Ma nonostante la giovane età il ragazzo è riuscito a dosarsi perfettamente, a rilasciare esempi di quel talento con il contagocce, o quasi. Un album condiviso con la leggenda afroamericana Gil Scott-Heron, un altro con la band, qualche singolo, qualche remix. E oggi, finalmente, questo palpitante In Colour
. Un lavoro che mantiene tutte le promesse, e oltre, virando in chiave dance le atmosfere rarefatte e le melodie intimiste per cui va famoso. Una dance delicata, estatica, fatta di campionamenti sorprendenti - su tutti, la magistrale interpolazione di Could Heaven Ever Be Like This di Idris Muhammad in Loud Places, con effetti da pelle d'oca - e trame di chitarra, beat fra il balearico e le tensioni garage/dub urbane londinesi, strizzate d'occhio al Four Tet più orecchiabile (che infatti collabora, insieme ai compagni di band Oliver Sim e Romy Madley Croft, e agli MC giamaicani Young Thug e Popcaan) e placide derive tropicali. In tutto, fanno tre quarti d'ora di musica serena ed empatica, che eleva lo spirito e scorre con naturalezza rara, pronta per ricominciare immediatamente. (da DJ Mag Italia n. 51)

05/01/14

E classifica sia (parte terza: i dischi nuovi / 10-1)



10
Green Like July
Build A Fire
(La Tempesta International)

Che dischi bisogna mettere nella classifica di fine anno? Quelli più importanti, verrebbe da dire, intendendo il termine nel suo significato originale e pre-calcistico. In questo caso, come combinazione di bellezza, originalità, elaborazione artistica, ambizioni e loro realizzazione, capacità di interpretare il proprio tempo o di portarselo dietro. E in effetti, almeno per quanto riguarda il sottoscritto, la maggior parte dei titoli risponde a questo criterio.
Ogni anno, però, riesce a farsi strada fra i dieci (almeno) un titolo spinto da forze diverse, quasi parallele. Quello non particolarmente originale nè innovativo, ma che hai ascoltato più di tutti gli altri, anche di quelli piazzatisi più in alto, imparando a memoria o quasi le sue canzoni. Quello magari meno impegnativo intellettualmente, ma che dà tanto chiedendo poco, e vaffanculo. I californiani Allah-Las lo scorso anno, gli italiani Green Like July quest'anno: Build a Fire è una straordinaria collezione di canzoni a presa rapidissima, scritte con tocco e ispirazione superiori, eseguite con freschezza rara. Canzoni semplici nel miglior senso del termine, che mettono insieme rock statunitense classico e pop di ispirazione glam, e un sacco di altre cose belle. In macchina lo abbiamo ascoltato almeno una volta al giorno da quando è arrivato, per tutta la cazzo d'estate, e lo ascoltiamo ancora.

PS - Consideriamolo anche, sempre dopo Allah-Las, come l'incursione ormai istituzionale di mio figlio Nicola Leo (due anni e quasi tre mesi) nella compilazione della classifica, la posizione appaltata alle preferenze del seggiolino di dietro. Anche se L'arca resta insuperabile.





9
The Ex & Brass Unbound
Enormous Door
(Ex)

Come sempre, la prima cosa che viene da chiedersi è perché si sia di fronte a un caso raro, perché tutte le band non siano come gli Ex. Parliamo di approccio, attitudine, energia, entusiasmo, mica di musica. Di musica ognuno fa quella che vuole, ma una cosa è certa: quanto sopra sarà evidente. Dopo trentacinque anni di attività, lo è come non mai per il gruppo olandese, giunto a una sintesi inconfondibile di punk fugaziano, no wave, free jazz, Africa di varie latitudini e melodia, tanto avant quanto immediatamente coinvolgente. Inserite una sezione fiati colossale come i Brass Unbound - Roy Paci, Mats Gustafson, Ken Vandermark, Wolter Wierbos - ed ecco Enormous Door, qualcosa di rifatto per l'occasione (lo standard etiope Belomi Benna, l'intramontabile Theme from Konono No. 2Bicycle Illusion dal recente Catch My Shoe) e altro nuovo di zecca (menzione almeno per Every Sixth Is Cracked). Fra le cose migliori di una discografia e di una carriera splendide. (da Rumore n. 258/259)





8
Matias Aguayo
The Visitor
(Cómeme)
Dovreste, eccome se dovreste, nessuno escluso. Ma se non aveste familiarità con il personaggio, c'è un titolo in questo suo terzo album che spiega Matias Aguayo meglio di tante altre parole: Una Fiesta Diferente. Perché un diverso tipo di festa è stata ed è l'intera carriera del suddetto, cileno di nascita e apolide per vocazione; da quell'unico strepitoso album per Kompakt dei Closer Music (2005) alle vicende di un'etichetta piacevolmente irregolare come la sua Cómeme, fino appunto ai dischi in proprio. Musica da ballo, ma unica. Stimolante, mai banale, fatta con poco, che rende molto. Rispetto al precedente Ay Ay Ay (2009), incredibilmente realizzato con la sola voce, The Visitor torna a mezzi produttivi più canonici, ma compensa con alcune delle tracce più fuori che Matias abbia mai firmato. Grezze e cerebrali, registrate in cinque anni e in cinque nazioni diverse fra Sudamerica ed Europa, mixate da Deadbeat e dense di collaborazioni (Aerea Negrot, Daniel Maloso, Philipp Gorbachev, il percussionista Luis "Cucharita" Jaramillo), bollenti convergenze di ritmi electro-house primitivi, cantati da botta e risposta, sottotesto latino, new wave. Di nuovo un passo avanti, per uno dei protagonisti più imprevedibili del mondo elettronico (e non solo) moderno. (da DJ Mag n. 32)




7
In Zaire
White Sun Black Sun
(Sound Of Cobra/Tannen/Offset)

Primo vero album dopo una serie di ep e split, White Sun Black Sun lancia definitivamente gli In Zaire - Alessandro De Zan e Riccardo Biondetti dei G.I. Joe, Claudio Rocchetti e Stefano Pilia: supergruppo? - come macchina rock psichedelica con pochi eguali in circolazione. Merito di una evoluzione verso forme più compatte ed accessibili: minutaggi ridotti (7'29" il brano più lungo), soluzioni e strutture appena piu convenzionali, potenza ritmica e volume triplicati. Resta la radice legata ai droni e alla sperimentazione, evidente nella dubbata Jupiter e nella prima parte di Saturn soprattutto, ma più spesso mutata in selvagge cavalcate cosmiche fra Hawkwind e Germania o Giappone dei bei tempi (SunVenusMoon, il resto di Saturn), folk-blues alla mediorientale (Mars), ipnotiche tirate funk (Mercury). Devastante. (da Rumore n. 255)





