Sempre più sommersi di musica, capita di perdersi cose di valore. Come questo cantante e chitarrista di Bahia, che scopriamo essere giunto con Sem Nostalgia al quarto album, uscito lo scorso anno e pubblicato oggi in Europa dalla londinese Mais Um Discos (marchio che sceglie "artisti brasiliani che fondono stili, ignorano i generi e irritano i puristi"). Confessiamo l'ignoranza, godendoci la bellissima sorpresa. Un Tom Zé del ventunesimo secolo, che nel titolo dichiara massima lontananza dalle tradizioni, ma che invece le reinventa in modo fresco e avventuroso, dissonante e accattivante insieme. Con solo voce, chitarre e suoni d'ambiente rimodellati per via elettronica, alternando portoghese e inglese, toccando cantautorato folk anglosassone e dub, esperimenti strumentali avant e pop futurista. Dodici brani, di cui tre scritti con Arto Lindsay, uno più bello e imprevedibile dell'altro. (Rumore n. 238)
Fredo Viola, avete presente? Probabilmente no, e lasciatemi dire che il fatto è uno dei più grandi misteri della musica pop di questo nuovo millennio. Oppure, una spiegazione perfetta del potere sempre maggiore che - anche in tempi di recessione, dismissioni, acquisizioni - hanno uffici marketing e uffici stampa nella direzione dei media e nella formazione del gusto. Lo ho già detto in passato e lo ripeto: in termini puramente oggettivi, per bravura e originalità, e per capacità di coinvolgere chi ascolta (e guarda!), è impossibile che Fredo Viola non sia una stella di prima grandezza del panorama internazionale. Uno invitato dappertutto, uno che fa l'ospite nei dischi di Björk e nei concerti di David Byrne, uno al quale i settimanali dei quotidiani dedicano dalle due alle quattro pagine.
Quando in televisione ho visto questa, ho pensato che forse era la volta buona, finalmente.
E invece no, a quanto pare. In ogni caso, The Turn è il suo primo e unico album. A mio parere, è uno dei migliori album del millennio sino a qui. Cercatelo, e cercate anche su YouTube o Vimeo i suoi "cluster video".
La bella notizia è che Fredo è tornato, con due canzoni nuove nuove pubblicate su Bandcamp. Eccole qua, senza ulteriori commenti.
PS - Questo è quello che scrissi nel 2009 per il catalogo del festival di cortometraggi Corto In Bra, quando Fredo fu protagonista di una memorabile esibizione dal vivo, e trovò anche il tempo di girare, montare e proiettare in due giorni una versione speciale della sua The Sad Song. Il giorno dopo la gente lo fermava per strada, commossa.
FREDO VIOLA, L’ALIENO DI FAMIGLIA Statunitense di origine italiana, soprano professionista da adolescente e quindi regista laureatosi alla prestigiosa Tisch School dell’Università di New York, Fredo Viola è senza dubbio l’ospite più insolito di questa edizione del festival. Quello più di confine rispetto ai parametri cinematografici riconosciuti. Ma sono confini e parametri labili, messi in discussione ogni giorno dalla creatività umana, ridefiniti costantemente dalle conquiste tecniche e dalle forme del loro utilizzo. Fredo Viola riassume in sé questa confusione, e le possibilità che ne conseguono. La sua espressione è un insieme difficilmente scindibile di musica, arti visive, cinema e performance. Una sintesi trovata confrontandosi con necessità e limiti, come spesso succede per le idee migliori. Dopo aver lavorato come montatore e designer di animazione Fredo decide di dedicarsi soprattutto alla musica, e da solo realizza canzoni fatte soprattutto di numerose parti vocali sovrapposte. “Man mano che le composizioni diventavano più complesse, ho cominciato a applicarvi alcune mie idee filmiche. Mentre pensavo a come strutturare i pezzi più intricati, visualizzavo la loro struttura come un viaggio cinematografico, o un sogno”. Come proporle dal vivo? Via video, creando un ensemble di tanti Fredo Viola sincronizzati, ripresi in parti diverse della stessa stanza e montati ognuno nel suo pezzo di schermo, ognuno impegnato a cantare la sua parte. Semplice, in fondo, ma ci aveva pensato qualcuno prima? “È il tipo più puro possibile di performance dal vivo, perché anche se non si sta realmente assistendo è senza correzioni, non adulterata. Ed è il massimo che possa fare senza far cantare una famiglia di miei cloni.” Ma i diversi piani espressivi sono intrecciati a valle, oltre che a monte. Deliziosi acquerelli fra pop e folk, inni religiosi e canzone d’avanguardia, le sue melodie diventano addirittura straordinarie se viste. E vederle diventa il modo privilegiato di fruirne (non a caso, il suo album d’esordio The Turn esce con dvd allegato). A loro volta, i suoi cortometraggi sono molto di più che semplici videoclip delle canzoni. Come la sua musica, uniscono magia antica e soluzioni moderne, tensione romantica e pace, quotidiano e spirituale, con tecnica e gusto superiori. Parlando anche di cinema, tra le righe. Dichiarando la finzione in modo esplicito, come detto, o con piccoli dettagli - un microfono che entra in campo e viene spostato, la chiamata del ciak non tagliata - senza che ciò influisca sulla naturalezza del tutto, anzi esaltandola. E allora cinema può anche essere un video fatto di frammenti da 15 secondi catturati con una piccola macchina fotografica digitale, che su YouTube raccoglie ben 175.000 click in un singolo giorno. Cinema possono essere video realizzati in casa o per la strada, con mezzi semplici e idee chiare, e accessibili al di fuori dei canali tradizionali. Per questo – ed è prerogativa dei Grandi – Fredo Viola è insieme un alieno piombato in mezzo a noi da chissà dove, e uno di famiglia che conosciamo da sempre. Per questo Fredo Viola ha senso, eccome, nel programma di un festival di cinema vivo e curioso come Corto in Bra.
