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25/11/09

18. ANTONY AND THE JOHNSONS. The Crying Light.



18
ANTONY AND THE JOHNSONS
The Crying Light
(Rough Trade)

Il primo dubbio non ha impiegato molto ad arrivare: troppo poco il diciottesimo posto? Chi mi segue da un po' sa della mia adorazione totale per Antony, per i suoi dischi e per quel gioiello che sono le sue collaborazioni con Hercules & Love Affair. In più, aggiungo di avere appena scelto I Am a Bird Now come disco del decennio che va a concludersi. Eppure The Crying Light vola basso in classifica. Forse sottovalutato, in effetti, ma anche ascoltato enormemente meno dei suoi due predecessori.
Manca l'effetto sorpresa, innanzitutto. L'impressione di trovarsi di fronte a un alieno appena piombato fra di noi, o la testimonianza del suo trasformarsi in stella. Antony è di famiglia ora, e meno male. Resta un fuoriclasse, e forse stiamo solo spaccando il capello in quattro, ma il suo ultimo album fa intuire una possibile evoluzione non proprio entusiasmante. Ovvero, quella che rischia di portarlo verso una classicità cercata e un po' meno spontanea, anzi quasi compiaciuta del proprio talento e delle proprie capacità. Anche nei brani più riusciti, è difficile liberarsi dell'idea maligna che Antony tenda a fare se stesso, e con grossa soddisfazione, sbavando leggermente verso qualche arzigogolo e qualche teatralità di troppo.
Ci vogliono più ascolti insomma, per passare sopra a questo sentore e per abituarsi a canzoni meno immediate e intense del solito, ma questo non vuol dire che The Crying Light sia brutto, anzi. Il quartetto iniziale è eccellente, ad esempio: Her Eyes Are Underneath the Ground apre con delicatezza, Epilepsy Is Dancing segue calda e placida come una ballata pop, One Dove aggiunge sapori jazzati e una leggera inquietudine, Kiss My Name è bella e basta. Così come lo è Aeon, che risolleva il tutto dopo una parte centrale più appiattita sul modello voce/piano, grazie a un azzeccato arpeggio di chitarra elettrica e a toni gospel. Ma se Antony arrivasse oggi, presentandosi al mondo con questo biglietto da visita, difficilmente avrebbe lo stesso impatto. Su chi scrive, almeno, se non sulla musica tutta.

PS - In quanto a bellezza della canzone e a possibile strada alternativa da seguire, siamo sicuri che Shake That Devil (uno dei quattro inediti del singolo Another World), non meritasse qualcosa di più?

