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16/12/09

A naso



Ancora prima di levare il cellophane, mi sento di dire che questa raccolta fresca di stampa della Now-Again è stupenda sotto ogni aspetto.
Levato il cellophane, ancora prima di ascoltarla mi sento di dire che questa raccolta fresca di stampa della Now-Again è stupenda sotto ogni aspetto.

PS - Now playing: Bad Girls di Donna Summer, edizione deluxe con secondo cd tutto singoli, promo e versioni estese. Alla Fnac di Torino ce n'è ancora una in offerta a 15 euro.

22/12/08



1. AA.VV. African Scream Contest (Analog Africa).

(...) Ma il gioiello più prezioso, da procurarsi ad ogni costo, è African Scream Contest - Raw & Psychedelic Afro Sounds from Benin & Togo 70s. Per il contenuto musicale innanzitutto, fusione bollente di funk, rock psichedelico e ritmi dell’Africa Occidentale realizzata con naturalezza soprendente. Ma anche per lo straordinario booklet, avvincente report sulla gestazione del disco con foto d’epoca e interviste sul campo. Esempio di attitudine e istruttivo (spassoso, a tratti) trattato su industria musicale e relativi personaggi delle due piccole nazioni in questione. Schiacciate fra colossi come Nigeria e Ghana, eppure in grado di sviluppare scene e linguaggi musicali autonomi. Raccolta superba, fra le migliori mai uscite nel suo genere. (da Rumore #198/199)

21/12/08


5. AA.VV. Soul Messages from Dimona (Numero).
L'ennesima storia pazzesca scoperta chissà come dalla Numero, forse l'etichetta che meglio incarna la concezione di ristampa cara al sottoscritto. Ovvero: la ricerca sul campo spinta al suo estremo, fino ad angoli bui che nemmeno sospettavamo esistessero; la pubblicazione di dischi curatissimi in ogni minimo particolare sonoro, grafico e testuale; la creazione di un marchio più forte dei singoli titoli che lo portano impresso. Titoli non di media qualità peraltro, e nemmeno rubricabili come mere curiosità che fa molto figo dire di ascoltare ma poi non si ascoltano mai. Certo dire di ascoltare disco e funk del Belize, cantautrici acustiche americane da 500 copie dei '70, gruppi soul di pre-adolescenti e gospel-funk più amico del diavolo che dell'acquasanta fa effettivamente molto figo, ma è bello constatare come tutte le cose citate (e le altre: dal power-pop alle numerose monografie su etichette soul locali dei '60) siano quasi sempre all'altezza dei loro omologhi più noti. E lo ripetiamo, sono dischi che è splendido possedere.
Ma questa storia, come detto, è forse la più pazzesca di tutte. Dimona è una cittadina nel deserto del Negev, Israele, trentacinque km ad ovest del Mar Morto. Nel suo paesaggio tutto roccia e terra arida, via Liberia e attraverso vicende rocambolesche che non vi leviamo il piacere di leggere nell'ottimo booklet, si stabilisce fra la metà dei '70 e i primi '80 un gruppo via via sempre più numeroso di ebrei neri statunitensi, militanti afrocentrici della South Side di Chicago ansiosi di rimpatrio nella Terra Promessa. Alcuni di loro, guidati da Charlie "Hezekiah" Blackwell, sono già attivi da qualche tempo come band, i Soul Messengers. In sandali, turbanti e dashiki animano i meeting della comunità, e continuano a farlo nel Negev. Dove contribuiscono al mantenimento della stessa comunità pubblicando dischi e andando in tour, e si allargano via via nella formazione e in numerosi progetti collaterali, trovando spalla in nuovi arirvati come i Sons Of The Kingdom.
Ecco, Soul Messages from Dimona raccoglie il meglio di quei dischi, un'ora abbondante di soul spirituale, funk, jazz psichedelico e messaggio (bastano come titoli Burn Devil Burn, Heaven of Heavens, Savior in the East, Messiah, Modernization e Our Lord and Savior?) incredibile ma vera. Sedici tracce in tutto, a nome Soul Messengers, Sons Of The Kingdom, The Spirit Of Israel (le mogli!) e Tonistics (i figli!) che catapultano davvero in un altro mondo, con effetto a tratti straniante. Soprattutto ascoltando e vedendo le foto dei Tonistics, clamorosi Jackson 5 israeliti: Holding on è il numero che presumibilmente infiammava i fedeli, Dimona (Spiritual Capital of the World) il manifesto.

20/12/08


7. Aretha Franklin Rare & Unreleased Recordings From The Golden Reign Of The Queen Of Soul (Atlantic/Rhino).
Otto anni, dal ‘67 al ‘74: è durante il suo soggiorno presso la Atlantic di Jerry Wexler che la figlia del reverendo C.L. Franklin diventa Regina del Soul. La potenza smisurata del suo impatto sul mondo è qualcosa che va oltre la sua voce prodigiosa, o la qualità del materiale autografo o meno sul quale la libera. È qualcosa di molto difficile da spiegare a parole (ma ci è riuscito Maurizio Blatto nel suo MyTunes di dicembre, con una delle cose più belle mai lette su Rumore), evidente però non appena la canzone, qualunque canzone cantata da Aretha in quel periodo, comincia. Anche per questo, un doppio cd che da lì pesca trentacinque rarità, demo, outtakes o versioni alternative - con percentuale altissima di materiale inedito - è oro puro, tanto quanto la decina di album ufficiali coevi. Parliamo di una donna il cui unico pezzo esplicitamente funk in carriera (Rocksteady, qui in torrida versione estesa) manda a casa metà del sister funk dell’epoca, e ce ne vuole. Una donna che si siede al piano e accompagnata solo da basso e batteria butta lì un demo del futuro inno I Never Loved a Man (the Way I Love You) da piangere calde lacrime. E che razza di disco sarà Soul ’69, ad esempio, se si permette di lasciare fuori roba come Talk to Me, Talk to Me? Opera maestosa, o poco ci manca. E trattandosi di una Regina, l’aggettivo suona doppiamente appropriato. (da Rumore #193)

