05/01/14

E classifica sia (parte terza: i dischi nuovi / 10-1)



10
Green Like July
Build A Fire
(La Tempesta International)

Che dischi bisogna mettere nella classifica di fine anno? Quelli più importanti, verrebbe da dire, intendendo il termine nel suo significato originale e pre-calcistico. In questo caso, come combinazione di bellezza, originalità, elaborazione artistica, ambizioni e loro realizzazione, capacità di interpretare il proprio tempo o di portarselo dietro. E in effetti, almeno per quanto riguarda il sottoscritto, la maggior parte dei titoli risponde a questo criterio.
Ogni anno, però, riesce a farsi strada fra i dieci (almeno) un titolo spinto da forze diverse, quasi parallele. Quello non particolarmente originale nè innovativo, ma che hai ascoltato più di tutti gli altri, anche di quelli piazzatisi più in alto, imparando a memoria o quasi le sue canzoni. Quello magari meno impegnativo intellettualmente, ma che dà tanto chiedendo poco, e vaffanculo. I californiani Allah-Las lo scorso anno, gli italiani Green Like July quest'anno: Build a Fire è una straordinaria collezione di canzoni a presa rapidissima, scritte con tocco e ispirazione superiori, eseguite con freschezza rara. Canzoni semplici nel miglior senso del termine, che mettono insieme rock statunitense classico e pop di ispirazione glam, e un sacco di altre cose belle. In macchina lo abbiamo ascoltato almeno una volta al giorno da quando è arrivato, per tutta la cazzo d'estate, e lo ascoltiamo ancora.

PS - Consideriamolo anche, sempre dopo Allah-Las, come l'incursione ormai istituzionale di mio figlio Nicola Leo (due anni e quasi tre mesi) nella compilazione della classifica, la posizione appaltata alle preferenze del seggiolino di dietro. Anche se L'arca resta insuperabile.





9
The Ex & Brass Unbound
Enormous Door
(Ex)

Come sempre, la prima cosa che viene da chiedersi è perché si sia di fronte a un caso raro, perché tutte le band non siano come gli Ex. Parliamo di approccio, attitudine, energia, entusiasmo, mica di musica. Di musica ognuno fa quella che vuole, ma una cosa è certa: quanto sopra sarà evidente. Dopo trentacinque anni di attività, lo è come non mai per il gruppo olandese, giunto a una sintesi inconfondibile di punk fugaziano, no wave, free jazz, Africa di varie latitudini e melodia, tanto avant quanto immediatamente coinvolgente. Inserite una sezione fiati colossale come i Brass Unbound - Roy Paci, Mats Gustafson, Ken Vandermark, Wolter Wierbos - ed ecco Enormous Door, qualcosa di rifatto per l'occasione (lo standard etiope Belomi Benna, l'intramontabile Theme from Konono No. 2Bicycle Illusion dal recente Catch My Shoe) e altro nuovo di zecca (menzione almeno per Every Sixth Is Cracked). Fra le cose migliori di una discografia e di una carriera splendide. (da Rumore n. 258/259)





8
Matias Aguayo
The Visitor
(Cómeme)
Dovreste, eccome se dovreste, nessuno escluso. Ma se non aveste familiarità con il personaggio, c'è un titolo in questo suo terzo album che spiega Matias Aguayo meglio di tante altre parole: Una Fiesta Diferente. Perché un diverso tipo di festa è stata ed è l'intera carriera del suddetto, cileno di nascita e apolide per vocazione; da quell'unico strepitoso album per Kompakt dei Closer Music (2005) alle vicende di un'etichetta piacevolmente irregolare come la sua Cómeme, fino appunto ai dischi in proprio. Musica da ballo, ma unica. Stimolante, mai banale, fatta con poco, che rende molto. Rispetto al precedente Ay Ay Ay (2009), incredibilmente realizzato con la sola voce, The Visitor torna a mezzi produttivi più canonici, ma compensa con alcune delle tracce più fuori che Matias abbia mai firmato. Grezze e cerebrali, registrate in cinque anni e in cinque nazioni diverse fra Sudamerica ed Europa, mixate da Deadbeat e dense di collaborazioni (Aerea Negrot, Daniel Maloso, Philipp Gorbachev, il percussionista Luis "Cucharita" Jaramillo), bollenti convergenze di ritmi electro-house primitivi, cantati da botta e risposta, sottotesto latino, new wave. Di nuovo un passo avanti, per uno dei protagonisti più imprevedibili del mondo elettronico (e non solo) moderno. (da DJ Mag n. 32)




