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07/12/09

Menzione speciale

Come i lettori sanno, il mensile di cui sono redattore pubblica le sue classifiche annuali nel numero di dicembre, tagliando fuori grossomodo due mesi di uscite. Lo scorso anno sono riuscito a fare entrare per il rotto della cuffia, e direttamente al primo posto, Black Diamond dei (di? del?) Buraka Som Sistema. Quest'anno, per una serie di motivi complicati da spiegare, il disco che avrebbe potuto ribaltare le gerarchie e piazzarsi molto in alto nei primi dieci posti lo avevo in casa da qualche giorno, ma ho realizzato troppo tardi le sue potenzialità. A giochi fatti, perchè fare una classifica è cosa faticosa e una volta fatta non la si cambia, dedico una menzione speciale.



KING MIDAS SOUND
Waiting For You...
(Hyperdub)
Dopo aver firmato come The Bug uno dei migliori album nella breve storia del dubstep, Kevin Martin torna con un progetto altrettanto fondamentale, per molti versi complementare a quell'esplosione di bassi e rime. Se London Zoo aveva del dub aggressivitá e potenza militante, Waiting For You fa sue economia del suono tramite sottrazione, sonnolenza, austeritá. E' il suono etereo del ritorno a casa con le orecchie sfondate, un madrigale subacqueo guidato dallo straordinario Roger Robinson, poeta anglo-caraibico diventato cantante. Di Martin giá si conosceva il valore, lui é la sorpresa, sia quando libera il falsetto sia quando declama severo. Insieme si avventurano fra gelo spettrale e calore umano, fra soul fumoso (I Man, Dahlin) e paranoia strisciante come il miglior Tricky proiettato nell'oggi (Lost, Earth a Kill Ya), lasciando il segno con canzoni intensissime, e con la cosa piú pop mai uscita per Hyperdub.
(da Rumore n.215)

04/12/09

5. SHACKLETON. Three EPs.



5
SHACKLETON
Three EPs
(Perlon)

Non era roba per tutti, la Skull Disco di Appleblim e Shackleton. Era l’ala più claustrofobica, scura e sperimentale del magmatico fenomeno dubstep. Chiusa l’esperienza e stabilitosi nella Berlino dell’amico Villalobos, Shackleton apre le ali e spicca il volo, uscendo definitivamente dai confini sempre meno incerti del genere e imponendosi come grande musicista elettronico tout court. Inizialmente concepito non come album ma come raccolta di tracce indipendenti (e non di tre singoli come il titolo potrebbe fare intendere, é solo una questione di formati: in vinile Three EPs esce appunto su tre 12”), il suo primo lavoro in lungo scorre con coesione e naturalezza impressionanti. Non rompe con il passato, lo riconfigura piuttosto con una ampiezza di sguardo nuova, una leggerezza di tocco mai rivelata prima, una comunicatività rara per chi frequenta suoni che da sempre evocano palazzoni, viali di periferia, automobili, notte. La sensibilità dub é il pilastro oggi come ieri, insieme ai marchi di fabbrica di Shackleton: i campioni vocali, i bassi molto fisici e veri, le percussioni dal sapore orientale. Proprio queste ultime concorrono al fiorire di ritmi unici per schemi e suoni, intricati e imprevedibili come tutto l’insieme. Quasi mai costretti nei 4/4 ai quali la nuova residenza e la nuova etichetta farebbero pensare: non si balla quasi mai, oppure lo si fa, ma ciascuno secondo modi e pulsazioni proprie. Abbiamo visto anche dei bambini farlo. Berlino la si nota piuttosto a un livello astratto, in questa libertà espressiva, in questo unire con naturalezza cervello e corpo. Come vera intelligent dance music, si direbbe. Non bisognosa di decodifiche, non sfoggio di creatività autoreferenziale, ma vicina e amica, umile, luminosa.
(da Rumore n.214)