19. ONEIDA. Rated O.



19
ONEIDA
Rated O
(Jagjaguwar/Brah)

Il vecchio palazzo del centro dove abito, al quinto piano senza ascensore, e il suo unico anziano proprietario meriterebbero molto probabilmente un blog a parte. Così come avrebbe meritato un servizio fotografico tutto suo il suddetto Mister Burns, qualche mese fa, intento ad osservare fra cavi e luci le riprese di un film proprio nel nostro cortile (forse reso più glam dai mucchi di detriti e biciclette fossili che nessuno si preoccupa di rimuovere).
L'aria da quello che "lavora nel cinema" ce l'ha anche il vicino del piano di sopra. Quel fare trasandato e macho, oggi qui e domani lì, faccio un po' quel cazzo che mi pare, la so molto più lunga di te, che di solito contraddistingue elettricisti, attrezzisti e faticatoristi vari del set. Con qualche sostanza in più. Su nelle soffitte del sesto piano abitano un sacco di tipi interessanti, ma mi soffermo su di lui per un motivo: suona. A volumi esagerati. A tutte le ore, e intendo proprio a tutte le ore. Incurante del fatto di trovarsi in un condominio: sono problemi da popolino ancora legato ai ritmi di vita della città fordista, temo.
Da qualche tempo è passato a una combinazione letale di sequencer e batteria elettronica, e si diletta con una specie di techno scarsa e senza cuore, che non riesce nemmeno a essere scarsa e senza cuore (e veloce) come quella che si ascolta ai rave dove muoiono i punkabbestia, da tanto è scarsa e senza cuore. Prima, fino a qualche mese fa, suonava il basso. Suonava: diciamo che l'effetto era quello di uno completamente fuso che viene seduto su una sedia, e al quale viene messo in mano un basso elettrico attaccato a un amplificatore con il volume alto, dicendogli: "Fai un po' tu quello che ti senti". Giuro. Li sentivo quando ancora avevo la televisione, fra una battuta e l'altra dei film, quei suoi suoni lunghi e amorfi che non andavano da nessuna parte. Non prendetemi per il tipico rompicoglioni da condominio: anche io sono un bassista, e quando c'è da alzare il fottuto volume potete stare certi che lo alzo, pappemolli. Ma dico, almeno suona qualche cosa, fammi sentire che impari un pezzo, o che sperimenti, non il nulla assoluto ripetuto uguale ogni giorno a ogni ora.
Ecco, gli Oneida suonano un po' come il vicino del piano di sopra, ma in senso buono. Tirano avanti per decine di minuti suonando la stessa cosa, non solo mantenendo la stessa intensità, ma anzi aumentandola strada facendo. Dal vivo, sono uno dei gruppi più straordinari che io abbia mai visto: ripetono lo stesso giro fino ai limiti della sopportazione, e quando pensi "adesso cambiano" ne fanno altre sedici battute. Spesso, in tutto questo parlare della scena di Williamsburg ci si dimentica di loro, che invece sono stati fra i primissimi a trasmettere da quel pezzo di Brooklyn, e a seminare quello che come sempre sono altri a raccogliere.
Sarà che ci siamo anche un poco abituati: ogni anno fanno un disco, mediamente eccellente, che tranne qualche rara eccezione ha uno o due pezzi lunghissimi e altri meno, e che viaggia fra ossessività kraut rock, melodie da pop psichedelico e bizzarrie varie. Per evitare di essere dati troppo per scontati, i nostri hanno deciso di alzare di una tacca il livello dello scontro, e di buttarsi addirittura in una trilogia intitolata Thank Your Parents. Primo capitolo: Preteen Weaponry, album del 2008 composto da un'unica traccia divisa in tre parti. Secondo capitolo: questo Rated O, album triplo, quindici pezzi e quasi due ore di durata. Terzo capitolo: in arrivo nel 2010, non osiamo immaginare.
Il primo cd si apre con Brownout in Lagos, ritmo sincopato e voce dalle inflessioni giamaicane che emerge fra echi e rumori (e a un certo punto, noi fan sfegatati apprezziamo, dice pure qualcosa come "Each one teach one"). Promette benissimo in chiave di progressione del suono, forse più di quanto il resto dell'album non mantenga. What's up, Jackal? ha un bel riffetto elettronico da minimal che dura dall'inizio alla fine, il resto spinge duro fino ai dieci e mezzo di The Human Factor (ironia?), solo percussioni, urla e distorsioni in sottofondo.
Il secondo cd ha le canzoni, classici treni a vapore alla Oneida (The River, Ghost in the Room), doom notturno con cantato da chiesa (Luxury Travel), garage mutante saturo di fuzz (It Was a Wall).
Il terzo cd sbrocca, con una dilatazione drone-folk da tredici minuti, una cosa ambientale da quattro e un mostro acido e spaziale da ventuno intitolato Folk Wisdom, che dio li benedica.
Un percorso plausibile anche per il vicino del piano di sopra, non avesse l'encefalogramma disegnato con il righello: ti scaldi con roba lunga e ripetitiva, poi ti concentri e ti focalizzi per un po', poi non ci stai dentro e parti per la tangente. Chiedo troppo?

24/12/08

Miscelazione in corso

Come bonus, i cinque migliori mix-album dell'anno:

1. DJ/rupture Uproot (The Agriculture)
2. Freq Nasty Fabriclive.42 (Fabric)
3. Appleblim Dubstep Allstars Vol. 6 (Tempa)
4. Stanton Warriors Sessions Volume III (Punks)
5. Skepta Rinse:04 (Rinse)

23/12/08

Altre 25 ristampe

Come per i dischi nuovi usciti nel 2008, anche per le ristampe aggiungo una piccola lista di titoli dei quali mi sono accorto poco o tardi, e che meritano menzione.

AA.VV. Every Mouth Must Be Fed (Pressure Sounds)
AA.VV. Highlife Time (Vampisoul)
AA.VV. Hot Guitars (Viper)
AA.VV. Lagos Shake – A Tony Allen Chop Up (Honest Jon’s)
AA.VV. New Orleans Funk Volume 2 (Soul Jazz)
AA.VV. Nigeria 70 (Strut)
AA.VV. Steppas’ Delight (Soul Jazz)
AA.VV. Up Jumped the Devil (Viper)
The Beat You Just Can’t Beat It – The Best Of (Music Club)
Belle & Sebastian The BBC Sessions (Jeepster)
Dennis Brown A Little Bit More - Joe Gibbs 12" Selection 1978-83 (17 North Parade)
Culture & The Deejays At Joe Gibbs 1977-79 (17 North Parade)
Alèmayèhu Eshèté Ethiopiques 22 - More Vintage! (Buda)
Joe Higgs Life of Contradiction (Pressure Sounds)
Marie Queenie Lyons Soul Fever (Vampisoul)
Mogwai Young Team (Chemikal Underground)
The Mohawks The Champ (Vampisoul)
The Morlocks Emerge (Area Pirata)
Mudhoney Superfuzz Bigmuff (Sub Pop)
Orchestre Poly-Rhythmo De Cotonou The Vodoun Effect (Analog Africa)
Bim Sherman Tribulation (Pressure Sounds)
23 Skidoo Seven Songs (LTM)
Sir Victor Uwaifo Guitar-Boy Superstar (Soundway)
Dennis Wilson Pacific Ocean Blue (Sony)
Neil Young Sugar Mountain - Live at Canterbury House 1968 (Reprise)