6
M.I.A.
Matangi
(N.E.E.T./Interscope)

Certo, certo. Ancora lei, e che palle vero? Se ci ha stufato in fretta il ragazzo al numero 3 figuriamoci M.I.A., che fa anche lei più o meno sempre le stesse cose ma dal quintuplo del tempo, e che all'ultimo giro aveva praticamente azzerato la dote del capolavoro Kala propinandoci il quasi interamente orrendo ///\\/\/\/\Y///\\\/\/Y///\\\\!!!1!!1!!!!!, o come cazzo si scriveva. Tre anni dopo, rieccola qua.
Con un pezzo quasi in apertura che ridicolizza Bamboo Banga - per chi scrive, tutt'ora la sua cosa migliore - con un'accozzaglia geografica allitterante che si fa beffe di quel "Somalia Angola Ghana Ghana Ghana/India Sri Lanka Burma Bamboo Banga" e di chi aveva provato a vederci riferimenti di qualunque tipo (io ad esempio), piazzando un esagerato "Somalia Bosnia Cuba Colombia/Ecuador Mexico Bhutan Morocco/Botswana Ghana India Serbia/Libya Lebanon Gambia Namibia/Bali Mali Chile Malawi/Bequia St. Vincent Trinidad and Norway/China Canada U.S.A. U.K./Nepal Nigeria/Ethiopia North K. Myanmar Panama/Philippines Nicaragua Palestine and Greece/Peru and France, it's so simple to do the dance" (giuro!) che fa ridere e non sai se sia un bene o no.
Con dichiarazioni bislacche tipo (corsivi miei) "I was struggling with this song, trying to write lyrics that contained the word 'tent'. Julian Assange came into the studio and took my computer and basically decrypted the whole of the internet, and downloaded every word in the whole of the language that contained the word tent within it. He gave me, like, 4000. And I finished the song", che in bocca a una presunta maga della comunicazione un po' fanno ridere, anche loro.
Con un disco lunghetto, quasi un'ora. Che forse non va avanti veloce nella scoperta e nella definizione di nuovi linguaggi, ridisegnando geografie ghetto per un pubblico potenzialmente enorme, come succedeva un tempo (ma occhio: il Medio Oriente è the place to be e il Medio Oriente c'è eccome, e prima non c'era; un po' di footwork pure, un po' di rhythm'n'blues moderno pure, con tanto di The Weeknd ospite in due brani). Diciamo allora piuttosto che fa il punto, e riprende pieno possesso del proprio spazio, in maniera eccellente.




5
Holden
The Inheritors
(Border Community)

“Gli idioti stanno vincendo”, diceva il titolo del suo primo album, sette anni fa e sette anni dopo gli esordi da bambino prodigio della techno di taglio trance. “Gli eredi” di quella vittoria sono qui, finalmente, e se il termine techno ancora serve è per i suoi significati più astratti: viaggio, anima, dialogo fra uomo e macchina, fra circuiti e natura.
The Inheritors (da un romanzo di William Golding) è un mondo che riparte da zero, un paesaggio accidentato che ci si apre di fronte con le sue dolcezze e le sue asperità, le sue cavalcate in crescendo e le sue discese eteree. Raccontato da Holden (per l'occasione niente James) e dal suo sintetizzatore modulare come fossero esploratore e macchina fotografica, dal vivo senza sovraincisioni. È un resoconto che spesso pare incompiuto, nonostante i settantacinque minuti di durata, ma che assume i tratti di una narrazione coerente, avventurosa.
Che non considera alcuna struttura o convenzione della musica elettronica da cui il musicista viene, ma guarda piuttosto a quella di prima (Cluster e corrieri cosmici affini) e a quella dei frateli maggiori (Boards Of Canada). E non solo: nelle quindici tracce risuona forte l'eco del folklore britannico più primitivo e sciamanico. È la trance che ritorna, ma in forme inimmaginabili allora. Ci dicessero che è la ristampa dell'unico album di un misterioso guru analogico degli anni '60, forse ci crederemmo. Anche se gli otto minuti di Blackpool Late Eighties e altri sprazzi qui e là rinnovano, a modo loro, la pulsazione originaria. Ma non c'è tempo per fermarsi. (da Rumore n. 260)





4
Forest Swords
Engravings
(Tri Angle)

Vedi copertina, titoli e nome dell'autore, e pensi che davvero il nero - come colore, stato d'animo, visione del mondo, approccio al futuro - sia diventato il minimo comune denominatore per gran parte di coloro che stanno portando dubstep e techno verso le estremità più lontane, o per chi si è smarrito seguendo le streghe house. E invece no. Non proprio, non per tutti. Di nero ce n'è molto, ad esempio, nelle dieci tracce di Engravings, primo vero album del britannico Matthew Barnes dopo le laudi raccolte da Dagger Paths, nominalmente un EP nonostante la lunga durata. Ce n'è a cominciare dalla copertina, e continuando con l'ascolto. Il primo impatto è quello, atmosfere tetre, nebbiose, fredde. Panorami morriconiani da fine del mondo. A farsi strada sono beat di ascendenza hip hop/r&b (The Weeknd al suo massimo pallore, e oltre), arpeggi elettrici da new wave al rallentatore, profondità dub evocate da echi e linee di basso penetranti, rumori d'ambiente poco rassicuranti, campioni come flash improvvisi da altre epoche, taglia e cuci di voci spettrali, ora lasciate sole in terre ostili ora composte come delle corali ultraterrene.
Eppure, si esce da questi cinquanta minuti con una serenità inaspettata, persino euforici. Come se la vera natura di questa musica fosse forte e positiva, e bastasse solo un piccolo appiglio per accorgersene, un punto d'ingresso qualunque. L'andamento da processione di Ljoss, risveglio dopo un incubo, masse che riprendono possesso della loro terra dopo una battaglia, Burial catapultato sul set di The Wicker Man. Le chitarre psichedeliche e gli echi orientali di Irby Tremor, degna dei Massive Attack più cerebrali. Il treno su cui viaggia Onward, prima di sfociare in un finale di archi struggente. Sono gli stessi elementi di cui sopra a ribaltare la prospettiva, a creare tutti insieme qualcosa di tanto apparentemente inquietante quanto potente e liberatorio, luminoso e umano. Saranno le melodie; saranno i continui rimandi, ideali più che strettamente sonori, al misticismo con sfondo naturale di tanto folk britannico o di chissà dove; sarà il sapere che Matthew Barnes aveva inizialmente pensato di registrare tutto l'album all'aperto, immerso negli splendidi paesaggi del suo Wirral, e lì alla fine comunque lo ha mixato. Resta la certezza di trovarsi di fronte a un talento vero, che ha appena cominciato a rivelarsi. (da Rumore n. 261)





3
James Blake
Overgrown
(Atlas)

Lo vedo in poche classifiche e lo sento in pochi discorsi, e mi dispiace. Sembra uno di quei classici casi in cui il gregge si sposta altrove, e scegliere per sé la parte della pecora nera è più faticoso intellettualmente, e meno gratificante socialmente, di andare a cercare il prossimo nome che non conosce ancora nessuno (dei tuoi amici) e farsi belli. Vuoi mettere, piuttosto che stare ancora dietro a James Blake? È così 2011, dai. Una vita fa, ancora non eravamo nemmeno vegani.
Allora, tanto per cominciare:



Inoltre: se vi è piaciuto il primo album di James Blake - non fate i vaghi: eravamo in tantissimi, me lo ricordo - vi deve piacere anche questo. Altrettanto, di più, di meno, fate voi. Ma almeno un po' vi deve piacere. Altrimenti siete in malafede, o lo eravate nel 2011 ma dovevate dire il contrario perché, allora sì, non si poteva fare altrimenti. Perché lo seguivate da quando ancora non cantava e faceva i 12" dubstep, oppure non lo seguivate da quando ancora non cantava e faceva i 12" dubstep, e dovevate recuperare al volo.
Perché vi deve piacere? Perché stilisticamente siamo grossomodo lì, e sono passati solo due anni. Se una cosa per cui impazzivate due anni fa oggi non la cagate nemmeno, avete dei problemi di personalità voi, non lei. E due album sono francamente un po' poco per dire che James Blake alla fin fine fa sempre la stessa cosa. Che è vero, ma non proprio. Certo, nei 360º della musica tutta Overgrown sta molto vicino al suo predecessore, come detto: fragile soul urbano, tessiture elettroniche, colori acustici, voce già inconfondibile. Ma oltre ad essergli superiore sotto molti aspetti - scrittura, composizione, controllo del suono, accessibilità - ne rappresenta una splendida evoluzione, visibile ad occhio nudo (l'idea e la messa in pratica della fenomenale collaborazione con RZA di cui sopra, ad esempio) oppure rintracciabile con pazienza nei dettagli. Nell'atmosfera sempre decisamente malinconica, ma assai più ampia e ariosa, adulta nel miglior senso possibile. Nella sempre più labile obbedienza a dettami stilistici vari, con gli ingredienti di partenza ormai noti - dubstep, hip hop, r'n'b, canzone d'autore - a trovare forme inedite (Digital Lion su tutte: sicuri che sul primo album ci sarebbe stata?) e a mescolarsi con suggestioni nuove (i quattro quarti techno di Voyeur, ad esempio, con tanto di break finale che è pista pura).
Pensate anche a questo, poi: il pezzo più bello del primo album, poche balle, era una cover. Personale quanto si vuole, e splendida, ma una cover. Il pezzo più bello di questo invece è un'originale, in cui ha convocato uno dei rapper più famosi e rispettati al mondo e lo ha fatto rimare di cose per cui, nei projects di Staten Island, probabilmente staranno ridendo di lui ancora adesso. Tipo non sposare quello e torna con me, "I wouldn't trade her smile for a million quid/Don't let my love fall, keep building it", "What will become of me if I can't show my love to thee?" o "No, no, no, no, no/Don't marry him". Con un pischello bianco inglese a fare i controcanti in falsetto. Eh?





2
Disclosure
Settle
(Island)
C'è un cortometraggio di Nanni Moretti, del 1996. Si intitola Il giorno della prima di Close Up, cercatelo su YouTube. C'è lui che fa la caricatura di se stesso, in pratica. Va al Nuovo Sacher, il suo cinema, e si assicura che tutto sia a posto per la prima del nuovo film di Abbas Kiarostami, spaccando prevedibilmente il capello in quattro con i dipendenti della sala. Il massimo arriva nella discussione con il ragazzo che, nella libreria, sta sistemando vicini i libri dei "giovani scrittori italiani". Non va bene, a loro dà molto fastidio. "Ma giovani..." dice quello. E Moretti: "Sotto i cinquantacinque anni". Sarà anche per questo, per come funzionano male nel nostro paese questi parametri, che ci stupiamo così tanto quando qualcuno di veramente giovane fa qualcosa di buono? E quando esattamente uno è veramente giovane, fra l'altro? Dobbiamo meravigliarci del fatto che Guy e Howard Lawrence, ventidue e diciannove anni rispettivamente, abbiano tirato fuori un album del genere? O al contrario: se uno non li fa a vent'anni, i bei dischi, quando cazzo li fa?
Quello dell'età non è l'unico luogo comune da recensore che viene in mente ascoltando Settle, dopo mesi passati aspettando Settle, mentre eccitazione, hype preventivo e relativo hating preventivo montavano grazie a un singolo da classifica come Latch. Che ne dite di "fosse tutta così la musica da classifica", del più localista "beati gli inglesi che almeno in classifica hanno i Disclosure, noi abbiamo Ramazzotti", del sempreverde "provateci voi a fare un disco che vada in classifica, se vi pare facile", del sempre utile "è roba già sentita ma è fatta benissimo, e ha un che di nuovo"? Beh, considerateli tutti veri, ma non fatevi incastrare dal solito discorso del male minore, alle elezioni come in cuffia. Non serve. Perché possiamo stare qui ore a decidere se i Disclosure siano un bluff destinato ad esaurirsi nel giro di qualche stagione o invece qualcosa che passerà alla storia, e a misurare quanto siano derivativi di generi che noialtri abbiamo vissuto prima e più intensamente rispetto a gente che all'epoca aveva dodici anni, o non era manco nata.
Ma restano i fatti, e quelli dicono che Settle sta in piedi da solo come un signor album, declinazione perfettamente riuscita di stili dance underground e potenzialità pop, collezione di canzoni una più riuscita dell'altra (o quasi), ottime per la pista come per l'ascolto in qualunque situazione. Ascolto che scorre liscio e gratificante, e si ripete. Per chi scrive, meglio di quelli di Katy B, Jamie Woon e Jessie Ware, per dire di ibridi analoghi. Roba orecchiabile e canticchiabile, certo. Roba mainstream. Ma un bel giorno dovremo pure deciderci al riguardo: il mainstream è merda per partito preso, o è merda perché vi si sente musica di merda? E allora perché quando musica bella e nostra riesce ad arrivarci (o viene creata con l'intento esplicito di arrivarci, lo concediamo), non siamo contenti? O il problema è l'apparente saltare sul carro del revival UK garage/2-step in corso? Magari il risultato fosse sempre di questo livello.
L'inizio è fulminante: il discorso campionato di Eric Thomas, motivatore e autodefinito "predicatore hop hop" statunitense, piazzato a introdurre il ponte di jack steso fra Londra e Chicago in When a Fire Starts to Burn, ha un effetto dirompente. Cose così non le si improvvisano. Cose così, arpeggi da acid vecchia maniera e swing britannico anni '90, ricorrono: più apertamente nell'aggressiva Grab Her!, più dissimulate ma non meno efficaci nell'altro singolo killer White Noise (alla voce Aluna Francis degli AlunaGeorge), nella bassline dell'incalzante Stimulation. Altrove, sono invece le vibrazioni bass contemporanee a prevalere: il basso gorgogliante di Latch, quello gommoso fra gli svolazzi sognanti di Voices, la tensione latente di You & Me (con la stella pop Eliza Doolittle del tutto a suo agio), i toni grime dell'eccellente Confess to Me (con Jessie Ware), le voci pitchate di Second Chance, la seta soul urbana di January (con Jamie Woon) e Help Me Lose My Mind (con Hannah Reid dei London Grammar, segnarsela/li). Altrove, si parla invece un linguaggio house romantico universale, come in F for You o Defeated No More (con ed McFarlane degli indie-rockers Friendly Fires). Dappertutto domina un'aria di naturalezza e di nessun apparente sforzo rara. Giovani di merda. (da Soundwall.it)





1
Lonnie Holley
Keeping A Record Of It
(Dust-To-Digital)
Qualche mese fa, quando apparve Just Before Music e al sottoscritto toccò la fortuna di riceverlo e scriverne, per qualche disturbo sulla linea il voto stampato non fu quello inteso. Fu un otto, bello comunque, ma non il "senza voto" spedito in redazione. Oggetto delicato il "senza voto", roba da spendere un paio di volte al massimo in una carriera, stando larghi. Ma fidatevi, era il caso. Racchiudere in un numero quanto provato ascoltando e riascoltando pareva impossibile, quasi brutale.
Si provò con le parole, a descrivere l'incanto. Lo stesso di altre prime volte, di altri sbarchi di alieni. Antony, Moondog, Arthur Russell, Fredo Viola, i Suicide. L'effetto essendo il medesimo, più che la musica: non so chi sia costui nè da dove venga, forse un po' mi spaventa, ma sento che mi è amico. Un sessantatreenne afroamericano finora noto per le sue sculture realizzate con materiali di recupero e sistemate in un cortile-museo, autore di lunghi e irregolari sermoni per voce e tastiere. Un bluesman di un altro pianeta con la voce di un angelo e la mente che viaggia. Che mai aveva registrato prima le sue improvvisazioni. 
Per il secondo album il voto lo mettiamo. Perché la sorpresa non c'è, perché l'altra cartuccia la teniamo da parte credendo fortemente che occasione di usarla ci sarà, e perché Keeping a Record of It suona lievemente più normale del suo predecessore (guardate anche la scelta dei titoli, pare fatta apposta). Ci sono strutture appena più canoniche, talvolta, e i suoni sono meno violentemente naif. Appaiono qualche schema ritmico e qualche altro strumento, tipo kalimba o chitarra, e persino due ospiti da prima pagina come Bradford Cox e Cole Alexander, peraltro totalmente al servizio della causa. Ma l'alieno resta alieno, immenso. (da Rumore n. 263)

04/01/14

E classifica sia (parte seconda: i dischi nuovi / 20-11)

Dopo le ristampe, ecco i dischi nuovi dunque. Sempre tenendo fede alla lista che ho consegnato ormai più di due mesi fa a Rumore.
Ribadisco i disclaimer vari: le ho dovute compilare mostruosamente in anticipo, mancano sicuramente mille cose di cui mi sono accorto in seguito, etc etc etc. Poi se volete ne parliamo.
A voi.





