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16/12/10
1. CARIBOU. Swim (City Slang).
Racconta Dan Snaith, titolare della ragione sociale Caribou, di aver realizzato Swim seguendo due diversi flussi creativi, distinti in origine e fusisi insieme strada facendo. Da un lato, il flusso legato alla sua carriera di autore pop dal gusto retro-moderno, fra i Beach Boys, gli Zombies, il kraut rock e il taglia-e-cuci digitale più casalingo (vedasi il pregevole Andorra, uscito nel 2007). Dall'altro, il flusso originato dalla sua più recente attività di DJ, e dalla necessità di produrre autonomamente tracce da suonare nei club. Materiale autografo pensato quindi per le piste da ballo più che per una pubblicazione tradizionale, da testare sul campo sera dopo sera e da aggiustare di conseguenza in un continuo lavoro “in progress”. Al termine di questo percorso, con l'album finalmente a disposizione, c'è poco da aggiungere: la fusione è riuscita perfettamente, e impone in via definitiva Snaith come uno dei musicisti più interessanti ed emozionanti in circolazione. Strumenti ecustici ed elettronici interagiscono in maniera organica, come fossero una cosa sola, e vanno a creare un suono che sa di passato e di futuro insieme, tanto curato quanto fragile e spontaneo. Le nove tracce dell'album hanno sia i ritmi in 4/4, le strutture e il dettaglio sonoro tipici della dance, sia le melodie in bilico fra estasi e malinconia per le quali il canadese con residenza a Londra è noto. La bilancia pende ora più da una parte (l'ipnotica Bowls, con campane tibetane e accordi house, è davvero qualcosa di straordinario) ora più dall'altra (come in Kaili, senza batterie, spinta da strati di sintetizzatori e voci in falsetto), ma sta soprattutto ben salda nel mezzo: le pulsazioni disco-funk sincopate di Odessa - che non sfigurerebbe affatto nel repertorio dei colleghi Hot Chip - e il calore analogico della sognante Sun, splendida accoppiata scelta per aprire il disco, sono una dichiarazione esplicita in tal senso. Così come la conclusiva Jamelia, cantata da Luke LaLonde degli indie-rocker Born Ruffians, riassume al meglio quanto detto con una delicatezza rara, facendo contemporaneamente intuire possibili sviluppi futuri. Ma lungo tutti i 43 minuti di Swim è come se, arrivando da percorsi quasi opposti, Caribou e l'amico Kieran Hebden/Four Tet dell'ultimo There Is Love in You finisssero per ritrovarsi fianco a fianco, convergendo su una dance dal volto umano e dall'umore positivo. Uno dei suoni del momento, senza dubbio.
(Il Giornale Della Musica n. 270)
(bonus 1)
A chiusura di un fantastico 2010, anno durante il quale il mondo si è finalmente accorto della sua grandezza e lui ha fatto di tutto perchè ciò accadesse, Dan Snaith festeggia con un doppio vinile registrato dal vivo a New York, in occasione del festival All Tomorrow's Parties del settembre 2009. Prima di Swim, dunque, con il repertorio dei tre album precedenti equamente rappresentato. Noi festeggiamo con lui, anzi con loro: sul palco erano più o meno in quindici, un'orchestra comprendente Four Tet, Koushik, Luke Lalonde (Born Ruffians), un quintetto di fiati, quattro batteristi e – come giustamente sottolineato fin dalla ragione sociale – una leggenda del jazz più out come Marshall Allen, sassofonista e leader della Arkestra di Sun Ra. Festeggiamo perchè sono 55 minuti di musica davvero magica, alla confluenza di kraut rock, pop anni '60 ed euforici impulsi free, trainati da una Melody Day ridotta all'osso e che incanta.
(Rumore n. 226)
(bonus 2)
(...) ecco arrivare Swim Remixes (City Slang). Raccolta di cose già sentite e novità, e livello medio altissimo: basterebbe Motor City Drum Ensemble da solo con la sua monumentale Leave House, e invece ci sono anche James Holden, Junior Boys, Gold Panda, Fuck Buttons, un doppio DJ Koze, Gavin Russom, Ikonika e Walls fra gli altri. Tutti ad altissimi livelli, evidentemente felici di confrontarsi con cotanto campione, e di andare a comporre un album che scorre ed emoziona con il calore di una riunione di spiriti affini, più che come una semplice raccolta di remix.