22/12/08



1. AA.VV. African Scream Contest (Analog Africa).

(...) Ma il gioiello più prezioso, da procurarsi ad ogni costo, è African Scream Contest - Raw & Psychedelic Afro Sounds from Benin & Togo 70s. Per il contenuto musicale innanzitutto, fusione bollente di funk, rock psichedelico e ritmi dell’Africa Occidentale realizzata con naturalezza soprendente. Ma anche per lo straordinario booklet, avvincente report sulla gestazione del disco con foto d’epoca e interviste sul campo. Esempio di attitudine e istruttivo (spassoso, a tratti) trattato su industria musicale e relativi personaggi delle due piccole nazioni in questione. Schiacciate fra colossi come Nigeria e Ghana, eppure in grado di sviluppare scene e linguaggi musicali autonomi. Raccolta superba, fra le migliori mai uscite nel suo genere. (da Rumore #198/199)

2. The Clash Live at Shea Stadium (Sony).
Un intero concerto di quella che si gioca con altre due o tre il titolo di più grande rock'n'roll band di sempre. Un concerto celebre, quello del 13 ottobre 1982, per chi conosce le vicende dei Clash: il secondo di fila allo Shea Stadium di New York di spalla agli Who, un mare di gente per lo più moderatamente ostile che vuole vedere Roger Daltrey; la band che ritorna nella città dove ha tagliato quello che restava del cordone ombelicale che la legava al punk, dove ha preso forma Sandinista! ed è così diventata esplicita la sua vena globale. Ma ci ritorna in crisi, con Terry Chimes di nuovo alla batteria in luogo di un Topper Headon ormai tossico full-time, e Mick Jones in procinto di essere sbattuto fuori. Eppure, o forse proprio per questo, l'esibizione dei quattro ha un'energia spiritata e rara, che spinge il tutto a velocità doppia e rimbomba nello stadio con la sicurezza che solo i grandi possono permettersi. Anche se Paul Simonon stona in maniera imbarazzante almeno un paio di attacchi di The Guns of Brixton (ma anche i deejay giamaicani, se ci pensate, non disdegnavano la stecca). Ma Live at Shea Stadium resta un altro tassello di una vicenda fondamentale per la musica popolare di tutti i tempi, di quelle poche capaci di farti desidererare di essere sul posto, quando certi dischi uscivano, e spiazzavano.

PS - Un consiglio: non impazzite per l'edizione deluxe. La copertina a libro, due paginette scritte da Bob Gruen e una dozzina di sue foto, interessanti più che belle, non valgono gli euro supplementari.

20/12/08


7. Aretha Franklin Rare & Unreleased Recordings From The Golden Reign Of The Queen Of Soul (Atlantic/Rhino).
Otto anni, dal ‘67 al ‘74: è durante il suo soggiorno presso la Atlantic di Jerry Wexler che la figlia del reverendo C.L. Franklin diventa Regina del Soul. La potenza smisurata del suo impatto sul mondo è qualcosa che va oltre la sua voce prodigiosa, o la qualità del materiale autografo o meno sul quale la libera. È qualcosa di molto difficile da spiegare a parole (ma ci è riuscito Maurizio Blatto nel suo MyTunes di dicembre, con una delle cose più belle mai lette su Rumore), evidente però non appena la canzone, qualunque canzone cantata da Aretha in quel periodo, comincia. Anche per questo, un doppio cd che da lì pesca trentacinque rarità, demo, outtakes o versioni alternative - con percentuale altissima di materiale inedito - è oro puro, tanto quanto la decina di album ufficiali coevi. Parliamo di una donna il cui unico pezzo esplicitamente funk in carriera (Rocksteady, qui in torrida versione estesa) manda a casa metà del sister funk dell’epoca, e ce ne vuole. Una donna che si siede al piano e accompagnata solo da basso e batteria butta lì un demo del futuro inno I Never Loved a Man (the Way I Love You) da piangere calde lacrime. E che razza di disco sarà Soul ’69, ad esempio, se si permette di lasciare fuori roba come Talk to Me, Talk to Me? Opera maestosa, o poco ci manca. E trattandosi di una Regina, l’aggettivo suona doppiamente appropriato. (da Rumore #193)