20
Bombino
Nomad
(Nonesuch)

"È stato Dan a invitarmi a registrare con lui. Ho accettato immediatamente e ben volentieri, perché ascoltando i Black Keys si può capire molto facilmente come abbia un talento enorme. Conosce tutti i trucchi dello studio, tutte le piccole cose che si possono fare per migliorare i tuoi suoni. È un genio!" Non usa giri di parole, Omara Moctar in arte Bombino, quando gli chiediamo di raccontare la sua esperienza a Nashville e le sessioni che hanno portato al recente Nomad, recensito con i dovuti onori da Paolo Ferrari sullo scorso numero. Un album caldo ed emozionante, prodotto da Dan Auerbach con classe e gusto che ormai viene da dare quasi per scontati, tanto sembrano naturali e quasi automatici. Il blues che incontra il blues, il Sahara che incontra il sud degli Stati Uniti, in una sintesi che esalta le potenzialità globali del chitarrista e cantante di Agadez, senza annacquarne l'essenza desertica e le credenziali di portabandiera della nuova generazione elettrica sahariana.
Ma molto prima del biondo, alla Fender Stratocaster di Moctar è arrivata Sublime Frequencies, la più atipica e misteriosa fra le etichette che negli ultimi anni si sono messe a girare per il mondo in cerca di suoni esotici, dispersi nel passato o in un presente inesorabilmente fuori dai radar del mercato musicale "occidentale". Mercato che talvolta, però, prende nota. A livello sotterraneo, come accaduto per la travolgente techno-dabke del siriano Omar Souleyman, anch'egli scoperto sul campo da Alan Bishop e Hisham Mayet e da lì arrivato fino al palco del Sónar. O a livello ancora più emerso, come sta accadendo per Bombino e per il suo straordinario blues Tuareg, oggi pubblicati addirittura dalla major Warner tramite il marchio Nonesuch.
Guitars from Agadez, non servono traduzione o spiegazioni, si intitola la serie dedicata appunto da Sublime Frequencies alla scena della città nigerina. Primo volume nel 2007 firmato dal Group Inerane, secondo nel 2008 a cura dell'esordiente (e in parte sovrapposto come formazione) Group Bombino, registrato in presa diretta nel deserto intorno alla città, con generatori di corrente. Un lato acustico e un altro di elettrica trance psichedelica. Quando il disco esce, il Niger è in piena guerra civile: alla ribellione dei Tuareg il governo ha reagito con durezza, Agadez è isolata fra le mine, Bombino è in esilio a Ouagadougou.
Non è la prima volta. Nato il primo giorno del 1980 in un accampamento nomade a nordest di Agadez, appartenente alla tribu dei Kel Ifoghas, Moctar passa parte dell'infanzia in un campo profughi di Tamanrasset, nell'estremo sud dell'Algeria. È fuggito con padre e nonna per evitare la repressione della prima ribellione Tuareg da parte del governo nigerino, nel 1990. Spirito ribelle fin dalla prima adolescenza, si mette a imparare da solo la chitarra quando due parenti di ritorno dal fronte gliene portano una, e una volta tornato ad Agadez alla fine della guerra entra nell'orbita di Haja Bebe, leggendario chitarrista locale. È lui che lo svezza, prima dandogli lezioni e poi accogliendolo nel suo gruppo. È lui che gli appioppa il soprannome che ancora si porta dietro, in italiano maccheronico: "Avevo all'incirca quindici anni," racconta Omara a Rumore, "e per questo il gruppo mi ha dato il soprannome di Bombino, come se fossi il bebè della compagnia. È così che sono diventato famoso in Niger, e per questo motivo il soprannome mi è rimasto."
Il padre però non vuole che faccia il musicista, e lui scappa. Prima torna in Algeria, poi si sposta il Libia. Lavora come pastore nel deserto intorno a Tripoli e nelle ore passate in solitudine con le bestie fa pratica, e si fa bravo assai. Ascolta e studia icone della chitarra elettrica come Jimi Hendrix e Mark Knopfler, "ma anche Carlos Santana, Ali Farka Touré e Ibrahim dei Tinariwen." Già, i Tinariwen. Quanto è stato importante il loro esempio per un giovane musicista Tuareg, dal punto di vista sonoro, umano e politico? "Per me, i Tinariwen sono dei grandi eroi. Sono loro che hanno aperto il cammino per gli artisti della generazione seguente, come me, i Tamikrest, gli Etran Finatawa e tutti gli altri. Senza di loro non ci sarebbe una strada così ben asfaltata."
Una strada che il nostro comincia a percorrere quando torna nuovamente a casa, e nel 2004 registra un primo album a suo nome (Agamgam) che in breve tempo diventa un successo locale, seguito dalla partecipazione al secondo volume della raccolta Stone's World, tributo internazionale agli Stones, come membro dei Tidawt (che con Keith Richards e Charlie Watts registrano a modo loro Hey Negrita).
Ma non c'è tempo per capitalizzare. Nel 2007 scoppia la seconda ribellione Tuareg, ancora in Niger e nel nord-est del Mali. Dopo essere riusciti a registrare Guitars from Agadez Vol. 2, Bombino e i suoi amici si uniscono alla sollevazione del loro popolo, ma quando due membri della band rimangono uccisi Omara si rifugia appunto in Burkina Faso. Lì lo rintraccia dopo un anno di ricerche il regista statunitense Ron Wyman, che lo promuove a protagonista principale del suo documentario Agadez, the Music and the Rebellion, filmando fra le altre cose il suo ritorno in città dopo la firma della pace nel 2009 e il relativo trionfale concerto davanti alla Grande Moschea della città. Non solo, Wyman lo porta in Massachusetts e lo aiuta a registrare Agadez, terzo album della serie e primo a raccogliere consensi anche al di fuori della ristretta cerchia degli specialisti del genere, complice un tour statunitense a seguire.
Lì lo scopre un amico di Auerbach, che conoscendo i suoi polli gli gira immediatamente la dritta. E Nomad diventa realtà. Chieste maggiori informazioni sui suoi testi ("Parlo dei problemi sociali e politici che colpiscono la società in cui vivo, in Niger. Ma i miei testi sono poetici, non è così esplicito. Ha più a che vedere con i sentimenti che la musica crea, e che ispirano la gente"), è impossibile non spostarsi sull'attualità. Ovvero, sulla guerra in corso nel nord del Mali dall'inizio del 2012, e sulla sua evoluzione da ennesima ribellione Tuareg a delicato e complicato incrocio di fondamentalisti islamici, eserciti europei, eserciti africani e Tuareg stessi. "Quello attuale, "dice Bombino con comprensibile preoccupazione, è un momento molto difficile per il popolo Tuareg in giro per il mondo, perché siamo erroneamente associati a terroristi e fascisti. Non è assolutamente vero. Quasi tutto il popolo Tuareg è come qualunque altro popolo: amiamo la nostra libertà, vogliamo la nostra libertà, non vogliamo fare del male a nessun altro, di chiunque si tratti."
Di sbrogliare almeno un po' la matassa, provando a capire quanto si tratti di una rivolta indipendentista Tuareg e quanto di una rivolta islamica mirata all'imposizione della sharia, e perché le due parti in causa abbiano rotto l'iniziale alleanza, non se ne parla. Moctar preferisce non rispondere alla domanda. Pensa però che anche in Niger possa esserci una nuova guerra come nel vicino Mali, e che la pace faticosamente raggiunta nel 2009 possa essere a rischio? "Sì, purtroppo quello che sta succedendo in Mali può arrivare anche da noi, se non facciamo attenzione. Se non proteggiamo il nostro paese e la nostra pace." Che prospettive vede, più in generale, per l'indipendenza e l'autodeterminazione del popolo Tuareg nella regione? "Personalmente," conclude, "supporto non importa quale soluzione, basta che riesca a creare una pace vera e solida fra tutte le etnie della regione. Se questo voglia dire avere una nazione Tuareg indipendente o meno, non è così importante. La pace è molto più importante. La pace e la libertà. Tutti coloro che possono portarci queste due cose, li invito a farlo." (da Rumore n. 256)





