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07/12/09

Menzione speciale

Come i lettori sanno, il mensile di cui sono redattore pubblica le sue classifiche annuali nel numero di dicembre, tagliando fuori grossomodo due mesi di uscite. Lo scorso anno sono riuscito a fare entrare per il rotto della cuffia, e direttamente al primo posto, Black Diamond dei (di? del?) Buraka Som Sistema. Quest'anno, per una serie di motivi complicati da spiegare, il disco che avrebbe potuto ribaltare le gerarchie e piazzarsi molto in alto nei primi dieci posti lo avevo in casa da qualche giorno, ma ho realizzato troppo tardi le sue potenzialità. A giochi fatti, perchè fare una classifica è cosa faticosa e una volta fatta non la si cambia, dedico una menzione speciale.



KING MIDAS SOUND
Waiting For You...
(Hyperdub)
Dopo aver firmato come The Bug uno dei migliori album nella breve storia del dubstep, Kevin Martin torna con un progetto altrettanto fondamentale, per molti versi complementare a quell'esplosione di bassi e rime. Se London Zoo aveva del dub aggressivitá e potenza militante, Waiting For You fa sue economia del suono tramite sottrazione, sonnolenza, austeritá. E' il suono etereo del ritorno a casa con le orecchie sfondate, un madrigale subacqueo guidato dallo straordinario Roger Robinson, poeta anglo-caraibico diventato cantante. Di Martin giá si conosceva il valore, lui é la sorpresa, sia quando libera il falsetto sia quando declama severo. Insieme si avventurano fra gelo spettrale e calore umano, fra soul fumoso (I Man, Dahlin) e paranoia strisciante come il miglior Tricky proiettato nell'oggi (Lost, Earth a Kill Ya), lasciando il segno con canzoni intensissime, e con la cosa piú pop mai uscita per Hyperdub.
(da Rumore n.215)

06/12/09

1. ANIMAL COLLECTIVE. Merriweather Post Pavilion.



1
ANIMAL COLLECTIVE
Merriweather Post Pavilion
(Domino)

C'era da aspettarselo. Un disco come Person Pitch non poteva non cambiare le sorti dell'Animal Collective tutto. Come se a Panda Bear fosse toccato il grande balzo in avanti e il resto della truppa avesse deciso di seguirlo senza esitazioni, pur se non al completo. Sono della partita infatti Avey Tare e Geologist, ma è in pausa a tempo indeterminato Deakin, e proprio l'assenza della sua chitarra è il secondo grande fattore - con l'esplosione solista del Panda - alla base di Merriweather Post Pavilion. Che non è tanto rivoluzione, quanto piuttosto accelerazione di un processo inevitabile: si doveva arrivare qui, per forza. A canzoni che restano sperimentali nella fattura eppure comunicano verso l'esterno, concrete, più forti di quelle cosette svitate e un po' autoreferenziali che facevano innervosire, e fino ad ora avevano impedito di godersi del tutto il talento di questi messaggeri del bello. Tramutatisi da bozzolo in splendida, multicolore farfalla di fronte ai nostri occhi grazie a questi undici inni gospel psichedelici e futuristi. Strati e strati di suoni e campioni di ogni genere, filtri e riverberi, ritmi mai così potenti e bassi, intrecci vocali multipli di fronte ai quali i Fleet Foxes paiono timidi chierichetti. Un Person Pitch al cubo, con idee che spuntano da ogni angolo per venire esaltate – terzo fattore – dalla perizia tecnica di Ben Allen, uno che finora aveva lavorato con Diddy, Gnarls Barkley e Christina Aguilera, e che cesella con il Collettivo un manifesto pop contemporaneo. Un trionfo di gioia e fanciullesca, febbrile eccitazione che stordisce.
(da Rumore n.204)

2. MAJOR LAZER. Guns Don't Kill People... Lazers Do.



2
MAJOR LAZER
Guns Don't Kill People... Lazers Do
(Downtown)

Eccolo infine, l’album giamaicano di Wesley “Diplo” Pentz e Dave “Switch” Taylor. Dopo il lavoro di entrambi sugli album di M.I.A. e Santigold, possiamo finalmente ascoltare l’attesa collaborazione fra lo statunitense, mago della dance globale, e il britannico, inventore della fidget house. Insieme sono volati a Kingston, hanno reclutato un bel gruppo di voci soprattutto locali e hanno messo a punto una loro personalissima versione di quello che è il dancehall reggae oggi. Versione bastarda, per forza di cose: su un genere da sempre fra i più innovativi in circolazione, i due fanno convergere un ulteriore carico di idee e follia stilistica, consegnando ai cantanti riddim fenomenali.
In almeno sette casi i risultati sono letteralmente stratosferici: Lazer Theme innanzitutto, giro rubato a Six Pack dei Black Flag (!) e ritmo kwaito, mitragliatrici e un indiavolato Future Troubles. Allo stesso caleidoscopico livello stanno il potente singolo Hold the Line (chitarra surf, cavalli che nitriscono e cellulari che trillano, Santigold e Mr. Lex in duetto) e Pon de Floor (di nuovo molto kwaito, delirante bomba minimale con Vybz Kartel al microfono), l’ossessiva When You Hear the Bassline (frenetica Ms. Thing su base scarna fra kuduro e Kala) e la spiritata Anything Goes (sottofondo gorgogliante e archi inquietanti dal gusto cinematografico, al servizio di un maestoso Turbulence).
Appena sotto stanno l’electro-asiatica Bruk Out (ancora Ms. Thing insieme ai T.O.K.), la sinuosa e vietatissima What U Like (occhio a quello che si dicono Einstein e la stella prossima ventura Amanda Blank…) e Jump up (ghetto house caciarona coprodotta con i nostri Crookers, e cantata dai velocissimi Supa Hype e Leftside). Al confronto, due episodi roots ben fatti ma stranamente canonici come Can’t Stop Now (ottima Jovi Rockwell in coppia con Mr. Vegas) e Cash Flow (belli e strani quei fiati nel finale), paiono poca cosa. Ma il voto lo abbassano soprattutto la macchiettistica Mary Jane e Keep It Goin Louder, tamarrata con vocoder e ganci pop dozzinali degna del peggior Akon. Il resto basta e avanza comunque.
(da Rumore n.209)

