04/01/14

E classifica sia (parte seconda: i dischi nuovi / 20-11)

Dopo le ristampe, ecco i dischi nuovi dunque. Sempre tenendo fede alla lista che ho consegnato ormai più di due mesi fa a Rumore.
Ribadisco i disclaimer vari: le ho dovute compilare mostruosamente in anticipo, mancano sicuramente mille cose di cui mi sono accorto in seguito, etc etc etc. Poi se volete ne parliamo.
A voi.





20
Bombino
Nomad
(Nonesuch)

"È stato Dan a invitarmi a registrare con lui. Ho accettato immediatamente e ben volentieri, perché ascoltando i Black Keys si può capire molto facilmente come abbia un talento enorme. Conosce tutti i trucchi dello studio, tutte le piccole cose che si possono fare per migliorare i tuoi suoni. È un genio!" Non usa giri di parole, Omara Moctar in arte Bombino, quando gli chiediamo di raccontare la sua esperienza a Nashville e le sessioni che hanno portato al recente Nomad, recensito con i dovuti onori da Paolo Ferrari sullo scorso numero. Un album caldo ed emozionante, prodotto da Dan Auerbach con classe e gusto che ormai viene da dare quasi per scontati, tanto sembrano naturali e quasi automatici. Il blues che incontra il blues, il Sahara che incontra il sud degli Stati Uniti, in una sintesi che esalta le potenzialità globali del chitarrista e cantante di Agadez, senza annacquarne l'essenza desertica e le credenziali di portabandiera della nuova generazione elettrica sahariana.
Ma molto prima del biondo, alla Fender Stratocaster di Moctar è arrivata Sublime Frequencies, la più atipica e misteriosa fra le etichette che negli ultimi anni si sono messe a girare per il mondo in cerca di suoni esotici, dispersi nel passato o in un presente inesorabilmente fuori dai radar del mercato musicale "occidentale". Mercato che talvolta, però, prende nota. A livello sotterraneo, come accaduto per la travolgente techno-dabke del siriano Omar Souleyman, anch'egli scoperto sul campo da Alan Bishop e Hisham Mayet e da lì arrivato fino al palco del Sónar. O a livello ancora più emerso, come sta accadendo per Bombino e per il suo straordinario blues Tuareg, oggi pubblicati addirittura dalla major Warner tramite il marchio Nonesuch.
Guitars from Agadez, non servono traduzione o spiegazioni, si intitola la serie dedicata appunto da Sublime Frequencies alla scena della città nigerina. Primo volume nel 2007 firmato dal Group Inerane, secondo nel 2008 a cura dell'esordiente (e in parte sovrapposto come formazione) Group Bombino, registrato in presa diretta nel deserto intorno alla città, con generatori di corrente. Un lato acustico e un altro di elettrica trance psichedelica. Quando il disco esce, il Niger è in piena guerra civile: alla ribellione dei Tuareg il governo ha reagito con durezza, Agadez è isolata fra le mine, Bombino è in esilio a Ouagadougou.
Non è la prima volta. Nato il primo giorno del 1980 in un accampamento nomade a nordest di Agadez, appartenente alla tribu dei Kel Ifoghas, Moctar passa parte dell'infanzia in un campo profughi di Tamanrasset, nell'estremo sud dell'Algeria. È fuggito con padre e nonna per evitare la repressione della prima ribellione Tuareg da parte del governo nigerino, nel 1990. Spirito ribelle fin dalla prima adolescenza, si mette a imparare da solo la chitarra quando due parenti di ritorno dal fronte gliene portano una, e una volta tornato ad Agadez alla fine della guerra entra nell'orbita di Haja Bebe, leggendario chitarrista locale. È lui che lo svezza, prima dandogli lezioni e poi accogliendolo nel suo gruppo. È lui che gli appioppa il soprannome che ancora si porta dietro, in italiano maccheronico: "Avevo all'incirca quindici anni," racconta Omara a Rumore, "e per questo il gruppo mi ha dato il soprannome di Bombino, come se fossi il bebè della compagnia. È così che sono diventato famoso in Niger, e per questo motivo il soprannome mi è rimasto."
