Come bonus, i cinque migliori mix-album dell'anno:
1. DJ/rupture Uproot (The Agriculture)
2. Freq Nasty Fabriclive.42 (Fabric)
3. Appleblim Dubstep Allstars Vol. 6 (Tempa)
4. Stanton Warriors Sessions Volume III (Punks)
5. Skepta Rinse:04 (Rinse)
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24/12/08
23/12/08
Altre 25 ristampe
Come per i dischi nuovi usciti nel 2008, anche per le ristampe aggiungo una piccola lista di titoli dei quali mi sono accorto poco o tardi, e che meritano menzione.
AA.VV. Every Mouth Must Be Fed (Pressure Sounds)
AA.VV. Highlife Time (Vampisoul)
AA.VV. Hot Guitars (Viper)
AA.VV. Lagos Shake – A Tony Allen Chop Up (Honest Jon’s)
AA.VV. New Orleans Funk Volume 2 (Soul Jazz)
AA.VV. Nigeria 70 (Strut)
AA.VV. Steppas’ Delight (Soul Jazz)
AA.VV. Up Jumped the Devil (Viper)
The Beat You Just Can’t Beat It – The Best Of (Music Club)
Belle & Sebastian The BBC Sessions (Jeepster)
Dennis Brown A Little Bit More - Joe Gibbs 12" Selection 1978-83 (17 North Parade)
Culture & The Deejays At Joe Gibbs 1977-79 (17 North Parade)
Alèmayèhu Eshèté Ethiopiques 22 - More Vintage! (Buda)
Joe Higgs Life of Contradiction (Pressure Sounds)
Marie Queenie Lyons Soul Fever (Vampisoul)
Mogwai Young Team (Chemikal Underground)
The Mohawks The Champ (Vampisoul)
The Morlocks Emerge (Area Pirata)
Mudhoney Superfuzz Bigmuff (Sub Pop)
Orchestre Poly-Rhythmo De Cotonou The Vodoun Effect (Analog Africa)
Bim Sherman Tribulation (Pressure Sounds)
23 Skidoo Seven Songs (LTM)
Sir Victor Uwaifo Guitar-Boy Superstar (Soundway)
Dennis Wilson Pacific Ocean Blue (Sony)
Neil Young Sugar Mountain - Live at Canterbury House 1968 (Reprise)
AA.VV. Every Mouth Must Be Fed (Pressure Sounds)
AA.VV. Highlife Time (Vampisoul)
AA.VV. Hot Guitars (Viper)
AA.VV. Lagos Shake – A Tony Allen Chop Up (Honest Jon’s)
AA.VV. New Orleans Funk Volume 2 (Soul Jazz)
AA.VV. Nigeria 70 (Strut)
AA.VV. Steppas’ Delight (Soul Jazz)
AA.VV. Up Jumped the Devil (Viper)
The Beat You Just Can’t Beat It – The Best Of (Music Club)
Belle & Sebastian The BBC Sessions (Jeepster)
Dennis Brown A Little Bit More - Joe Gibbs 12" Selection 1978-83 (17 North Parade)
Culture & The Deejays At Joe Gibbs 1977-79 (17 North Parade)
Alèmayèhu Eshèté Ethiopiques 22 - More Vintage! (Buda)
Joe Higgs Life of Contradiction (Pressure Sounds)
Marie Queenie Lyons Soul Fever (Vampisoul)
Mogwai Young Team (Chemikal Underground)
The Mohawks The Champ (Vampisoul)
The Morlocks Emerge (Area Pirata)
Mudhoney Superfuzz Bigmuff (Sub Pop)
Orchestre Poly-Rhythmo De Cotonou The Vodoun Effect (Analog Africa)
Bim Sherman Tribulation (Pressure Sounds)
23 Skidoo Seven Songs (LTM)
Sir Victor Uwaifo Guitar-Boy Superstar (Soundway)
Dennis Wilson Pacific Ocean Blue (Sony)
Neil Young Sugar Mountain - Live at Canterbury House 1968 (Reprise)
22/12/08

1. AA.VV. African Scream Contest (Analog Africa).
(...) Ma il gioiello più prezioso, da procurarsi ad ogni costo, è African Scream Contest - Raw & Psychedelic Afro Sounds from Benin & Togo 70s. Per il contenuto musicale innanzitutto, fusione bollente di funk, rock psichedelico e ritmi dell’Africa Occidentale realizzata con naturalezza soprendente. Ma anche per lo straordinario booklet, avvincente report sulla gestazione del disco con foto d’epoca e interviste sul campo. Esempio di attitudine e istruttivo (spassoso, a tratti) trattato su industria musicale e relativi personaggi delle due piccole nazioni in questione. Schiacciate fra colossi come Nigeria e Ghana, eppure in grado di sviluppare scene e linguaggi musicali autonomi. Raccolta superba, fra le migliori mai uscite nel suo genere. (da Rumore #198/199)
Vedi anche:
africa,
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pomini,
togo