03/12/08



9. The Bug London Zoo (Ninja Tune).
Agitatore sonoro dal curriculum di collaborazioni tanto ricco quanto vario (Justin Broadrick, John Zorn, Kevin Shields, Thom Yorke fra gli altri), il produttore londinese Kevin Martin fotografa con il suo terzo album a nome The Bug una metropoli scura, minacciosa, pronta ad esplodere. Uno scenario urbano periferico e inquietante, in cui filtrati dall’approccio rumorista di Martin rimbombano i suoni che sempre più lo caratterizzano: grime e dubstep innanzitutto, ma anche certi broken beats, e soprattutto la dancehall più ripetitiva e robotica. Che perde ogni connnotazione reggae festaiola per farsi severa, militante, problematica. E quando conserva brandelli di ballabilità, lo fa in pezzi dai titoli ben poco allegri come Angry, Insane, Jah War o Murder We. Sono proprio le voci però - il veterano giamaicano Tippa Irie (in gran forma), insieme a Warrior Queen, Ricky Ranking, Flowdan, Spaceape e Roger Robinson, nuove leve locali dal timbro tipicamente caraibico - a dare un volto umano al tutto, a suggerire la via d’uscita mentre bastonano duro. Versione futurista del loro antenato Big Youth, specchio fedele dell’Inghilterra odierna tanto quanto gli Arctic Monkeys. (da Il Giornale della Musica #251)

26/11/08



17. Benga Diary of an Afro Warrior (Tempa).
Conquistato dalla sua esibizione di poche settimane fa a Club To Club - davvero travolgente, con cambi frenetici di vinile e capacità di tenere la pista in fermento dall'inizio alla fine - oltre che dalla sua pettinatura e dalle sue sembianze fumettistiche, trovo un posto nei migliori venti dell'annata per l'esordio di Beni Uthman, in arte Benga. Già uno dei pialstri della scena dubstep, avendo cominciato intorno al 2002 alla tenera età di sedici anni, incarna in pieno la natura stessa del genere come stile mutante, aperto a numerose influenze e difficilmente inquadrabile in regole precise. Fatta eccezione per gli echi e i bassi, ovviamente. Diary of an Afro Warrior - ok afrocentrismo e compagnia, ma che sia forse un titolo leggermente eccessivo, soprattutto per un album praticamente strumentale? - conferma le impressioni destate dal suo artefice in prima persona: c'è voglia di superare i confini del genere, quali essi siano, ma c'è soprattutto uno sguardo alla pista da ballo superiore alla media del genere. In Night ovviamente, portentoso singolo del 2007 realizzato in coppia con il collega Coki e qui incluso, che entra in testa e non se ne va. Ma anche nel resto, che pur non raggiungendo tali altezze (saremmo altrimenti nelle prime dieci posizioni) riesce sempre ad accoppiare tonalità profondissime, sporche linee electro e ganci melodici notevoli. In The Cut e 26 Basslines, in cose acide e quasi house (E Trips, Pleasure), in cose più notturne e jazzate (Zero M2, Crunked up, B4 the Dual), in fresche puntate cosmiche.

07/10/08

"How low can you go?"

Sulla carta, sembrerebbe l’ennesimo termine decodificabile solo dagli addetti ai lavori più maniacali. Sottogenere di sottogenere, ulteriore sfaccettatura di un mondo musicale assai vasto che nel Regno Unito chiamano urban, e che dagli anni ’90 in qua ha riunito con discreta approssimazione tutti gli incontri fra elettronica e musica nera. Dubstep, somma algebrica di dub e 2-step: sulla carta, quanto di più tecnico non si potrebbe. Di fatto, qualcosa che pare invece destinato a durare, ben oltre la soglia di attenzione ridotta che ogni nuovo fenomeno simile ottiene di solito oltremanica, e ad esercitare un’eco ben più potente. Non fosse altro che per un motivo: stavolta non ci si riferisce a una nicchia ristretta all’inverosimile, ma la parola è piuttosto un ombrello per qualcosa di altrimenti poco definibile, in costante mutamento, unito da un sentire comune più che da codici musicali rigorosi. E annuncia il suono elettronico più fresco del momento, attualissimo nel coniugare passato e futuro, mente e corpo, straniamento e calore umano. (continua in edicola)

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