Il padre però non vuole che faccia il musicista, e lui scappa. Prima torna in Algeria, poi si sposta il Libia. Lavora come pastore nel deserto intorno a Tripoli e nelle ore passate in solitudine con le bestie fa pratica, e si fa bravo assai. Ascolta e studia icone della chitarra elettrica come Jimi Hendrix e Mark Knopfler, "ma anche Carlos Santana, Ali Farka Touré e Ibrahim dei Tinariwen." Già, i Tinariwen. Quanto è stato importante il loro esempio per un giovane musicista Tuareg, dal punto di vista sonoro, umano e politico? "Per me, i Tinariwen sono dei grandi eroi. Sono loro che hanno aperto il cammino per gli artisti della generazione seguente, come me, i Tamikrest, gli Etran Finatawa e tutti gli altri. Senza di loro non ci sarebbe una strada così ben asfaltata."
Una strada che il nostro comincia a percorrere quando torna nuovamente a casa, e nel 2004 registra un primo album a suo nome (Agamgam) che in breve tempo diventa un successo locale, seguito dalla partecipazione al secondo volume della raccolta Stone's World, tributo internazionale agli Stones, come membro dei Tidawt (che con Keith Richards e Charlie Watts registrano a modo loro Hey Negrita).
Ma non c'è tempo per capitalizzare. Nel 2007 scoppia la seconda ribellione Tuareg, ancora in Niger e nel nord-est del Mali. Dopo essere riusciti a registrare Guitars from Agadez Vol. 2, Bombino e i suoi amici si uniscono alla sollevazione del loro popolo, ma quando due membri della band rimangono uccisi Omara si rifugia appunto in Burkina Faso. Lì lo rintraccia dopo un anno di ricerche il regista statunitense Ron Wyman, che lo promuove a protagonista principale del suo documentario Agadez, the Music and the Rebellion, filmando fra le altre cose il suo ritorno in città dopo la firma della pace nel 2009 e il relativo trionfale concerto davanti alla Grande Moschea della città. Non solo, Wyman lo porta in Massachusetts e lo aiuta a registrare Agadez, terzo album della serie e primo a raccogliere consensi anche al di fuori della ristretta cerchia degli specialisti del genere, complice un tour statunitense a seguire.
Lì lo scopre un amico di Auerbach, che conoscendo i suoi polli gli gira immediatamente la dritta. E Nomad diventa realtà. Chieste maggiori informazioni sui suoi testi ("Parlo dei problemi sociali e politici che colpiscono la società in cui vivo, in Niger. Ma i miei testi sono poetici, non è così esplicito. Ha più a che vedere con i sentimenti che la musica crea, e che ispirano la gente"), è impossibile non spostarsi sull'attualità. Ovvero, sulla guerra in corso nel nord del Mali dall'inizio del 2012, e sulla sua evoluzione da ennesima ribellione Tuareg a delicato e complicato incrocio di fondamentalisti islamici, eserciti europei, eserciti africani e Tuareg stessi. "Quello attuale, "dice Bombino con comprensibile preoccupazione, è un momento molto difficile per il popolo Tuareg in giro per il mondo, perché siamo erroneamente associati a terroristi e fascisti. Non è assolutamente vero. Quasi tutto il popolo Tuareg è come qualunque altro popolo: amiamo la nostra libertà, vogliamo la nostra libertà, non vogliamo fare del male a nessun altro, di chiunque si tratti."
Di sbrogliare almeno un po' la matassa, provando a capire quanto si tratti di una rivolta indipendentista Tuareg e quanto di una rivolta islamica mirata all'imposizione della sharia, e perché le due parti in causa abbiano rotto l'iniziale alleanza, non se ne parla. Moctar preferisce non rispondere alla domanda. Pensa però che anche in Niger possa esserci una nuova guerra come nel vicino Mali, e che la pace faticosamente raggiunta nel 2009 possa essere a rischio? "Sì, purtroppo quello che sta succedendo in Mali può arrivare anche da noi, se non facciamo attenzione. Se non proteggiamo il nostro paese e la nostra pace." Che prospettive vede, più in generale, per l'indipendenza e l'autodeterminazione del popolo Tuareg nella regione? "Personalmente," conclude, "supporto non importa quale soluzione, basta che riesca a creare una pace vera e solida fra tutte le etnie della regione. Se questo voglia dire avere una nazione Tuareg indipendente o meno, non è così importante. La pace è molto più importante. La pace e la libertà. Tutti coloro che possono portarci queste due cose, li invito a farlo." (da Rumore n. 256)





