28/11/08



14. Portishead Third (Universal).
Sei anni di pausa completa, e quindi tre anni di lavorazione per un terzo disco che si temeva non uscisse più, ormai. Invece esce, ed è il più coraggioso che i Portishead abbiano mai fatto. Il più sperimentale e rischioso. Difficile che piaccia ai nostalgici del trippop, per esempio: certo la splendida voce di Beth Gibbons è sempre quella, e anche se mancano quasi del tutto le atmosfere fumose che hanno reso famoso il gruppo, i brani più pacati sono comunque grossomodo quella cosa lì. Solo costruita su basi più scarne e minimali, e percorse a tratti da una sotterranea vena rumorista.
A rubare la scena è però l'altra metà scarsa di Third, cinque pezzi in cui davvero i tre sparigliano: l'iniziale Silence, cupa e poi incalzante con ipnotico ritmo breakbeat e chitarre elettriche, e la voce che non entra fino a quando la tensione non è al massimo; The Rip, che parte solo con voce e arpeggio, e diventa spedita e quasi serena; la conclusiva Threads, litania quasi sabbathiana, l'hard-rock psichedelico secondo i Portishead. Ma soprattutto il treno kraut-rock inarrestabile di We Carry on e la spettrale Machine Gun, accompagnamento marziale e duro come da titolo, essenziale e sempre uguale per quasi cinque minuti. Due delle loro cose migliori di sempre, che illuminano un grande ritorno.

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