(Rumore n. 228)
15/12/10
2. MASSIMO VOLUME. Cattive Abitudini (La Tempesta).
Un sogno che diventa ipotesi e quindi realtà. Un percorso partito dalla riunione del 2008 a Torino, e fattosi via via più solido con l'accumularsi di altri concerti, un album dal vivo e la riproposizione integrale del classico Stanze nella loro Bologna, quest'anno. I Massimo Volume – per chi non c'era: noise-rock di matrice sempre più post e testi recitati fra poesia e racconto breve; uno dei gruppi italiani più importanti degli anni '90, e di sempre; l'ultimo o quasi a far genere a sé, e a cambiare vite all'istante facendolo – esistono di nuovo, le prove sono troppe.
La più recente è un album realizzato alla vecchia maniera. Più o meno come lo fu, facendo di necessità virtù da bravi fuorisede, il caro vecchio Stanze di cui sopra, nel 1993: registrazione dal vivo in studio, tutti insieme, su un otto tracce analogico; missaggio su un due tracce a bobine. Niente computer. Lo scenario migliore per apprezzare di nuovo la determinazione feroce dei Massimo Volume d'annata, la coesione di una macchina oliata come e più di allora, e l'eccellenza della nuova formazione, nella quale brilla da quella sera torinese anche Stefano Pilia, giovane asso della scena sperimentale internazionale.
Lo sconto al vertice fra la sua chitarra e quella di Egle Sommacal è uno spettacolo elettrizzante. L'incognita era lì, nella coesistenza dei due talenti e nella fruttuosità del loro incontro. La creatività ritmica di Vittoria Burattini e la scarna potenza del basso di Emidio Clementi le ricordavamo, così come naturalmente ricordavamo – sembra davvero la più superflua delle precisazioni – le parole dello stesso Mimì.
Cominciassimo a citare non finiremmo più e rovineremmo la sorpresa. Ma raramente sono sembrate così organiche, così poco appoggiate sopra la musica. Che dal canto suo non sarà nuovissima in senso assoluto, ma è fresca e vibrante in senso relativo. E non solo: cose solari come La bellezza violata i Massimo Volume non le hanno mai fatte; i cori senza parole che sollevano gli otto minuti ipnotici di Mi piacerebbe ogni tanto averti qui, poi! Fausto è splendida musicalmente, ma testo ed enfasi sono manna per chi non ama quelle che Clementi stesso chiama “clementate”. Compensa Litio, urgente e tormentata, 3'34” brucianti che vanno dritti fra gli inni del gruppo: Stanze vent'anni dopo, in ogni senso. “Leo, è questo che siamo?” senza punto interrogativo. Fuoco per nulla fatuo.
(Rolling Stone n. 84)
14/12/10
4. FOUR TET. There Is Love in You (Domino).
Probabilmente ciò farà di me un sempliciotto, ma qui metto per iscritto un'idea che da tempo vado sostenendo: il tempo in quattro quarti, la cassa dritta, la cassa, dite un po' come volete, è qualcosa che va al di là delle classificazioni di genere, delle mode, di quello che noialtri coscientemente possiamo pensare. È qualcosa che agisce a un livello superiore, o inferiore, non importa, e che chiama in causa un sentire primordiale dell'essere umano. È di tutti, e non di pochi, e per questo è spesso considerata sinonimo di scelta facile, banale, tamarra.
Vero, quando a un certo punto entra la cassa sarà pure banale, ma il più delle volte è anche bellissimo. Come un riflesso automatico, come un tassello che va a posto sempre nello stesso posto, ma rassicurandoci ogni volta come fosse la prima. Il più delle volte è bellissimo anche quando deve entrare per forza ma non entra, figuratevi, ed è come se entrasse lo stesso, e la sua assenza è come la sua presenza, “e non averlo fatto è stato proprio come averlo fatto”.
Ecco, nella carriera di Kieran Hebden a un certo punto è entrata la cassa, e questo punto è il 2010. La sua creatività non è diminuita, la sua cifra sonora non è variata, ha semplicemente (qui sta la chiave: semplicemente) fatto un passo deciso verso di noi. Che ringraziamo.