19
Congo Natty
Jungle Revolution
(Big Dada)

Dopo tanta drum'n'bass, tanto dubstep e tanta bass music di nuova generazione, un tuffo indietro a rivendicare le radici fieramente reggae della jungle. Parla chiaro la copertina, con il volto austero e militant di Congo Natty, già voce ragga-pop come Rebel MC, pioniere britannico del genere e oggi produttore e mente di questa bordata retro coi fiocchi. È un affare giamaicano, da sempre: profondità dub e fiati severi, bassi nello sterno, ritmi che dimezzano o raddoppiano alla bisogna, truppa di voci ospiti - occhio alle molte ragazze quasi esordienti, e alla rimpatriata UK Allstars con Daddy Freddy, General Levy, Sweetie Irie, Tenor Fly, Tippa Irie e Top Cat insieme nello stesso pezzo! - e mixaggio di Adrian Sherwood. Il manifesto che mancava, con dieci anni di ritardo. (da Rumore n. 260)





18
Rokia Traoré
Beautiful Africa
(Ponderosa)
La conosciamo fin troppo bene, la trafila dell'artista africano scoperto dal mercato "world": disco registrato in Europa o negli Usa con musicisti tutti o quasi bianchi, suono addomesticato per i nostri gusti reali o presunti, patina rassicurante da salotto buono progressista, poca aderenza con quello che si ascolta sul serio nei paesi di origine. Starà anche qui la ragione del successo che negli ultimi anni hanno avuto suoni internazionali più grezzi e veri? Avranno questi ultimi innescato a loro volta un processo virtuoso nelle produzioni di primo piano?
Pur non corrispondendo forse al profilo di ciò che pompa nei peggiori bar di Bamako, nè rivoluzionando le basi solide poste in quindi anni di carriera, il quinto album di Rokia Traoré farebbe propendere per questa ipotesi. Perché la collaborazione fra la cantante e chitarrista maliana e John Parish, che produce con tanta efficacia e poca invadenza come sempre, ha i tratti di un crossover serio e paritario come, per stare all'attualità, quello Bombino/Auerbach. Perché dipende da chi sono i bianchi, e Stefano Pilia (al quarto ottimo disco in pochi mesi...) in questo senso è una garanzia.
Sono gli intrecci delle loro tre chitarre elettriche, e quelli con lo n'goni di Mamah Diabaté, a caratterizzare insieme alla voce bella e versatile di Rokia questo Beautiful Africa. Lavoro inequivocabilmente maliano per strutture, lingua - bambara con sprazzi di francese e inglese - ed eleganza, ma capace di un respiro rock fresco e non banale. Evidente nel finale in distorsione di Kouma, o nel nervoso tiro hard-blues della title-track, che affronta senza giri di parole la difficile situazione del Mali e, per esteso, del continente tutto. Ma anche nelle arie pop di Mélancolie e Ka Moun Kè, nel funk giocoso di Tuit Tuit, nella leggerezza quasi west coast della conclusiva Sarama, nell'energia contagiosa di tutti i tre quarti d'ora in questione. (da Rumore n. 256)





17
Charles Bradley
Victim Of Love
(Daptone)
Non basta guardarlo in faccia, Charles Bradley, per capire su di lui e la sua musica molto più di quanto le parole potrebbero provare a spiegare? Non a caso, il regista Poull Brien ne ha già fatto un film, Soul of America, presentato al South By Southwest del 2012: è il sunto di una vicenda straordinaria nel vero senso della parola, e di un lieto fine arrivato tardi, molto tardi, quando ormai ogni speranza pareva andata. Nato nel 1948, cresciuto con la nonna, scappato ci casa da adolescente, da lì infilato in una vitaccia da sottoproletario migrante per gli Stati Uniti quando andava bene, e da homeless quando andava male. Aggiungere una morte sfiorata (per cure sbagliate in ospedale) e una invece vissuta in diretta (quella del fratello, ucciso sotto casa), una madre invalida della quale occuparsi e qualche decennio passato a dannarsi come un James Brown diseredato per poche decine di persone. Fino all'ingresso in scena nel 2002 della Daptone, porto sicuro e amorevole che già sta (ri)lanciando in età non proprio verde la carriera di Sharon Jones: No Time for Dreaming è il primo album in assoluto di Bradley, incredibile ma vero, ed esce nel 2011 con lui sessantaduenne. Victim of Love è il nuovo: mancherà pure la sorpresa, ma che disco! Musica retro ma senza tempo, che spazia dalla ballata soul al funk psichedelico con il gusto e la classe della Menahan Street Band, ad accompagnare Charles ancora una volta. Voce di emozione pura e forza primordiale, Otis da una parte e Mr. Dynamite dall'altra, che sarà pure banale associare a un vissuto duro e logorante e a sogni sempre più deboli di realizzazione, ma tant'è. (da Rumore n. 256)




