1. Sufjan Stevens Carrie & Lowell (Asthmatic Kitty) Uno
che, badasse al portafoglio e all'ego, avrebbe capitalizzato da tempo
su un talento enorme. E invece dal 2000 ha vagato fra progetti tanto
affascinanti quanto improbabili (un album per ogni stato degli Usa:
finora ne sono usciti due), divagazioni fra elettronica, classica e
sperimentazione, messe a fuoco ripetute di uno stile già nitido da
tempo. Quello che brilla in Carrie & Lowell,
ridotto ai minimi termini di una voce, una chitarra acustica e poco
altro. In undici canzoni intime e personali che ascoltate una volta
non vi lasceranno più, nate da un'esigenza privata d'amore - Carrie
è la madre, Lowell il suo compagno - e fattesi amore universale come
capita solo con i fuoriclasse. (da Soundwall)
2. Mbongwana Star From Kinshasa (World Circuit) From
Kinshasa to the Moon,
in realtà. Come il brano che apre, e come la sensazione che subito
vince. Un viaggio verso l'ignoto che spaventa ed elettrizza, unico
riferimento in cielo la stella
del cambiamento,
mbongwana in Lingala. Cambiamento in opera nei presupposti e nei
fatti. Dopo lo scioglimento degli Staff Benda Bilili, senzatetto
paraplegici diventati fenomeno pop globale, i cinquantenni Coco
Ngambali e Theo Nzonza ricominciano con tre di cui potrebbero essere
padri, e col parigino Liam Farrell. Scordare il passato: l'incontro
fra generazioni e culture è dirompente, i confini si fanno sfocati.
Farrell non solo produce senza il rispetto
verista che di solito muove i suoi omologhi, ma entra nel gruppo a
tutti gli effetti, suona, campiona, distorce, dà e riceve in un
rapporto alla pari senza limiti. I congolesi portano materiale
straordinario, energia umana e minacciosa in parti uguali: tradizione
in odore di rumba e spinta in avanti che ingloba bassi post-punk,
chitarre rumorose, intrecci vocali imprendibili, echi, ritmi
elettronici pulsanti (fino all'assalto di Suzanna,
mostruosa techno berlinese con dolce cantato gospel), gli immancabili
likembe elettrificati (a cura dei Konono N°1 in Malukayi).
Tutto insieme è qualcosa che non si era ancora sentito, ed è
fantastico. Un disco che alza il livello Congotronics
di tre tacche, il migliore uscito fin qui dalla Kinshasa odierna.
Afrofuturismo,
per usare un termine in voga. Ma sul serio. (da Rumore n. 282/283)
3. Sleater-Kinney No Cities To Love (Sub Pop)
Otto anni dopo, annunciate da un misterioso 7" inserito senza
preavviso nel box antologico Start Together,
le stesse Sleater-Kinney di sempre. Non suoni come una bocciatura,
anzi. Come un'affermazione di identità
e sicurezza dei propri mezzi, piuttosto. Come conferma di una cosa
che è stata ben chiara fin da subito: il gruppo appartiene alla
ristretta cerchia di chi fa musica perché deve,
senza ragionare a tavolino su come questa musica debba suonare,
lasciando che venga fuori e basta, e lì cominciando a lavorare per
darle la miglior forma possibile. Nessuno ha nemmeno provato ad
imitarle, in questi anni di pausa. Come se fossero qualcosa di
intoccabile, una sfida persa in partenza. Come i Fugazi, altro gruppo
della cerchia, altro gruppo ufficialmente in pausa.
Poi
certo, ci sono le sfumature. Rispetto alle bordate distorte di The
Woods,
questo No
Cities to Love
suona piuttosto come un ritorno al clima fresco e immediato degli
album precedenti,
ma con la potenza accumulata strada facendo come bonus. Brucia di
un'urgenza che ci piacerebbe trovare in ogni lavoro di un gruppo
riunito dopo tanto tempo, ed entra subito in testa. C'è
anche una netta intenzione funk, nella declinazione bianca
e tagliente nata con il post-punk, che emerge in modo più o meno
esplicito. Come se le tre avessero scoperto adesso, naturalmente a
modo loro, i Franz Ferdinand del primo album, che per quanto démodé
possa apparire la citazione restano una delle migliori ipotesi di
lavoro pop su quel suono. Ci sono anche quattro o cinque delle
migliori canzoni mai firmate dal trio, e una carica in fondo
prevedibile, ma non fino a questo punto. Di meglio non si poteva
sperare.