19/12/08



8. AA.VV. Nigeria Special/Nigeria Disco-Funk Special/Nigeria Rock Special (Soundway)
Non una, non due, ma tre splendide compilation dedicate agli anni ’70 nigeriani arrivano sul mercato praticamente in contemporanea, ed è un’offensiva di primavera che lascia senza parole. Al 99% materiale mai ristampato prima, nessun doppione nelle scalette, confezioni e booklet meravigliosi. Con sottotitoli che da soli aprono mondi affascinanti (Modern Highlife, Afro-Sounds & Nigerian Blues 1970-6 la prima; Sound of the Underground Lagos Dancefloor 1974-1979 la seconda; Psychedelic Afro-Rock & Fuzz Funk in 1970’s Nigeria la terza) e musica altrettanto magica, sono ulteriori testimonianze da una scena che dire ricchissima è poco, ancora largamente inesplorata a livello di ristampe.
Soprattutto per quello che riguarda titoli di singoli artisti: ascolteremo mai i due album dei Sahara All Stars Of Jos, ad esempio? E almeno uno dei sei di Tunji Oyelana & The Benders? Attenzione: sono due fra i nomi più noti del lotto, insieme a Peter King, Sir Victor Uwaifo, The Funkees, Bola Johnson, Sir Shina Peters, Joni Haastrup e i suoi Mono Mono, tanto per capirsi. Il resto è roba oscura sul serio. Niente Fela Kuti, King Sunny Ade, Tony Allen, Orlando Julius o Geraldo Pino. In questi brani troviamo la base, il movimento, il sobbollire della nazione più popolosa d’Africa nel decennio più turbolento del dopoguerra. La tradizione highlife sempre viva, l’impatto dirompente del Presidente Nero, l’influenza del funk, della disco, del blues e del jazz afroamericani, quella del rock psichedelico anglosassone: tutto concorre nella creazione di un output musicale torrenziale, e di livello altissimo.
Nigeria Special è un mirabolante doppio che fornisce uno spaccato eterogeneo ed efficace di quanto detto, nella quale è davvero difficile pescare un brano migliore degli altri, ma se le forze di Polizia passassero più tempo su cose come Asiko Mi Ni (The Nigerian Police Force Band) e meno su altre, non potremmo che rallegrarcene tutti. Nigeria Disco Funk Special è invece orientata in maniera decisa verso sonorità più americane, ma di nove gioielli afro-disco di questo livello, come Mota Ginya (The Voices Of Darkness) o Lagos City (Asiko Rock Group), è davvero impossibile lamentarsi. (da Rumore #196)
Nigeria Rock Special è il terzo capitolo della serie. Se titolo e sottotitolo dicono già abbastanza, singolare è l’evento che slega la scena pop-rock nigeriana dell’epoca dalla pura imitazione di modelli anglosassoni: l’arruolamento di musicisti locali da parte di Ginger Baker, quasi di casa a Lagos. Reduci dalle esperienze in giro per il mondo con lo storico batterista dei Cream, Berkley Jones e Laolu Akins fondano i BLO, Joni Haastrup i Mono-Mono. Inizia una rigogliosa stagione di chitarre elettriche e radici, pantaloni a zampa di elefante e camicie tradizionali. La via afrocentrica al rock lisergico. (da Rumore #198/199)

9. Kid Creole Going Places – The August Darnell Years 1974-1983 (Strut).
Fermi tutti: non è lo stesso Kid Creole che con le sue Coconuts andava a cantare Endicott in playback da Mike Bongiorno. O meglio: è lo stesso, ma colto a inizio carriera. Quando fu produttore a libro paga della Ze Records, marchio fondamentale per la cosiddetta disco mutante newyorkese, prima con il suo vero nome e poi, dal 1980, con l’alias che lo rese una stella del pop mondiale. Going Places raccoglie quindi non solo materiale uscito a nome suo e delle Noci di Cocco, come l’irresistibile versione estesa di He’s Not Such a Bad Guy After All, ma anche e soprattutto produzioni del Nostro. Inni disco come There But For The Grace Of God Go I dei Machine e Don’t Play with My Emotions di Ron Rogers, il parlato molto The Streets di Cristina e della sua Is That All There Is?, una leccornia kitsch a cassa dritta come I’m an Indian Too della Don Armando’s Second Avenue Rumba Band, estesa pure lei. Linee di basso enormi, coretti, feeling tropicale fra i grattacieli: dietro c’era il Creolo, ed è una splendida sorpresa. (da Rumore #195)