2. The Clash Live at Shea Stadium (Sony).
Un intero concerto di quella che si gioca con altre due o tre il titolo di più grande rock'n'roll band di sempre. Un concerto celebre, quello del 13 ottobre 1982, per chi conosce le vicende dei Clash: il secondo di fila allo Shea Stadium di New York di spalla agli Who, un mare di gente per lo più moderatamente ostile che vuole vedere Roger Daltrey; la band che ritorna nella città dove ha tagliato quello che restava del cordone ombelicale che la legava al punk, dove ha preso forma Sandinista! ed è così diventata esplicita la sua vena globale. Ma ci ritorna in crisi, con Terry Chimes di nuovo alla batteria in luogo di un Topper Headon ormai tossico full-time, e Mick Jones in procinto di essere sbattuto fuori. Eppure, o forse proprio per questo, l'esibizione dei quattro ha un'energia spiritata e rara, che spinge il tutto a velocità doppia e rimbomba nello stadio con la sicurezza che solo i grandi possono permettersi. Anche se Paul Simonon stona in maniera imbarazzante almeno un paio di attacchi di The Guns of Brixton (ma anche i deejay giamaicani, se ci pensate, non disdegnavano la stecca). Ma Live at Shea Stadium resta un altro tassello di una vicenda fondamentale per la musica popolare di tutti i tempi, di quelle poche capaci di farti desidererare di essere sul posto, quando certi dischi uscivano, e spiazzavano.
PS - Un consiglio: non impazzite per l'edizione deluxe. La copertina a libro, due paginette scritte da Bob Gruen e una dozzina di sue foto, interessanti più che belle, non valgono gli euro supplementari.
Vedi anche:
chimee,
clash,
classifica 2008,
jones,
playlist,
pomini,
shea stadium,
simonon,
strummer
21/12/08

4. Derrick May Innovator (R&S).
Dopo il ripescaggio dei Model 500 di Juan Atkins (The Originator) tocca oggi alle produzioni di Derrick May (The Innovator appunto) a nome Rhythim Is Rhythim e Mayday soprattutto. Con Kevin Saunderson (The Elevator) si tratta di quei mitologici Belleville three che, da un sobborgo della Motorcity e con mezzi rudimentali a disposizione, trasformarono letteralmente la house in techno. Quella che May stesso ebbe a definire “George Clinton che incontra i Kraftwerk in un ascensore”, o hi-tech soul. Perché dell’ennesima tappa nella meravigliosa storia della musica afroamericana si trattò e si tratta, ed è evidente dal calore e dall’amore che queste tracce trasudano. Doppio cd antologico uscito nel 1998 e fuori catalogo da anni, raccolta di materiale prodotto fra 1987 e 1997, Innovator è senza troppi giri di parole un disco indispensabile. Pieno zeppo di classici senza tempo (Nude Photo, Strings of Life, The Beginning… la lista dovrebbe comprendere tutte e ventinove le tracce) e mai meno che brillante. Le sue progressioni vi porteranno molto, molto in alto. (da Rumore #200)
Vedi anche:
classifica 2008,
dance,
derrick may,
detroit,
hi-tech soul,
Mayday,
Rhythim Is Rhythim,
techno

5. AA.VV. Soul Messages from Dimona (Numero).
L'ennesima storia pazzesca scoperta chissà come dalla Numero, forse l'etichetta che meglio incarna la concezione di ristampa cara al sottoscritto. Ovvero: la ricerca sul campo spinta al suo estremo, fino ad angoli bui che nemmeno sospettavamo esistessero; la pubblicazione di dischi curatissimi in ogni minimo particolare sonoro, grafico e testuale; la creazione di un marchio più forte dei singoli titoli che lo portano impresso. Titoli non di media qualità peraltro, e nemmeno rubricabili come mere curiosità che fa molto figo dire di ascoltare ma poi non si ascoltano mai. Certo dire di ascoltare disco e funk del Belize, cantautrici acustiche americane da 500 copie dei '70, gruppi soul di pre-adolescenti e gospel-funk più amico del diavolo che dell'acquasanta fa effettivamente molto figo, ma è bello constatare come tutte le cose citate (e le altre: dal power-pop alle numerose monografie su etichette soul locali dei '60) siano quasi sempre all'altezza dei loro omologhi più noti. E lo ripetiamo, sono dischi che è splendido possedere.
Ma questa storia, come detto, è forse la più pazzesca di tutte. Dimona è una cittadina nel deserto del Negev, Israele, trentacinque km ad ovest del Mar Morto. Nel suo paesaggio tutto roccia e terra arida, via Liberia e attraverso vicende rocambolesche che non vi leviamo il piacere di leggere nell'ottimo booklet, si stabilisce fra la metà dei '70 e i primi '80 un gruppo via via sempre più numeroso di ebrei neri statunitensi, militanti afrocentrici della South Side di Chicago ansiosi di rimpatrio nella Terra Promessa. Alcuni di loro, guidati da Charlie "Hezekiah" Blackwell, sono già attivi da qualche tempo come band, i Soul Messengers. In sandali, turbanti e dashiki animano i meeting della comunità, e continuano a farlo nel Negev. Dove contribuiscono al mantenimento della stessa comunità pubblicando dischi e andando in tour, e si allargano via via nella formazione e in numerosi progetti collaterali, trovando spalla in nuovi arirvati come i Sons Of The Kingdom.
Ecco, Soul Messages from Dimona raccoglie il meglio di quei dischi, un'ora abbondante di soul spirituale, funk, jazz psichedelico e messaggio (bastano come titoli Burn Devil Burn, Heaven of Heavens, Savior in the East, Messiah, Modernization e Our Lord and Savior?) incredibile ma vera. Sedici tracce in tutto, a nome Soul Messengers, Sons Of The Kingdom, The Spirit Of Israel (le mogli!) e Tonistics (i figli!) che catapultano davvero in un altro mondo, con effetto a tratti straniante. Soprattutto ascoltando e vedendo le foto dei Tonistics, clamorosi Jackson 5 israeliti: Holding on è il numero che presumibilmente infiammava i fedeli, Dimona (Spiritual Capital of the World) il manifesto.
Vedi anche:
classifica 2008,
ebrei neri,
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soul,
soul messages from dimona
20/12/08

