02/12/09

9. SONIC YOUTH. The Eternal.



9
SONIC YOUTH
The Eternal
(Matador)

Largamente anticipato da una delle poche notizie sul mercato discografico non aventi a che fare con tagli, crisi e ghigliottina per chi scarica, il ritorno dei Sonic Youth a un’etichetta indipendente dopo due decadi di Geffen si concretizza finalmente con The Eternal. Certo parliamo di un colosso come Matador, mica di Woodsist o Sacred Bones, ma l’effetto benefico del trasloco è comunque sorprendente: come un Silvio passato da Veronica a Noemi, i cinque (al basso è entrato in pianta stabile Mark Ibold, ex-Pavement, già sul palco nei tour più recenti) sembrano davvero ringalluzziti, e firmano dopo tre anni di silenzio un album che va a sistemarsi ai vertici della loro lunga discografia.
L’album californiano, se ci è concesso, di un gruppo da sempre legato indissolubilmente a New York. Sia i riferimenti testuali - un pezzo si intitola Malibu Gas Station, un altro Thunderclap for Bobby Pyn, intensa dedica a Darby Crash e al primo punk-rock di Los Angeles - sia il clima che vi si respira rimandano infatti a quei posti, e alle suggestioni musicali ed emozionali che da sempre associamo loro. Le immagini che scorrono davanti agli occhi sono quelle: il sole, le autostrade e la disperazione annoiata del punk-rock di cui sopra (Sacred Trickster potrebbe essere un 7” dei Sonic Youth su Dangerhouse); il sole, gli acidi e i festival psichedelici all’aperto di fine anni ’60. E altro sole, dappertutto. Filtrato dalla cifra stilistica unica di un gruppo pronto però, nel ventottesimo anno di carriera, anche a testare cose nuove: l’assolo spezzacuore della stessa Malibu Gas Station, il garage-pop velvettiano di Poison Arrow, il connubio con i R.E.M. (gli altri grandi del rock alternativo statunitense) di Walkin Blue, i riff di chitarra secchi e potenti, fra proto-punk e certo suono duro di strada ancora molto losangeleno, sparsi ovunque.
Messo tutto insieme fa un Goo della costa ovest. Opera di un gruppo talmente ispirato e sereno da permettersi di sfruttare al minimo l’arsenale di distorsioni per cui è noto, optando per un approccio più diretto, sanguigno, concreto. Con una naturalezza invidiabile e onestamente inattesa. Per l’aurea mediocritas è ancora presto evidentemente: beata Gioventù.
(da Rumore n.209)

10. DENGUE FEVER. Sleepwalking Through The Mekong.




10
DENGUE FEVER
Sleepwalking Through The Mekong
(M80)

Conoscendo le inusuali vicende dei Dengue Fever, band di L.A. consacrata alla riscoperta del pop-rock cambogiano degli anni ’60 e ‘70, e guidata dalla cantante cambogiana Chhom Nimol, prima o poi doveva succedere. Un viaggio a tratti commovente nei luoghi dell’ispirazione, un tour alla scoperta di un Paese e una musica affascinanti, in faticosa ripresa dopo un passato tragico. La camera segue i sei mentre suonano nei bar dello struscio sul Mekong a Phnom Penh, nelle baraccopoli, con i bambini delle scuole di musica e con i maestri di strumenti tradizionali quasi perduti, ma anche a zonzo per mercati, negozi di dischi, viali intasati di motorini e cyclo, campagne, templi e spiagge. Con un entusiasmo e un’umiltà che rivelano quanto sia seria e sincera la loro devozione a un suono che detto così pare esotismo snob a buon mercato, e invece spacca come pochi. Occidente e oriente insieme, surf psichedelico californiano e tradizione khmer. Non bastasse il film, che purtroppo vola via in un attimo, c’è allegata la colonna sonora: classici travolgenti delle stelle locali Sinn Sisamouth e Ros Serey Sothea, estratti dagli album del gruppo, brani nuovi, jam con i maestri di cui sopra, live. Una febbre dolcissima.
(da Rumore n.214)

Ora, non ricordo se sia arrivata prima l'idea della Cambogia come meta delle prossime vacanze, se siano arrivati prima i Dengue Fever, o se le due cose siano andate di pari passo come un segno dall'altro. Fatto sta che se non ci si fossero messi di mezzo l'estratto conto e gli impegni, a febbraio questo blog sarebbe stato fermo, o magari avrebbe trasmesso da un internet café di Sihanoukville. L'ultima parola non è detta, ma il tutto suona purtroppo più 2011 che 2010 al momento. Sperando che la corsa contro il tempo e contro i magnati russi e cinesi a caccia di isolotti deserti non sia persa.
Con qualche riga in più a disposizione rispetto alla recensione, aggiungo che Sleepwalking Through the Mekong, il film, è diretto dallo statunitense John Pirozzi, e pur non essendo sottotitolato (se non in inglese quando si parla khmer) ha una forza che lo rende emozionante anche per chi non sa le lingue. Imperdibile, fra le altre cose, la serie di contenuti extra dedicati agli incontri con musicisti locali, o con i bambini di una scuola di musica.
Sleepwalking Through the Mekong, il disco, contiene come detto uno spaccato del repertorio dei Dengue Fever e delle loro influenze: quattro canzoni da Escape from Dragon House, una manciata di inedite (la cover di Hold My Hips della diva Sothea è pura magia), un'altra manciata di originali d'epoca che fanno venire una nostaglia pazzesca di luoghi e tempi dove non si è stati, e non è poco: la più sbarazzina Today I Learnt to Drink della stessa Sothea, Mou Pei Na e New Year's Eve (fuzz a go-go, ritmo spedito, melodia implacabile) in coppia con il contraltare maschile Sinn Sisamouth, l'acida e Dondung Goan Gay di Meas Samoun. Tutto commovente, e non per modo di dire.
Non propriamente un album nuovo del 2009, e anche per questo basso in classifica. Ma se vincesse il più ascoltato, serio pretendente alla medaglia d'oro.