05/12/09

3. AAVV. Permanent Vacation – Selected Label Works N°1.



3
AAVV
Permanent Vacation – Selected Label Works N°1
(Permanent Vacation)

Uno dice disco e pensa subito a New York, ma Monaco di Baviera dove la mettiamo? Gli studi Musicland di Giorgio Moroder? I dischi di Donna Summer prodotti da Giorgio Moroder? La Oasis Records di Giorgio Moroder? I Munich Machine di Giorgio Moroder? Giorgio Moroder? Ma non solo: è a Monaco di Baviera, forse per motivi di vicinanza geografica con il Lago di Garda e la Romagna, che il suono cosmic italiano di Baldelli, Loda e Mozart trova asilo quando in Italia cominciano a prendere il sopravvento cose più commerciali. Non stupisce quindi che proprio da lì arrivi l’etichetta che più di tutte ha sposato la causa della disco moderna, e delle sue accezioni balearic e cosmic in particolare. Si fa un gran parlare degli scandinavi, e a ragione, ma l’importanza della Permanent Vacation di Tom Bioly e Benjamin Fröhlich è ormai difficile da sottovalutare.
Prima la ristampa di un classico come Camino del sol delle Antena, con relativo album di remix. Poi gli album di Kathy Diamond e Woolfy Vs Projections. In mezzo una serie di 12” clamorosi, e oggi una doppia raccolta (non mixata!) che ne seleziona il meglio fra originali e remix, e lo integra con tracce inedite dello stesso livello stellare. Si intitola Permanent Vacation - Selected Label Works N°1, viaggia fra 95 e 110 bpm, ha una scaletta praticamente perfetta sia per i patiti, sia per chi volesse avvicinarsi al genere: Sally Shapiro, Dølle Jølle, Lullabies In The Dark, Bostro Pesopeo, 40 Thieves, Steve Yanko e Lexx fra i titolari delle tracce; Aeroplane, Holy Ghost!, Junior Boys, Invisible Conga People, Hercules & Love Affair, Superpitcher e Todd Terje fra i manipolatori. E una Tic Toc che segna l’ottimo esordio discografico dei due boss stessi, con la diva Kathy Diamond al microfono.
(da Rumore n.207)

4. GRIZZLY BEAR. Veckatimest.



4
GRIZZLY BEAR
Veckatimest
(Warp)


Tanto per cominciare, parlando da consultatore compulsivo di Google Maps, ribadisco quanto detto a Ed Droste stesso in sede di intervista qualche tempo fa: intitolare un album come un'isola minuscola e disabitata della costa del Massachusetts (eccola!) è un gesto bellissimo.
Altrettanto se non più bello ancora è il terzo album dei Grizzly Bear. Una via moderna e personale al folk corale che tanto va di moda di questi tempi, riuscita nei minimi particolari. Che sono tanti, i minimi particolari, e suonando il più delle volte geniali e inattesi contribuiscono alla natura davvero poco convenzionale di Veckatimest.
Le sue dodici canzoni hanno quasi sempre uno svolgimento imprevedibile, deviano dai consueti percorsi di strofe e ritornelli e fanno in modo piuttosto che tutto sia contemporaneamente strofa e ritornello, o nessuno dei due, con nostra somma felicità. I quattro newyorkesi hanno un gusto per la ricchezza degli arrangiamenti, per i cambi repentini, per la meno battuta fra le strade possibili che sfiora il barocco, ma ne restano indenni, trasformando un lavoro formalmente complicato in un gioiello di grazia e misura. Al suo interno, un susseguirsi di sorprese e dolcezze, acustico ed elettrico, archi e cori, picchi di euforia e di intimità, un lirismo che riesce a colpirci al cuore senza alcunchè di banale. E quella là bella della pubblicità di quell'automobile.

