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14/05/12

"Barrio de murga y carnaval"



Dovrei fare altro, molto altro, ma è ormai un po' di giorni che mi ritrovo a guardare e riguardare questo video. E quando non lo posso vedere ci penso. E quando ci penso canto, mentalmente e non, la canzone che cantano loro. Ovvero: quelli de La Gloriosa, la curva del San Lorenzo, il Club Atlético San Lorenzo de Almagro.
Le curve argentine sono tutte abbastanza entusiasmanti - badate a questo, ad esempio: sono praticamente tutti uomini, ma dai canti viene fuori una tonalità alta e chiara, luminosa, gioiosa; il contrasto con il growl da scimmioni delle curve italiane, dove pare ormai interiorizzato da ciascuno il dover cantare in quel modo tragicamente virile, è impietoso - ma quella del club azulgrana mi pare davvero oltre.


"Vengo del barrio de Boedo
Barrio de murga y carnaval
Te juro que en los malos momentos
Siempre te voy a acompañar
Dale dale Matador
Dale dale Matador
Dale dale dale dale Matador!


Impressionante, vero?
Il movimento verticale e orizzontale delle persone, la potenza del coro, la ripetizione che la moltiplica e rende tutto via via sempre più febbrile, potente, contagioso (canta e batte le mani a tempo tutto lo stadio, in realtà, lo si vede), quasi sovrannaturale.
Sette minuti di trance, come quei pezzi degli Animal Collective con le voci a strati che si accumulano in grande euforia (tipo questo, per pura coincidenza intitolato Brother Sport). Come quei pezzi techno che dal loro essere sempre uguali traggono forza sempre maggiore e ti portano da un'altra parte.


Il bello è che c'è dell'altro.
Riguardate il video, pensando che è stato girato alla fine di una partita che il San Lorenzo ha perso, in casa.


Non fatemi dire la solita banalità, tanto l'avete già indovinata: riuscite a immaginare una cosa del genere in Italia, dove manca poco che si fischi pure quando si vince?
E non vale neanche l'assunto tipicamente italiano del "se invece di incazzarsi così tanto allo stadio si incazzassero nelle strade", perché questi non sono affatto incazzati (quando forse ne avrebbero pure il diritto, visto il risultato), ma fanno festa. Hanno perso in casa ma non gliene frega un cazzo, perché riconoscersi tutti insieme come parte di quel tifo, e farlo presente alla squadra, è enormemente più importante. Sono contenti di tifare per la loro squadra e lo cantano forte. Le giurano che la accompagneranno "nei momenti brutti", ed è esattamente quello che stanno facendo.
Alla fine della partita persa in casa, per sette minuti di seguito con lo stesso coro.


"No me importa la cancha ni la categoria", cantano i tifosi del Talleres.
"Y no me importa en que cancha jugues/A donde vayas yo te voy a alentar", canta ancora La Gloriosa.

Con gli ultras in piazza Tahrir, un altro esempio - più piccolo, ma ugualmente significativo - di cosa sono a volte le curve all'estero, e di cosa dubito saranno mai in Italia.




PS - Per un'altra coincidenza, il video di cui sopra è stato girato il giorno del mio quarantesimo compleanno.


PPS - A quanto pare, è un'abitudine.

11/12/11

"Bravi ragazzi siamo, amici miei"



Ancora una volta è una bella gara, ma nell'incredibile (anzi purtroppo credibilissima) vicenda della sedicenne torinese, dello stupro inventato col fratello incolpando "due che sembravano zingari" e della successiva fiaccolata trasformatasi in "fiaccolata" che brucia il campo nomadi della Continassa, e nella testimonianza del segretario cittadino del PD Paola Bragantini, noto alcune cose più pazzesche di altre.

"I pieghevoli nelle buche incitavano alla violenza, al ripuliamo la Continassa. I segnali c'erano tutti".
Come vedremo, segnali colti con tempismo dalle forze dell'ordine, che subito inviavano un contingente massiccio di uomini.

E nel quartiere da tempo c'è chi vorrebbe veder chiuso quel campo abusivo chiuso nelle mura di una vecchia cascina diroccata che si trasformerà nella sede della Juventus.
Ah!