7
In Zaire
White Sun Black Sun
(Sound Of Cobra/Tannen/Offset)

Primo vero album dopo una serie di ep e split, White Sun Black Sun lancia definitivamente gli In Zaire - Alessandro De Zan e Riccardo Biondetti dei G.I. Joe, Claudio Rocchetti e Stefano Pilia: supergruppo? - come macchina rock psichedelica con pochi eguali in circolazione. Merito di una evoluzione verso forme più compatte ed accessibili: minutaggi ridotti (7'29" il brano più lungo), soluzioni e strutture appena piu convenzionali, potenza ritmica e volume triplicati. Resta la radice legata ai droni e alla sperimentazione, evidente nella dubbata Jupiter e nella prima parte di Saturn soprattutto, ma più spesso mutata in selvagge cavalcate cosmiche fra Hawkwind e Germania o Giappone dei bei tempi (SunVenusMoon, il resto di Saturn), folk-blues alla mediorientale (Mars), ipnotiche tirate funk (Mercury). Devastante. (da Rumore n. 255)





6
M.I.A.
Matangi
(N.E.E.T./Interscope)

Certo, certo. Ancora lei, e che palle vero? Se ci ha stufato in fretta il ragazzo al numero 3 figuriamoci M.I.A., che fa anche lei più o meno sempre le stesse cose ma dal quintuplo del tempo, e che all'ultimo giro aveva praticamente azzerato la dote del capolavoro Kala propinandoci il quasi interamente orrendo ///\\/\/\/\Y///\\\/\/Y///\\\\!!!1!!1!!!!!, o come cazzo si scriveva. Tre anni dopo, rieccola qua.
Con un pezzo quasi in apertura che ridicolizza Bamboo Banga - per chi scrive, tutt'ora la sua cosa migliore - con un'accozzaglia geografica allitterante che si fa beffe di quel "Somalia Angola Ghana Ghana Ghana/India Sri Lanka Burma Bamboo Banga" e di chi aveva provato a vederci riferimenti di qualunque tipo (io ad esempio), piazzando un esagerato "Somalia Bosnia Cuba Colombia/Ecuador Mexico Bhutan Morocco/Botswana Ghana India Serbia/Libya Lebanon Gambia Namibia/Bali Mali Chile Malawi/Bequia St. Vincent Trinidad and Norway/China Canada U.S.A. U.K./Nepal Nigeria/Ethiopia North K. Myanmar Panama/Philippines Nicaragua Palestine and Greece/Peru and France, it's so simple to do the dance" (giuro!) che fa ridere e non sai se sia un bene o no.
Con dichiarazioni bislacche tipo (corsivi miei) "I was struggling with this song, trying to write lyrics that contained the word 'tent'. Julian Assange came into the studio and took my computer and basically decrypted the whole of the internet, and downloaded every word in the whole of the language that contained the word tent within it. He gave me, like, 4000. And I finished the song", che in bocca a una presunta maga della comunicazione un po' fanno ridere, anche loro.
Con un disco lunghetto, quasi un'ora. Che forse non va avanti veloce nella scoperta e nella definizione di nuovi linguaggi, ridisegnando geografie ghetto per un pubblico potenzialmente enorme, come succedeva un tempo (ma occhio: il Medio Oriente è the place to be e il Medio Oriente c'è eccome, e prima non c'era; un po' di footwork pure, un po' di rhythm'n'blues moderno pure, con tanto di The Weeknd ospite in due brani). Diciamo allora piuttosto che fa il punto, e riprende pieno possesso del proprio spazio, in maniera eccellente.




5
Holden
The Inheritors
(Border Community)

“Gli idioti stanno vincendo”, diceva il titolo del suo primo album, sette anni fa e sette anni dopo gli esordi da bambino prodigio della techno di taglio trance. “Gli eredi” di quella vittoria sono qui, finalmente, e se il termine techno ancora serve è per i suoi significati più astratti: viaggio, anima, dialogo fra uomo e macchina, fra circuiti e natura.
The Inheritors (da un romanzo di William Golding) è un mondo che riparte da zero, un paesaggio accidentato che ci si apre di fronte con le sue dolcezze e le sue asperità, le sue cavalcate in crescendo e le sue discese eteree. Raccontato da Holden (per l'occasione niente James) e dal suo sintetizzatore modulare come fossero esploratore e macchina fotografica, dal vivo senza sovraincisioni. È un resoconto che spesso pare incompiuto, nonostante i settantacinque minuti di durata, ma che assume i tratti di una narrazione coerente, avventurosa.
Che non considera alcuna struttura o convenzione della musica elettronica da cui il musicista viene, ma guarda piuttosto a quella di prima (Cluster e corrieri cosmici affini) e a quella dei frateli maggiori (Boards Of Canada). E non solo: nelle quindici tracce risuona forte l'eco del folklore britannico più primitivo e sciamanico. È la trance che ritorna, ma in forme inimmaginabili allora. Ci dicessero che è la ristampa dell'unico album di un misterioso guru analogico degli anni '60, forse ci crederemmo. Anche se gli otto minuti di Blackpool Late Eighties e altri sprazzi qui e là rinnovano, a modo loro, la pulsazione originaria. Ma non c'è tempo per fermarsi. (da Rumore n. 260)





