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12/07/12

Mala luna se levanta

Forse ascoltare troppa musica fa male.
Come cazzo ho fatto a non accorgermene?
Che razza di boost avrebbe dato al mio post per quei dieci minuti in cui è stato agli onori delle cronache? Altri cinque minuti almeno, sicuro.

Solo grazie a un provvidenziale commento al video su YouTube, mi accorgo che questo canto della curva del San Lorenzo de Almagro - da me celebrato senza lesinare retorica in un post di qualche tempo fa - è modellato esattamente sulla melodia di uno dei pezzi più celebri di uno dei miei gruppi preferiti.

Una buona scusa per rivedere e risentire
 entrambi, e per rileggere una recensione che nel 2008 scrissi in occasione della ristampata totale globale dell'opera omnia del gruppo.







San Francisco, fine anni ’60. In piena ubriacatura hippie, quattro ragazzi del sobborgo di El Cerrito si vestono da bovari, sognano il Mississippi e il Tennessee invece dell’India, e mescolano in maniera ispiratissima e pop tutto quanto rende grande la tradizione musicale nordamericana, bianca e nera: country, blues, rock’n’roll, soul. Il batterista Doug Clifford, il bassista Stu Cook e il chitarrista ritmico Tom Fogerty sono il metronomo, la sostanza di un suono essenziale, caldo, moderno. Il cantante, chitarrista solista e autore John Fogerty, fratello di Tom, è talento puro e voce straordinaria. I quattro arrivano dal garage, si chiamavano Golliwogs. Ora si chiamano Creedence Clearwater Revival, e quello che faranno di lì a poco li renderà la più grande rock band americana di quello scorcio di decennio, e una delle più amate di tutti i tempi.
Succede tutto nel giro di tre anni o forse meno. Nel 1968 un album di debutto omonimo acerbo ma convincente, che sottopone al trattamento della casa classici come Suzie Q (Dale Hawkins) e I Put a Spell on You (Screaming Jay Hawkins). Nell’anno di grazia 1969 l’esplosione: a gennaio Bayou Country, con le scure Born on the Bayou e Graveyard Train, e l’eterna Proud Mary; ad agosto Green River, fangosa elettricità e Bad Moon Rising, incubo amaro travestito da canzoncina; a novembre Willy and the Poor Boys, con l’immensa Fortunate Son e una più marcata impronta tradizionale. Una tripletta micidiale, che introduce il capolavoro Cosmo’s Factory, del 1970. Copertina orrenda, disco sublime: Run Through the Jungle è il buio, Who’ll Stop the Rain? la luce, gli undici minuti di I Heard Through the Grapevine di Marvin Gaye una delle cover più riuscite di sempre, di quelle che superano l’originale. Pendulum, stesso anno, non può essere all’altezza, ma almeno Have You Ever Seen the Rain?, Hey Tonight e la potente Pagan Baby meritano la menzione.
E bovari non sono, con tutto il rispetto per i bovari. Sotto la crosta di jeans e flanella agiscono un cuore e un cervello in piena sintonia con i tempi, capaci di picchiare duro o girare intorno al bersaglio, per i quali il guardare indietro è metafora più che nostalgia, e l’America è amata profondamente più che sbandierata. Difficile riconoscere la Terra delle Opportunità sotto il cielo color piombo di Bad Moon Rising, non a caso adottata come titolo e umore dai Sonic Youth più cattivi. Difficile fraintendere Fortunate Son, l’esempio più lampante, come in seguito verrà fatto con il povero Springsteen: la rabbia proletaria di Fogerty esce letteralmente dai solchi e riempie l’aria, e in 2’19” smaschera ipocrisie a stelle e strisce passate, presenti e future. Facilissimo innamorarsene.