6. Creedence Clearwater Revival Creedence Clearwater Revival/Bayou Country/Green River/Willy and the Poor Boys/Cosmo’s Factory/Pendulum (Fantasy/Universal).
San Francisco, fine anni ’60. In piena ubriacatura hippie, quattro ragazzi del sobborgo di El Cerrito si vestono da bovari, sognano il Mississippi e il Tennessee invece dell’India, e mescolano in maniera ispiratissima e pop tutto quanto rende grande la tradizione musicale nordamericana, bianca e nera: country, blues, rock’n’roll, soul. Il batterista Doug Clifford, il bassista Stu Cook e il chitarrista ritmico Tom Fogerty sono il metronomo, la sostanza di un suono essenziale, caldo, moderno. Il cantante, chitarrista solista e autore John Fogerty, fratello di Tom, è talento puro e voce straordinaria. I quattro arrivano dal garage, si chiamavano Golliwogs. Ora si chiamano Creedence Clearwater Revival, e quello che faranno di lì a poco li renderà la più grande rock band americana di quello scorcio di decennio, e una delle più amate di tutti i tempi.
Succede tutto nel giro di tre anni o forse meno. Nel 1968 un album di debutto omonimo acerbo ma convincente, che sottopone al trattamento della casa classici come Suzie Q (Dale Hawkins) e I Put a Spell on You (Screaming Jay Hawkins). Nell’anno di grazia 1969 l’esplosione: a gennaio Bayou Country, con le scure Born on the Bayou e Graveyard Train, e l’eterna Proud Mary; ad agosto Green River, fangosa elettricità e Bad Moon Rising, incubo amaro travestito da canzoncina; a novembre Willy and the Poor Boys, con l’immensa Fortunate Son e una più marcata impronta tradizionale. Una tripletta micidiale, che introduce il capolavoro Cosmo’s Factory, del 1970. Copertina orrenda, disco sublime: Run Through the Jungle è il buio, Who’ll Stop the Rain? la luce, gli undici minuti di I Heard Through the Grapevine di Marvin Gaye una delle cover più riuscite di sempre, di quelle che superano l’originale. Pendulum, stesso anno, non può essere all’altezza, ma almeno Have You Ever Seen the Rain?, Hey Tonight e la potente Pagan Baby meritano la menzione.
E bovari non sono, con tutto il rispetto per i bovari. Sotto la crosta di jeans e flanella agiscono un cuore e un cervello in piena sintonia con i tempi, capaci di picchiare duro o girare intorno al bersaglio, per i quali il guardare indietro è metafora più che nostalgia, e l’America è amata profondamente più che sbandierata. Difficile riconoscere la Terra delle Opportunità sotto il cielo color piombo di Bad Moon Rising, non a caso adottata come titolo e umore dai Sonic Youth più cattivi. Difficile fraintendere Fortunate Son, l’esempio più lampante, come in seguito verrà fatto con il povero Springsteen: la rabbia proletaria di Fogerty esce letteralmente dai solchi e riempie l’aria, e in 2’19” smaschera ipocrisie a stelle e strisce passate, presenti e future. Facilissimo innamorarsene.
*****
È una la principale fonte di tracce inedite sparse fra le sei ristampe (tutte rimasterizzate ed accompagnate dalle note di decani del giornalismo musicale americano): i concerti del tour europeo del 1971, ultime apparizioni dal vivo della band, già in formazione a tre per l’abbandono di Tom Fogerty. Il solo John regge ovviamente bene le maggiori responsabilita, e il suono è quello immediato e potente di sempre. Sfilano quasi solo classici: a Bayou Country toccano Born on the Bayou e Proud Mary; a Green River una spiritata title-track che sfocia in Suzie Q, oltre a Bad Moon Rising e Lodi; a Willy and the Poor Boys l’accelerata Fortunate Son e It Came out of the Sky; a Cosmo's Factory la sola Up Around the Bend; a Pendulum, ovviamente, Hey Tonight.
La curiosità più grande, però, è una session televisiva con Booker T. and the MGs, spina dorsale del suono Stax, registrata nella sala prove dei Creedence a Berkeley: sentire le sei corde di Steve Cropper e quelle di John Fogerty insieme, con quell’Hammond sotto, in Down on the Corner (su Willy…) ma soprattutto in Born on the Bayou (su Cosmo's…) è un vero piacere.
Altro da segnalare? Su Pendulum, le due parti di 45 Revolutions Per Minute, bizzarro montaggio di musica e finte trasmissioni radio, singolo promozionale ispirato dai Beatles dell’album bianco. Su Green River, due brani mai finiti dei quali resta solo la base strumentale (bella soprattutto Glory Be). Su Bayou Country una bella versione alternativa lunga il doppio di Bootleg, e una jam blues chilometrica registrata al Fillmore di San Francisco nel 1969. Sul debutto, infine, il retro del primo singolo dei Golliwogs (perchè non anche il davanti?) e dodici roventi minuti di Suzie Q dallo stesso concerto al Fillmore. (da Rumore #201)