4
Forest Swords
Engravings
(Tri Angle)

Vedi copertina, titoli e nome dell'autore, e pensi che davvero il nero - come colore, stato d'animo, visione del mondo, approccio al futuro - sia diventato il minimo comune denominatore per gran parte di coloro che stanno portando dubstep e techno verso le estremità più lontane, o per chi si è smarrito seguendo le streghe house. E invece no. Non proprio, non per tutti. Di nero ce n'è molto, ad esempio, nelle dieci tracce di Engravings, primo vero album del britannico Matthew Barnes dopo le laudi raccolte da Dagger Paths, nominalmente un EP nonostante la lunga durata. Ce n'è a cominciare dalla copertina, e continuando con l'ascolto. Il primo impatto è quello, atmosfere tetre, nebbiose, fredde. Panorami morriconiani da fine del mondo. A farsi strada sono beat di ascendenza hip hop/r&b (The Weeknd al suo massimo pallore, e oltre), arpeggi elettrici da new wave al rallentatore, profondità dub evocate da echi e linee di basso penetranti, rumori d'ambiente poco rassicuranti, campioni come flash improvvisi da altre epoche, taglia e cuci di voci spettrali, ora lasciate sole in terre ostili ora composte come delle corali ultraterrene.
Eppure, si esce da questi cinquanta minuti con una serenità inaspettata, persino euforici. Come se la vera natura di questa musica fosse forte e positiva, e bastasse solo un piccolo appiglio per accorgersene, un punto d'ingresso qualunque. L'andamento da processione di Ljoss, risveglio dopo un incubo, masse che riprendono possesso della loro terra dopo una battaglia, Burial catapultato sul set di The Wicker Man. Le chitarre psichedeliche e gli echi orientali di Irby Tremor, degna dei Massive Attack più cerebrali. Il treno su cui viaggia Onward, prima di sfociare in un finale di archi struggente. Sono gli stessi elementi di cui sopra a ribaltare la prospettiva, a creare tutti insieme qualcosa di tanto apparentemente inquietante quanto potente e liberatorio, luminoso e umano. Saranno le melodie; saranno i continui rimandi, ideali più che strettamente sonori, al misticismo con sfondo naturale di tanto folk britannico o di chissà dove; sarà il sapere che Matthew Barnes aveva inizialmente pensato di registrare tutto l'album all'aperto, immerso negli splendidi paesaggi del suo Wirral, e lì alla fine comunque lo ha mixato. Resta la certezza di trovarsi di fronte a un talento vero, che ha appena cominciato a rivelarsi. (da Rumore n. 261)





3
James Blake
Overgrown
(Atlas)

Lo vedo in poche classifiche e lo sento in pochi discorsi, e mi dispiace. Sembra uno di quei classici casi in cui il gregge si sposta altrove, e scegliere per sé la parte della pecora nera è più faticoso intellettualmente, e meno gratificante socialmente, di andare a cercare il prossimo nome che non conosce ancora nessuno (dei tuoi amici) e farsi belli. Vuoi mettere, piuttosto che stare ancora dietro a James Blake? È così 2011, dai. Una vita fa, ancora non eravamo nemmeno vegani.
Allora, tanto per cominciare:



Inoltre: se vi è piaciuto il primo album di James Blake - non fate i vaghi: eravamo in tantissimi, me lo ricordo - vi deve piacere anche questo. Altrettanto, di più, di meno, fate voi. Ma almeno un po' vi deve piacere. Altrimenti siete in malafede, o lo eravate nel 2011 ma dovevate dire il contrario perché, allora sì, non si poteva fare altrimenti. Perché lo seguivate da quando ancora non cantava e faceva i 12" dubstep, oppure non lo seguivate da quando ancora non cantava e faceva i 12" dubstep, e dovevate recuperare al volo.
Perché vi deve piacere? Perché stilisticamente siamo grossomodo lì, e sono passati solo due anni. Se una cosa per cui impazzivate due anni fa oggi non la cagate nemmeno, avete dei problemi di personalità voi, non lei. E due album sono francamente un po' poco per dire che James Blake alla fin fine fa sempre la stessa cosa. Che è vero, ma non proprio. Certo, nei 360º della musica tutta Overgrown sta molto vicino al suo predecessore, come detto: fragile soul urbano, tessiture elettroniche, colori acustici, voce già inconfondibile. Ma oltre ad essergli superiore sotto molti aspetti - scrittura, composizione, controllo del suono, accessibilità - ne rappresenta una splendida evoluzione, visibile ad occhio nudo (l'idea e la messa in pratica della fenomenale collaborazione con RZA di cui sopra, ad esempio) oppure rintracciabile con pazienza nei dettagli. Nell'atmosfera sempre decisamente malinconica, ma assai più ampia e ariosa, adulta nel miglior senso possibile. Nella sempre più labile obbedienza a dettami stilistici vari, con gli ingredienti di partenza ormai noti - dubstep, hip hop, r'n'b, canzone d'autore - a trovare forme inedite (Digital Lion su tutte: sicuri che sul primo album ci sarebbe stata?) e a mescolarsi con suggestioni nuove (i quattro quarti techno di Voyeur, ad esempio, con tanto di break finale che è pista pura).
Pensate anche a questo, poi: il pezzo più bello del primo album, poche balle, era una cover. Personale quanto si vuole, e splendida, ma una cover. Il pezzo più bello di questo invece è un'originale, in cui ha convocato uno dei rapper più famosi e rispettati al mondo e lo ha fatto rimare di cose per cui, nei projects di Staten Island, probabilmente staranno ridendo di lui ancora adesso. Tipo non sposare quello e torna con me, "I wouldn't trade her smile for a million quid/Don't let my love fall, keep building it", "What will become of me if I can't show my love to thee?" o "No, no, no, no, no/Don't marry him". Con un pischello bianco inglese a fare i controcanti in falsetto. Eh?





2
Disclosure
Settle
(Island)
C'è un cortometraggio di Nanni Moretti, del 1996. Si intitola Il giorno della prima di Close Up, cercatelo su YouTube. C'è lui che fa la caricatura di se stesso, in pratica. Va al Nuovo Sacher, il suo cinema, e si assicura che tutto sia a posto per la prima del nuovo film di Abbas Kiarostami, spaccando prevedibilmente il capello in quattro con i dipendenti della sala. Il massimo arriva nella discussione con il ragazzo che, nella libreria, sta sistemando vicini i libri dei "giovani scrittori italiani". Non va bene, a loro dà molto fastidio. "Ma giovani..." dice quello. E Moretti: "Sotto i cinquantacinque anni". Sarà anche per questo, per come funzionano male nel nostro paese questi parametri, che ci stupiamo così tanto quando qualcuno di veramente giovane fa qualcosa di buono? E quando esattamente uno è veramente giovane, fra l'altro? Dobbiamo meravigliarci del fatto che Guy e Howard Lawrence, ventidue e diciannove anni rispettivamente, abbiano tirato fuori un album del genere? O al contrario: se uno non li fa a vent'anni, i bei dischi, quando cazzo li fa?
Quello dell'età non è l'unico luogo comune da recensore che viene in mente ascoltando Settle, dopo mesi passati aspettando Settle, mentre eccitazione, hype preventivo e relativo hating preventivo montavano grazie a un singolo da classifica come Latch. Che ne dite di "fosse tutta così la musica da classifica", del più localista "beati gli inglesi che almeno in classifica hanno i Disclosure, noi abbiamo Ramazzotti", del sempreverde "provateci voi a fare un disco che vada in classifica, se vi pare facile", del sempre utile "è roba già sentita ma è fatta benissimo, e ha un che di nuovo"? Beh, considerateli tutti veri, ma non fatevi incastrare dal solito discorso del male minore, alle elezioni come in cuffia. Non serve. Perché possiamo stare qui ore a decidere se i Disclosure siano un bluff destinato ad esaurirsi nel giro di qualche stagione o invece qualcosa che passerà alla storia, e a misurare quanto siano derivativi di generi che noialtri abbiamo vissuto prima e più intensamente rispetto a gente che all'epoca aveva dodici anni, o non era manco nata.
Ma restano i fatti, e quelli dicono che Settle sta in piedi da solo come un signor album, declinazione perfettamente riuscita di stili dance underground e potenzialità pop, collezione di canzoni una più riuscita dell'altra (o quasi), ottime per la pista come per l'ascolto in qualunque situazione. Ascolto che scorre liscio e gratificante, e si ripete. Per chi scrive, meglio di quelli di Katy B, Jamie Woon e Jessie Ware, per dire di ibridi analoghi. Roba orecchiabile e canticchiabile, certo. Roba mainstream. Ma un bel giorno dovremo pure deciderci al riguardo: il mainstream è merda per partito preso, o è merda perché vi si sente musica di merda? E allora perché quando musica bella e nostra riesce ad arrivarci (o viene creata con l'intento esplicito di arrivarci, lo concediamo), non siamo contenti? O il problema è l'apparente saltare sul carro del revival UK garage/2-step in corso? Magari il risultato fosse sempre di questo livello.
L'inizio è fulminante: il discorso campionato di Eric Thomas, motivatore e autodefinito "predicatore hop hop" statunitense, piazzato a introdurre il ponte di jack steso fra Londra e Chicago in When a Fire Starts to Burn, ha un effetto dirompente. Cose così non le si improvvisano. Cose così, arpeggi da acid vecchia maniera e swing britannico anni '90, ricorrono: più apertamente nell'aggressiva Grab Her!, più dissimulate ma non meno efficaci nell'altro singolo killer White Noise (alla voce Aluna Francis degli AlunaGeorge), nella bassline dell'incalzante Stimulation. Altrove, sono invece le vibrazioni bass contemporanee a prevalere: il basso gorgogliante di Latch, quello gommoso fra gli svolazzi sognanti di Voices, la tensione latente di You & Me (con la stella pop Eliza Doolittle del tutto a suo agio), i toni grime dell'eccellente Confess to Me (con Jessie Ware), le voci pitchate di Second Chance, la seta soul urbana di January (con Jamie Woon) e Help Me Lose My Mind (con Hannah Reid dei London Grammar, segnarsela/li). Altrove, si parla invece un linguaggio house romantico universale, come in F for You o Defeated No More (con ed McFarlane degli indie-rockers Friendly Fires). Dappertutto domina un'aria di naturalezza e di nessun apparente sforzo rara. Giovani di merda. (da Soundwall.it)