18/12/08

Top 10 ristampe 2008

Lo stesso giornale che-dovreste-ricominciare-a-comprare mi chiede ogni anno una classifica delle migliori ristampe.
Io cerco sempre di considerare non tanto la bellezza e la portata del disco originario, quanto altri fattori. La sua rarità, il suo non essere mai stato ristampato prima o il suo non essere mai stato ristampato prima su cd, l'aggiunta di tracce bonus davvero interessanti, il mettere insieme singoli usciti solo in vinile, la presenza di materiale grafico o testuale di qualità che arricchisca l'oggetto e lo contestualizzi. Al limite anche la rimasterizzazione, anche se non ci capisco un tubo e comunque il 99% delle ristampe ormai è rimasterizzato a prescindere.
Questi la miei dieci ristampe del 2008, come al solito a ritroso.


10. Carl Craig Sessions (!K7).
In un mondo fast and furious come quello del clubbing, il fatto che Carl Craig rappresenti da quasi due decenni lo stato dell’arte - rendendo oro ogni cosa che tocca e funzionando da “garanzia di qualità” per chiunque lavori con lui - la dice lunga sulla statura del personaggio e sull’eccellenza della sua opera. Qui riassunta, per quanto possibile, in due cd mixati dallo stesso Craig e assolutamente indispensabili, per i fan come per chi volesse mettersi un disco techno in casa, così per vedere l’effetto che fa. In scaletta, produzioni proprie e remix. Con le prime prende forma una sorta di greatest hits dell’asso di Detroit, che spazia attraverso anni, umori e pseudonimi: Paperclip People, 69 e Innerzone Orchestra, oltre alle generalità ufficiali. Tra i secondi, roba eterogenea per provenienza e portentosa nei risultati: Francesco Tristano, Junior Boys, Rhythm & Sound, Delia Gonzales & Gavin Russom, l’incantevole Tides di Beanfield. E ovviamente, la monumentale Angola di Cesaria Evora. (da Rumore #193)

16/12/08


1. Buraka Som Sistema Black Diamond (Enchufada/Fabric).
Segreto ben custodito dagli addetti ai lavori più illuminati, il kuduro potrebbe aver trovato in questo secondo album della crew portoghese/angolana - il primo sarebbe From Buraka to the World (2006), classificato EP nonostante i 10 pezzi - il lasciapassare presso il pubblico dance globale. Per valore e tempismo, innanzitutto, ma anche per ciò che succede 14” dentro la seconda traccia: M.I.A. si lancia in un ritornello tanto elementare quanto irresistibile. Scioglilingua da MC di sound system più che roba da cantante, due frasi ripetute che tirano giù i muri, equivalente simbolico del lasciapassare di cui sopra. Ma tutta Sound of Kuduro è un manifesto esplicito per titolo e svolgimento. C'è il Sistema con una base sincopata e tambureggiante, ci sono gli MC angolani Saborosa e Puto Prata, c'è un video fenomenale girato a Luanda. Il resto la raggiunge agli stessi livelli stellari: la devastante Kalemba (wegue wegue), la giovane e tostissima Pongo Love al microfono, e Aqui para voces, con l'altrettanto tosta brasiliana Deize Tigrona, pura favela su scansioni fidget. E ancora Luanda/Lisboa, Kurum, la verve di Bruno M in Tiroza, le contaminazioni acustiche di General, le profondità della tenebrosa suite New Africas. Peccato per l'assenza della title-track (con le cadenze grime dei mancuniani Virus Syndicate) nell'edizione per il mercato europeo, primo album non compilation ad uscire per il prestigioso marchio Fabric. Ma i tre brani aggiunti sono tre killer: D…D…D…D…Jay e Yah!, picchi del disco precedente, e Skank & Move con la stella grime Kano. Qui e ora, ascolto imprescindibile. (da Rumore #203)