4. Insanlar/Ricardo Villalobos Kime Ne (Honest Jon's)
“Il
ritmo è un linguaggio universale, mentre le melodie appartengono a
culture specifiche”, diceva Ricardo
Villalobos
nel 2008, quando Rumore andò a Berlino a intervistarlo e la sua
faccia finì sulla copertina del numero 197, una delle più eretiche
della storia di questo giornale. Erano i giorni di tracce come
Enfants
o Primer
Encuentro Latino-Americano,
e di
album come Sei
Es Drum:
fenomenali. In
molti cominciavano a unire ritmiche house minimali e fonti
strumentali o vocali periferiche,
in pochi (vengono in mente i romeni Petre Inspirescu e Rhadoo, e il
turco Onur Özer) riuscivano ad andare oltre la semplice
giustapposizione e la ricerca dell'effetto esotico, forse lui solo
riusciva a trasformare il tutto in un discorso davvero organico e
coerente, evolvendosi senza limiti apparenti. Ricardo firmava tracce
sempre più lunghe, ipnotiche, slegate da qualunque dinamica dance
convenzionale, perfezionando anche dal punto di vista tecnico e
sonoro uno stile sempre più unico. Ecco, a quei giorni siamo tornati
improvvisamente ascoltando Kime
Ne,
doppio 12" (inciso su tre lati, sul quarto c'è un lavoro
dell'artista Katharina Immekus) pubblicato da Honest Jon's e
intestato al maestro cileno/berlinese e alla band turca Insanlar.
Trattasi
di un collettivo acustico/elettronico di Istanbul, radunato intorno
al DJ e produttore disco/psichedelico Barış K, al
polistrumentista e cantante Cem
Yıldız e
al percussionista Hogır.Kime
Ne -
registrata dal vivo nel
2010 - esce
per la prima volta il 27 dicembre 2013, divisa sui due lati di un 12"
pubblicato dalla concittadina Aboov Plak. Il
testo
è un adattamento dei versi di due poeti e mistici ottomani del
sedicesimo e diciassettesimo secolo rispettivamente, Kul Nesîmî e
Pir Sultan Abdal, e la musica... beh, la musica è qualcosa di
sublime. Qualcosa di molto vicino al sogno bagnato del lettore-tipo
di questa umile pagina. Ventiquattro
minuti di Bosforo,
Baleari e Berlino in combinazione, una sinuosa pulsazione dubby a 100
bpm su cui volteggiano corde di chitarra acustica e di acidissima
bağlama,
cori epici e specie di scat
vocali velocissimi. Sullo sfondo, mentre il sole sorge o tramonta, i
minareti della Moschea Blu o la torre di Alexanderplatz, chi li
distingue più. Già introvabile l'originale, Honest Jon's ripara
ristampando e convocando appunto Villalobos, per due remix che al
confronto paiono quasi normali.
Velocità aumentata a 120, groove minimalista solido e multiforme,
dettagli che si rincorrono, vena più solare nel primo e più scura e
tesa nel secondo. Un'ora di musica in tutto, meravigliosa. (da Rumore n. 278)
5. Downtown Boys Full Communism (Don Giovanni) In
breve, quello che un gruppo punk deve essere. Dentro i propri tempi e
i loro movimenti (vedi video di Wave
of History).
Senza paura di esporsi contro razzismo, sessismo, capitalismo e -ismi
vari che per troppo tempo è stato figo tralasciare. Bruciante e
spontaneo, come la California al passaggio fra punk e hardcore, o
certa no wave. Creativo, perché con gli strumenti soliti pompano
anche due sax. In più, ed è un punto di forza dei sei di
Providence: fatto di sessi e culture diverse, e capace di fare della
diversità un messaggio in forma (testi in spagnolo e inglese) e
sostanza. Aggiungere una citazione di Yasiin Bey/Mos Def come
manifesto, e una di quelle cover inattese che dopo un solo ascolto
cambiano proprietà, Dancing
in the Dark
di Springsteen. Non
puoi accendere un fuoco senza una scintilla, claro. (da Rumore n. 281)