03/12/10
5. GONJASUFI. A Sufi and a Killer (Warp).
Ogni mese un disco così, uno solo. Chiediamo troppo? Un disco per il quale l'urgenza comunicativa e le idee conseguenti siano ragione di esistere, e non dettaglio trascurabile, o perso fra quintali di fuffa. Non un disco perfetto, chè A Sufi and a Killer non lo è ed è anche così bello per questo: pare un blocco straboccante di appunti, sporco e disordinato come quello di un viaggiatore solitario. Un tizio californiano che si chiama Sumach Valentine, un eremita con barba e dreadlock che canta lamentandosi come un ibrido di Moondog e Antony, e coproduce – insieme agli altri irregolari Gaslamp Killer, Flying Lotus (meravigliosa Ancestors) e Mainframe – questo vero e proprio viaggio sonoro fra rock acido e dilatato, soul-funk avvolgente, batitti hip hop, flash orientali, ballate folk-pop, blues deviante. L'evoluzione dei quattro minuti di Sheep basterebbe come esempio, se un esempio fosse cosa plausibile.
(Rumore n. 218)
02/12/10
6. JOHN GRANT. Queen of Denmark (Bella Union).
Un disco spiazzante, e anche per questo così bello. Dal nulla o quasi salta fuori l'ex cantante degli Czars accompagnato dai Midlake, con dodici canzoni di grande e dolente bellezza. Un vissuto personale tormentato, un passato che torna tanto nei testi quanto nelle suggestioni molto anni '70 della musica, immagini di strade lunghe e dritte e quartieri periferici, locali mezzi vuoti e marginalità, sogni puri di bambino e fallimenti. Musica impregnata di quella malinconia serena e quasi positiva che ricompare come un filo rosso in alcuni dei migliori dischi di sempre. Il tutto in forma di ballate pianistiche intense e creative (ma non solo, occhio all'Elton John saltellante di Chicken Bones) dalle aperture melodiche fulminanti, capaci di materializzare un passato dai colori vividi e di donare forza per il presente e il futuro. I Midlake girano a meraviglia, perfetti tanto nei dettagli quanto nella costruzione complessiva; il tocco di Grant è quello sicuro e quasi distaccato del maestro.
29/11/10
7. AAVV. Modeselektor Proudly Presents Modeselektion Vol. 1 (Monkeytown).
(...) una manna: diciotto tracce esclusive, inedite e non mixate, commissionate per l'occasione dal duo tedesco e poste alla convergenza fra dubstep e techno, firmate da assi come Ramadanman, SBTRKT, Cosmin TRG, Robag Wruhme, Marcel Dettmann, Digital Mystikz e Apparat.
(Rumore n. 226)
Vista la brevità della recensione, qualche menzione speciale aggiunta.
Ai bassoni su beat techno/funky di The Unspoken (SBTRKT); alla disco manipolata di The Assistant Manager (Feadz); al Burial disturbato e berlinese di Bierholer (Robag Wruhme); al 2562 fortunatamente meno etereo del solito di The Wind up; a Space Station Love Affair del sempre più maestro Cosmin TRG, uno dei portabandiera di questo suono indefinibile; la bomba sincopata di Shed, With Bag and Baggage, tra sospensioni di synth e pulsazione garage; King of Clubs di Apparat, parente stretta dei Massive Attack più scuri e melmosi, percorsa da ping-pong acidi; lo stepper acido con cui i Modeselektor fanno gli onori di casa, VW Jetta; l'altro maestro assoluto Ramadanman e la sua imprendibile Pitter; il veterano dubstep Mala, dei Digital Mystikz, che non resta indietro con Explorer; il carnival subacqueo organizzato da Bok Bok in Say Stupid Things.
Quasi tutti e diciotto, insomma.
