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06/12/09

2. MAJOR LAZER. Guns Don't Kill People... Lazers Do.



2
MAJOR LAZER
Guns Don't Kill People... Lazers Do
(Downtown)

Eccolo infine, l’album giamaicano di Wesley “Diplo” Pentz e Dave “Switch” Taylor. Dopo il lavoro di entrambi sugli album di M.I.A. e Santigold, possiamo finalmente ascoltare l’attesa collaborazione fra lo statunitense, mago della dance globale, e il britannico, inventore della fidget house. Insieme sono volati a Kingston, hanno reclutato un bel gruppo di voci soprattutto locali e hanno messo a punto una loro personalissima versione di quello che è il dancehall reggae oggi. Versione bastarda, per forza di cose: su un genere da sempre fra i più innovativi in circolazione, i due fanno convergere un ulteriore carico di idee e follia stilistica, consegnando ai cantanti riddim fenomenali.
In almeno sette casi i risultati sono letteralmente stratosferici: Lazer Theme innanzitutto, giro rubato a Six Pack dei Black Flag (!) e ritmo kwaito, mitragliatrici e un indiavolato Future Troubles. Allo stesso caleidoscopico livello stanno il potente singolo Hold the Line (chitarra surf, cavalli che nitriscono e cellulari che trillano, Santigold e Mr. Lex in duetto) e Pon de Floor (di nuovo molto kwaito, delirante bomba minimale con Vybz Kartel al microfono), l’ossessiva When You Hear the Bassline (frenetica Ms. Thing su base scarna fra kuduro e Kala) e la spiritata Anything Goes (sottofondo gorgogliante e archi inquietanti dal gusto cinematografico, al servizio di un maestoso Turbulence).
Appena sotto stanno l’electro-asiatica Bruk Out (ancora Ms. Thing insieme ai T.O.K.), la sinuosa e vietatissima What U Like (occhio a quello che si dicono Einstein e la stella prossima ventura Amanda Blank…) e Jump up (ghetto house caciarona coprodotta con i nostri Crookers, e cantata dai velocissimi Supa Hype e Leftside). Al confronto, due episodi roots ben fatti ma stranamente canonici come Can’t Stop Now (ottima Jovi Rockwell in coppia con Mr. Vegas) e Cash Flow (belli e strani quei fiati nel finale), paiono poca cosa. Ma il voto lo abbassano soprattutto la macchiettistica Mary Jane e Keep It Goin Louder, tamarrata con vocoder e ganci pop dozzinali degna del peggior Akon. Il resto basta e avanza comunque.
(da Rumore n.209)

02/12/08



12. Santogold Santogold (Downtown).

Sarà colpa delle autoradio, ma non è la prima volta che un primo ascolto in macchina convince poco, e i successivi rimediano. È successo per il disco che arriverà qui sopra fra poco, ed è successo per il debutto di Santi White in arte Santogold, che in viaggio verso la ridente Pavia per la riunione mensile della Rivista Che Dovreste Ricominciare A Comprare era parso cosa leggerina e un po' inutile.
Poi è arrivato come approfondimento un clamoroso mixtape con Diplo, ci si è abituati al timbro vocale di Santi White ed ha ripreso quota un album intrigante e poco definibile. Una possibilità di mainstream urbano del presente e del futuro, un pop con pesanti influenze reggae e new-wave cantato da una specie di incrocio fra Siouxsie e una M.I.A. light (Diplo e Switch producono, insieme a Jonnie "Most" Davis), più impostata e meno street della anglo/cingalese, ma anche più a suo agio in registri diversi.
Fosse tutto al livello della sua prima metà, l'album veleggerebbe nelle prime dieci posizioni: eccellenti You'll Find a Way (che chiude anche il disco in remix molto scarno di Switch e Sinden) e Say Aha, ibridi reggae/post-punk che sanno molto di Radio 4 degli esordi, o il reggae e basta di Shove It; devastante l'electro/ragga cadenzato di Creator, insieme a Unstoppable il più M.I.A. del lotto; già inconfondibile una cosa come L.E.S. Artistes, traccia iniziale e migliore manifesto sonoro di Santi. Il resto osa meno di quanto ci si aspetterebbe, e abbassa la media.

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