7. Aretha Franklin Rare & Unreleased Recordings From The Golden Reign Of The Queen Of Soul (Atlantic/Rhino).
Otto anni, dal ‘67 al ‘74: è durante il suo soggiorno presso la Atlantic di Jerry Wexler che la figlia del reverendo C.L. Franklin diventa Regina del Soul. La potenza smisurata del suo impatto sul mondo è qualcosa che va oltre la sua voce prodigiosa, o la qualità del materiale autografo o meno sul quale la libera. È qualcosa di molto difficile da spiegare a parole (ma ci è riuscito Maurizio Blatto nel suo MyTunes di dicembre, con una delle cose più belle mai lette su Rumore), evidente però non appena la canzone, qualunque canzone cantata da Aretha in quel periodo, comincia. Anche per questo, un doppio cd che da lì pesca trentacinque rarità, demo, outtakes o versioni alternative - con percentuale altissima di materiale inedito - è oro puro, tanto quanto la decina di album ufficiali coevi. Parliamo di una donna il cui unico pezzo esplicitamente funk in carriera (Rocksteady, qui in torrida versione estesa) manda a casa metà del sister funk dell’epoca, e ce ne vuole. Una donna che si siede al piano e accompagnata solo da basso e batteria butta lì un demo del futuro inno I Never Loved a Man (the Way I Love You) da piangere calde lacrime. E che razza di disco sarà Soul ’69, ad esempio, se si permette di lasciare fuori roba come Talk to Me, Talk to Me? Opera maestosa, o poco ci manca. E trattandosi di una Regina, l’aggettivo suona doppiamente appropriato. (da Rumore #193)
Vedi anche:
aretha franklin,
atlantic,
classifica 2008,
funk,
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pomini,
soul,
unreleased
19/12/08

8. AA.VV. Nigeria Special/Nigeria Disco-Funk Special/Nigeria Rock Special (Soundway)
Non una, non due, ma tre splendide compilation dedicate agli anni ’70 nigeriani arrivano sul mercato praticamente in contemporanea, ed è un’offensiva di primavera che lascia senza parole. Al 99% materiale mai ristampato prima, nessun doppione nelle scalette, confezioni e booklet meravigliosi. Con sottotitoli che da soli aprono mondi affascinanti (Modern Highlife, Afro-Sounds & Nigerian Blues 1970-6 la prima; Sound of the Underground Lagos Dancefloor 1974-1979 la seconda; Psychedelic Afro-Rock & Fuzz Funk in 1970’s Nigeria la terza) e musica altrettanto magica, sono ulteriori testimonianze da una scena che dire ricchissima è poco, ancora largamente inesplorata a livello di ristampe.
Soprattutto per quello che riguarda titoli di singoli artisti: ascolteremo mai i due album dei Sahara All Stars Of Jos, ad esempio? E almeno uno dei sei di Tunji Oyelana & The Benders? Attenzione: sono due fra i nomi più noti del lotto, insieme a Peter King, Sir Victor Uwaifo, The Funkees, Bola Johnson, Sir Shina Peters, Joni Haastrup e i suoi Mono Mono, tanto per capirsi. Il resto è roba oscura sul serio. Niente Fela Kuti, King Sunny Ade, Tony Allen, Orlando Julius o Geraldo Pino. In questi brani troviamo la base, il movimento, il sobbollire della nazione più popolosa d’Africa nel decennio più turbolento del dopoguerra. La tradizione highlife sempre viva, l’impatto dirompente del Presidente Nero, l’influenza del funk, della disco, del blues e del jazz afroamericani, quella del rock psichedelico anglosassone: tutto concorre nella creazione di un output musicale torrenziale, e di livello altissimo.
Nigeria Special è un mirabolante doppio che fornisce uno spaccato eterogeneo ed efficace di quanto detto, nella quale è davvero difficile pescare un brano migliore degli altri, ma se le forze di Polizia passassero più tempo su cose come Asiko Mi Ni (The Nigerian Police Force Band) e meno su altre, non potremmo che rallegrarcene tutti. Nigeria Disco Funk Special è invece orientata in maniera decisa verso sonorità più americane, ma di nove gioielli afro-disco di questo livello, come Mota Ginya (The Voices Of Darkness) o Lagos City (Asiko Rock Group), è davvero impossibile lamentarsi. (da Rumore #196)
Nigeria Rock Special è il terzo capitolo della serie. Se titolo e sottotitolo dicono già abbastanza, singolare è l’evento che slega la scena pop-rock nigeriana dell’epoca dalla pura imitazione di modelli anglosassoni: l’arruolamento di musicisti locali da parte di Ginger Baker, quasi di casa a Lagos. Reduci dalle esperienze in giro per il mondo con lo storico batterista dei Cream, Berkley Jones e Laolu Akins fondano i BLO, Joni Haastrup i Mono-Mono. Inizia una rigogliosa stagione di chitarre elettriche e radici, pantaloni a zampa di elefante e camicie tradizionali. La via afrocentrica al rock lisergico. (da Rumore #198/199)