27/11/10
8. MOVIE STAR JUNKIES. A Poison Tree (Voodoo Rhythm).
Il bello è quando mondi apparentemente lontani collidono. Quando, per esempio, un gruppo per anni incasellato alla voce “garage” (e quasi solo da quel pubblico considerato, occorre dirlo) cita Antonin Artaud nelle interviste e Carnevali o Blake nei testi, e dedica a Herman Melville e ai suoi libri minori un intero album. Entrino i Movie Star Junkies dunque, quintetto misto piemontese/veneto, un po' Bad Seeds di noialtri e un po', un bel po', animali da palco di nuova generazione. Eruditi e selvaggi, poetici e sferraglianti. A Poison Tree è il loro secondo album, e rispetto al già notevole Melville è un passo in avanti netto, per la grana del suono – qui finissima, con arrangiamenti curati nei dettagli e idee fresche che spuntano ovunque – e per la capacità sempre maggiore di scrivere canzoni. Concentrandosi, pure: le tracce sono solo otto, ma una più bella dell'altra e molto più riconoscibili che in passato, le tenebre di Leyenda Nera come il rockabilly disperato di The Walnut Tree, un gioiello. Procuratevi questo disco, e andate a vederli dal vivo ad ogni costo.
(Esce in questi giorni per Ghost anche il 10”/ep In a Night Like This, registrato nelle medesime sessioni dell'album e sua appendice altrettando indispensabile)
Quattro nuove tracce che inaugurano il sodalizio fra la band piemontese/veneta e la Ghost Records, quattro schegge roots-punk evolute, nere come la pece e vibranti di un lirismo raro. I cori e i riverberi dell'ossessiva Loneliness Like Clouds Above, i toni da murder ballad allucinata di Twice Upon a Time, il pianoforte e il wah wah della febbrile Odissey of Jason, la tensione ad alta velocità di Death Sleep and Silence. Ribadiamo quanto detto a proposito dell'ultimo, mirabolante album A Poison Tree: siamo in presenza di fenomeni veri.
(Rumore n. 227)
26/11/10
9. DISKJOKKE. En Fin Tid (Smalltown Supersound).
“Musica per la notte che mantiene il calore dei pomeriggi in spiaggia”: lo scrisse qualcuno parlando di Staying in, debutto datato 2007 del norvegese Joachim Dyrdahl, ma la definizione suona ancora più azzeccata per questo En Fin Tid. Titolo che dalle parti di Oslo significa qualcosa come “tempi felici”, del tutto appropriato per un album che rende più calda e solare la già emozionante fusione messa a punto dal nostro. Ci sono le radici house e techno e dosi massicce di relax balearico, i viaggi della disco cosmica europea e gli spazi del dub, tutto passato in rassegna con una originalità fuori dal comune. Si guarda tanto alla compattezza del groove (Big Flash non dovrebbe avere problemi a fare urlare una pista piena) quanto alle esplorazioni sonore di gente come Arthur Russell e Alan Parsons, o dei gruppi kraut-rock tedeschi degli anni '70 più spinti verso l'elettronica. Con il valore aggiunto di una scaletta perfetta, che fa fluire gli otto brani in un crescendo di emozioni e conferma come, nella già incredibile scena nu-disco scandinava, questo ex studente di matematica sia il vero fuoriclasse.
(DJ Mag n. 2)
25/11/10
10. THE COUNT & SINDEN. Mega Mega Mega (Domino).
(Detto delle cinque migliori ristampe del 2010, ecco i dieci migliori album secondo il sottoscritto, come dato alle stampe nel numero di dicembre di Rumore).
Chi non frequenta il mondo dance si segni i nomi: Graeme Sinden e Joshua Harvey (alias Hervé, alias The Count). Primo, perchè Mega Mega Mega, loro debutto in lungo dopo singoli epocali come Hardcore Girls (qui inclusa) e Beeper, è un signor disco. Un compendio riuscitissimo delle varie influenze che caratterizzano il loro suono e la loro attitudine come produttori e DJ, dalla house al rap, dall'Inghilterra urbana di garage, grime e dubstep al suono dei rave (micidiale la technoide Elephant 1234), alla bass music di Giamaica, Angola, Sudafrica, Brasile, Colombia. Tutto con ospiti vocali non di grido ma capaci (Mystery Jets, 77Klash, Bashy, Rye Rye, la promettente Katy B), e un approccio molto party e londinese. Secondo, dunque: perchè i due potrebbero essere per gli anni Dieci ciò che i Basement Jaxx sono stati per gli anni Zero. Manca solo l'affondo pop.
