28/12/09

Rumore outtakes / 1



Pax Nicholas And The Nettey Family
Na Teef Know De Road Of Teef
(Daptone)

Ghanese di Accra, Nicholas si trasferisce a Lagos ed entra negli Africa 70 di Fela Kuti nel 1971, diciottenne, per occuparsi di congas e cori. Come tanti colleghi, da Tony Allen ai meno celebrati Lekan Animashaun e Tunde Williams, porta avanti anche una carriera solista, con gli stessi Africa 70 come band. Fela quasi boicotta queste digressioni, e pare che all'ascolto di Na Teef Know de Road of Teef – uscito nel 1973, due anni dopo Mind Your Own Business – la sua reazione non sia esattamente di giubilo: troppo bello per passare inosservato e non spostare l'attenzione. Nicholas non ha il carisma vocale del capo, ma c'é una vena tesa e quasi malinconica a rendere speciali l'afrobeat classico della title-track e di Ataa Onukpa, l'emozionante Na Six Feet, il superfunk di You. Nessuno peró poteva fare ombra al capo. Forse per questo non escono altri album, e forse per questo (oltre che per la violenta repressione a cui lui e i suoi seguaci erano sottoposti da parte del governo nigeriano) nel 1978, al Berlin Jazz Festival, buona parte della storica formazione molla tutto e resta in Europa. Nicholas compreso.

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Gary Higgins
Seconds
(Drag City)


Torna a farsi vivo Gary Higgins. Titolare di un classico misconosciuto del freak-folk come l'eccellente Red Hash, uscito in mille copie nel 1973 e portato alla luce da Drag City nel 2005, il nostro impiega trentasei anni a dargli un seguito. Ne è valsa la pena? Mah. Per lui probabilmente sì, e non possiamo che gioirne. Per noi assai meno: Higgins suona bene la chitarra e ha una voce morbida e gradevole, ma il calore analogico di una volta si è perso in un suono freddo e amatoriale da negozio di strumenti anni '80, così come l'inquietudine che serpeggiava pare normalizzata in un folk-pop generico solo occasionalmente (Demons, Ten-Speed) interessante. Non aiutano testi di una ingenuità a tratti sconcertante (va bene il pacifismo, ma Folded Flag è davvero troppo...), roba da Dire Straits sfigati (Don't Wanna Lose) e abbozzi fiabeschi da rimastone senza speranza (la delirante Little Squirrel).

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Frost
Ludotech
(To Lose La Track)


“Mi hai gettato lo stereo nella vasca/E ho fatto un bagno con 200 volts”, “Sono un po' distratto e non capisco come/Sia finito il gatto dentro al frullatore”: può bastare? Chi scrive difficilmente criticherà il coraggio di chi passa dall'inglese all'italiano, ma chi lo fa deve assumersi le sue responsabilità. E questo secondo album del quintetto umbro è purtroppo imperniato su testi che, se non raggiungono le vette di cui sopra, cercano comunque sempre il colpo ad effetto pop. Quasi mai riuscendoci. Il tutto al ritmo di un electro-pop da Bluvertigo in salsa indie ben fatto e ben prodotto, ma fuori tempo massimo a dir poco; che promette bene nell'iniziale, contagiosa Disco Overdrive, ma stanca prestissimo. E inoltre: che rapporto c'è fra il logo “Sponsored by Suzuki Perugiamotori” bello grosso in copertina e una canzone intitolata My Suzuki che come testo ha solo il nome della casa giapponese? Scelta artistica?

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