9. Kid Creole Going Places – The August Darnell Years 1974-1983 (Strut).
Fermi tutti: non è lo stesso Kid Creole che con le sue Coconuts andava a cantare Endicott in playback da Mike Bongiorno. O meglio: è lo stesso, ma colto a inizio carriera. Quando fu produttore a libro paga della Ze Records, marchio fondamentale per la cosiddetta disco mutante newyorkese, prima con il suo vero nome e poi, dal 1980, con l’alias che lo rese una stella del pop mondiale. Going Places raccoglie quindi non solo materiale uscito a nome suo e delle Noci di Cocco, come l’irresistibile versione estesa di He’s Not Such a Bad Guy After All, ma anche e soprattutto produzioni del Nostro. Inni disco come There But For The Grace Of God Go I dei Machine e Don’t Play with My Emotions di Ron Rogers, il parlato molto The Streets di Cristina e della sua Is That All There Is?, una leccornia kitsch a cassa dritta come I’m an Indian Too della Don Armando’s Second Avenue Rumba Band, estesa pure lei. Linee di basso enormi, coretti, feeling tropicale fra i grattacieli: dietro c’era il Creolo, ed è una splendida sorpresa. (da Rumore #195)
Vedi anche:
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ze records
18/12/08
Top 10 ristampe 2008
Lo stesso giornale che-dovreste-ricominciare-a-comprare mi chiede ogni anno una classifica delle migliori ristampe.
Io cerco sempre di considerare non tanto la bellezza e la portata del disco originario, quanto altri fattori. La sua rarità, il suo non essere mai stato ristampato prima o il suo non essere mai stato ristampato prima su cd, l'aggiunta di tracce bonus davvero interessanti, il mettere insieme singoli usciti solo in vinile, la presenza di materiale grafico o testuale di qualità che arricchisca l'oggetto e lo contestualizzi. Al limite anche la rimasterizzazione, anche se non ci capisco un tubo e comunque il 99% delle ristampe ormai è rimasterizzato a prescindere.
Questi la miei dieci ristampe del 2008, come al solito a ritroso.

10. Carl Craig Sessions (!K7).
In un mondo fast and furious come quello del clubbing, il fatto che Carl Craig rappresenti da quasi due decenni lo stato dell’arte - rendendo oro ogni cosa che tocca e funzionando da “garanzia di qualità” per chiunque lavori con lui - la dice lunga sulla statura del personaggio e sull’eccellenza della sua opera. Qui riassunta, per quanto possibile, in due cd mixati dallo stesso Craig e assolutamente indispensabili, per i fan come per chi volesse mettersi un disco techno in casa, così per vedere l’effetto che fa. In scaletta, produzioni proprie e remix. Con le prime prende forma una sorta di greatest hits dell’asso di Detroit, che spazia attraverso anni, umori e pseudonimi: Paperclip People, 69 e Innerzone Orchestra, oltre alle generalità ufficiali. Tra i secondi, roba eterogenea per provenienza e portentosa nei risultati: Francesco Tristano, Junior Boys, Rhythm & Sound, Delia Gonzales & Gavin Russom, l’incantevole Tides di Beanfield. E ovviamente, la monumentale Angola di Cesaria Evora. (da Rumore #193)
Io cerco sempre di considerare non tanto la bellezza e la portata del disco originario, quanto altri fattori. La sua rarità, il suo non essere mai stato ristampato prima o il suo non essere mai stato ristampato prima su cd, l'aggiunta di tracce bonus davvero interessanti, il mettere insieme singoli usciti solo in vinile, la presenza di materiale grafico o testuale di qualità che arricchisca l'oggetto e lo contestualizzi. Al limite anche la rimasterizzazione, anche se non ci capisco un tubo e comunque il 99% delle ristampe ormai è rimasterizzato a prescindere.
Questi la miei dieci ristampe del 2008, come al solito a ritroso.

10. Carl Craig Sessions (!K7).
In un mondo fast and furious come quello del clubbing, il fatto che Carl Craig rappresenti da quasi due decenni lo stato dell’arte - rendendo oro ogni cosa che tocca e funzionando da “garanzia di qualità” per chiunque lavori con lui - la dice lunga sulla statura del personaggio e sull’eccellenza della sua opera. Qui riassunta, per quanto possibile, in due cd mixati dallo stesso Craig e assolutamente indispensabili, per i fan come per chi volesse mettersi un disco techno in casa, così per vedere l’effetto che fa. In scaletta, produzioni proprie e remix. Con le prime prende forma una sorta di greatest hits dell’asso di Detroit, che spazia attraverso anni, umori e pseudonimi: Paperclip People, 69 e Innerzone Orchestra, oltre alle generalità ufficiali. Tra i secondi, roba eterogenea per provenienza e portentosa nei risultati: Francesco Tristano, Junior Boys, Rhythm & Sound, Delia Gonzales & Gavin Russom, l’incantevole Tides di Beanfield. E ovviamente, la monumentale Angola di Cesaria Evora. (da Rumore #193)
Vedi anche:
carl craig,
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sessions,
techno
16/12/08

