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05/01/12

Presidente Nero


Cartelli inneggianti a Fela Anikulapo Kuti nelle manifestazioni in Nigeria.

(Update: in strada anche Seun Kuti, Dede Mabiaku e Banky W.)

28/12/09

Rumore outtakes / 1



Pax Nicholas And The Nettey Family
Na Teef Know De Road Of Teef
(Daptone)

Ghanese di Accra, Nicholas si trasferisce a Lagos ed entra negli Africa 70 di Fela Kuti nel 1971, diciottenne, per occuparsi di congas e cori. Come tanti colleghi, da Tony Allen ai meno celebrati Lekan Animashaun e Tunde Williams, porta avanti anche una carriera solista, con gli stessi Africa 70 come band. Fela quasi boicotta queste digressioni, e pare che all'ascolto di Na Teef Know de Road of Teef – uscito nel 1973, due anni dopo Mind Your Own Business – la sua reazione non sia esattamente di giubilo: troppo bello per passare inosservato e non spostare l'attenzione. Nicholas non ha il carisma vocale del capo, ma c'é una vena tesa e quasi malinconica a rendere speciali l'afrobeat classico della title-track e di Ataa Onukpa, l'emozionante Na Six Feet, il superfunk di You. Nessuno peró poteva fare ombra al capo. Forse per questo non escono altri album, e forse per questo (oltre che per la violenta repressione a cui lui e i suoi seguaci erano sottoposti da parte del governo nigeriano) nel 1978, al Berlin Jazz Festival, buona parte della storica formazione molla tutto e resta in Europa. Nicholas compreso.

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Gary Higgins
Seconds
(Drag City)


Torna a farsi vivo Gary Higgins. Titolare di un classico misconosciuto del freak-folk come l'eccellente Red Hash, uscito in mille copie nel 1973 e portato alla luce da Drag City nel 2005, il nostro impiega trentasei anni a dargli un seguito. Ne è valsa la pena? Mah. Per lui probabilmente sì, e non possiamo che gioirne. Per noi assai meno: Higgins suona bene la chitarra e ha una voce morbida e gradevole, ma il calore analogico di una volta si è perso in un suono freddo e amatoriale da negozio di strumenti anni '80, così come l'inquietudine che serpeggiava pare normalizzata in un folk-pop generico solo occasionalmente (Demons, Ten-Speed) interessante. Non aiutano testi di una ingenuità a tratti sconcertante (va bene il pacifismo, ma Folded Flag è davvero troppo...), roba da Dire Straits sfigati (Don't Wanna Lose) e abbozzi fiabeschi da rimastone senza speranza (la delirante Little Squirrel).

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Frost
Ludotech
(To Lose La Track)


“Mi hai gettato lo stereo nella vasca/E ho fatto un bagno con 200 volts”, “Sono un po' distratto e non capisco come/Sia finito il gatto dentro al frullatore”: può bastare? Chi scrive difficilmente criticherà il coraggio di chi passa dall'inglese all'italiano, ma chi lo fa deve assumersi le sue responsabilità. E questo secondo album del quintetto umbro è purtroppo imperniato su testi che, se non raggiungono le vette di cui sopra, cercano comunque sempre il colpo ad effetto pop. Quasi mai riuscendoci. Il tutto al ritmo di un electro-pop da Bluvertigo in salsa indie ben fatto e ben prodotto, ma fuori tempo massimo a dir poco; che promette bene nell'iniziale, contagiosa Disco Overdrive, ma stanca prestissimo. E inoltre: che rapporto c'è fra il logo “Sponsored by Suzuki Perugiamotori” bello grosso in copertina e una canzone intitolata My Suzuki che come testo ha solo il nome della casa giapponese? Scelta artistica?

19/12/08



8. AA.VV. Nigeria Special/Nigeria Disco-Funk Special/Nigeria Rock Special (Soundway)
Non una, non due, ma tre splendide compilation dedicate agli anni ’70 nigeriani arrivano sul mercato praticamente in contemporanea, ed è un’offensiva di primavera che lascia senza parole. Al 99% materiale mai ristampato prima, nessun doppione nelle scalette, confezioni e booklet meravigliosi. Con sottotitoli che da soli aprono mondi affascinanti (Modern Highlife, Afro-Sounds & Nigerian Blues 1970-6 la prima; Sound of the Underground Lagos Dancefloor 1974-1979 la seconda; Psychedelic Afro-Rock & Fuzz Funk in 1970’s Nigeria la terza) e musica altrettanto magica, sono ulteriori testimonianze da una scena che dire ricchissima è poco, ancora largamente inesplorata a livello di ristampe.
Soprattutto per quello che riguarda titoli di singoli artisti: ascolteremo mai i due album dei Sahara All Stars Of Jos, ad esempio? E almeno uno dei sei di Tunji Oyelana & The Benders? Attenzione: sono due fra i nomi più noti del lotto, insieme a Peter King, Sir Victor Uwaifo, The Funkees, Bola Johnson, Sir Shina Peters, Joni Haastrup e i suoi Mono Mono, tanto per capirsi. Il resto è roba oscura sul serio. Niente Fela Kuti, King Sunny Ade, Tony Allen, Orlando Julius o Geraldo Pino. In questi brani troviamo la base, il movimento, il sobbollire della nazione più popolosa d’Africa nel decennio più turbolento del dopoguerra. La tradizione highlife sempre viva, l’impatto dirompente del Presidente Nero, l’influenza del funk, della disco, del blues e del jazz afroamericani, quella del rock psichedelico anglosassone: tutto concorre nella creazione di un output musicale torrenziale, e di livello altissimo.
Nigeria Special è un mirabolante doppio che fornisce uno spaccato eterogeneo ed efficace di quanto detto, nella quale è davvero difficile pescare un brano migliore degli altri, ma se le forze di Polizia passassero più tempo su cose come Asiko Mi Ni (The Nigerian Police Force Band) e meno su altre, non potremmo che rallegrarcene tutti. Nigeria Disco Funk Special è invece orientata in maniera decisa verso sonorità più americane, ma di nove gioielli afro-disco di questo livello, come Mota Ginya (The Voices Of Darkness) o Lagos City (Asiko Rock Group), è davvero impossibile lamentarsi. (da Rumore #196)
Nigeria Rock Special è il terzo capitolo della serie. Se titolo e sottotitolo dicono già abbastanza, singolare è l’evento che slega la scena pop-rock nigeriana dell’epoca dalla pura imitazione di modelli anglosassoni: l’arruolamento di musicisti locali da parte di Ginger Baker, quasi di casa a Lagos. Reduci dalle esperienze in giro per il mondo con lo storico batterista dei Cream, Berkley Jones e Laolu Akins fondano i BLO, Joni Haastrup i Mono-Mono. Inizia una rigogliosa stagione di chitarre elettriche e radici, pantaloni a zampa di elefante e camicie tradizionali. La via afrocentrica al rock lisergico. (da Rumore #198/199)

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