04/12/09

5. SHACKLETON. Three EPs.



5
SHACKLETON
Three EPs
(Perlon)

Non era roba per tutti, la Skull Disco di Appleblim e Shackleton. Era l’ala più claustrofobica, scura e sperimentale del magmatico fenomeno dubstep. Chiusa l’esperienza e stabilitosi nella Berlino dell’amico Villalobos, Shackleton apre le ali e spicca il volo, uscendo definitivamente dai confini sempre meno incerti del genere e imponendosi come grande musicista elettronico tout court. Inizialmente concepito non come album ma come raccolta di tracce indipendenti (e non di tre singoli come il titolo potrebbe fare intendere, é solo una questione di formati: in vinile Three EPs esce appunto su tre 12”), il suo primo lavoro in lungo scorre con coesione e naturalezza impressionanti. Non rompe con il passato, lo riconfigura piuttosto con una ampiezza di sguardo nuova, una leggerezza di tocco mai rivelata prima, una comunicatività rara per chi frequenta suoni che da sempre evocano palazzoni, viali di periferia, automobili, notte. La sensibilità dub é il pilastro oggi come ieri, insieme ai marchi di fabbrica di Shackleton: i campioni vocali, i bassi molto fisici e veri, le percussioni dal sapore orientale. Proprio queste ultime concorrono al fiorire di ritmi unici per schemi e suoni, intricati e imprevedibili come tutto l’insieme. Quasi mai costretti nei 4/4 ai quali la nuova residenza e la nuova etichetta farebbero pensare: non si balla quasi mai, oppure lo si fa, ma ciascuno secondo modi e pulsazioni proprie. Abbiamo visto anche dei bambini farlo. Berlino la si nota piuttosto a un livello astratto, in questa libertà espressiva, in questo unire con naturalezza cervello e corpo. Come vera intelligent dance music, si direbbe. Non bisognosa di decodifiche, non sfoggio di creatività autoreferenziale, ma vicina e amica, umile, luminosa.
(da Rumore n.214)

6. UOCHI TOKI. Libro Audio.



6
UOCHI TOKI
Libro Audio
(La Tempesta)


Aggiungere altre parole al diluvio logorroioco che sono gli Uochi Toki, e che naturalmente è anche questo loro terzo album vero e proprio, primo per La Tempesta, sembra davvero l'ultima cosa da fare. La tentazione sarebbe quella di incollare qui uno dei testi, per esempio quello di Il ballerino, dire che un disco con testi del genere (sembra impossibile, ma qualche santo si è preso la briga di trascriverli parola per parola qui) andrebbe comprato a prescindere dalla musica e chiuderla così.
Proverò quindi ad essere sintetico: mi chiedo come mai il rapper Napo e il prduttore Rico non siano ancora delle stelle, quantomeno nella poco eccitante scena indipendente italiana attuale (fossimo negli anni '80, chissà...). Me lo chiedo e ho anche la solita tragica risposta buona in questi casi: bisognerebbe essere intelligenti, o se non altro curiosi, anche se le due caratteristiche di solito viaggiano in coppia. Bisogna fare attenzione, molta attenzione, ascoltando gli Uochi Toki. Non sempre se ne ha voglia, ma si è ripagati con gli interessi. Ci vogliono molti ascolti, ma non per modo di dire, come usiamo noi giornalisti musicali quando un disco non ci convince e non capiamo bene perchè. Ce ne vogliono tanti perchè c'è davvero tanta roba, e coglierla tutta insieme e subito è impossibile. In ogni rima, letteralmente in ogni rima c'è da fermarsi a riflettere, riavvolgere l'ipotetico nastro e riascoltare. Non sempre fanno rima, Napo non ne ha bisogno. E proprio per questo le poche volte che lo fanno, in mezzo a schemi lirici imprevedibili, l'effetto è quello di un flash dirompente.
C'è un pezzo che dura dieci minuti, un altro che ne dura sei e rotti, due stanno sopra i cinque, tutti sono parlati dall'inizio alla fine o quasi. Il vocabolario ha il doppio delle pagine di quello del rapper medio, il contenuto si è fatto più maturo e visionario (occhio a Lo spadaccino), i flash nel quotidiano sono più rari, ma accecanti (I mangiatori di patate e Il nonno, il bisononno una dopo l'altra sono un'accoppiata strepitosa).
Le basi, d'altro canto, sono quanto di meglio Rico abbia mai realizzato: sempre ossessive e minacciose, ma più compatte e originali, adattate al tema di ciascuna traccia come se fosse in atto una simbiosi perfetta fra parola e suono. Il ladro e la citata Il nonno, il bisononno hanno forse i beat più prossimi alle convenzioni hip hop nella storia del duo, e nonostante questo non assomigliano a nulla. Qua e là emergono pesanti atmosfere metal, o il gorgogliare distorto tipico del dubstep più stradaiolo, e il bello è che anche una ipotetica versione strumentale del disco starebbe in piedi benissimo. Mandare una copia alla Planet Mu?

03/12/09

7. FUCK BUTTONS. Tarot Sport.



7
FUCK BUTTONS
Tarot Sport
(ATP)

È una mancanza piuttosto comune: chi ascolta tende a sottovalutare, se non addirittura a ignorare, il ruolo che il produttore artistico ha in un disco. Bada al nome scritto sulla copertina, e deduce che sia tutta farina del suo sacco. Ma come la stessa orchestra può affrontare diversamente il medesimo repertorio a seconda della bacchetta che la dirige, così un gruppo può suonare diversamente a seconda dell’uomo seduto “ai comandi”. Uomo che nel caso del secondo album dei Fuck Buttons - duo di Bristol rivelatosi lo scorso anno grazie al debutto Street Horrrsing - risponde al nome di Andrew Weatherall. Una colonna della dance britannica, da vent’anni sulla breccia come DJ, musicista, produttore e remixer. È lui a dare una più marcata intenzione ritmica alla musica di Andrew Hung e Benjamin John Power, razionalizzandone le strutture e tirando fuori una comunicatività e un’accessibilità fino ad ora nascoste negli strati di rumore e melodia accumulati dai due, entrambi manipolatori di computer e apparecchiature elettroniche analogiche. Ne viene fuori una sorta di rave party moderno, un viaggio estatico inaugurato dal palpitante singolo Surf Solar e chiuso dal tribalismo epico di Flight of the Feathered Serpent, che finisce per ricordare i momenti meno convenzionalmente rock del capolavoro Screamadelica, firmato nel 1991 dai Primal Scream e prodotto proprio da Weatherall. Bentornato.
(da Il Giornale della Musica n.264)