1. Buraka Som Sistema Black Diamond (Enchufada/Fabric).
Segreto ben custodito dagli addetti ai lavori più illuminati, il kuduro potrebbe aver trovato in questo secondo album della crew portoghese/angolana - il primo sarebbe From Buraka to the World (2006), classificato EP nonostante i 10 pezzi - il lasciapassare presso il pubblico dance globale. Per valore e tempismo, innanzitutto, ma anche per ciò che succede 14” dentro la seconda traccia: M.I.A. si lancia in un ritornello tanto elementare quanto irresistibile. Scioglilingua da MC di sound system più che roba da cantante, due frasi ripetute che tirano giù i muri, equivalente simbolico del lasciapassare di cui sopra. Ma tutta Sound of Kuduro è un manifesto esplicito per titolo e svolgimento. C'è il Sistema con una base sincopata e tambureggiante, ci sono gli MC angolani Saborosa e Puto Prata, c'è un video fenomenale girato a Luanda. Il resto la raggiunge agli stessi livelli stellari: la devastante Kalemba (wegue wegue), la giovane e tostissima Pongo Love al microfono, e Aqui para voces, con l'altrettanto tosta brasiliana Deize Tigrona, pura favela su scansioni fidget. E ancora Luanda/Lisboa, Kurum, la verve di Bruno M in Tiroza, le contaminazioni acustiche di General, le profondità della tenebrosa suite New Africas. Peccato per l'assenza della title-track (con le cadenze grime dei mancuniani Virus Syndicate) nell'edizione per il mercato europeo, primo album non compilation ad uscire per il prestigioso marchio Fabric. Ma i tre brani aggiunti sono tre killer: D…D…D…D…Jay e Yah!, picchi del disco precedente, e Skank & Move con la stella grime Kano. Qui e ora, ascolto imprescindibile. (da Rumore #203)
Vedi anche:
angola,
buraka som sistema,
classifica 2008,
fabric,
fidget,
galliano,
ghetto tech,
kano,
kuduro,
luanda,
m.i.a.,
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pomini

2. Hercules And Love Affair Hercules And Love Affair (DFA).
Non fa tantissimi dischi, la DFA, eppure ogni anno riesce a piazzarne almeno uno nelle primissime posizioni di molte classifiche, compresa quella del sottoscritto. Nel 2007 toccò al secondo LCD Soundsystem, lavoro capace non solo di sorpassare il suo predecessore, ma anche di sconfiggere con All My Friends quella piccola maledizione che colpisce chi gioca il jolly (Losing My Edge) all'esordio e non riesce più a fare meglio in seguito. Nel 2008 tocca invece al debutto di Andy Butler e della sua cricca. Un esemplare di neo-disco fresco ed estremamente personale, che sta benissimo sull'etichetta newyorkese (a proposito: sarà questa la volta buona in cui daremo finalmente a quello della DFA che non è James Murphy Tim Goldsworthy, impeccabile produttore dell'album, ciò che è di Tim Goldsworthy?) e ne rappresenta al contempo una delle numerose facce, ancora inedita. Dieci tracce buone da ballare e da ascoltare, emozionanti, che riportano d'attualità l'anima della disco di una volta con relativa corrente sotterranea di malinconia. E tutto al netto di Blind, la canzone dell'anno, della quale già si è detto qui, qui e qui. L'uovo di Colombo, uno dei punti più alti raggiunti dal pop di ogni tempo. Ma occhio anche a Raise Me up...
12/12/08

3. Deerhunter Microcastle/Weird Era Continued (Kranky/4AD)
Sono in cinque, vengono da Atlanta e li guida una delle icone della scena rock indipendente statunitense attuale, l'iperproduttivo e talentuoso Bradford Cox. Che dopo aver esordito anche in proprio come Atlas Sound, e mentre continua ad inondare il suo blog di brani inediti e bizzarrie assortite, firma insieme ai suoi prodi l'album della consacrazione. Grossomodo invariati gli ingredienti che attirarono l'attenzione sul precedente Cryptograms e sul mini Fluorescent Grey, pare nuova e ispiratissima la maniera di combinarli. C'è il pop-beat psichedelico, romantico e dal sapore vintage, di Agoraphobia, Saved by Old Times e Little Kids, che in Microcastle e nella conclusiva Twilight at Carbon Lake si impenna in finali densi di chitarra fuzz. Ci sono assalti melodici di scuola Sonic Youth/Dinosaur Jr/Pavement che conquistano (Never Stops, ma soprattutto il potente singolo Nothing Ever Happened), viaggi narcotici pigri e sognanti (Neither of Us, Uncertainly) e tre brevi episodi di cantautorato etereo e quasi ambient proprio in mezzo alla scaletta. Ma tutto è più focalizzato e accattivante. Tutto è dolce, ispirato, evocativo. C'è chi lo chiama “shoegazer”, noi preferiamo “skygazer”: perchè lo sguardo pare rivolto al cielo, più che alle scarpe. (da Il Giornale Della Musica #253)
Vedi anche:
atlas sound,
bradford cox,
classifica 2008,
deerhunter,
microcastle,
playlist,
pomini,
weird era continued