19
Congo Natty
Jungle Revolution
(Big Dada)

Dopo tanta drum'n'bass, tanto dubstep e tanta bass music di nuova generazione, un tuffo indietro a rivendicare le radici fieramente reggae della jungle. Parla chiaro la copertina, con il volto austero e militant di Congo Natty, già voce ragga-pop come Rebel MC, pioniere britannico del genere e oggi produttore e mente di questa bordata retro coi fiocchi. È un affare giamaicano, da sempre: profondità dub e fiati severi, bassi nello sterno, ritmi che dimezzano o raddoppiano alla bisogna, truppa di voci ospiti - occhio alle molte ragazze quasi esordienti, e alla rimpatriata UK Allstars con Daddy Freddy, General Levy, Sweetie Irie, Tenor Fly, Tippa Irie e Top Cat insieme nello stesso pezzo! - e mixaggio di Adrian Sherwood. Il manifesto che mancava, con dieci anni di ritardo. (da Rumore n. 260)





18
Rokia Traoré
Beautiful Africa
(Ponderosa)
La conosciamo fin troppo bene, la trafila dell'artista africano scoperto dal mercato "world": disco registrato in Europa o negli Usa con musicisti tutti o quasi bianchi, suono addomesticato per i nostri gusti reali o presunti, patina rassicurante da salotto buono progressista, poca aderenza con quello che si ascolta sul serio nei paesi di origine. Starà anche qui la ragione del successo che negli ultimi anni hanno avuto suoni internazionali più grezzi e veri? Avranno questi ultimi innescato a loro volta un processo virtuoso nelle produzioni di primo piano?
Pur non corrispondendo forse al profilo di ciò che pompa nei peggiori bar di Bamako, nè rivoluzionando le basi solide poste in quindi anni di carriera, il quinto album di Rokia Traoré farebbe propendere per questa ipotesi. Perché la collaborazione fra la cantante e chitarrista maliana e John Parish, che produce con tanta efficacia e poca invadenza come sempre, ha i tratti di un crossover serio e paritario come, per stare all'attualità, quello Bombino/Auerbach. Perché dipende da chi sono i bianchi, e Stefano Pilia (al quarto ottimo disco in pochi mesi...) in questo senso è una garanzia.
Sono gli intrecci delle loro tre chitarre elettriche, e quelli con lo n'goni di Mamah Diabaté, a caratterizzare insieme alla voce bella e versatile di Rokia questo Beautiful Africa. Lavoro inequivocabilmente maliano per strutture, lingua - bambara con sprazzi di francese e inglese - ed eleganza, ma capace di un respiro rock fresco e non banale. Evidente nel finale in distorsione di Kouma, o nel nervoso tiro hard-blues della title-track, che affronta senza giri di parole la difficile situazione del Mali e, per esteso, del continente tutto. Ma anche nelle arie pop di Mélancolie e Ka Moun Kè, nel funk giocoso di Tuit Tuit, nella leggerezza quasi west coast della conclusiva Sarama, nell'energia contagiosa di tutti i tre quarti d'ora in questione. (da Rumore n. 256)





17
Charles Bradley
Victim Of Love
(Daptone)
Non basta guardarlo in faccia, Charles Bradley, per capire su di lui e la sua musica molto più di quanto le parole potrebbero provare a spiegare? Non a caso, il regista Poull Brien ne ha già fatto un film, Soul of America, presentato al South By Southwest del 2012: è il sunto di una vicenda straordinaria nel vero senso della parola, e di un lieto fine arrivato tardi, molto tardi, quando ormai ogni speranza pareva andata. Nato nel 1948, cresciuto con la nonna, scappato ci casa da adolescente, da lì infilato in una vitaccia da sottoproletario migrante per gli Stati Uniti quando andava bene, e da homeless quando andava male. Aggiungere una morte sfiorata (per cure sbagliate in ospedale) e una invece vissuta in diretta (quella del fratello, ucciso sotto casa), una madre invalida della quale occuparsi e qualche decennio passato a dannarsi come un James Brown diseredato per poche decine di persone. Fino all'ingresso in scena nel 2002 della Daptone, porto sicuro e amorevole che già sta (ri)lanciando in età non proprio verde la carriera di Sharon Jones: No Time for Dreaming è il primo album in assoluto di Bradley, incredibile ma vero, ed esce nel 2011 con lui sessantaduenne. Victim of Love è il nuovo: mancherà pure la sorpresa, ma che disco! Musica retro ma senza tempo, che spazia dalla ballata soul al funk psichedelico con il gusto e la classe della Menahan Street Band, ad accompagnare Charles ancora una volta. Voce di emozione pura e forza primordiale, Otis da una parte e Mr. Dynamite dall'altra, che sarà pure banale associare a un vissuto duro e logorante e a sogni sempre più deboli di realizzazione, ma tant'è. (da Rumore n. 256)




16
Arcade Fire
Reflektor
(Merge)
Disco non perfetto, ma avercene.
Il fatto poi che così tanti (più di zero, quindi tanti) fra i fan della band abbiano storto il naso di fronte a un cambio di direzione stilistico netto, salutare tanto a prescindere quanto nei risultati, me lo fa apprezzare ancora di più. Esiste ancora un tabu disco, evidentemente, e vedere gli Arcade Fire mentre lo affrontano spalleggiati da James Murphy è molto, molto interessante.





15
Special Request
Soul Music
(Houndstooth)

Capita spesso, che sia l'alias più recente quello con cui un artista produce le sue cose più interessanti. Non fa eccezione il britannico Paul Woolford, già attivo con le sue generalità e come Bobby Peru, e oggi al primo album come Special Request dopo quattro singoli autoprodotti e un quinto per la stessa Houndstooth. Soul Music è una ripartenza con tutta la freschezza e l'entusiasmo che le ripartenze hanno, in cui ogni cosa sembra allo stesso tempo la scelta migliore, e il massimo della spontaneità e dell'istinto. Un lavoro eccellente, sintonizzato alla perfezione sulle frequenze urbane londinesi, alla convergenza fra house mutante e drum'n'bass evoluta, ma immediato e quasi pop in molti suoi risvolti. Come se non bastasse, poi, un secondo cd di remix e altro aggiunto a mo' di bonus rende esplicita la vicinanza di Woolford ad alcune delle migliori realtà di frontiera odierne: Tessela (la VIP version del classico Hackney Parrot quasi batte l'originale), Anthony Naples, Lee Gamble, Kassem Mosse, Hieroglyphic Being. Con cameo del veterano Anthony "Shake" Shakir, e una Lolita (Warehouse Mix) da brividi. (da DJ Mag n. 35)