02/12/09

8. JAHDAN BLAKKAMOORE. Buzzrock Warrior.



8
JAHDAN BLAKKAMOORE
Buzzrock Warrior
(Gold Dust Media/!K7)

E alla fine, si torna sempre in Giamaica. Passano le stagioni, passano le mode, e ciclicamente rispunta il reggae o una delle sue numerose mutazioni come cosa piú calda del momento, anche per chi normalmente non lo toccherebbe nemmeno con un forcone. Ogni volta serve uno sdoganamento, e per questo bisogna dire grazie a Diplo e Switch, e al fenomeno Major Lazer. Nato in Guyana e cresciuto a Brooklyn, Jahdan Blakkamoore é una delle numerose voci ospiti di Guns Don’t Kill People… Lazers Do!, ma non salta fuori dal nulla: oltre a cantare nei Noble Society, ha collaborato in passato con pezzi grossi dell’hip hop piú credibile (DJ Premier, Afu Ra, Dead Prez) ed è un microfonista dalla reputazione solidissima nel giro globalista. Insieme ai produttori Geko Jones, Matt Shadetek e DJ/rupture – consiglio per gli ascolti tardivo ma sempre doveroso: il suo Uproot dello scorso anno è uno dei mix album indispensabili del decennio – forma inoltre la Dutty Artz Crew, e proprio gli ultimi due sono i maggiori responsabili del recente Buzzrock Warrior (Gold Dust Media/!K7).
Un album di debutto che non delude le attese, fresco e trasversale nel mettere nero su bianco ascolti eterogenei e davvero globali. Dancehall creativa quindi, ma anche dubstep, hip hop, cumbia, grime, electro, r’n’b e soul. Con complici in tema, se un tema c’è: il duo techno berlinese Modeselektor (nella solenne e minacciosa Dem a Idiot), l’argentino Chancha Via Circuito, membro del collettivo nu-cumbia Zizek (nell’irresistibile Let’s Go), la stelle grime emergenti Durrty Goodz e Jammer, il brasiliano re del suono elettronico apolide Maga Bo, il vicino di casa 77Klash, la cantante e performer Abena Koomson. Ma non è l’elenco delle presenze a fare del disco una delle migliori uscite del momento. Protagonista e il filo conduttore è soprattutto Jahdan, con il suo timbro intenso e potente, con la sua sicurezza e la sua versatilitá, con i suoi testi interessanti e ben oltre i luoghi comuni, illuminati da ritornelli che agganciano senza scadere nelle banalitá di tanta musica afroamericana da classifica.
(da Rumore n. 214)

9. SONIC YOUTH. The Eternal.



9
SONIC YOUTH
The Eternal
(Matador)

Largamente anticipato da una delle poche notizie sul mercato discografico non aventi a che fare con tagli, crisi e ghigliottina per chi scarica, il ritorno dei Sonic Youth a un’etichetta indipendente dopo due decadi di Geffen si concretizza finalmente con The Eternal. Certo parliamo di un colosso come Matador, mica di Woodsist o Sacred Bones, ma l’effetto benefico del trasloco è comunque sorprendente: come un Silvio passato da Veronica a Noemi, i cinque (al basso è entrato in pianta stabile Mark Ibold, ex-Pavement, già sul palco nei tour più recenti) sembrano davvero ringalluzziti, e firmano dopo tre anni di silenzio un album che va a sistemarsi ai vertici della loro lunga discografia.
L’album californiano, se ci è concesso, di un gruppo da sempre legato indissolubilmente a New York. Sia i riferimenti testuali - un pezzo si intitola Malibu Gas Station, un altro Thunderclap for Bobby Pyn, intensa dedica a Darby Crash e al primo punk-rock di Los Angeles - sia il clima che vi si respira rimandano infatti a quei posti, e alle suggestioni musicali ed emozionali che da sempre associamo loro. Le immagini che scorrono davanti agli occhi sono quelle: il sole, le autostrade e la disperazione annoiata del punk-rock di cui sopra (Sacred Trickster potrebbe essere un 7” dei Sonic Youth su Dangerhouse); il sole, gli acidi e i festival psichedelici all’aperto di fine anni ’60. E altro sole, dappertutto. Filtrato dalla cifra stilistica unica di un gruppo pronto però, nel ventottesimo anno di carriera, anche a testare cose nuove: l’assolo spezzacuore della stessa Malibu Gas Station, il garage-pop velvettiano di Poison Arrow, il connubio con i R.E.M. (gli altri grandi del rock alternativo statunitense) di Walkin Blue, i riff di chitarra secchi e potenti, fra proto-punk e certo suono duro di strada ancora molto losangeleno, sparsi ovunque.
Messo tutto insieme fa un Goo della costa ovest. Opera di un gruppo talmente ispirato e sereno da permettersi di sfruttare al minimo l’arsenale di distorsioni per cui è noto, optando per un approccio più diretto, sanguigno, concreto. Con una naturalezza invidiabile e onestamente inattesa. Per l’aurea mediocritas è ancora presto evidentemente: beata Gioventù.
(da Rumore n.209)