2. Hercules And Love Affair Hercules And Love Affair (DFA).

Non fa tantissimi dischi, la DFA, eppure ogni anno riesce a piazzarne almeno uno nelle primissime posizioni di molte classifiche, compresa quella del sottoscritto. Nel 2007 toccò al secondo LCD Soundsystem, lavoro capace non solo di sorpassare il suo predecessore, ma anche di sconfiggere con All My Friends quella piccola maledizione che colpisce chi gioca il jolly (Losing My Edge) all'esordio e non riesce più a fare meglio in seguito. Nel 2008 tocca invece al debutto di Andy Butler e della sua cricca. Un esemplare di neo-disco fresco ed estremamente personale, che sta benissimo sull'etichetta newyorkese (a proposito: sarà questa la volta buona in cui daremo finalmente a quello della DFA che non è James Murphy Tim Goldsworthy, impeccabile produttore dell'album, ciò che è di Tim Goldsworthy?) e ne rappresenta al contempo una delle numerose facce, ancora inedita. Dieci tracce buone da ballare e da ascoltare, emozionanti, che riportano d'attualità l'anima della disco di una volta con relativa corrente sotterranea di malinconia. E tutto al netto di Blind, la canzone dell'anno, della quale già si è detto qui, qui e qui. L'uovo di Colombo, uno dei punti più alti raggiunti dal pop di ogni tempo. Ma occhio anche a Raise Me up...

12/12/08



3. Deerhunter Microcastle/Weird Era Continued (Kranky/4AD)
Sono in cinque, vengono da Atlanta e li guida una delle icone della scena rock indipendente statunitense attuale, l'iperproduttivo e talentuoso Bradford Cox. Che dopo aver esordito anche in proprio come Atlas Sound, e mentre continua ad inondare il suo blog di brani inediti e bizzarrie assortite, firma insieme ai suoi prodi l'album della consacrazione. Grossomodo invariati gli ingredienti che attirarono l'attenzione sul precedente Cryptograms e sul mini Fluorescent Grey, pare nuova e ispiratissima la maniera di combinarli. C'è il pop-beat psichedelico, romantico e dal sapore vintage, di Agoraphobia, Saved by Old Times e Little Kids, che in Microcastle e nella conclusiva Twilight at Carbon Lake si impenna in finali densi di chitarra fuzz. Ci sono assalti melodici di scuola Sonic Youth/Dinosaur Jr/Pavement che conquistano (Never Stops, ma soprattutto il potente singolo Nothing Ever Happened), viaggi narcotici pigri e sognanti (Neither of Us, Uncertainly) e tre brevi episodi di cantautorato etereo e quasi ambient proprio in mezzo alla scaletta. Ma tutto è più focalizzato e accattivante. Tutto è dolce, ispirato, evocativo. C'è chi lo chiama “shoegazer”, noi preferiamo “skygazer”: perchè lo sguardo pare rivolto al cielo, più che alle scarpe. (da Il Giornale Della Musica #253)


4. The Mojomatics Don't Pretend That You Know Me (Ghost).
Un disco perfetto. Vario, potente e ispirato, che supera di slancio le secche del revivalismo dove la band veneta rischiava di ritrovarsi vita natural durante, per pigrizia e schematicità di chi ascolta soprattutto. Si rassegnino i puristi della bassa fedeltà e si attrezzino gli altri: queste sono Canzoni, scritte e interpretate benissimo, e Don't Pretend That You Know Me è un album che scorre con freschezza e naturalezza rare, fissandosi in testa con disarmante facilità. L'insieme amalgama la spavalderia dei primi Jam, le progressioni garage-punk più classiche, il pop senza tempo di Beatles e Kinks, il lirismo dei Dream Syndicate e di tante band australiane degli ‘80, l'immediatezza dei Buzzcocks, le visioni del giovane Dylan elettrico, la freschezza beat-punk dei misconosciuti Hi-Fives (tre grandi album su Lookout! fra ‘95 e ‘98, da recuperare assolutamente), le atmosfere antiche di folk, country, blues e rock’n’roll. E l’adrenalina dal risvolto triste dei Remains di Don’t Look Back, classico del suono americano dei ‘60 e insieme fulgido esempio di superamento dei canoni del genere. Se non il meglio del rock degll'ultimo mezzo secolo, qualcosa di molto vicino. La parte del leone la fa una serie di episodi veloci caratterizzati dalla predominanza di accordi minori di chitarra, suonati pieni e senza ritegno. Sono soprattutto questi e le melodie vocali conseguenti a fare le canzoni, a dare un tocco malinconico che conquista. Come in Wait a While, strepitosa apertura dell’album e canzone fra le migliori dell'annata: ha un tiro pazzesco e uno stacchetto in controtempo che nemmeno i Nofx, ma allo stesso tempo pare una murder ballad country sparata a velocità tripla, e sommersa dalla distorsione. Il resto è pressochè all'altezza.