*****

È una la principale fonte di tracce inedite sparse fra le sei ristampe (tutte rimasterizzate ed accompagnate dalle note di decani del giornalismo musicale americano): i concerti del tour europeo del 1971, ultime apparizioni dal vivo della band, già in formazione a tre per l’abbandono di Tom Fogerty. Il solo John regge ovviamente bene le maggiori responsabilita, e il suono è quello immediato e potente di sempre. Sfilano quasi solo classici: a Bayou Country toccano Born on the Bayou e Proud Mary; a Green River una spiritata title-track che sfocia in Suzie Q, oltre a Bad Moon Rising e Lodi; a Willy and the Poor Boys l’accelerata Fortunate Son e It Came out of the Sky; a Cosmo's Factory la sola Up Around the Bend; a Pendulum, ovviamente, Hey Tonight. La curiosità più grande, però, è una session televisiva con Booker T. and the MGs, spina dorsale del suono Stax, registrata nella sala prove dei Creedence a Berkeley: sentire le sei corde di Steve Cropper e quelle di John Fogerty insieme, con quell’Hammond sotto, in Down on the Corner (su Willy and the Poor Boys) ma soprattutto in Born on the Bayou (su Cosmo's Factory) è un vero piacere. Altro da segnalare? Su Pendulum, le due parti di 45 Revolutions Per Minute, bizzarro montaggio di musica e finte trasmissioni radio, singolo promozionale ispirato dai Beatles dell’album bianco. Su Green River, due brani mai finiti dei quali resta solo la base strumentale (bella soprattutto Glory Be). Su Bayou Country una bella versione alternativa lunga il doppio di Bootleg, e una jam blues chilometrica registrata al Fillmore di San Francisco nel 1969. Sul debutto, infine, il retro del primo singolo dei Golliwogs (perchè non anche il davanti?) e dodici roventi minuti di Suzie Q dallo stesso concerto al Fillmore.

14/05/12

"Barrio de murga y carnaval"



Dovrei fare altro, molto altro, ma è ormai un po' di giorni che mi ritrovo a guardare e riguardare questo video. E quando non lo posso vedere ci penso. E quando ci penso canto, mentalmente e non, la canzone che cantano loro. Ovvero: quelli de La Gloriosa, la curva del San Lorenzo, il Club Atlético San Lorenzo de Almagro.
Le curve argentine sono tutte abbastanza entusiasmanti - badate a questo, ad esempio: sono praticamente tutti uomini, ma dai canti viene fuori una tonalità alta e chiara, luminosa, gioiosa; il contrasto con il growl da scimmioni delle curve italiane, dove pare ormai interiorizzato da ciascuno il dover cantare in quel modo tragicamente virile, è impietoso - ma quella del club azulgrana mi pare davvero oltre.


"Vengo del barrio de Boedo
Barrio de murga y carnaval
Te juro que en los malos momentos
Siempre te voy a acompañar
Dale dale Matador
Dale dale Matador
Dale dale dale dale Matador!


Impressionante, vero?
Il movimento verticale e orizzontale delle persone, la potenza del coro, la ripetizione che la moltiplica e rende tutto via via sempre più febbrile, potente, contagioso (canta e batte le mani a tempo tutto lo stadio, in realtà, lo si vede), quasi sovrannaturale.
Sette minuti di trance, come quei pezzi degli Animal Collective con le voci a strati che si accumulano in grande euforia (tipo questo, per pura coincidenza intitolato Brother Sport). Come quei pezzi techno che dal loro essere sempre uguali traggono forza sempre maggiore e ti portano da un'altra parte.


Il bello è che c'è dell'altro.
Riguardate il video, pensando che è stato girato alla fine di una partita che il San Lorenzo ha perso, in casa.


Non fatemi dire la solita banalità, tanto l'avete già indovinata: riuscite a immaginare una cosa del genere in Italia, dove manca poco che si fischi pure quando si vince?
E non vale neanche l'assunto tipicamente italiano del "se invece di incazzarsi così tanto allo stadio si incazzassero nelle strade", perché questi non sono affatto incazzati (quando forse ne avrebbero pure il diritto, visto il risultato), ma fanno festa. Hanno perso in casa ma non gliene frega un cazzo, perché riconoscersi tutti insieme come parte di quel tifo, e farlo presente alla squadra, è enormemente più importante. Sono contenti di tifare per la loro squadra e lo cantano forte. Le giurano che la accompagneranno "nei momenti brutti", ed è esattamente quello che stanno facendo.
Alla fine della partita persa in casa, per sette minuti di seguito con lo stesso coro.


"No me importa la cancha ni la categoria", cantano i tifosi del Talleres.
"Y no me importa en que cancha jugues/A donde vayas yo te voy a alentar", canta ancora La Gloriosa.

Con gli ultras in piazza Tahrir, un altro esempio - più piccolo, ma ugualmente significativo - di cosa sono a volte le curve all'estero, e di cosa dubito saranno mai in Italia.




PS - Per un'altra coincidenza, il video di cui sopra è stato girato il giorno del mio quarantesimo compleanno.


PPS - A quanto pare, è un'abitudine.

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