4. The Mojomatics Don't Pretend That You Know Me (Ghost).
Un disco perfetto. Vario, potente e ispirato, che supera di slancio le secche del revivalismo dove la band veneta rischiava di ritrovarsi vita natural durante, per pigrizia e schematicità di chi ascolta soprattutto. Si rassegnino i puristi della bassa fedeltà e si attrezzino gli altri: queste sono Canzoni, scritte e interpretate benissimo, e Don't Pretend That You Know Me è un album che scorre con freschezza e naturalezza rare, fissandosi in testa con disarmante facilità. L'insieme amalgama la spavalderia dei primi Jam, le progressioni garage-punk più classiche, il pop senza tempo di Beatles e Kinks, il lirismo dei Dream Syndicate e di tante band australiane degli ‘80, l'immediatezza dei Buzzcocks, le visioni del giovane Dylan elettrico, la freschezza beat-punk dei misconosciuti Hi-Fives (tre grandi album su Lookout! fra ‘95 e ‘98, da recuperare assolutamente), le atmosfere antiche di folk, country, blues e rock’n’roll. E l’adrenalina dal risvolto triste dei Remains di Don’t Look Back, classico del suono americano dei ‘60 e insieme fulgido esempio di superamento dei canoni del genere. Se non il meglio del rock degll'ultimo mezzo secolo, qualcosa di molto vicino. La parte del leone la fa una serie di episodi veloci caratterizzati dalla predominanza di accordi minori di chitarra, suonati pieni e senza ritegno. Sono soprattutto questi e le melodie vocali conseguenti a fare le canzoni, a dare un tocco malinconico che conquista. Come in Wait a While, strepitosa apertura dell’album e canzone fra le migliori dell'annata: ha un tiro pazzesco e uno stacchetto in controtempo che nemmeno i Nofx, ma allo stesso tempo pare una murder ballad country sparata a velocità tripla, e sommersa dalla distorsione. Il resto è pressochè all'altezza.
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5. Fleet Foxes Fleet Foxes (Sub Pop).
A livello di pura rivelazione, il nome del 2008 è senza dubbio quello dei Fleet Foxes. Che praticamente dal nulla sono arrivati ed hanno conquistato i cuori di moltissimi con un suono rarefatto e intimo, e con una capacità innata di guardare al passato ed uscirne come nuovi. Un disco magico davvero, dall'impatto quasi ultraterreno, che fa stare bene all'istante con il mondo e con chi ci sta intorno. Che rinforza, nonostante faccia della delicatezza la sua ragione d'essere. Ma è una delicatezza solo di facciata, che nasconde una forza sovrumana. Folk-rock psichedelico e cantautorato West Coast sono i riferimenti più prossimi, quindi Byrds, Zombies, Fairport Convention, Van Dyke Parks e Crosby, Stills, Nash & Young (il primo soprattutto). Con armonie vocali di gruppo degne dei migliori Beach Boys, o di un quintetto a cappella da barbershop, su canzoni favolose che evocano senza citare. Anche perchè, e questa promette di essere la grande carta di Robin Pecknold e soci per il futuro, si sviluppano seguendo traiettorie non prevedibili, slegate dallo schema strofa/bridge/ritornello. Prendiamo Blue Ridge Mountains, per esempio: voci eteree su pochissima chitarra classica, e quindi un attacco melodico che mozza il fiato. Ma invece di capitalizzare, ripetere e farne il gancio della canzone, come ci si aspetterebbe e come siamo abituati a sentire, i cinque dimenticano tutto subito e ci portano altrove. Un altrove altrettanto bello, e soprattutto inatteso.
PS – A classifica compilata e data alle stampe, cominciano sempre i pentimenti e le rettifiche ipotetiche. Cose fisiologiche, che di solito riguardano una posizione in più o in meno al massimo, e che ci si tiene per sè. Ecco, in questo caso forse qualche posizione in più, e non ce lo teniamo per noi.
05/12/08