14
Omar Souleyman
Wenu Wenu
(Ribbon)

La voce girava da qualche tempo, elettrizzante a dir poco: Omar Souleyman, signore della techno-dabke siriana diventato cocco del pubblico elettronico più aperto e/o hipsterista, sta lavorando con Four Tet al suo nuovo album. Il primo pensato e realizzato esplicitamente come tale per il mercato "occidentale", dopo le centinaia di cassette uscite in patria, e la scoperta da parte della californiana Sublime Frequencies con tre compilation e un doppio live. Per il sottoscritto, una tripla goduria potenziale. Roba ai limiti del marketing mirato.
Con Wenu Wenu finalmente a disposizione, però, la prima impressione ridimensiona le altissime aspettative, e suggerisce una sola, semplice domanda: dove cazzo è Four Tet? Vero, Hebden è il produttore del disco, non il suo co-autore. Vero, non volevamo per forza i campanellini e quelle batterie sotto le canzoni d'amore di Souleyman; nè i suoi treni a base di batteria elettronica a mille, smitragliate di percussioni, sintetizzatori da matrimonio e saz al limite della distorsione addomesticati dal cerebrale e raffinato Kieran. Nè il temuto "disco occidentale" che ha snaturato così tanti in passato, per carità.
Speravamo solo in segnali più evidenti e nuovi, ecco. In una moltiplicazione. Perché tutto il resto c'è, alhamdulillah: la verve del quarantasettenne Omar, apparentemente inesauribile; una manciata di ballabili fulminanti come Wenu Wenu, Ya Yumma e Warni Warni. E la mano di Four Tet, da cercare con la lente nella pulizia appena maggior del suono, nella struttura appena più complessa delle tracce, nella fattura e nei dettagli dei beat. Per il resto, la scena è tutta dell'uomo con la kefiah. (da Rumore n. 261)





13
Smania Uagliuns
Troglodigital
(ReddArmy)

Finalmente rap italiano che vale la pena di ascoltare, diremmo. Ma sarebbe riduttivo per il trio lucano e il suo secondo album. Perché di rime in Troglodigital ce ne sono eccome, ma di luoghi comuni no. Perché sotto sotto il modello è "strofa rappata e ritornello soul cantato", ma siamo ad anni luce dalla media per come lo si applica. Perché le rime di cui sopra abbinano numeri linguistici e visioni, e con quelli riescono anche a dire cose serie (vedi Piaccio a Luca, che cantando le gioie della promiscuità sorpassa al volo l'omofobia e la sua pura condanna). Perché la musica sa di boogie, electro, rock, pop e tanto funk senza sfociare in inutile crossover. E poi c'è il concept dichiarato nel titolo, nipote dell'afrofuturismo e di George Clinton. "Sul mio ponte sventola bandiera freaky" ("...fossi in politica il mio voto andrebbe a Vendola Nichi"), insomma. E così sia. (da Rumore n. 257)





12
Crimea X
Another
(Hell Yeah)
Secondo episodio della saga disco cosmica messa in piedi da Luca "DJ Rocca" Roccatagliati (Ajello e Maffia Soundsystem, più collaborazioni da pari a pari con mostri sacri come Daniele Baldelli e Dimitri From Paris) e da Jukka Reverberi (Giardini Di Mirò). Stavolta però c'è anche un terzo, nella persona di Bjørn Torske, chiamato in Emilia a produrre Another. Saggia decisione: ascoltando l'album, pare davvero la miglior scelta che il duo reggiano potesse fare. A un suono già abbondantemente rodato e apprezzato un po' ovunque, il veterano norvegese aggiunge la sua sapienza pop e il suo sguardo originale, valorizzando le caratteristiche fondanti del gruppo e contribuendo all'apertura di strade nuove e interessanti. Buttandosi inoltre su una kalimba che gira in studio, e infilandone qua e là le note squillanti; con il flauto, già sentito sul primo disco e qui ancora presente, è una delle porte d'accesso alle zone più fuori del suono Crimea X, un colore che rende il tutto ancora più vario.
Già Essential, in apertura, mette le cose in chiaro. Un electro-pop sensuale che palpita senza beat o quasi, un basso old school sotto fiocchi di cotone analogico, un cantato (sarà la suggestione) molto scandinavo. E subito dopo, la pompa house ripetitiva di Floordance Track, linea acida e brevi aperture melodiche. Con due delizie pop nordiche a seguire, la leggera Haunted Love e la più ritmica Dream Is Gone, che ribolle sotto la superficie con sequenze moroderiane. Ma si decolla sul serio da I Feel Russian, tesa e rognosa nella struttura, percorsa da scudisciate spaziali e lucidate tropicali, con flauto e bonghetti ad impennare il quoziente freak e un micidiale "chica chica" (o quel che è) sussurrato di Jukka che farà crollare molte certezze al fan medio dei Giardini Di Mirò. Yev bissa spingendo avanti con piglio da ammiraglia galattica, ed è la traccia più classica in scaletta. A Present è l'apice, costruito intorno a una linea di basso semplice e insistente che fa miracoli con cadenze reggae/wave, e a un refrain vocale romantico altrettanto semplice. 5'42" di braccia levate, in piena sintonia con l'aria disco-house che si respira in giro; roba da Hercules al meglio, e prossimo singolo obbligatorio. Viene voglia di rimettersi a fare il dj sul serio per poterla suonare. (da Rumore n. 254)




11
Raffertie
Sleep Of Reason
(Ninja Tune)

Arriva dopo Blake, XX, Burial, The Weeknd e un po' di altri, ed forse questo l'unico punto debole di Benjamin Stefanski e del suo primo album. Ammesso che sia un punto debole, noi lo si dice per completezza d'informazione. Se a voi non importa - se un disco è bello non dovrebbe - benvenuti dunque in Sleep of Reason. Lavoro ricco e affascinante, perfettamente inserito nel solco delle più riuscite commistioni fra forme r&b e suoni elettronici di frontiera, post-dubstep soprattutto. In equilibrio fra inventiva e calore, sperimentazione e cuore. Che consola e dà forza nonostante l'ambientazione malinconica. Che non ti fa sentire solo, come nelle intenzioni dichiarate del suo autore. Uno che produce e canta con la freschezza di un ragazzino e la sicurezza di un adulto, e sospeso lì in mezzo firma un esordio memorabile. (da Rumore n. 262)

31/12/13

E classifica sia (parte prima: le ristampe)

Come dicevo poco fa in quello che volente o nolente è diventato il succedaneo del mio blog e di tutti i blog, "non capisco se vada più di moda fare classifiche di fine anno o fare battute simpatiche su chi fa classifiche di fine anno; io la facevo da anni e quest'anno ho smesso, non so se farmi tornare la voglia o no."
Davvero, guardate nell'archivio del blog. Io la faccio da anni, organizzando anche un patetico countdown che parte una ventina di giorni prima e svela un disco al giorno fino all'uscita in edicola del giornale per cui ho preparato la playlist (questo dovrebbe fornirmi almeno un motivo vero per averla fatta oltre al semplice diporto, anche se la carta stampata è morta non ha senso non la leggo più bla bla bla bla), e credetemi quando vi dico che sono fra i post meno letti in assoluto di questo blog, già di per sè non proprio agli onori delle cronache (non capisco perché, tra l'altro).
Comunque sia, sono bastati due o tre commenti di sincero incoraggiamento ed eccomi qua.
Cominciamo con le ristampe, come i siti seri.
Naturalmente, vale il solito disclaimer: le ho dovute compilare mostruosamente in anticipo, mancano sicuramente mille cose di cui mi sono accorto in seguito, etc etc etc.