16
Arcade Fire
Reflektor
(Merge)
Disco non perfetto, ma avercene.
Il fatto poi che così tanti (più di zero, quindi tanti) fra i fan della band abbiano storto il naso di fronte a un cambio di direzione stilistico netto, salutare tanto a prescindere quanto nei risultati, me lo fa apprezzare ancora di più. Esiste ancora un tabu disco, evidentemente, e vedere gli Arcade Fire mentre lo affrontano spalleggiati da James Murphy è molto, molto interessante.





15
Special Request
Soul Music
(Houndstooth)

Capita spesso, che sia l'alias più recente quello con cui un artista produce le sue cose più interessanti. Non fa eccezione il britannico Paul Woolford, già attivo con le sue generalità e come Bobby Peru, e oggi al primo album come Special Request dopo quattro singoli autoprodotti e un quinto per la stessa Houndstooth. Soul Music è una ripartenza con tutta la freschezza e l'entusiasmo che le ripartenze hanno, in cui ogni cosa sembra allo stesso tempo la scelta migliore, e il massimo della spontaneità e dell'istinto. Un lavoro eccellente, sintonizzato alla perfezione sulle frequenze urbane londinesi, alla convergenza fra house mutante e drum'n'bass evoluta, ma immediato e quasi pop in molti suoi risvolti. Come se non bastasse, poi, un secondo cd di remix e altro aggiunto a mo' di bonus rende esplicita la vicinanza di Woolford ad alcune delle migliori realtà di frontiera odierne: Tessela (la VIP version del classico Hackney Parrot quasi batte l'originale), Anthony Naples, Lee Gamble, Kassem Mosse, Hieroglyphic Being. Con cameo del veterano Anthony "Shake" Shakir, e una Lolita (Warehouse Mix) da brividi. (da DJ Mag n. 35)




14
Omar Souleyman
Wenu Wenu
(Ribbon)

La voce girava da qualche tempo, elettrizzante a dir poco: Omar Souleyman, signore della techno-dabke siriana diventato cocco del pubblico elettronico più aperto e/o hipsterista, sta lavorando con Four Tet al suo nuovo album. Il primo pensato e realizzato esplicitamente come tale per il mercato "occidentale", dopo le centinaia di cassette uscite in patria, e la scoperta da parte della californiana Sublime Frequencies con tre compilation e un doppio live. Per il sottoscritto, una tripla goduria potenziale. Roba ai limiti del marketing mirato.
Con Wenu Wenu finalmente a disposizione, però, la prima impressione ridimensiona le altissime aspettative, e suggerisce una sola, semplice domanda: dove cazzo è Four Tet? Vero, Hebden è il produttore del disco, non il suo co-autore. Vero, non volevamo per forza i campanellini e quelle batterie sotto le canzoni d'amore di Souleyman; nè i suoi treni a base di batteria elettronica a mille, smitragliate di percussioni, sintetizzatori da matrimonio e saz al limite della distorsione addomesticati dal cerebrale e raffinato Kieran. Nè il temuto "disco occidentale" che ha snaturato così tanti in passato, per carità.
Speravamo solo in segnali più evidenti e nuovi, ecco. In una moltiplicazione. Perché tutto il resto c'è, alhamdulillah: la verve del quarantasettenne Omar, apparentemente inesauribile; una manciata di ballabili fulminanti come Wenu Wenu, Ya Yumma e Warni Warni. E la mano di Four Tet, da cercare con la lente nella pulizia appena maggior del suono, nella struttura appena più complessa delle tracce, nella fattura e nei dettagli dei beat. Per il resto, la scena è tutta dell'uomo con la kefiah. (da Rumore n. 261)





