25/12/15

Gli album del 2015 / 6



6. Heroin In Tahiti Sun and Violence (Boring Machines)

Chiamatela psichedelia occulta italiana o chiamatela come vi pare, ma alcune cose vanno date per certe: parliamo di alcune delle cose migliori sentite nel nostro paese da un lustro circa in qua, e di un nome collettivo tanto artificiale e imposto (come tutti i nomi collettivi, peraltro: Viv Albertine nella sua splendida autobiografia scrive "punk", tra virgolette) quanto efficace nella sua inclusività, capace di rappresentare un'attitudine più che un suono preciso, e di calzare addosso a un insieme di gruppi in cui è davvero difficile pescarne due uguali.
Difficilissimo per gli Heroin In Tahiti, duo romano che dopo un album già notevole (Death Surf, 2012), uno altrettanto valido diviso con Ensemble Economique (No Highway/Black Vacation, 2013) e uno uscito solo su cassetta (Canicola, 2014) 
cala l'asso con questo monumentale doppio. Un lavoro che nasce proprio da quella cassetta, e dal suo lavoro ancora grezzo ma già interessantissimo su field recordings dell'Italia meridionale degli anni '50, raccolti da Diego Carpitella e Alan Lomax. Sun and Violence riprende quel lavoro con minore improvvisazione e più ragionamento, sviscerando l'anima cupa ed esoterica di quei luoghi e di quei tempi, con Sud e magia di Ernesto De Martino come testo di riferimento.
Ne esce un'ora di musica vibrante e ispirata, che allarga sensibilmente la visuale oltre la Spaghetti Wasteland di chitarre riverberate e ritmi narcotici ben nota a chi segue le gesta del gruppo, dilatandosi e complicandosi, muovendosi fra momenti di stasi bruciati dal sole e ipnotiche cavalcate kraute, frenesie psichedeliche e malinconie mediterranee.

24/12/15

Gli album del 2015 / 7



7. SQUADRA OMEGA Altri occhi ci guardano (Sound Of Cobra/Macina Dischi)

A chiusura della terna di dischi con cui ha inaugurato un 2015 fertile a dir poco, la Squadra piazza il colpo del KO. Con quello che non solo suona come il suo vero secondo album, cinque anni dopo il debutto omonimo, ma diventa anche pietra di paragone, apice di una carriera che da qui potrebbe procedere con moltiplicato slancio. Altri occhi ci guardano è per ampiezza di sguardo, ambizione e dimensioni - nove tracce in quasi settanta minuti, su vinile doppio o CD singolo - il manifesto del trio veneto. Sintesi di quanto detto fin qui, di pulsioni note e non, di plausibili direzioni future. Matura e sorprendentemente accessibile.
Prima facciata: Sospesi nell'oblio, otto minuti e mezzo di basso ossessivo e twang chitarristico orientaleggiante, ritmo incalzante e melodia sul finale che suona come un lampo beat dal passato remoto, tutto incastrato fra la tensione rarefatta di Il buio dentro e la pace cosmica di La nube di Oorth. Seconda: Il labirinto, portata avanti per tredici minuti dal sax e da un'altra linea di basso senza fine, con fase acida californiana e percussioni in coda, prima che Sepolto dalle sabbie del tempo alzi la temperatura con tiro funk da blaxploitation. Terza: acustiche arpeggiate in Hyoscyhamus, e poi il prog folk a combustione lenta di Il grande idolo, altri undici minuti di viaggio. Quarta: altro funk e altro wah-wah, con assolo elettrico a oltranza e sax protagonista della decomposizone finale, nei dodici e mezzo della title track, e altre corde acustiche nella conclusiva Le rovine circolari. E siamo appena a metà anno. (da Rumore n. 281)