Gioca a tuttocampo, La Tempesta, e mette il suo marchio anche sul segreto meglio custodito del punk italiano contemporaneo. Un'accolita di ceffi già noti alle questure (With Love, La Piovra, Ban This e Hell, Yes! Records sono alcune delle attività passate o parallele dei quattro) che si fanno chiamare Sbirri Intelligenti, si presentano sul palco in divisa nera - basco, chiodo, pantaloni aderenti con striscia rossa e t-shirt con S e C giganti - e scrivono canzoni tutte a tema come Il cattivo tenente (“La morte non è un limite/Le droghe non sono ostacoli/La merda non la cancellerai mai/Non la cancellerai mai”), La legge del più debole, La soffiata, Meglio insabbiare e Facile bersaglio. La musica? Una miscela incandescente di punk newyorkese (Dead Boys) e californiano (Crime, va da sé, ma anche Weirdos e cose Dangerhouse) misto garage-beat italiano del più selvaggio. Un concept devastante, nei presupposti e nello svolgimento. In meno di venticinque minuti è tutto finito, ma lascia il segno. Come una perquisa ben fatta. (Rumore n. 229)
Un modo solo per tradurre “smart” non c'è. Il dizionario dice “intelligenti”, “brillanti”, “svegli” e pure “eleganti”. Fate la media, aggiungete “sbirri” davanti e avrete, oltre ad anni di barzellette sui carabinieri riassunte con mirabile sintesi, gli Smart Cops. Quattro gaglioffi con radici nella scena punk italiana dell'ultimo quindicennio (With Love, Ohuzaru, La Piovra, Ban This!, Klasse Kriminale), passati per la classica trafila dei 7” in vinile e dei tour autogestiti in giro per il mondo, prima di debuttare su album con Per proteggere e servire. Niente di così nuovo, non fosse che in ballo c'è un pacchetto completo, una mission che moltiplica il loro suono grezzo e sparato - punk classico da CBGB's tipo Ramones o Dead Boys, roba californiana coeva tipo Crime o Weirdos, la violenza del beat anni '60 più marginale - fino a renderlo il terremoto che è. Immagine coordinata, la chiamano. Le parole per cominciare, in italiano e in tema: titoli come Il cattivo tenente, La soffiata, Meglio insabbiare, Facile bersaglio, La legge del più debole, Quel dubbioso manganello rosa, Tra le reclute un pessimo soggetto; testi che parlano di infiltrati, auto blu, retate, “muscoli, ferro e minchia”. E le divise: nere dal basco alle scarpe, passando per chiodo, maglietta con logo rosso e braghe aderenti con banda verticale rossa; fra Pantere Nere e banda di motociclisti gay, fra (International) Noise Conspiracy e Mario Placanica. Look che risalta particolarmente, se sei a Gerusalemme e ti fai fotografare davanti a una caserma della polizia israeliana, con la faccia da duro e un bel fez in testa... “Avevamo un concerto a pochi passi da lì. È stato divertente vedere lo sgomento dei poliziotti veri chiusi dentro, di fronte a quattro ragazzi che li scimmiottavano con la loro divisa posticcia”. Vecchi nemici, nuove tattiche. “Per un gruppo punk la rabbia nei confronti delle forze dell'ordine è sempre stata la base. Band straniere come Black Flag e Doom o italiane come Wretched e Raw Power, ad esempio. A noi piace approfondire l'argomento pensando al poliziotto come a un essere umano, pieno di incertezze e debolezze - l'essere sovrappeso, lo scoprirsi omosessuale, il non riuscire a risolvere i casi - che l'uniforme non accetta nè concepisce. Una doppia sconfitta, lavorativa e morale. Il ritratto di uno sbirro doppiamente martoriato, goffo e dubbioso, spunto per un'autoanalisi che tutti dovrebbero fare, a prescindere dalla divisa che indossano e dal ruolo che ricoprono”. Reato preferito? “Abuso di potere, per non parlare di resistenza a pubblico ufficiale. Gli Smart Cops predicano bene, ma non razzolano altrettanto. La tendenza è quella di seguire un nostro codice personale, che cozza con quello dettato dalla legge: un po' come nel film Il cattivo tenente”. Senza redenzione, naturalmente.