25/11/09

19. ONEIDA. Rated O.



19
ONEIDA
Rated O
(Jagjaguwar/Brah)

Il vecchio palazzo del centro dove abito, al quinto piano senza ascensore, e il suo unico anziano proprietario meriterebbero molto probabilmente un blog a parte. Così come avrebbe meritato un servizio fotografico tutto suo il suddetto Mister Burns, qualche mese fa, intento ad osservare fra cavi e luci le riprese di un film proprio nel nostro cortile (forse reso più glam dai mucchi di detriti e biciclette fossili che nessuno si preoccupa di rimuovere).
L'aria da quello che "lavora nel cinema" ce l'ha anche il vicino del piano di sopra. Quel fare trasandato e macho, oggi qui e domani lì, faccio un po' quel cazzo che mi pare, la so molto più lunga di te, che di solito contraddistingue elettricisti, attrezzisti e faticatoristi vari del set. Con qualche sostanza in più. Su nelle soffitte del sesto piano abitano un sacco di tipi interessanti, ma mi soffermo su di lui per un motivo: suona. A volumi esagerati. A tutte le ore, e intendo proprio a tutte le ore. Incurante del fatto di trovarsi in un condominio: sono problemi da popolino ancora legato ai ritmi di vita della città fordista, temo.
Da qualche tempo è passato a una combinazione letale di sequencer e batteria elettronica, e si diletta con una specie di techno scarsa e senza cuore, che non riesce nemmeno a essere scarsa e senza cuore (e veloce) come quella che si ascolta ai rave dove muoiono i punkabbestia, da tanto è scarsa e senza cuore. Prima, fino a qualche mese fa, suonava il basso. Suonava: diciamo che l'effetto era quello di uno completamente fuso che viene seduto su una sedia, e al quale viene messo in mano un basso elettrico attaccato a un amplificatore con il volume alto, dicendogli: "Fai un po' tu quello che ti senti". Giuro. Li sentivo quando ancora avevo la televisione, fra una battuta e l'altra dei film, quei suoi suoni lunghi e amorfi che non andavano da nessuna parte. Non prendetemi per il tipico rompicoglioni da condominio: anche io sono un bassista, e quando c'è da alzare il fottuto volume potete stare certi che lo alzo, pappemolli. Ma dico, almeno suona qualche cosa, fammi sentire che impari un pezzo, o che sperimenti, non il nulla assoluto ripetuto uguale ogni giorno a ogni ora.
Ecco, gli Oneida suonano un po' come il vicino del piano di sopra, ma in senso buono. Tirano avanti per decine di minuti suonando la stessa cosa, non solo mantenendo la stessa intensità, ma anzi aumentandola strada facendo. Dal vivo, sono uno dei gruppi più straordinari che io abbia mai visto: ripetono lo stesso giro fino ai limiti della sopportazione, e quando pensi "adesso cambiano" ne fanno altre sedici battute. Spesso, in tutto questo parlare della scena di Williamsburg ci si dimentica di loro, che invece sono stati fra i primissimi a trasmettere da quel pezzo di Brooklyn, e a seminare quello che come sempre sono altri a raccogliere.
Sarà che ci siamo anche un poco abituati: ogni anno fanno un disco, mediamente eccellente, che tranne qualche rara eccezione ha uno o due pezzi lunghissimi e altri meno, e che viaggia fra ossessività kraut rock, melodie da pop psichedelico e bizzarrie varie. Per evitare di essere dati troppo per scontati, i nostri hanno deciso di alzare di una tacca il livello dello scontro, e di buttarsi addirittura in una trilogia intitolata Thank Your Parents. Primo capitolo: Preteen Weaponry, album del 2008 composto da un'unica traccia divisa in tre parti. Secondo capitolo: questo Rated O, album triplo, quindici pezzi e quasi due ore di durata. Terzo capitolo: in arrivo nel 2010, non osiamo immaginare.
Il primo cd si apre con Brownout in Lagos, ritmo sincopato e voce dalle inflessioni giamaicane che emerge fra echi e rumori (e a un certo punto, noi fan sfegatati apprezziamo, dice pure qualcosa come "Each one teach one"). Promette benissimo in chiave di progressione del suono, forse più di quanto il resto dell'album non mantenga. What's up, Jackal? ha un bel riffetto elettronico da minimal che dura dall'inizio alla fine, il resto spinge duro fino ai dieci e mezzo di The Human Factor (ironia?), solo percussioni, urla e distorsioni in sottofondo.
Il secondo cd ha le canzoni, classici treni a vapore alla Oneida (The River, Ghost in the Room), doom notturno con cantato da chiesa (Luxury Travel), garage mutante saturo di fuzz (It Was a Wall).
Il terzo cd sbrocca, con una dilatazione drone-folk da tredici minuti, una cosa ambientale da quattro e un mostro acido e spaziale da ventuno intitolato Folk Wisdom, che dio li benedica.
Un percorso plausibile anche per il vicino del piano di sopra, non avesse l'encefalogramma disegnato con il righello: ti scaldi con roba lunga e ripetitiva, poi ti concentri e ti focalizzi per un po', poi non ci stai dentro e parti per la tangente. Chiedo troppo?

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