23/12/15

Gli album del 2015 / 8



8. Roger Robinson Dis Side Ah Town (Jahtari)

Con i riflettori puntati sulla pregevole collaborazione fra Fennesz e quei King Midas Sound di cui è una delle due voci, rischiavamo di perderci l'entrata trionfale di Roger Robinson nel ristretto novero dei dub poet. Il pensiero va dritto al più grande fra loro, Linton Kwesi Johnson, alle sue cronache di ordinaria ingiustizia in pieno incubo thatcheriano, declamate con tono caldo e severo sul potente incedere della Dub Band di Dennis Bovell. Robinson restringe il campo, concentrandosi su un quartiere londinese. Uno solo, ma pesantissimo in quanto a portata simbolica, snodo fondamentale di ogni discorso sui mutamenti dell'Inghilterra urbana e multietnica: Brixton.
Nato ad Hackney e cresciuto a Trinidad, già residente della zona, il nostro passa da Brixton di ritorno da un tour nell'agosto del 2011, e si ritrova in mezzo ai disordini che stanno mettendo a ferro e fuoco quella e varie altre zone della città, e del paese. Subito comincia a prendere appunti, mentali e reali, registrati al volo sul suo dittafono, usati come punto di partenza per una sorta di documentario sul luogo, la sua gente, la sua storia, il suo futuro. 
Walk with Me, dice uno dei titoli. Ed è proprio quello facciamo, in un tour con la miglior guida possibile, che trova la miglior colonna sonora possibile nel reggae retro/futurista dello specialista Disrupt. Il suo lavoro è quello di un artigiano giamaicano, sepolto da campionatori di una volta, ampli valvolari ed effetti autocostruiti, ma con una sensibilità dub(step) moderna. La base perfetta per le cronache sporche e immediate - o per le rare, splendide melodie cantate - di Roger.

22/12/15

Gli album del 2015 / 9



9. Black Zone Myth Chant Mane Thecel Phares (Editions Gravats)

Come un oggetto volante non identificato, che dichiara fin dalla copertina la sua devozione all'eterno Sun Ra, il secondo del francese High Wolf come Black Zone Myth Chant piomba fra noi e lascia del tutto spiazzati. Affascinati e impauriti in parti uguali. Pare di riconoscere sembianze familiari, ma subito dopo appare altro. Pare di essere avviati su una strada, e quando è troppo tardi per tornare indietro ci si accorge che invece è un'altra. Sono otto labirinti, ostici a prima vista, inebrianti una volta dentro. E dentro c'è tutto: footwork, ma distante anni luce da quasi tutto il footwork sentito fin qua; un'Africa immaginata più che reale; amore per dub e jazz; techno, come attitudine all'esplorazione elettronica; beatmaking astratto e dopato; l'esperienza del Lupo con droni e psichedelia. Pazzesco. (da Rumore n. 280)

21/12/15

Gli album del 2015 / 10



10. Jamie xx In colour (Young Turks)

Non ha avuto fretta, Jamie Smith. Si era capito da subito, dall'epocale debutto dei suoi xx nel 2009, che in ballo c'era qualcosa di grosso, il talento puro di un giovane musicista britannico e la sua capacità di intrecciare generi e mondi. Ma nonostante la giovane età il ragazzo è riuscito a dosarsi perfettamente, a rilasciare esempi di quel talento con il contagocce, o quasi. Un album condiviso con la leggenda afroamericana Gil Scott-Heron, un altro con la band, qualche singolo, qualche remix. E oggi, finalmente, questo palpitante In Colour
. Un lavoro che mantiene tutte le promesse, e oltre, virando in chiave dance le atmosfere rarefatte e le melodie intimiste per cui va famoso. Una dance delicata, estatica, fatta di campionamenti sorprendenti - su tutti, la magistrale interpolazione di Could Heaven Ever Be Like This di Idris Muhammad in Loud Places, con effetti da pelle d'oca - e trame di chitarra, beat fra il balearico e le tensioni garage/dub urbane londinesi, strizzate d'occhio al Four Tet più orecchiabile (che infatti collabora, insieme ai compagni di band Oliver Sim e Romy Madley Croft, e agli MC giamaicani Young Thug e Popcaan) e placide derive tropicali. In tutto, fanno tre quarti d'ora di musica serena ed empatica, che eleva lo spirito e scorre con naturalezza rara, pronta per ricominciare immediatamente. (da DJ Mag Italia n. 51)


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