11. PINK MOUNTAINTOPS. Outside Love.



11
PINK MOUNTAINTOPS
Outside Love
(Jagjaguwar)

Luogo comune vuole che quando il leader o il principale autore di un gruppo giochi la carta del disco solista, e non vada a fare cose diametralmente opposte, il primo commento buttato lì sia quasi sempre quello: “Sembrano demo del suo gruppo.” Se c’è invece uno a cui proprio non lo si può dire è invece Stephen McBean. E non perché sia andato a fare cose diametralmente opposte, giacchè sempre di rock in fondo stiamo parlando, ma perché il suo terzo album a nome Pink Mountaintops rivela una vena fino ad ora sconosciuta del suo autore. Mai affiorata così prepotentemente nei due album precedenti, nè tantomeno nel ribollente magma hard/psichedelico dei Black Mountain, nelle cui mani ben difficilmente immaginiamo le dieci canzoni di Outside Love. Un insieme organico e compatto di ottime canzoni fatte e finite, innanzitutto. Brillanti nella loro semplicità, e ciononostante dense di belle idee. Che suonano come se Jesus And Mary Chain, Mazzy Star, Spiritualized e Cowboy Junkies si fossero isolati per un po’ in una fattoria del profondo sud statunitense, assorbendone il clima musicale e uscendone con una serie di storie d’amore visionarie. Nella ipotetica fattoria c’era invece McBean, accompagnato da un gruppone di tutto rispetto – da Ashley Webber (The Organ, Bonnie “Prince” Billy) e Jesse Sykes, che duettano meravigliosamente con lui, a Sophie Trudeau (A Silver Mt. Zion) e a vari Black Mountain – e ispiratissimo. Axis: Throne of Love ed Execution aprono le danze con un muro spectoriano solenne a cui è difficile resistere, While We Were Dreaming materializza Hope Sandoval e Margo Timmins contemporaneamente, The Gayest of Sunbeams accelera, And I Thank You rallenta come una ballatona soul d’altri tempi, Vampire ha un finale corale da brividi. E ne abbiamo citate solo la metà. Considerati anche gli exploit del gruppo principale, se l’uomo non è in stato di grazia poco ci manca.
(da Rumore n.208)

01/12/09

12. THE XX. xx.



12
THE XX
xx
(Young Turks)

Questo è un altro che forse meritava di più.
Di tanto in tanto, in mezzo a decine e decine di gruppi trascurabili dei quali si parla solo in proporzione al capitale investito, spunta dall'Inghilterra qualcuno degno di attenzione, e degno del capitale investito (esempi degni di attenzione senza capitale investito non mancano, vedi ad esempio Hot Club De Paris).
Questi XX (o xx, c'è chi dice si scriva tutto minuscolo) sono quattro ventenni di Londra, due ragazzi e due ragazze, e apparentemente dal nulla esordiscono non soltanto con un album eccellente - cosa nemmento tanto rara, se ci pensate - ma anche e soprattutto con una identità forte che va al di là del valore di un semplice disco. Sembrano avere una visione molto chiara in testa - cosa assai più rara - e la concretizzano con naturalezza disarmante in un suono originale.
Fanno roba tipo? Boh, appunto. Sono scarni ed essenziali, ma insieme sofisticati. Usano (pochissimo) una batteria, una chitarra, un basso e una tastiera, eppure si fa fatica a trovare qualcosa di simile nella memoria. Citano apertamente brandelli di brani noti (VCR è uguale a Heroes con un po' di Velvet del terzo album, Infinity a Wicked Game) eppure, lo ribadiamo, sono originalissimi e del tutto moderni. Voce maschile e voce femminile si intrecciano su basi scheletriche e notturne, fra sensualità soul e gelo new-wave, con aperture melodiche sognanti che ti si piantano in testa, nulla di troppo e tutto al punto giusto, un calore che avvolge.

27/11/09

13. THE ANTLERS. Hospice.



13
THE ANTLERS
Hospice
(Frenchkiss)

Probabilmente, vista la tendenza del sottoscritto a ripetere a oltranza quei quattro concetti ritenuti validi con la tenacia di un ottantenne, lo si sarà già detto. Ci si accoge di essere in presenza di dischi e di artisti speciali quando della loro opera si può dire che è bianca e nera, che è calda e fredda, che è piccola e grande. I sentimenti suscitati sono opposti e vanno di pari passo, il loro coesistere ne moltiplica la potenza. Entri Hospice, album di debutto dei newyorkesi Antlers pubblicato a marzo in proprio, ad agosto da Frenchkiss e ora da !K7 per l’Europa. Opera concepita in totale isolamento da tale Peter Silberman, e registrata in un appartamento di Brooklyn mentre la sigla diventava un trio con l’arrivo del batterista Michael Lerner e del polistrumentista Darby Cicci. Un anno e mezzo senza mettere il becco fuori di casa. Un album solenne, sentimentale e semplice, fatto di canzoni fragili e crescendo tanto rari quanto impetuosi, indole shoegaze e lirismo. Con una storia che si dipana fra i suoi solchi e i suoi testi, e lo lega idealmente ad altri concept album sui generis come In the Aeroplane Over the Sea o Funeral. Morte e speranza quindi, dolore e rinascita, brutto che diventa bello. “Il disco,” racconta Silberman, “racconta la mia esperienza in una relazione molto difficile, come sono riuscito ad uscirne e l’effetto che ha avuto sulla mia vita al tempo. Cose drammatiche, capaci di cambiarti la vita. Ho passato tanto tempo in ospedale con una persona, e un ospedale è un ambiente bizzarro, specialmente i reparti dei malati di cancro. In particolare, ero in quello infantile, ed era un posto molto intenso. Ma c’era anche molta positività. Penso che Hospice abbia un lieto fine: il punto è non necessariamente il dolore, ma l’autodeterminazione.”
(da Rumore n.213)