1
Lonnie Holley
Keeping A Record Of It
(Dust-To-Digital)
Qualche mese fa, quando apparve Just Before Music e al sottoscritto toccò la fortuna di riceverlo e scriverne, per qualche disturbo sulla linea il voto stampato non fu quello inteso. Fu un otto, bello comunque, ma non il "senza voto" spedito in redazione. Oggetto delicato il "senza voto", roba da spendere un paio di volte al massimo in una carriera, stando larghi. Ma fidatevi, era il caso. Racchiudere in un numero quanto provato ascoltando e riascoltando pareva impossibile, quasi brutale.
Si provò con le parole, a descrivere l'incanto. Lo stesso di altre prime volte, di altri sbarchi di alieni. Antony, Moondog, Arthur Russell, Fredo Viola, i Suicide. L'effetto essendo il medesimo, più che la musica: non so chi sia costui nè da dove venga, forse un po' mi spaventa, ma sento che mi è amico. Un sessantatreenne afroamericano finora noto per le sue sculture realizzate con materiali di recupero e sistemate in un cortile-museo, autore di lunghi e irregolari sermoni per voce e tastiere. Un bluesman di un altro pianeta con la voce di un angelo e la mente che viaggia. Che mai aveva registrato prima le sue improvvisazioni. 
Per il secondo album il voto lo mettiamo. Perché la sorpresa non c'è, perché l'altra cartuccia la teniamo da parte credendo fortemente che occasione di usarla ci sarà, e perché Keeping a Record of It suona lievemente più normale del suo predecessore (guardate anche la scelta dei titoli, pare fatta apposta). Ci sono strutture appena più canoniche, talvolta, e i suoni sono meno violentemente naif. Appaiono qualche schema ritmico e qualche altro strumento, tipo kalimba o chitarra, e persino due ospiti da prima pagina come Bradford Cox e Cole Alexander, peraltro totalmente al servizio della causa. Ma l'alieno resta alieno, immenso. (da Rumore n. 263)

2 commenti:

laura fuzzi ha detto...

ho trovato qualcosa di nuovo a cui dedicarmi...un po' di canzoni nuove da provare :)

Andrea Pomini ha detto...

bene!
facci sapere cosa te ne è parso se vuoi
ciao e grazie!
a.

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