(Rumore n. 222/223)
Vedi anche:
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mega mega mega,
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the count and sinden
24/11/10
1. AAVV. Next Stop... Soweto Vol. 1 / Vol. 2 / Vol. 3 (Strut).
Dopo anni di ricerca sul campo e, ottimo tempismo, proprio quando i riflettori di tutto il mondo sono puntati proprio lì, la Strut lancia il primo di tre volumi dedicati al Sudafrica sotterraneo degli anni '60 e '70. In attesa del soul/funk e del jazz, ecco quello che venne chiamato township jive, o appunto mbaqanga. Ovvero, tradizione zulu ripresa con strumenti occidentali, e contaminata da elementi funk, rumba e gospel. Venti brani in tutto, materiale pubblicato all'epoca su 45 giri dalle tirature molto basse destinati al mercato segregato dei neri. Un suono ballabile ed energico, caratterizzato dai botta e risposta vocali (bella lotta fra le Izintombi Zesi Manje Manje e le più note Mahotella Queens), dai ritmi sincopati e dai fraseggi di chitarra elettrica e fiati. Ma anche dalla serenità e dalla gioia di vivere che comunica, pur arrivando da uno dei periodi più bui della storia dell'umanità. O forse proprio per quello. (Rumore n. 217)
Secondo voume della trilogia Strut dedicata al Sudafrica degli anni '60 e '70, e obiettivo puntato stavolta sull'incontro fra suoni locali e influenze nordamericane: soul, funk, organ grooves e primi vagiti disco. Generi da sempre portatori di messaggio, oltre che di evasione, e per questo poco graditi al regime razzista al potere in quegli anni. Dischi importati dagli Stati Uniti della lotta per i diritti civili, e diffusi in maniera quasi clandestina fra le strette maglie dell'apartheid. L'incontro è fruttuoso come previsto, e i ventidue pezzi di questa caldissima raccolta (recuperati sul campo sotto forma di vecchi 45 giri, compilati e annotati con la consueta cura dall'etichetta inglese) lo dimostrano senza riserve. Un'ora di musica vitale e piena di sorprese originalissime, come gli ipnotici Bazali Bam del brano omonimo, tre minuti e rotti di pazzesca cosmic ante-litteram. (Rumore n. 220)
A pochi giorni dal fischio d'inizio, termina la ricognizione della Strut sul Sudafrica degli anni '60, '70 e (in parte) '80. Per il capitolo finale della trilogia, i compilatori hanno pescato fra i jazzisti, fra quanti nella florida scena locale preferirono continuare l'attività fra le maglie strette del regime razzista, invece di seguire l'esempio di Hugh Masekela e Miriam Makeba e trasferirsi all'estero. Si tratta ancora una volta di brani recuperati da incisioni rarissime, che spaziano dal jazz propriamente detto – Dedication (to Daddy Trane & Brother Shorter) del Mankunku Quartet è più che esplicita – alle contaminazioni con il soul (The Heshoo Beshoo Group, The Drive), il funk (Allen Kwela Octet, Spirits Rejoice) o i ritmi autoctoni (Malombo Jazz Makers). L'aggiunta di foto d'epoca e note dell'autorià Gwen Ansell rende l'uscita indispensabile quanto le altre due, con le quali forma un pacchetto di enorme valore musicale e storico. (Rumore n. 221)
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sudafrica
23/11/10
2. CHARANJIT SINGH. Ten Ragas to a Disco Beat (Bombay Connection).
L'atto di nascita della acid house non è scolpito nel marmo, ma quasi: su Acid Tracks dei Phuture, anno 1987, l'accordo è quasi unanime. Sugli ispiratori il dibattito è invece sempre aperto, e va indietro a Kraftwerk, Moroder, Throbbing Gristle, Robotnick e oltre. Lì verrebbe da sistemare anche Singh, compositore di Bollywood che all'inizio del 1982 pubblica questo album in poche centinaia di copie, ma sbaglieremmo per difetto. Primo, perchè ben difficilmente una di quelle copie è uscita dall'India ed è finita a Chicago. Secondo, perchè Singh usa proprio lo stesso armamentario Roland che anni dopo definirà il genere (batteria TR808, bass sequencer TB303, sintetizzatore Jupiter-8), lo importa in India appena esce sul mercato ed è il primo a basare della musica su quei suoni inconfondibili. Con un'idea in testa: rendere in chiave disco i raga dell'antica tradizione indiana. Ne esce altro, chiaramente. 50 minuti ipnotici e pulsanti di ritmi in 4/4, bassi arpeggiati, svisate acide e melodie vagamente esotiche. Un'esplorazione del futuro con mezzi all'epoca ancora sconosciuti, che in pieno revival cosmico suona paurosamente attuale.