5. Fleet Foxes Fleet Foxes (Sub Pop).
A livello di pura rivelazione, il nome del 2008 è senza dubbio quello dei Fleet Foxes. Che praticamente dal nulla sono arrivati ed hanno conquistato i cuori di moltissimi con un suono rarefatto e intimo, e con una capacità innata di guardare al passato ed uscirne come nuovi. Un disco magico davvero, dall'impatto quasi ultraterreno, che fa stare bene all'istante con il mondo e con chi ci sta intorno. Che rinforza, nonostante faccia della delicatezza la sua ragione d'essere. Ma è una delicatezza solo di facciata, che nasconde una forza sovrumana. Folk-rock psichedelico e cantautorato West Coast sono i riferimenti più prossimi, quindi Byrds, Zombies, Fairport Convention, Van Dyke Parks e Crosby, Stills, Nash & Young (il primo soprattutto). Con armonie vocali di gruppo degne dei migliori Beach Boys, o di un quintetto a cappella da barbershop, su canzoni favolose che evocano senza citare. Anche perchè, e questa promette di essere la grande carta di Robin Pecknold e soci per il futuro, si sviluppano seguendo traiettorie non prevedibili, slegate dallo schema strofa/bridge/ritornello. Prendiamo Blue Ridge Mountains, per esempio: voci eteree su pochissima chitarra classica, e quindi un attacco melodico che mozza il fiato. Ma invece di capitalizzare, ripetere e farne il gancio della canzone, come ci si aspetterebbe e come siamo abituati a sentire, i cinque dimenticano tutto subito e ci portano altrove. Un altrove altrettanto bello, e soprattutto inatteso.

PS – A classifica compilata e data alle stampe, cominciano sempre i pentimenti e le rettifiche ipotetiche. Cose fisiologiche, che di solito riguardano una posizione in più o in meno al massimo, e che ci si tiene per sè. Ecco, in questo caso forse qualche posizione in più, e non ce lo teniamo per noi.

05/12/08



6. Vampire Weekend Vampire Weekend (XL).
E così, anche il 2008 ha la sua nuova sensazione – e il termine è qualcosa che mai avremmo immaginato, in quel lontano pomeriggio di primavera quando comprammo Under a Blood Red Sky contando le monetine – blogrock. E se un giorno, speriamo presto, ci si accorgerà che dire “Sapete, si sono fatti un nome in rete!” equivale ormai a dire “Sapete, in casa hanno il frigorifero!”, mai avremmo immaginato comunque di raccontare oggi la nuova sensazione blogrock citando Graceland di Paul Simon. Disco tanto bello quanto arduo da maneggiare: esempio lampante di colonialismo buono in musica, ottime possibilità di presenza nello scaffale Ikea di chi in casa ha venti dischi, insieme a Brothers in Arms, Legend e il primo di Tracy Chapman.
Ma tant’è. Quelle sono le atmosfere che l’esordio del quartetto newyorkese evoca. Tanta Africa, ma un’Africa da lì in poi mai battuta né dal mainstream né tantomeno dal mondo sotterraneo, più affascinato casomai dal lato tribale e funk del continente. Il Sudafrica meraviglioso di The Indestructible Beat of Soweto (1986, il vecchio Paul una copia bella frusta ce l’ha di sicuro), la Nigeria pop di King Sunny Adé: portano lì i trentacinque minuti allegri e pimpanti di Vampire Weekend, per il suono e le linee della chitarra elettrica, e l’innocenza sbarazzina dell’insieme. Ma anche all’Inghilterra di ieri (Housemartins) e oggi (Arctic Monkeys), essenziale e ubriaca di gioventù. E i quattro paiono davvero dei Giovani Holden: freschi, curiosi, furbetti, un po’ secchioni e un po’ svampiti. Vivi. Indie-rocker moderni dalla testa ai piedi (a che altra tribù avrebbe potuto appartenere il tenero Caulfield?) in fissa per Cape Cod - citato nel manifesto Cape Cod Kwassa Kwassa, ma anche fra gli archi e l’incedere palpitante di Walcott - e terre lontane. Capaci di melodie incantevoli fra musical e cameretta (stanotte vincono di stretta misura I Stand Corrected, Bryn e Mansard Roof), e di stupire con naturalezza disarmante. (da Rumore #193)


