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22/11/10

3. AAVV. Pomegranates - Persian Pop, Funk, Folk and Psych of the 60s and 70s (Finders Keepers).


Quasi contemporaneamente, una serie di sussulti arriva in forma di ristampa da quella che siamo abituati a considerare la periferia del mondo. Una periferia da sempre ricettiva nei confronti del rock e del pop anglosassone tanto quanto l'Italia, per non andare lontano, che nel corso degli anni ha fornito le proprie versioni del modello base con risultati spesso notevoli. (...) Meno grezza e più pop Pomegranates - Persian Pop, Folk and Psych of the 60s and 70s, una delle migliori raccolte del genere. Sedici canzoni una più bella dell'altra per melodia e arrangiamento, che fra funk micidiali ed enfasi araba dicono di un bollente Iran pre-rivoluzione.
(Rumore n. 219)

Nel ribadire quanto detto, aggiungo che Talagh di Googoosh - diva pop degli anni '60 e '70, di recente tornata sulle scene dopo un lungo silenzio e molte difficoltà incontrate per la sua immagine emancipata, i contenuti dei suoi brani e le sue prese di posizione non gradite all'establishment islamico - si è rivelata un'arma segreta dei miei dj set più globalisti (quelli appunto intitolati Globo; mi cito: "Globo è un progetto di dj set dedicati alla musica proveniente da ogni continente e ogni epoca, musica ibrida e groovy, dal beat tailandese e cambogiano al funk nigeriano, dal rock latino al jazz etiopico, dal soul statunitense al pop persiano, dalla disco europea alla cumbia colombiana. Fino alle ultime frontiere dance di baile funk, kuduro, kwaito e coupé-décalé. Un piccolo contributo verso il superamento del concetto di 'musica etnica' e del termine 'world music', buoni solo a distinguere la musica anglosassone dal resto. Globo vuole essere l’incontro ad armi pari fra la musica anglosassone e questo enorme resto, la maggior parte della musica prodotta e ascoltata nel mondo").


15/11/10

4. MULATU ASTATKE. New York-Addis-London - The Story of Ethio Jazz 1965-1975 (Strut).


Ci vuole una bella faccia a dire di avere inventato un genere senza timore del ridicolo, e ci vuole soprattutto una discografia pronta a dimostrarlo. Mulatu Astatke può: quello che chiamiamo ethio jazz è farina del suo sacco. Forte di una popolarità sempre più vasta dopo la partecipazione alla colonna sonora di Broken Flowers, e dopo la fortunata collaborazione con gli Heliocentrics, il vibrafonista, organista, autore, arrangiatore e bandleader etiope viene oggi celebrato dalla Strut con una sostanziosa retrospettiva, che si candida a riepilogo definitivo della sua discografia. Sono ventuno brani registrati durante gli anni d’oro della musica abissina, in parte in patria e in parte in trasferta a Londra e New York, dove il nostro studia e impara a fondere in maniera personalissima le melodie della sua terra con vari filoni afroamericani. Quindi jazz, certo, ma anche soul, funk acido da blaxploitation, swing da club esotico, l’onnipresente Cuba (vedere il cantato in spagnolo di I faram gami i faram). Con i risultati da sogno che ormai conosciamo.
(Rumore n. 213)

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