(Rumore n. 220)
22/11/10
3. AAVV. Pomegranates - Persian Pop, Funk, Folk and Psych of the 60s and 70s (Finders Keepers).
Quasi contemporaneamente, una serie di sussulti arriva in forma di ristampa da quella che siamo abituati a considerare la periferia del mondo. Una periferia da sempre ricettiva nei confronti del rock e del pop anglosassone tanto quanto l'Italia, per non andare lontano, che nel corso degli anni ha fornito le proprie versioni del modello base con risultati spesso notevoli. (...) Meno grezza e più pop Pomegranates - Persian Pop, Folk and Psych of the 60s and 70s, una delle migliori raccolte del genere. Sedici canzoni una più bella dell'altra per melodia e arrangiamento, che fra funk micidiali ed enfasi araba dicono di un bollente Iran pre-rivoluzione.
(Rumore n. 219)
Nel ribadire quanto detto, aggiungo che Talagh di Googoosh - diva pop degli anni '60 e '70, di recente tornata sulle scene dopo un lungo silenzio e molte difficoltà incontrate per la sua immagine emancipata, i contenuti dei suoi brani e le sue prese di posizione non gradite all'establishment islamico - si è rivelata un'arma segreta dei miei dj set più globalisti (quelli appunto intitolati Globo; mi cito: "Globo è un progetto di dj set dedicati alla musica proveniente da ogni continente e ogni epoca, musica ibrida e groovy, dal beat tailandese e cambogiano al funk nigeriano, dal rock latino al jazz etiopico, dal soul statunitense al pop persiano, dalla disco europea alla cumbia colombiana. Fino alle ultime frontiere dance di baile funk, kuduro, kwaito e coupé-décalé. Un piccolo contributo verso il superamento del concetto di 'musica etnica' e del termine 'world music', buoni solo a distinguere la musica anglosassone dal resto. Globo vuole essere l’incontro ad armi pari fra la musica anglosassone e questo enorme resto, la maggior parte della musica prodotta e ascoltata nel mondo").
15/11/10
4. MULATU ASTATKE. New York-Addis-London - The Story of Ethio Jazz 1965-1975 (Strut).
Ci vuole una bella faccia a dire di avere inventato un genere senza timore del ridicolo, e ci vuole soprattutto una discografia pronta a dimostrarlo. Mulatu Astatke può: quello che chiamiamo ethio jazz è farina del suo sacco. Forte di una popolarità sempre più vasta dopo la partecipazione alla colonna sonora di Broken Flowers, e dopo la fortunata collaborazione con gli Heliocentrics, il vibrafonista, organista, autore, arrangiatore e bandleader etiope viene oggi celebrato dalla Strut con una sostanziosa retrospettiva, che si candida a riepilogo definitivo della sua discografia. Sono ventuno brani registrati durante gli anni d’oro della musica abissina, in parte in patria e in parte in trasferta a Londra e New York, dove il nostro studia e impara a fondere in maniera personalissima le melodie della sua terra con vari filoni afroamericani. Quindi jazz, certo, ma anche soul, funk acido da blaxploitation, swing da club esotico, l’onnipresente Cuba (vedere il cantato in spagnolo di I faram gami i faram). Con i risultati da sogno che ormai conosciamo.