10
The Stark Reality
Acting, Thinking, Feeling
(Now-Again)

Già ristampati e antologizzati intorno all'inizio del millennio dalla stessa Stones Throw/Now-Again, gli Stark Reality del chitarrista John Abercrombie - poi destinato a una brillante carriera nel giro ECM - e del vibrafonista, cantante e leader Monty Stark vengono oggi celebrati in grande stile con un sontuoso cofanetto (cd triplo o vinile sestuplo) che ne presenta l'opera integrale, con rarità e inediti. Il fulcro è l'unico album pubblicato all'epoca, nel 1970, dalla AJP di Ahmad Jamal (!): il doppio The Stark Reality Discovers Hoagy Carmichael’s Music Shop, reinterpretazione molto sui generis di un album per bambini del 1958 di Hoagy Carmichael, appunto. Testimonianza perfetta dell'approccio giocoso e senza freni del gruppo di Boston nel combinare in modo peculiare jazz progressivo e psichedelia, pop beatlesiano e funk imbevuto nel fuzz. Il resto è roba precedente, altrettanto brillante: il primo singolo, l'altro album Roller Coaster Ride, nastri con formazione allargata scoperti nel 2005, apparizioni televisive. Tutto insieme, fa già da ora una delle ristampe dell'anno. (da Rumore n. 255)





9
Dur-Dur Band
Volume 5
(Awesome Tapes From Africa)

Prima ancora di ascoltarlo, non è fantastico che questo disco innanzitutto esista? Un album registrato nel 1987 a Mogadiscio, da uno dei gruppi più attivi e amati dell'allora fiorente scena musicale somala pre-guerra, testimonianza di valore inestimabile per gli appassionati di Africa (quella zona è un mezzo mistero anche per loro) e per chiunque discuta lo status quo, Europa e stati Uniti al centro e tutto il resto folklore. Se ne occupa Awesome Tapes From Africa, miniera d'oro in forma di blog e occasionalmente etichetta, rimasterizzando la cassetta originale e stampandola in doppio vinile o cd: undici canzoni che frizzano come il migliore dance-pop tropicale, unendo melodie tradizionali e ipnotico tiro funk, atmosfere arabe o indiane del vicino oriente e linguaggio mainstream globale. Quattro cantanti, tre coristi, due percussionisti, sezione fiati, tastiere, e un'energia vitale contagiosa. (da Rumore n. 256)





8
Billy Bragg
Life's A Riot Spy Vs Spy
(Cooking Vinyl)

Dai, su.





7
The Waterboys
Fisherman's Box
(Chrysalis/Ensign)

Sono gli '80, ma non quelli che vanno di moda ora. Quelli di Mike Scott e dei Waterboys sono '80 che non andranno di moda mai, troppo sinceri e vulnerabili, troppo poco rimasticabili per le disincantate platee attuali. Lui è uno scozzese che dopo tre begli album di epico rock d'autore decide di essere irlandese. Si trasferisce a Dublino. Inserisce il violino di Steve Wickham e sposta Anto Thistlethwaite dal sax al mandolino. Si immerge tanto nella musica tradizionale del posto quanto in country, gospel, Dylan, Morrison. Il risultato è Fisherman's Blues, ottobre 1988, la potenza emotiva dei predecessori moltiplicata da un senso di libertà e serenità enorme. Un album frutto di sessioni quasi leggendarie, svoltesi a Dublino, Berkeley e infine Spiddal, vicino Galway. Meravigliose canzoni senza tempo come And a Bang on the Ear, When Ye Go Away, Fisherman's Blues, una Sweet Thing degna dell'originale su Astral Weeks.
Per il venticinquesimo, tutte quelle sessioni sono raccolte in un unico cofanetto, 121 tracce di cui 80 mai sentite prima. Un blocco che fa impressione per quantità e qualità, con roba che avrebbe gonfiato il disco almeno a doppio senza toccarne il valore, anzi alzandone la portata. Ma quello che davvero emoziona è la rivelazione del processo creativo, sia quando sentiamo improvvisazioni che brillano come cose provate e riprovate, sia quando vediamo canzoni prendere forma versione dopo versione. A Fisherman's Blues - la canzone - ne bastano due: una, la prima, con Scott al piano che chiama cambi e accordi, e una di cinque minuti più tardi che suona familiare. Perché è l'ultima, la definitiva. Quella che un quarto di secolo fa apriva l'album a cui dà il titolo con piglio da sommario, sintesi e manifesto, come forse solo London Calling aveva fatto in precedenza. (da Rumore n. 263)





6
AA.VV.
Kenya Special - Selected East African Recordings From The 1970s & '80s
(Soundway)
(...) Soundway pesca invece dal passato, e con Kenya Special - Selected East African Recordings from the 1970s & ‘80s (doppio cd o triplo lp più 7") mette in fila trentadue delizie d'annata, quasi tutte pubblicate solo a livello locale su 45 giri dalle tirature basse o bassissime. Un bell'incrocio di stili vicini e lontani, benga e rumba congolese, rock zambiano e afrobeat nigeriano, soul e funk, rock psichedelico e disco. E la stessa aria di sperimentazione in libertà che si respira nelle serie gemelle dedicate dall'etichetta a Nigeria e Ghana, anzi anche di più. (da Rumore n. 257)





5
Rodion G.A.
The Lost Tapes
(Strut)

Come spesso capita per questo genere di dischi, conta la storia ancora prima della musica. Il che non vuol dire che la musica non conti, o conti poco, ma solo che è la storia a mettere in discussione per prima le certezze, a fare viaggiare la mente. La storia di Rodion Ladislau Roșca ad esempio: guru elettronico nella Romania degli anni '70 e '80, autocostruttore di amplificatori e pioniere del campionamento con i suoi registratori Tesla a bobine, spirito indipendente sempre più isolato dopo la svolta autoritaria di Ceaușescu nel 1971, inattivo da decenni prima di questa riscoperta. Quella dei suoi Rodion G.A. (solo due pezzi pubblicati su una raccolta nel 1981, il resto davvero lost e ascoltato ora per la prima volta) è musica decisamente avanti, combinazione potente e personalissima di elettronica analogica, prog, psichedelia kosmische, funk e lontane arie folk-pop. La colonna sonora di un mondo futuro, o parallelo alla tristezza di quello reale. Escapismo ricoperto da una coltre di mistero, e percorso da un senso di tragedia immanente. Commovente. (da Rumore n. 258/259)





4
AA.VV.
Jazzactuel
(BYG/Charly)
La storia di un sogno. Tre ragazzi parigini che, un anno dopo il terremoto del '68, accolgono nella capitale francese una lunga serie di musicisti free jazz statunitensi e spiriti affini del giro psichedelico e avanguardista, ne registrano jam ed esperimenti, e fondano un'etichetta per documentare il tutto. La storia della BYG e della rivista Actuel, raccontata nel 2000 da un eccezionale cofanetto con cd triplo e libretto, splendidamente annotato da Thurston Moore e dal critico Byron Coley, pieno di foto e materiale d'epoca. La scaletta mette i brividi: Art Ensemble Of Chicago, Sun Ra, Archie Shepp, Don Cherry, Anthony Braxton, Paul Bley, Steve Lacy; sottovalutati come Grachan Moncur III, Frank Wright, Clifford Thornton, Dave Burrell, Jimmy Lions, Alan Silva (pazzeschi i 22 minuti di Seasons - Part 6 della sua Celestial Communication Orchestra), Burton Greene, Andrew Cyrille (solo percussioni in Pioneering), Dewey Redman. Oppure Daevid Allen, Gong, Acting Trio, il collettivo Musica Elettronica Viva. La musica mette i brividi, ancora di più. Non ci sono scuse, costasse pure il triplo del prezzaccio a cui gira. (da Rumore n. 257)