14. TINARIWEN. Imidiwan : Companions.



14
TINARIWEN
Imidiwan : Companions
(Independiente)

Come gli Stones di Exile on Main Street, i Tinariwen tornano a casa, e non solo metaforicamente. Prendete un atlante e cercate il villaggio di Tessalit, al confine fra Mali e Algeria, in pieno Sahara. Lì vivono Ibrahim Ag Alhabib e Hassan Ag Touhami, e lì il collettivo di poeti/chitarristi/ribelli Tuareg (o Tamashek, come dicono loro) da questi guidato ha registrato il proprio quarto album. Come ai tempi di quel The Radio Tisdas Sessions che lo lanciò presso il pubblico internazionale. Gli effetti si sentono, sia dal punto di vista strettamente sonoro - Imidiwan : Companions è meno rock e più desert blues rispetto alle ultime cose del gruppo, anche se del genere si dà una versione personalissima - sia da quello puramente umano. Fra chitarre elettriche magistrali e cori sempre più ammalianti, domina infatti un senso di pacatezza e serenità nuovo, che all’ipnotica intensità delle canzoni dona melodie imponenti e forza straordinaria. Impossibile farne a meno.
(da Rumore n.210/211)

26/11/09

15. DIRTY PROJECTORS. Bitte Orca.



15
DIRTY PROJECTORS
Bitte Orca
(Domino)

Alzi la mano chi aveva previsto per David Longstreth una simile evoluzione, chi aveva intravisto un grande autore pop dei giorni nostri fra lo sperimentalismo un po’ gratuito dei suoi primi dischi, e sotto le vesti spocchiose di chi pubblica indifferentemente album ispirati a Don Henley degli Eagles o ai Black Flag. Il giovane di Brooklyn stava solo aggiustando il tiro invece, o più probabilmente scherzando, e Bitte Orca lo certifica: per la prima volta frutto di un evidente lavoro di gruppo (nel sestetto spicca la cantante e bassista Angel Deradoorian, prossima al debutto solista), le sue nove canzoni sono un trionfo di musicalità irregolare, ciascuna forte per conto proprio senza bisogno di concept bizzarri. Dentro, si smontano e rimontano con naturalezza elementi di folk, prog, rock classico, r&b da classifica, musica chitarristica dell’Africa occidentale e pop orchestrale, producendo qualcosa di vivo e cangiante, tanto complesso quanto immediato e gratificante. Poco definibile, ma perfetto di fianco agli ultimi, eccezionali Grizzly Bear.
(da Il Giornale della Musica n.260)

16. MULATU ASTATKE/THE HELIOCENTRICS. Inspiration Information.



16
MULATU ASTATKE/THE HELIOCENTRICS
Inspiration Information
(Strut)

Metterli insieme, ecco il vero colpo di genio. Dobbiamo ringraziare Karen P, producer della BBC e responsabile dell'evento Broad Cast, per l'idea: mettere insieme prima su un palco e poi in una settimana di studio gli Heliocentrics e Mulatu Astatke. Per chi non lo sapesse, e non avesse percepito la coolness che ha spinto questo disco ben al di là della cerchia degli appassionati, si tratta di un collettivo britannico dedito a una fusione molto trippy di funk, psichedelia, jazz, colonne sonore, Africa e oriente (date un ascolto a Out There, uscito su Now-Again), e del padre riconosciuto dell'ethio-jazz. Un grandissimo della musica africana e mondiale, titolare dello splendido quarto volume della serie Ethiopiques, lanciato qualche anno fa dalla colonna sonora di Broken Flowers di Jim Jarmush. Come diceva quello, “è praticamente ovvio”.
I quattrodici brani nati dalla liaison formano il terzo volume della serie Inspiration Information della Strut, dedicata alle collaborazioni fra musicisti attuali e loro influenze riconosciute. Inaugurata da due titoli fiacchetti firmati Amp Fiddler/Sly & Robbie e Ashley Beedle/Horace Andy, la collana qui decolla (per proseguire ad alto livello con Jimi Tenor e Tony Allen, pochi mesi dopo). Mulatu, vibrafonista e direttore d'orchestra, stende le tracce con l'aiuto di musicisti e strumenti tradizionali del suo Paese (krar, washint e begena, l'arpa di Re Davide). Joel Yennior della Either/Orchestra – anche per loro un ottimo volume di Ethiopiques - cura i fiati. Gli Heliocentrics suonano e arrangiano secondo il loro già classico stile fumoso e spaziale, aggiungendo tocchi di fuzz e break micidiali al tipico incedere etiopico. I due stili si compenetrano perfettamente, dando vita a un ibrido forse meno sperimentale del previsto, ma incredibilmente affascinante.