13
Smania Uagliuns
Troglodigital
(ReddArmy)

Finalmente rap italiano che vale la pena di ascoltare, diremmo. Ma sarebbe riduttivo per il trio lucano e il suo secondo album. Perché di rime in Troglodigital ce ne sono eccome, ma di luoghi comuni no. Perché sotto sotto il modello è "strofa rappata e ritornello soul cantato", ma siamo ad anni luce dalla media per come lo si applica. Perché le rime di cui sopra abbinano numeri linguistici e visioni, e con quelli riescono anche a dire cose serie (vedi Piaccio a Luca, che cantando le gioie della promiscuità sorpassa al volo l'omofobia e la sua pura condanna). Perché la musica sa di boogie, electro, rock, pop e tanto funk senza sfociare in inutile crossover. E poi c'è il concept dichiarato nel titolo, nipote dell'afrofuturismo e di George Clinton. "Sul mio ponte sventola bandiera freaky" ("...fossi in politica il mio voto andrebbe a Vendola Nichi"), insomma. E così sia. (da Rumore n. 257)





12
Crimea X
Another
(Hell Yeah)
Secondo episodio della saga disco cosmica messa in piedi da Luca "DJ Rocca" Roccatagliati (Ajello e Maffia Soundsystem, più collaborazioni da pari a pari con mostri sacri come Daniele Baldelli e Dimitri From Paris) e da Jukka Reverberi (Giardini Di Mirò). Stavolta però c'è anche un terzo, nella persona di Bjørn Torske, chiamato in Emilia a produrre Another. Saggia decisione: ascoltando l'album, pare davvero la miglior scelta che il duo reggiano potesse fare. A un suono già abbondantemente rodato e apprezzato un po' ovunque, il veterano norvegese aggiunge la sua sapienza pop e il suo sguardo originale, valorizzando le caratteristiche fondanti del gruppo e contribuendo all'apertura di strade nuove e interessanti. Buttandosi inoltre su una kalimba che gira in studio, e infilandone qua e là le note squillanti; con il flauto, già sentito sul primo disco e qui ancora presente, è una delle porte d'accesso alle zone più fuori del suono Crimea X, un colore che rende il tutto ancora più vario.
Già Essential, in apertura, mette le cose in chiaro. Un electro-pop sensuale che palpita senza beat o quasi, un basso old school sotto fiocchi di cotone analogico, un cantato (sarà la suggestione) molto scandinavo. E subito dopo, la pompa house ripetitiva di Floordance Track, linea acida e brevi aperture melodiche. Con due delizie pop nordiche a seguire, la leggera Haunted Love e la più ritmica Dream Is Gone, che ribolle sotto la superficie con sequenze moroderiane. Ma si decolla sul serio da I Feel Russian, tesa e rognosa nella struttura, percorsa da scudisciate spaziali e lucidate tropicali, con flauto e bonghetti ad impennare il quoziente freak e un micidiale "chica chica" (o quel che è) sussurrato di Jukka che farà crollare molte certezze al fan medio dei Giardini Di Mirò. Yev bissa spingendo avanti con piglio da ammiraglia galattica, ed è la traccia più classica in scaletta. A Present è l'apice, costruito intorno a una linea di basso semplice e insistente che fa miracoli con cadenze reggae/wave, e a un refrain vocale romantico altrettanto semplice. 5'42" di braccia levate, in piena sintonia con l'aria disco-house che si respira in giro; roba da Hercules al meglio, e prossimo singolo obbligatorio. Viene voglia di rimettersi a fare il dj sul serio per poterla suonare. (da Rumore n. 254)




11
Raffertie
Sleep Of Reason
(Ninja Tune)

Arriva dopo Blake, XX, Burial, The Weeknd e un po' di altri, ed forse questo l'unico punto debole di Benjamin Stefanski e del suo primo album. Ammesso che sia un punto debole, noi lo si dice per completezza d'informazione. Se a voi non importa - se un disco è bello non dovrebbe - benvenuti dunque in Sleep of Reason. Lavoro ricco e affascinante, perfettamente inserito nel solco delle più riuscite commistioni fra forme r&b e suoni elettronici di frontiera, post-dubstep soprattutto. In equilibrio fra inventiva e calore, sperimentazione e cuore. Che consola e dà forza nonostante l'ambientazione malinconica. Che non ti fa sentire solo, come nelle intenzioni dichiarate del suo autore. Uno che produce e canta con la freschezza di un ragazzino e la sicurezza di un adulto, e sospeso lì in mezzo firma un esordio memorabile. (da Rumore n. 262)

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