7. Black Mountain In the Future (Jagjaguwar).
Certo avrebbe potuto intitolarsi Nel passato, questo secondo album dei Black Mountain (dritta: il nuovo trend nei nomi, dopo black e wolf e crystal, potrebbe essere blood...), e nessuno avrebbe avuto nulla da ridire. O al limite Nel futuro così come lo si immaginava nel passato, per i tratti visionari e spaziali. Ma la sostanza è indubbiamente vintage, datata prima metà dei '70: sonorità che fondono splendidamente hard-rock, psichedelia, prog e sprazzi di cantautorato; titoli che citano angeli, tiranni, regine e venti selvaggi e testi che si comportano di conseguenza; la cavalcata di quasi diciassette minuti (Bright Lights, e mi venga un colpo se non ci ho sentito una band eccezionale e totalmente dimenticata come gli Electric Peace, sempe siano lodati); una copertina che potete vedere voi stessi qui sopra.
Eppure, il secondo album dei Black Mountain non suona come mero revival. Pur senza creare materia nuova da ingredienti vecchi, suona contemporaneo alla stessa maniera dei Fleet Foxes, per dire di altri finti passatisti. Per quale motivo, non è ben chiaro. Forse semplicemente perchè è bello e potente, e su quel registro comunica con chi ascolta, piuttosto che sull'aderenza stretta a un genere. Forse perchè si percepisce in qualche maniera che i suoi artefici non ascoltano solo musica vecchia di un genere, ma anche e soprattutto musica contemporanea di molti generi. E anche per questo il bello è proprio che si chiami Nel futuro.

PS - Qualcuno di voi lettori possiede per caso la versione deluxe doppia e ha un piccolo link per me?

03/12/08



8. diskJokke Staying in (Smalltown Supersound).
La chiamano nu-disco, ed è uno dei suoni più caldi del momento. Tra gli epicentri, la Scandinavia: la Svezia degli Studio, la Norvegia di Lindstrøm, Prins Tomas, Todd Terje ed ora Joachim Dyrdahl, in arte diskJokke. Un esordio col botto il suo. Ricco di cascate di melodia e sorprese continue, carica da dancefloor e anima. Si viaggia su ritmi più dritti e spediti rispetto ai suddetti, trovando una formula magica per combinare disco italo e non, house acid e non, e techno molto detroitiana. Joachim, studente di violino e di matematica, dosa calore e rigore con maestria. Aprendo le danze su toni più giocosi - Folk i farta e Større enn først antatt sono due capolavori - per farsi più serio e meditativo nella seconda metà dell’album, con I Was Go to Marroco and I Don´t See You (non è un errore, si intitola proprio così) come martellante e irresistibile spartiacque. Ma in tutto Staying in si respirano aria fresca ed euforia dal retrogusto dolcemente malinconico, ed è una sensazione impagabile. (da Rumore #197)


9. The Bug London Zoo (Ninja Tune).
Agitatore sonoro dal curriculum di collaborazioni tanto ricco quanto vario (Justin Broadrick, John Zorn, Kevin Shields, Thom Yorke fra gli altri), il produttore londinese Kevin Martin fotografa con il suo terzo album a nome The Bug una metropoli scura, minacciosa, pronta ad esplodere. Uno scenario urbano periferico e inquietante, in cui filtrati dall’approccio rumorista di Martin rimbombano i suoni che sempre più lo caratterizzano: grime e dubstep innanzitutto, ma anche certi broken beats, e soprattutto la dancehall più ripetitiva e robotica. Che perde ogni connnotazione reggae festaiola per farsi severa, militante, problematica. E quando conserva brandelli di ballabilità, lo fa in pezzi dai titoli ben poco allegri come Angry, Insane, Jah War o Murder We. Sono proprio le voci però - il veterano giamaicano Tippa Irie (in gran forma), insieme a Warrior Queen, Ricky Ranking, Flowdan, Spaceape e Roger Robinson, nuove leve locali dal timbro tipicamente caraibico - a dare un volto umano al tutto, a suggerire la via d’uscita mentre bastonano duro. Versione futurista del loro antenato Big Youth, specchio fedele dell’Inghilterra odierna tanto quanto gli Arctic Monkeys. (da Il Giornale della Musica #251)

02/12/08



10. Mockingbird, Wish Me Luck Days Come and Go (Blow Up).
La sorpresa più bella del mese viene da Ängelholm, Svezia, e dalle canzoni già incredibilmente mature di questi otto ragazzi al debutto su album. Certo ad associare il paese dell’Ikea e del potatis mos al termine “pop” ormai è buono chiunque, eppure di quello si tratta, e in quello sguazziamo felici lungo tutto Days Come and Go. Che fin dalla copertina non nasconde l’influenza Belle & Sebastian, chiara anche nell’ottimo singolo Pictures (Too Big to Fit in a Sight) e sparsa un po’ dappertutto, ma va ben oltre: Let's Watch the Sunrise è Jens Lekman al massimo della forma, con tocchi honky tonk e trombetta finale; The Way That You Paint It scalpita come certo Lee Hazlewood dei ’60, così come a certa canzone mainstream melodrammatica dello stesso decennio rimanda la vibrante title-track; New Beginnings ha un attacco che è pura Sarah Records. Nove perle, che sfiorano il nove in pagella. (da Rumore #200)

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