Quanti uomini delle forze dell'ordine c'erano a vigilare sul corteo? "Ho visto due o tre carabinieri, qualche poliziotto".
Un contingente massiccio, si è detto.

Quando ha chiesto rinforzi cosa le hanno risposto? "Che il campo era già stato evacuato da un quarto d'ora".
Geniale: invece di impedire il pogrom, lo prendo come fatto scontato e inevitabile, e casomai aiuto le vittime designate a mettersi in salvo prima del disastro.

Chi c'era in corteo? "Gruppi organizzati da stadio. Non so di quale genere. Si diceva Bravi Ragazzi e Drughi".
Ahhhhhhh!

E le persone rimaste fuori, nessuno ha cercato di fermarli? "No, mentre bruciava tutto intonavano cori da stadio".
Aaaaaaaaaaaaaahhhhhhh!
In Egitto, come ho raccontato qui qualche giorno fa, gli ultras sono parte attiva e responsabile delle manifestazioni di piazza contro Mubarak prima e contro il regime militare poi.
In Italia invece vanno a bruciare i campi nomadi. E tutto ricorda un'altra vicenda in maniera molto sinistra, come se si stesse configurando una sorta di metodo per raggiungere in fretta e senza troppe lungaggini burocratiche i propri obiettivi. La war on terror come coperta da gettare su ogni nefandezza, applicata al locale e non al globale.

E in tutto questo, nell'ansia da condanna e da politicamente corretto, il sindaco Piero Fassino dichiara "inaccettabile che si dia luogo a manifestazioni di linciaggio nei confronti di persone estranee ai fatti con la sola ragione che sono cittadini stranieri". Ignorando o più probabilmente facendo finta di ignorare che i cosiddetti "nomadi" in Piemonte si chiamano Sinti, che nomadi non lo sono quasi più da decenni, e che la maggioranza di loro ha cittadinanza italiana da generazioni. Poi forse quelli scappati dalla Continassa sono effettivamente cittadini stranieri, ma pensate che un Drugo o un Bravo Ragazzo stia a sottilizzare su queste cose?

PS - Letture consigliate:

01/12/11

جميع رجال الشرطة والأوباش



Chi mi conosce un po' sa che non ho mai granchè frequentato, né capito, né quindi amato la cosiddetta "mentalità ultras".
Adoro il calcio, sono andato a vedere più volte la mia squadra in curva, e pure in quei settori dove se non canti rischi le botte, e fra un celerino e un ultras sceglierei naturalmente un ultras. Ma insomma, ci siamo intesi. Si tratta di "un mondo che non mi appartiene", come direbbe uno dei protagonisti del mio libro.
Confesserò anzi che uno dei più grossi ostacoli alla mia comprensione di quel mondo è sempre stata l'obiezione più banale che da sempre si sente nei suoi riguardi: "ma tutta quella rabbia, perchè non la usano alle manifestazioni invece che contro i tifosi dell'altra squadra?". Roba da padre di famiglia, lo so.

Oggi però succede una cosa nuova, che trapela fra le maglie di un'informazione che dopo anni di messaggio univoco "ultras:male=polizia:bene" non può tollerarla (un interessantissimo saggio sui media italiani e sul loro procedere per categorie contrapposte invece di informare è Il paese dei buoni e dei cattivi di Federica Sgaggio, che sto leggendo e che consiglio vivamente anche a chi è meno pignolo del sottoscritto).
Cosa?
Che gli ultras non solo prendono parte alle più importanti manifestazioni dei nostri tempi, ma agiscono da "servizio d'ordine" di queste manifestazioni, difendendo dagli attacchi di esercito, polizia e scagnozzi vari la grande maggioranza dei manifestanti, meno o per nulla esperta di scontri di piazza. Succede anche che gli altri manifestanti, che i media piazzano dalla parte dei buoni, non solo non condannino l'operato degli ultras e dei cattivi in genere, ma anzi ne riconoscano l'importanza.

Illuminanti, in tal senso, questo reportage di Al Jazeera English, questo di Bleacher Report e questo del blog Invisible Arabs, incentrati sulla presenza non organizzata ma del tutto attiva in piazza Tahrir, sia a gennaio sia negli scorsi giorni, di ultras (normalmente acerrimi rivali) di Zamalek e Al Ahly, le due squadre più popolari dell'area del Cairo e dell'Egitto intero, e fra le più titolate d'Africa.