17. THE VERY BEST. Warm Heart Of Africa.



17
THE VERY BEST
Warm Heart Of Africa
(Green Owl/Moshi Moshi)

C’erano un francese, uno svedese e un malawiano, pare una barzelletta. Annunciata lo scorso anno da un mixtape diffuso in rete, la collaborazione fra i produttori Radioclit e il cantante Esau Mwamwaya (tutti londinesi d’adozione) arriva oggi alla prima uscita ufficiale. Volendo tagliare corto, basterebbe il titolo: è davvero il calore che emana la prima cosa a colpire del disco. Esau canta come uno al quale daresti le chiavi di casa cinque minuti dopo averlo conosciuto, e la sue parole in lingua chichewa stanno a meraviglia sulle basi di Etienne Tron e Johan Karlberg, fra dance attuale, suggestioni africane ed electro-pop anni ’80 non abusato. Più che quella di una M.I.A. ormai impegnata a fare la stessa cosa ovunque, quadra il cerchio l’ospitata di Ezra Koenig dei Vampire Weekend nella title-track. La Island di una volta, esistesse ancora, non se li lascerebbe scappare.
(da Rumore n.213)

25/11/09

18. ANTONY AND THE JOHNSONS. The Crying Light.



18
ANTONY AND THE JOHNSONS
The Crying Light
(Rough Trade)

Il primo dubbio non ha impiegato molto ad arrivare: troppo poco il diciottesimo posto? Chi mi segue da un po' sa della mia adorazione totale per Antony, per i suoi dischi e per quel gioiello che sono le sue collaborazioni con Hercules & Love Affair. In più, aggiungo di avere appena scelto I Am a Bird Now come disco del decennio che va a concludersi. Eppure The Crying Light vola basso in classifica. Forse sottovalutato, in effetti, ma anche ascoltato enormemente meno dei suoi due predecessori.
Manca l'effetto sorpresa, innanzitutto. L'impressione di trovarsi di fronte a un alieno appena piombato fra di noi, o la testimonianza del suo trasformarsi in stella. Antony è di famiglia ora, e meno male. Resta un fuoriclasse, e forse stiamo solo spaccando il capello in quattro, ma il suo ultimo album fa intuire una possibile evoluzione non proprio entusiasmante. Ovvero, quella che rischia di portarlo verso una classicità cercata e un po' meno spontanea, anzi quasi compiaciuta del proprio talento e delle proprie capacità. Anche nei brani più riusciti, è difficile liberarsi dell'idea maligna che Antony tenda a fare se stesso, e con grossa soddisfazione, sbavando leggermente verso qualche arzigogolo e qualche teatralità di troppo.
Ci vogliono più ascolti insomma, per passare sopra a questo sentore e per abituarsi a canzoni meno immediate e intense del solito, ma questo non vuol dire che The Crying Light sia brutto, anzi. Il quartetto iniziale è eccellente, ad esempio: Her Eyes Are Underneath the Ground apre con delicatezza, Epilepsy Is Dancing segue calda e placida come una ballata pop, One Dove aggiunge sapori jazzati e una leggera inquietudine, Kiss My Name è bella e basta. Così come lo è Aeon, che risolleva il tutto dopo una parte centrale più appiattita sul modello voce/piano, grazie a un azzeccato arpeggio di chitarra elettrica e a toni gospel. Ma se Antony arrivasse oggi, presentandosi al mondo con questo biglietto da visita, difficilmente avrebbe lo stesso impatto. Su chi scrive, almeno, se non sulla musica tutta.

PS - In quanto a bellezza della canzone e a possibile strada alternativa da seguire, siamo sicuri che Shake That Devil (uno dei quattro inediti del singolo Another World), non meritasse qualcosa di più?