19/12/08



8. AA.VV. Nigeria Special/Nigeria Disco-Funk Special/Nigeria Rock Special (Soundway)
Non una, non due, ma tre splendide compilation dedicate agli anni ’70 nigeriani arrivano sul mercato praticamente in contemporanea, ed è un’offensiva di primavera che lascia senza parole. Al 99% materiale mai ristampato prima, nessun doppione nelle scalette, confezioni e booklet meravigliosi. Con sottotitoli che da soli aprono mondi affascinanti (Modern Highlife, Afro-Sounds & Nigerian Blues 1970-6 la prima; Sound of the Underground Lagos Dancefloor 1974-1979 la seconda; Psychedelic Afro-Rock & Fuzz Funk in 1970’s Nigeria la terza) e musica altrettanto magica, sono ulteriori testimonianze da una scena che dire ricchissima è poco, ancora largamente inesplorata a livello di ristampe.
Soprattutto per quello che riguarda titoli di singoli artisti: ascolteremo mai i due album dei Sahara All Stars Of Jos, ad esempio? E almeno uno dei sei di Tunji Oyelana & The Benders? Attenzione: sono due fra i nomi più noti del lotto, insieme a Peter King, Sir Victor Uwaifo, The Funkees, Bola Johnson, Sir Shina Peters, Joni Haastrup e i suoi Mono Mono, tanto per capirsi. Il resto è roba oscura sul serio. Niente Fela Kuti, King Sunny Ade, Tony Allen, Orlando Julius o Geraldo Pino. In questi brani troviamo la base, il movimento, il sobbollire della nazione più popolosa d’Africa nel decennio più turbolento del dopoguerra. La tradizione highlife sempre viva, l’impatto dirompente del Presidente Nero, l’influenza del funk, della disco, del blues e del jazz afroamericani, quella del rock psichedelico anglosassone: tutto concorre nella creazione di un output musicale torrenziale, e di livello altissimo.
Nigeria Special è un mirabolante doppio che fornisce uno spaccato eterogeneo ed efficace di quanto detto, nella quale è davvero difficile pescare un brano migliore degli altri, ma se le forze di Polizia passassero più tempo su cose come Asiko Mi Ni (The Nigerian Police Force Band) e meno su altre, non potremmo che rallegrarcene tutti. Nigeria Disco Funk Special è invece orientata in maniera decisa verso sonorità più americane, ma di nove gioielli afro-disco di questo livello, come Mota Ginya (The Voices Of Darkness) o Lagos City (Asiko Rock Group), è davvero impossibile lamentarsi. (da Rumore #196)
Nigeria Rock Special è il terzo capitolo della serie. Se titolo e sottotitolo dicono già abbastanza, singolare è l’evento che slega la scena pop-rock nigeriana dell’epoca dalla pura imitazione di modelli anglosassoni: l’arruolamento di musicisti locali da parte di Ginger Baker, quasi di casa a Lagos. Reduci dalle esperienze in giro per il mondo con lo storico batterista dei Cream, Berkley Jones e Laolu Akins fondano i BLO, Joni Haastrup i Mono-Mono. Inizia una rigogliosa stagione di chitarre elettriche e radici, pantaloni a zampa di elefante e camicie tradizionali. La via afrocentrica al rock lisergico. (da Rumore #198/199)

9. Kid Creole Going Places – The August Darnell Years 1974-1983 (Strut).
Fermi tutti: non è lo stesso Kid Creole che con le sue Coconuts andava a cantare Endicott in playback da Mike Bongiorno. O meglio: è lo stesso, ma colto a inizio carriera. Quando fu produttore a libro paga della Ze Records, marchio fondamentale per la cosiddetta disco mutante newyorkese, prima con il suo vero nome e poi, dal 1980, con l’alias che lo rese una stella del pop mondiale. Going Places raccoglie quindi non solo materiale uscito a nome suo e delle Noci di Cocco, come l’irresistibile versione estesa di He’s Not Such a Bad Guy After All, ma anche e soprattutto produzioni del Nostro. Inni disco come There But For The Grace Of God Go I dei Machine e Don’t Play with My Emotions di Ron Rogers, il parlato molto The Streets di Cristina e della sua Is That All There Is?, una leccornia kitsch a cassa dritta come I’m an Indian Too della Don Armando’s Second Avenue Rumba Band, estesa pure lei. Linee di basso enormi, coretti, feeling tropicale fra i grattacieli: dietro c’era il Creolo, ed è una splendida sorpresa. (da Rumore #195)

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