(Rumore n. 213)
Vedi anche:
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strut
12/11/10
5. PIGBAG. Volume 1: Dr Heckle & Mr Jive / Volume 2: Lend An Ear + Pigbag Live (Fire).
Mancavano quasi solo loro, fra i nomi grossi di epoca post-punk ancora da ristampare in maniera accurata. Nati a Cheltenham nel 1980, decollati con l'ingresso del bassista Simon Underwood dopo lo scioglimento del Pop Group e pubblicati da quella fucina di creatività che fu la Y Records, i Pigbag li si conosce un po' tutti per Papa's Got a Brand New Pigbag. Se il titolo non vi dice niente, lo farà uno dei riff di fiati più famosi di sempre, che piantato lì su ritmo frenetico e bassline pulsante dà la cifra stilistica del gruppo: funk e afrobeat (e in misura minore dub e jazz) suonati da punk neri dentro, con aspirazioni pop e dance che verranno alla luce strada facendo. C'è tutto, rimasterizzato, in questi due doppi cd: sul primo, l'album di debutto Dr Heckle & Mr Jive e i singoli del periodo, con versioni estese e retri. Sul secondo, il seguito Lend an Ear (la novità è la voce femminile) e altri inediti aggiunti, e il successivo live omonimo. Il primo è abbastanza fondamentale, il secondo giusto un po' di meno.
(Rumore n. 224)
10/11/10
Anche io un elenco!
Si è fatto nuovamente tempo di classifiche, quelle che uno dei giornali per i quali scrivo chiede ai suoi collaboratori quando si avvicina la fine dell'anno. Un po' presto, lo so, visto che si tagliano fuori un paio di mesi che poi da bravi pignoli non possiamo fare rientrare dalla finestra fra un anno, ma va così.
I dieci migliori dischi del 2010 e le dieci migliori ristampe, a cominciare da queste ultime. Per le quali si rende necessaria una premessa, visto come spesso e volentieri nelle graduatorie finali sembra contare più il valore del titolo originale che l'operazione in sè.
Per chi scrive, il valore del titolo originale è solo uno dei fattori in gioco, e nemmeno il più importante. Ristampassero persino il primo dei Velvet Underground, ma così come era uscito nel 1967 (anche rimasterizzato: mi piacerebbe affermare con sicurezza che un bel lavoro del genere fa la differenza, ma a meno che non si tratti di roba che suonava davvero di merda e ora suona decentemente, purtroppo non ne sono in grado), per me non è la ristampa dell'anno.
Altri fattori contano di più.
Quanto fosse raro fino a ieri il materiale ristampato, se fosse mai stato ristampato o se fosse mai stato stampato fuori dal suo Paese di provenienza.
Quanto il ripescaggio denoti un'idea creativa e originale da parte di chi lo ha curato.
Quanto il ripescaggio stesso apra nuove strade alla musica prodotta nel presente o si inserisca in tendenze nascenti oggi, in questo caso proponendosi come titolo del tutto nuovo e non vecchio.
Quanto l'edizione sia curata dal punto di vista iconografico, e se includa o meno scritti critici, contestualizzazioni, note biografiche, curiosità.
E quanto la musica valga, naturalmente.
Cinque titoli dunque, cominciando da domani o dopodomani con il quinto e poi a salire.
I dieci migliori dischi del 2010 e le dieci migliori ristampe, a cominciare da queste ultime. Per le quali si rende necessaria una premessa, visto come spesso e volentieri nelle graduatorie finali sembra contare più il valore del titolo originale che l'operazione in sè.
Per chi scrive, il valore del titolo originale è solo uno dei fattori in gioco, e nemmeno il più importante. Ristampassero persino il primo dei Velvet Underground, ma così come era uscito nel 1967 (anche rimasterizzato: mi piacerebbe affermare con sicurezza che un bel lavoro del genere fa la differenza, ma a meno che non si tratti di roba che suonava davvero di merda e ora suona decentemente, purtroppo non ne sono in grado), per me non è la ristampa dell'anno.
Altri fattori contano di più.
Quanto fosse raro fino a ieri il materiale ristampato, se fosse mai stato ristampato o se fosse mai stato stampato fuori dal suo Paese di provenienza.
Quanto il ripescaggio denoti un'idea creativa e originale da parte di chi lo ha curato.
Quanto il ripescaggio stesso apra nuove strade alla musica prodotta nel presente o si inserisca in tendenze nascenti oggi, in questo caso proponendosi come titolo del tutto nuovo e non vecchio.
Quanto l'edizione sia curata dal punto di vista iconografico, e se includa o meno scritti critici, contestualizzazioni, note biografiche, curiosità.
E quanto la musica valga, naturalmente.
Cinque titoli dunque, cominciando da domani o dopodomani con il quinto e poi a salire.
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