22/11/08



18. Bonnie “Prince” Billy Lie Down in the Light (Domino).
Un altro disco di Will Oldham, uscito all’improvviso. Lo ascolti tre volte, non colpisce particolarmente. Poi ti trovi in un negozio di dischi qualche giorno dopo. Sta suonando, e ne canti tutte le canzoni chiedendoti cosa diavolo sia. E lì cogli la grandezza del barbuto. La conoscevi già, ma mai si era manifestata in modo così semplice e profondo: le stesse qualità che rendono Lie Down In The Light un dei suoi dischi più belli di sempre. Violino, pedal steel, banjo, trombone e clarinetto (che entrata in For Every Field There’s a Mole!) spuntano sempre al momento giusto, così come la bella voce campagnola di Ashley Webber, o il brevissimo coro che chiude in gloria I’ll Be Glad, e il disco. Un album americano tradizionale, ma illuminato da uno stato di grazia lampante. Sereno e placido nella sua decisa impronta fra country e West Coast, anche quando le atmosfere si fanno più meditative e scure. Maestoso nell’avere bisogno di poco (ma in realtà è tantissimo) per incantare. (da Rumore #198/199)

21/11/08



19. Dead Meadow Old Growth (Matador).
Che bellezza. Li si aspettava da tempo i Dead Meadow, le orecchie e i cuori ancora storditi dallo splendido Feathers (2005), e come previsto non tradiscono. Si sono trasferiti da Washington a Los Angeles nel frattempo, e la mossa non può non aver avuto effetto sul suono del gruppo. Old Growth evoca infatti sia i boschi della copertina, come sempre, sia immagini assolate e pomeridiane che sono pura Citta degli Angeli. Sentite la meravigliosa What Needs Must Be, per esempio: Crosby, Stills, Nash e soprattutto Young in jam con i Black Sabbath più pacati. O la coda molto Riders on the Storm di The Queen of All Returns. Ma è tutto un procedere gentile e cantilenante, fatto di riff al rallentatore e poesia, lungo il quale si incontrano altre bellezze come ‘Till Kingdom Come, galoppante e luminosa, con wah wah e fuzz che si abbracciano e finale d’archi. O l’acustica Down Here, che pare un pezzo mai ritrovato di Elliott Smith. O i 13th Floor Elevators che incontrano i Creedence in I’m Gone, con Dream Syndicate e Green On Red ad osservare. Forse saranno stati superati a sinistra, in campo rock psichedelico, dalle evoluzioni dei Black Mountain. Ma i Dead Meadow compensano con scrittura e tocco rarissimi, e il dono del saper commuovere in un’istante. (da Rumore #193)

20/11/08

I miei dischi dell'anno

Come ormai abitudine - il secondo anno consecutivo fa già abitudine? - di questo blog che non legge nessuno, siamo alle classifiche di fine anno. I giornali per cui scrivo le vogliono molto presto.
Come sempre, ci saranno dischi dimenticati, dischi che ascolterò dopo e dischi che ascolterò meglio, ma così ci tocca fare.
Come sempre, dei dischi che durante l'anno ho avuto modo di recensire io stesso pubblicherò innanzitutto la recensione stessa, ed eventualmente qualche aggiornamento o rettifica o mea culpa.
Si dia quindi il via all'avvincente countdown, non sto nella pelle nemmeno io.



20. Bugo Contatti (Universal).

Buone notizie da Bugo: dopo un’irruzione da apripista underground nel mondo stantio della grande discografia nostrana di inizio decade, il menestrello di origine novarese – un Celentano post-punk, per semplificare e scansare l’abusata definizione di “Beck delle risaie” – pareva destinato ad una aurea mediocritas senza troppi alti o bassi. E invece, Contatti lo rilancia in grande stile. Grosso merito, va detto, è da ascrivere al produttore Stefano Fontana, che dà al disco i tratti elettronici, la misura e il gusto delle sue uscite a nome Stylophonic. E forse anche per questo Bugo suona ispirato e quasi nuovo, pur essendo in sostanza il Bugo di sempre: spesso geniale e bruciante, talvolta troppo fisso nella ricerca della rima a prescindere, con il senso che non sempre arriva, o se arriva non pare così cruciale. Ma sono dettagli, di fronte al groove rilassato di piano elettrico del singolo C’è crisi, al Battisti mezzo Mogol e mezzo Panella di Love Boat, al vecchio amore Beck spedito a 140 bpm di Nel giro giusto, a una bomba funk-house come La mano mia. Sodalizio fortunato insomma, che fossimo in Cristian Bugatti faremmo di tutto per rendere permanente. (da Il Giornale Della Musica #248)

10/11/08

"No, meglio fermarsi qua"

Un Emilio Fede guardonissimo e perversamente crooner, e una lezione magistrale di Tecniche di Costruzione della Paura dal Nulla.

07/11/08

"Totally freaking out, headbanging like every tune he is playing is written by himself"

E ora, qualcosa di completamente diverso.
Cinque alto per BRRRLN, che oltre a postare spesso ottime tracce non ha paura di andare controcorrente e spiegare come mai, secondo lui, il re è nudo. Steve Aoki, che avevate capito?

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