19. ONEIDA. Rated O.



19
ONEIDA
Rated O
(Jagjaguwar/Brah)

Il vecchio palazzo del centro dove abito, al quinto piano senza ascensore, e il suo unico anziano proprietario meriterebbero molto probabilmente un blog a parte. Così come avrebbe meritato un servizio fotografico tutto suo il suddetto Mister Burns, qualche mese fa, intento ad osservare fra cavi e luci le riprese di un film proprio nel nostro cortile (forse reso più glam dai mucchi di detriti e biciclette fossili che nessuno si preoccupa di rimuovere).
L'aria da quello che "lavora nel cinema" ce l'ha anche il vicino del piano di sopra. Quel fare trasandato e macho, oggi qui e domani lì, faccio un po' quel cazzo che mi pare, la so molto più lunga di te, che di solito contraddistingue elettricisti, attrezzisti e faticatoristi vari del set. Con qualche sostanza in più. Su nelle soffitte del sesto piano abitano un sacco di tipi interessanti, ma mi soffermo su di lui per un motivo: suona. A volumi esagerati. A tutte le ore, e intendo proprio a tutte le ore. Incurante del fatto di trovarsi in un condominio: sono problemi da popolino ancora legato ai ritmi di vita della città fordista, temo.
Da qualche tempo è passato a una combinazione letale di sequencer e batteria elettronica, e si diletta con una specie di techno scarsa e senza cuore, che non riesce nemmeno a essere scarsa e senza cuore (e veloce) come quella che si ascolta ai rave dove muoiono i punkabbestia, da tanto è scarsa e senza cuore. Prima, fino a qualche mese fa, suonava il basso. Suonava: diciamo che l'effetto era quello di uno completamente fuso che viene seduto su una sedia, e al quale viene messo in mano un basso elettrico attaccato a un amplificatore con il volume alto, dicendogli: "Fai un po' tu quello che ti senti". Giuro. Li sentivo quando ancora avevo la televisione, fra una battuta e l'altra dei film, quei suoi suoni lunghi e amorfi che non andavano da nessuna parte. Non prendetemi per il tipico rompicoglioni da condominio: anche io sono un bassista, e quando c'è da alzare il fottuto volume potete stare certi che lo alzo, pappemolli. Ma dico, almeno suona qualche cosa, fammi sentire che impari un pezzo, o che sperimenti, non il nulla assoluto ripetuto uguale ogni giorno a ogni ora.
Ecco, gli Oneida suonano un po' come il vicino del piano di sopra, ma in senso buono. Tirano avanti per decine di minuti suonando la stessa cosa, non solo mantenendo la stessa intensità, ma anzi aumentandola strada facendo. Dal vivo, sono uno dei gruppi più straordinari che io abbia mai visto: ripetono lo stesso giro fino ai limiti della sopportazione, e quando pensi "adesso cambiano" ne fanno altre sedici battute. Spesso, in tutto questo parlare della scena di Williamsburg ci si dimentica di loro, che invece sono stati fra i primissimi a trasmettere da quel pezzo di Brooklyn, e a seminare quello che come sempre sono altri a raccogliere.
Sarà che ci siamo anche un poco abituati: ogni anno fanno un disco, mediamente eccellente, che tranne qualche rara eccezione ha uno o due pezzi lunghissimi e altri meno, e che viaggia fra ossessività kraut rock, melodie da pop psichedelico e bizzarrie varie. Per evitare di essere dati troppo per scontati, i nostri hanno deciso di alzare di una tacca il livello dello scontro, e di buttarsi addirittura in una trilogia intitolata Thank Your Parents. Primo capitolo: Preteen Weaponry, album del 2008 composto da un'unica traccia divisa in tre parti. Secondo capitolo: questo Rated O, album triplo, quindici pezzi e quasi due ore di durata. Terzo capitolo: in arrivo nel 2010, non osiamo immaginare.
Il primo cd si apre con Brownout in Lagos, ritmo sincopato e voce dalle inflessioni giamaicane che emerge fra echi e rumori (e a un certo punto, noi fan sfegatati apprezziamo, dice pure qualcosa come "Each one teach one"). Promette benissimo in chiave di progressione del suono, forse più di quanto il resto dell'album non mantenga. What's up, Jackal? ha un bel riffetto elettronico da minimal che dura dall'inizio alla fine, il resto spinge duro fino ai dieci e mezzo di The Human Factor (ironia?), solo percussioni, urla e distorsioni in sottofondo.
Il secondo cd ha le canzoni, classici treni a vapore alla Oneida (The River, Ghost in the Room), doom notturno con cantato da chiesa (Luxury Travel), garage mutante saturo di fuzz (It Was a Wall).
Il terzo cd sbrocca, con una dilatazione drone-folk da tredici minuti, una cosa ambientale da quattro e un mostro acido e spaziale da ventuno intitolato Folk Wisdom, che dio li benedica.
Un percorso plausibile anche per il vicino del piano di sopra, non avesse l'encefalogramma disegnato con il righello: ti scaldi con roba lunga e ripetitiva, poi ti concentri e ti focalizzi per un po', poi non ci stai dentro e parti per la tangente. Chiedo troppo?

24/11/09

20. HYPNOTIC BRASS ENSEMBLE. Hypnotic Brass Ensemble.

Con un po' di ritardo, ecco il consueto conto alla rovescia con i venti dischi dell'anno secondo il sottoscritto. I primi dieci saranno in edicola fra pochi giorni su Rumore, gli altri sono un bonus per i lettori di Soul Food. Azione!



20
HYPNOTIC BRASS ENSEMBLE
Hypnotic Brass Ensemble
(Honest Jon's)

Il nome mette sulla buona strada, il resto lo raccontiamo: sono otto figli di Phil Cohran, membro dell’Arkestra di Sun Ra e attivista musicale nella Chicago degli anni ’60. Otto fiatisti - quattro trombe, due tromboni, un bombardino e un sousaphone - allenati alla musica fin da bambini, trasformatisi in portentosa banda da strada. Per strada, a Londra, comincia anche il rapporto con Honest Jon’s, che culmina oggi in questo primo album ufficiale. Una festa jazz-funk da parata con spinte globaliste (Sankofa è la rielaborazione di un pezzo di Tony Allen), e seggiolino di batterista diviso fra Malcolm Catto (Heliocentrics), Sola Akingbola (Jamiroquai) e lo stesso Tony Allen, nell’eccellente gemellaggio Nigeria-Etiopia intitolato Marcus Garvey. Spuntano anche Flea e l’immancabile Albarn, mentre l’iniziale Alyo è un bell’omaggio al repertorio paterno.
(da Rumore n.210/211)

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