6. Vampire Weekend Vampire Weekend (XL).
E così, anche il 2008 ha la sua nuova sensazione – e il termine è qualcosa che mai avremmo immaginato, in quel lontano pomeriggio di primavera quando comprammo Under a Blood Red Sky contando le monetine – blogrock. E se un giorno, speriamo presto, ci si accorgerà che dire “Sapete, si sono fatti un nome in rete!” equivale ormai a dire “Sapete, in casa hanno il frigorifero!”, mai avremmo immaginato comunque di raccontare oggi la nuova sensazione blogrock citando Graceland di Paul Simon. Disco tanto bello quanto arduo da maneggiare: esempio lampante di colonialismo buono in musica, ottime possibilità di presenza nello scaffale Ikea di chi in casa ha venti dischi, insieme a Brothers in Arms, Legend e il primo di Tracy Chapman.
Ma tant’è. Quelle sono le atmosfere che l’esordio del quartetto newyorkese evoca. Tanta Africa, ma un’Africa da lì in poi mai battuta né dal mainstream né tantomeno dal mondo sotterraneo, più affascinato casomai dal lato tribale e funk del continente. Il Sudafrica meraviglioso di The Indestructible Beat of Soweto (1986, il vecchio Paul una copia bella frusta ce l’ha di sicuro), la Nigeria pop di King Sunny Adé: portano lì i trentacinque minuti allegri e pimpanti di Vampire Weekend, per il suono e le linee della chitarra elettrica, e l’innocenza sbarazzina dell’insieme. Ma anche all’Inghilterra di ieri (Housemartins) e oggi (Arctic Monkeys), essenziale e ubriaca di gioventù. E i quattro paiono davvero dei Giovani Holden: freschi, curiosi, furbetti, un po’ secchioni e un po’ svampiti. Vivi. Indie-rocker moderni dalla testa ai piedi (a che altra tribù avrebbe potuto appartenere il tenero Caulfield?) in fissa per Cape Cod - citato nel manifesto Cape Cod Kwassa Kwassa, ma anche fra gli archi e l’incedere palpitante di Walcott - e terre lontane. Capaci di melodie incantevoli fra musical e cameretta (stanotte vincono di stretta misura I Stand Corrected, Bryn e Mansard Roof), e di stupire con naturalezza disarmante. (da Rumore #193)
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vampire weekend
03/12/08

9. The Bug London Zoo (Ninja Tune).
Agitatore sonoro dal curriculum di collaborazioni tanto ricco quanto vario (Justin Broadrick, John Zorn, Kevin Shields, Thom Yorke fra gli altri), il produttore londinese Kevin Martin fotografa con il suo terzo album a nome The Bug una metropoli scura, minacciosa, pronta ad esplodere. Uno scenario urbano periferico e inquietante, in cui filtrati dall’approccio rumorista di Martin rimbombano i suoni che sempre più lo caratterizzano: grime e dubstep innanzitutto, ma anche certi broken beats, e soprattutto la dancehall più ripetitiva e robotica. Che perde ogni connnotazione reggae festaiola per farsi severa, militante, problematica. E quando conserva brandelli di ballabilità, lo fa in pezzi dai titoli ben poco allegri come Angry, Insane, Jah War o Murder We. Sono proprio le voci però - il veterano giamaicano Tippa Irie (in gran forma), insieme a Warrior Queen, Ricky Ranking, Flowdan, Spaceape e Roger Robinson, nuove leve locali dal timbro tipicamente caraibico - a dare un volto umano al tutto, a suggerire la via d’uscita mentre bastonano duro. Versione futurista del loro antenato Big Youth, specchio fedele dell’Inghilterra odierna tanto quanto gli Arctic Monkeys. (da Il Giornale della Musica #251)
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02/12/08

10. Mockingbird, Wish Me Luck Days Come and Go (Blow Up).
La sorpresa più bella del mese viene da Ängelholm, Svezia, e dalle canzoni già incredibilmente mature di questi otto ragazzi al debutto su album. Certo ad associare il paese dell’Ikea e del potatis mos al termine “pop” ormai è buono chiunque, eppure di quello si tratta, e in quello sguazziamo felici lungo tutto Days Come and Go. Che fin dalla copertina non nasconde l’influenza Belle & Sebastian, chiara anche nell’ottimo singolo Pictures (Too Big to Fit in a Sight) e sparsa un po’ dappertutto, ma va ben oltre: Let's Watch the Sunrise è Jens Lekman al massimo della forma, con tocchi honky tonk e trombetta finale; The Way That You Paint It scalpita come certo Lee Hazlewood dei ’60, così come a certa canzone mainstream melodrammatica dello stesso decennio rimanda la vibrante title-track; New Beginnings ha un attacco che è pura Sarah Records. Nove perle, che sfiorano il nove in pagella. (da Rumore #200)
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Wish Me Luck

11. MGMT Oracular Spectacular (Columbia).
La cosa è ovviamente del tutto fortuita, ma di fronte a un disco poco inquadrabile come Oracular Spectacular in qualche modo i conti tornano, sapendo che i suoi artefici si chiamano nientemeno che Ben Goldwasser e Andrew VanWyngarden. Generalità pompose come nomi d’arte scelti con cura, eccentriche quanto i due esordienti che le portano. E quanto la musica contenuta nel loro primo album: un caleidoscopio di pop psichedelico, bizzarrie prog e sintetizzatori capace di coniugare la spontaneità degli esperimenti alla maturità di chi sa perfettamente cosa sta facendo. E lo fa già bene, complice la produzione del pezzo da novanta David Fridmann (Mercury Rev, Flaming Lips, Low). Il manifesto Time to Pretend e l’irresistibile Kids hanno melodie vibranti da Arcade Fire ridotti all’osso, e virati in chiave electro-pop. Gli of Montreal vegliano su 4th Dimensional Transition e sui falsetti disco-radiofonici di Electric Feel. Ma sono numerosi anche i ponti gettati verso gli anni ’70, dal cantautorato country-folk classico di Pieces of What a quello con risvolti barocchi di Weekend Wars, The Youth e The Handshake, dove nel finale corale e un po’ freak pare si materializzino degli altri irregolari newyorkesi odierni come gli Yeasayer, non a caso recenti compagni di tour. (da Il Giornale della Musica #248)
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mgmt,
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