Cito dal primo pezzo (neretti miei):
"The Ultras are here. I know that because they’re the only ones facing the CSF with force while singing their hymns," protester Mosa'ab Elshamy wrote on Twitter on the first day of clashes.
Elshamy, a photographer and activist, was in Tahrir when he noticed the arrival of the football fanatics. They had come to confront a police force armed with rubber bullets and tear gas.
"They stayed there in the square almost through 100 hours of fighting," Elshamy said. "It’s easy to notice them because of their use of Molotov cocktails, their extreme courage and recklessness, their chants. They became a common sight."


E ancora:
Elshamy attributed the Egyptian Ultras' willingness to confront security forces with their "long history with police".
That history, said Rabab El-Mahdi, an assistant professor of political science at the American University in Cairo, is due in part to what she called "clear class confrontations".
"Since the Ultras were created, they were always targeted by state security. They are seen as a mob or as hooligans," El-Mahdi said.
"So they developed skills that none of the middle class was forced to develop. Plus they come from backgrounds where such skills are needed on daily basis just as survival mechanisms."
She added that as long as Egypt's security apparatus remained intact, violent confrontations would continue.
"The skills they developed in dealing with police came in very handy and it comes in handy every time there is a direct confrontation," El-Mahdi said.


E ancora, nelle parole di uno degli ultras stessi:
Ultras member Ahmed is also careful to explain that he and his "brothers in blood" do not attack first.
"An Ultra doesn't attack anyone," Ahmed said. "We’re a watchdog for the truth. Any unfairness that we spot, within the state or anywhere, we have to stand up for what is right."
Still, he was steadfast that the Ultras are far from a political group.
"We don't have any political direction. Whenever we go to a strike or a demonstration, we do it on an individual basis. We don't announce it. We are just here as humans. As Egyptians," Ahmed said.
"On Saturday, initially we came individually. But then we found because we have similar beliefs we went straight to the front line and there were our brothers to the left and right. The personality of an Ultra places you at the front line because you are defending a cause."


Non ricorda un po' anche le manifestazioni della nostra Val Susa? Quel video - che purtroppo non trovo - in cui si vede la folla dei manifestanti "pacifici" esultare alla riconquista del cantiere da parte dei cosiddetti "black bloc"? O quell'intervista a una signora anziana che definiva senza mezzi termini quei ragazzi degli "angeli" (e sulla retorica nell'uso del vocabolo da parte dei nostri media ci sarebbe da aprire una parentesi enorme...), perchè sapendo cosa fare in mezzo ai lacrimogeni hanno salvato la vita a decine di persone che li respiravano per la prima volta?

Come la mettiamo, dunque?

17/10/10

Striscia la notizia


"I souvenir lasciati dai serbi", intitola una delle sue gallerie un sito di Repubblica sempre più livellato verso il basso, nella ormai mitica colonnina alla destra dello schermo.
Nessuno però ha dato un'occhiata alle foto stesse, si direbbe, perchè quella che è messa lì come una sfilata di immagini di colore, fra teschi e scritte in cirillico, contiene anche e soprattutto una notizia.
Piccola ma significativa, viste tutte le analisi politiche e storiche ascoltate negli ultimi giorni: a Marassi insieme ai serbi c'erano anche dei montenegrini (vedi foto 9, 12 e 15).
Per accorgersene basta sapere che il Montenegro, stato praticamente confinante con l'Italia, è indipendente dal 2006, e che Podgorica è la sua capitale.
Per tutto il resto - il bianco e il blu sono i colori del Fudbalski Klub Budućnost Podgorica, i cui ultras si chiamano Varvari (o barbarians, o barbari) - c'è Wikipedia.

07/12/08

E chi non canta resta a casa / 3

Arrivano le prime segnalazioni in tema di calcio e pop.
L'amico e collega Maurizio Blatto scrive:

"Cerchiamo quella della curva del Taranto, su note di Balla di Umberto Balsamo: 'Gira e rigira la canna/Tutta la curva si sballa/Un solo grido si alza/Taranto'. Magari c'è".

Purtroppo non c'è, a quanto pare.
C'è Umberto Balsamo, lui sì:

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