3
Ghetto Brothers
Power-Fuerza
(Truth & Soul)
Capita a tutti di chiedersi cosa sia successo nel giorno della propria nascita. Internet aiuta, ma quando continua a non saltare fuori nulla ci pensa il caso. Spulci la discografia di Pharoah Sanders ed eccola lì, la data di uscita di Black Unity. Ti perdi nel libretto che accompagna una ristampa ed eccoli lì, gli incontri di pace di Hoe Avenue. Gli incontri di pace di Hoe Avenue?
Il South Bronx a cavallo fra Sessanta e Settanta è uno slum in tutto e per tutto, nero e portoricano per due terzi. È il Bronx che abbiamo memorizzato in centinaia di film, sinonimo di area urbana degradata e pericolosa, terrore alla sola pronuncia. Nel giro di qualche anno il boom è andato in malora, lì più che altrove: negozi sbarrati, case che cadono a pezzi, incendi, scuole carenti, pugno di ferro poliziesco, disoccupazione al 30%, tanta eroina. Un vuoto enorme, che per i giovani viene riempito soprattutto dalle gang: cento quelle attive in tutto il Bronx, per una stima di undicimila affiliati complessivi su circa un milione e mezzo di abitanti. "Le gang," scrive Jeff Chang nel suo Can't Stop Won't Stop - A History of the Hip-Hop Generation, "diedero una struttura al caos. Offrivano rifugio, conforto e protezione. Incanalavano energie e trovavano nemici. Allontanavano la noia e davano significato alle giornate. Trasformavano il deserto in un parco giochi. Erano come una famiglia." Ma nel caso dei Ghetto Brothers, famiglia anagrafica e famiglia di strada si trovarono a coincidere.
Nato nel 1952 a San Juan, Porto Rico, Benjamin "Benjy" Melendez arriva a New York quando ha solo otto mesi, stabilendosi con i genitori e i sette fratelli nel Village e spostandosi dopo una decina d'anni nel Bronx, l'area più boricua della città. Lui, Victor e Robert provano un po' di gang della zona, ma alla fine decidono di fondarne una tutta loro, i Ghetto Brothers appunto. Dagli altri li differenzia l'etica, la dedizione al miglioramento della propria comunità, l'ispirazione progressista e sociale, il trattamento delle donne come pari. Le guerre di territorio e la difesa dei colors lasciano presto spazio ad altro: la cacciata di spacciatori e tossici dal quartiere, la pulizia di giardini e aree abbandonate, il supporto concreto ai meno abbienti, l'interesse per il nazionalismo portoricano.
Ma la violenza resta, e l'attivista Joseph Mpa suggerisce a Benjy un salto di qualità: trasformare l'organizzazione in forza di pace. Aiutarsi l'un l'altro invece di uccidersi, nella solita devastante guerra fra poveri. Guerra che lascia sul campo anche Cornell "Black Benjy" Benjamin, peace counselor - nessuna altra gang ha un ruolo simile - dei Ghetto Brothers, ucciso mentre tentava di pacificare due gruppi rivali in battaglia. Melendez e compagni decidono però di non reagire violentemente, e di promuovere anzi il primo storico trattato di pace fra tutte le gang del Bronx. Hoe Avenue Boys Club, 8 dicembre 1971. In sala c'è anche il quattordicenne Kevin Donovan, membro dei Black Spades allora noto solo come Bambaataa. Ed è grazie al clima di armonia che segue che può nascere l'hip hop. I Ghetto Brothers cominciano ad organizzare block party e jam session ogni venerdì sera, e in tanti seguono il loro esempio. Ma di rock'n'roll e non di rap stiamo parlando.
Cresciuti a pane e Beatles nell'idillio dei primi Sessanta, i fratelli Melendez esordiscono armonizzando classici dei Fab Four agli angoli delle strade del quartiere con altri due amici, battezzandosi Los Junior Beatles e arrivando persino ad aprire un concerto della leggenda Tito Puente. Quando il professore Manny Dominguez e sua moglie Rita Fecher (insegnante anche lei, e nel 1993 autrice insieme a Henry Chalfant del documentario Flyin' Cut Sleeves, testimonianza straordinaria di tutto quanto stiamo dicendo) riescono a trovare una sede all'organizzazione, il suo radicamento sociale diventa evidente, e lo spazio permette di dedicarsi alla vecchia passione. Nasce una band omonima: Benjy alla voce, Victor alla chitarra ritmica, Robert al basso, David Silva alla chitarra solista, Franky Valentin ai timbales, Luis "Bull" Bristol alla batteria. Arriva una specia di residenza di fronte a un negozio di alimentari, il padrone mette elettricità sandwich e bibite, loro suonano e cantano per i passanti. Sembrano canzoni dei Beatles suonate da Santana, un'oasi di pace ed energia positiva nata chissà come in mezzo all'inferno. Sono l'ultima cosa che ci si aspetta di sentire dopo tutto questo preambolo.
Power-Fuerza è l'unico, rarissimo album dei Ghetto Brothers. Registrato in un giorno in presa diretta con due percussionisti aggiunti. Pubblicato nel 1971 dalla Salsa Records e ristampato oggi dalla Truth & Soul. Otto canzoni di innocenza e orgoglio, che brillano di un candore e di una gentilezza d'animo commoventi. Inni di protesta, ma soprattutto di amore e spensieratezza. Vie d'uscita. Da una gang del Bronx ci si aspetterebbe tutt'altro, ma è proprio questo il bello. (da Rumore n. 253)





2
AA.VV.
There's a Dream I've Been Saving: Lee Hazlewood Industries 1966-1971
(Light In The Attic)

Dai, su.
Questa nemmeno ce l'ho.



1
AA.VV.
Dangerhouse: Complete Singles Collected (1977-1979)
(Munster)
Si fa presto a dire punk: chiedete, e ognuno avrà i suoi luoghi e i suoi periodi, i suoi simboli e i suoi inni. Se chiedete al sottoscritto, non si può prescindere dalla Los Angeles dei tardi '70. Il senso di disperazione, il sarcasmo nel venirne a patti, l'immediatezza sonora e la contemporanea reverenza per le radici r'n'r, l'inafferrabile legame che quei gruppi avevano con una terra solare e decadente, bella fuori e marcia dentro. In quel quadro, e in quella produzione già di per sè esaltante, i tre anni di vita della Dangerhouse si avvicinano alla perfezione. La toccano, la definiscono. Con con sedici vinili soltanto. La raccolta Yes L.A., che sbeffeggia la quasi coeva No New York. L'album dell'eccentrico Black Randy (Pass the Dust, I Think I'm Bowie... che titolo!). E i quattordici singoli qui riuniti, in doppio cd o in cofanetto limitato con repliche in vinile delle stampe originali. Perché è il singolo il vero formato Dangerhouse, la disciplina in cui eccelle uno dei primi marchi davvero DIY del tempo, e qui ce ne sono almeno cinque da antologia del rock tutto. Quello dei Randoms, con un inno supremo nella frenetica Let's Get Rid of New York (c'era simpatia, evidentemente). Il primo degli X, con l'urlo di We're Desperate e il salto nel futuro di Adult Books. Il primo degli Avengers, con l'assalto di We Are the One, I Believe in Me e Car Crash. 198 Seconds of the Dils, novantanove dei quali riservati alla lucida ostilità di Class War. We Got the Neutron Bomb dei burloni, potentissimi Weirdos. Almeno, si diceva: che ne facciamo di Alley Cats, Eyes, Bags e Rhino 39? E dei nervosi Deadbeats di Kill the Hippies? E di deliziosi irregolari come Howard Werth e appunto Black Randy? Ne facciamo tantissimo, oggi come ieri. (da Rumore n. 261)

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