Visualizzazione post con etichetta benga. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta benga. Mostra tutti i post

26/11/08



17. Benga Diary of an Afro Warrior (Tempa).
Conquistato dalla sua esibizione di poche settimane fa a Club To Club - davvero travolgente, con cambi frenetici di vinile e capacità di tenere la pista in fermento dall'inizio alla fine - oltre che dalla sua pettinatura e dalle sue sembianze fumettistiche, trovo un posto nei migliori venti dell'annata per l'esordio di Beni Uthman, in arte Benga. Già uno dei pialstri della scena dubstep, avendo cominciato intorno al 2002 alla tenera età di sedici anni, incarna in pieno la natura stessa del genere come stile mutante, aperto a numerose influenze e difficilmente inquadrabile in regole precise. Fatta eccezione per gli echi e i bassi, ovviamente. Diary of an Afro Warrior - ok afrocentrismo e compagnia, ma che sia forse un titolo leggermente eccessivo, soprattutto per un album praticamente strumentale? - conferma le impressioni destate dal suo artefice in prima persona: c'è voglia di superare i confini del genere, quali essi siano, ma c'è soprattutto uno sguardo alla pista da ballo superiore alla media del genere. In Night ovviamente, portentoso singolo del 2007 realizzato in coppia con il collega Coki e qui incluso, che entra in testa e non se ne va. Ma anche nel resto, che pur non raggiungendo tali altezze (saremmo altrimenti nelle prime dieci posizioni) riesce sempre ad accoppiare tonalità profondissime, sporche linee electro e ganci melodici notevoli. In The Cut e 26 Basslines, in cose acide e quasi house (E Trips, Pleasure), in cose più notturne e jazzate (Zero M2, Crunked up, B4 the Dual), in fresche puntate cosmiche.

07/10/08

"How low can you go?"

Sulla carta, sembrerebbe l’ennesimo termine decodificabile solo dagli addetti ai lavori più maniacali. Sottogenere di sottogenere, ulteriore sfaccettatura di un mondo musicale assai vasto che nel Regno Unito chiamano urban, e che dagli anni ’90 in qua ha riunito con discreta approssimazione tutti gli incontri fra elettronica e musica nera. Dubstep, somma algebrica di dub e 2-step: sulla carta, quanto di più tecnico non si potrebbe. Di fatto, qualcosa che pare invece destinato a durare, ben oltre la soglia di attenzione ridotta che ogni nuovo fenomeno simile ottiene di solito oltremanica, e ad esercitare un’eco ben più potente. Non fosse altro che per un motivo: stavolta non ci si riferisce a una nicchia ristretta all’inverosimile, ma la parola è piuttosto un ombrello per qualcosa di altrimenti poco definibile, in costante mutamento, unito da un sentire comune più che da codici musicali rigorosi. E annuncia il suono elettronico più fresco del momento, attualissimo nel coniugare passato e futuro, mente e corpo, straniamento e calore umano. (continua in edicola)

Cerca in Soul Food

Archivio