Se interessa, oltre che con il resto della discografia dei Dengue Fever (tre album) si può approfondire con una superba raccolta della Sublime Frequencies, senza trascurare quelle dedicate alle vicine Thailandia e Birmania/Myanmar, altrettanto belle. Oppure, con questo blog, purtroppo non aggiornato da qualche mese.

11. PINK MOUNTAINTOPS. Outside Love.



11
PINK MOUNTAINTOPS
Outside Love
(Jagjaguwar)

Luogo comune vuole che quando il leader o il principale autore di un gruppo giochi la carta del disco solista, e non vada a fare cose diametralmente opposte, il primo commento buttato lì sia quasi sempre quello: “Sembrano demo del suo gruppo.” Se c’è invece uno a cui proprio non lo si può dire è invece Stephen McBean. E non perché sia andato a fare cose diametralmente opposte, giacchè sempre di rock in fondo stiamo parlando, ma perché il suo terzo album a nome Pink Mountaintops rivela una vena fino ad ora sconosciuta del suo autore. Mai affiorata così prepotentemente nei due album precedenti, nè tantomeno nel ribollente magma hard/psichedelico dei Black Mountain, nelle cui mani ben difficilmente immaginiamo le dieci canzoni di Outside Love. Un insieme organico e compatto di ottime canzoni fatte e finite, innanzitutto. Brillanti nella loro semplicità, e ciononostante dense di belle idee. Che suonano come se Jesus And Mary Chain, Mazzy Star, Spiritualized e Cowboy Junkies si fossero isolati per un po’ in una fattoria del profondo sud statunitense, assorbendone il clima musicale e uscendone con una serie di storie d’amore visionarie. Nella ipotetica fattoria c’era invece McBean, accompagnato da un gruppone di tutto rispetto – da Ashley Webber (The Organ, Bonnie “Prince” Billy) e Jesse Sykes, che duettano meravigliosamente con lui, a Sophie Trudeau (A Silver Mt. Zion) e a vari Black Mountain – e ispiratissimo. Axis: Throne of Love ed Execution aprono le danze con un muro spectoriano solenne a cui è difficile resistere, While We Were Dreaming materializza Hope Sandoval e Margo Timmins contemporaneamente, The Gayest of Sunbeams accelera, And I Thank You rallenta come una ballatona soul d’altri tempi, Vampire ha un finale corale da brividi. E ne abbiamo citate solo la metà. Considerati anche gli exploit del gruppo principale, se l’uomo non è in stato di grazia poco ci manca.
(da Rumore n.208)

01/12/09

12. THE XX. xx.



12
THE XX
xx
(Young Turks)

Questo è un altro che forse meritava di più.
Di tanto in tanto, in mezzo a decine e decine di gruppi trascurabili dei quali si parla solo in proporzione al capitale investito, spunta dall'Inghilterra qualcuno degno di attenzione, e degno del capitale investito (esempi degni di attenzione senza capitale investito non mancano, vedi ad esempio Hot Club De Paris).
Questi XX (o xx, c'è chi dice si scriva tutto minuscolo) sono quattro ventenni di Londra, due ragazzi e due ragazze, e apparentemente dal nulla esordiscono non soltanto con un album eccellente - cosa nemmento tanto rara, se ci pensate - ma anche e soprattutto con una identità forte che va al di là del valore di un semplice disco. Sembrano avere una visione molto chiara in testa - cosa assai più rara - e la concretizzano con naturalezza disarmante in un suono originale.
Fanno roba tipo? Boh, appunto. Sono scarni ed essenziali, ma insieme sofisticati. Usano (pochissimo) una batteria, una chitarra, un basso e una tastiera, eppure si fa fatica a trovare qualcosa di simile nella memoria. Citano apertamente brandelli di brani noti (VCR è uguale a Heroes con un po' di Velvet del terzo album, Infinity a Wicked Game) eppure, lo ribadiamo, sono originalissimi e del tutto moderni. Voce maschile e voce femminile si intrecciano su basi scheletriche e notturne, fra sensualità soul e gelo new-wave, con aperture melodiche sognanti che ti si piantano in testa, nulla di troppo e tutto al punto giusto, un calore che avvolge.

"È Natale e a Natale si può fare di più"

In confronto al memorabile cofanetto quintuplo con gadget assortiti di qualche anno fa, non è molto. Ma da qualche giorno è arrivato il regalo di Natale di Sufjan Stevens: un giochino online in cui potete vestirlo e truccarlo a vostro piacimento.
Io ho provato a fare un Sufjan con la cresta, gli orecchini e i tatuaggi. Cazzo, mi sono dimenticato di mettere gli anfibi nuovi sotto l'albero!


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