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10/07/09
03/12/08

9. The Bug London Zoo (Ninja Tune).
Agitatore sonoro dal curriculum di collaborazioni tanto ricco quanto vario (Justin Broadrick, John Zorn, Kevin Shields, Thom Yorke fra gli altri), il produttore londinese Kevin Martin fotografa con il suo terzo album a nome The Bug una metropoli scura, minacciosa, pronta ad esplodere. Uno scenario urbano periferico e inquietante, in cui filtrati dall’approccio rumorista di Martin rimbombano i suoni che sempre più lo caratterizzano: grime e dubstep innanzitutto, ma anche certi broken beats, e soprattutto la dancehall più ripetitiva e robotica. Che perde ogni connnotazione reggae festaiola per farsi severa, militante, problematica. E quando conserva brandelli di ballabilità, lo fa in pezzi dai titoli ben poco allegri come Angry, Insane, Jah War o Murder We. Sono proprio le voci però - il veterano giamaicano Tippa Irie (in gran forma), insieme a Warrior Queen, Ricky Ranking, Flowdan, Spaceape e Roger Robinson, nuove leve locali dal timbro tipicamente caraibico - a dare un volto umano al tutto, a suggerire la via d’uscita mentre bastonano duro. Versione futurista del loro antenato Big Youth, specchio fedele dell’Inghilterra odierna tanto quanto gli Arctic Monkeys. (da Il Giornale della Musica #251)
Vedi anche:
classifica 2008,
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the bug
07/10/08
"How low can you go?"
Sulla carta, sembrerebbe l’ennesimo termine decodificabile solo dagli addetti ai lavori più maniacali. Sottogenere di sottogenere, ulteriore sfaccettatura di un mondo musicale assai vasto che nel Regno Unito chiamano urban, e che dagli anni ’90 in qua ha riunito con discreta approssimazione tutti gli incontri fra elettronica e musica nera. Dubstep, somma algebrica di dub e 2-step: sulla carta, quanto di più tecnico non si potrebbe. Di fatto, qualcosa che pare invece destinato a durare, ben oltre la soglia di attenzione ridotta che ogni nuovo fenomeno simile ottiene di solito oltremanica, e ad esercitare un’eco ben più potente. Non fosse altro che per un motivo: stavolta non ci si riferisce a una nicchia ristretta all’inverosimile, ma la parola è piuttosto un ombrello per qualcosa di altrimenti poco definibile, in costante mutamento, unito da un sentire comune più che da codici musicali rigorosi. E annuncia il suono elettronico più fresco del momento, attualissimo nel coniugare passato e futuro, mente e corpo, straniamento e calore umano. (continua in edicola)
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