27/11/09

14. TINARIWEN. Imidiwan : Companions.



14
TINARIWEN
Imidiwan : Companions
(Independiente)

Come gli Stones di Exile on Main Street, i Tinariwen tornano a casa, e non solo metaforicamente. Prendete un atlante e cercate il villaggio di Tessalit, al confine fra Mali e Algeria, in pieno Sahara. Lì vivono Ibrahim Ag Alhabib e Hassan Ag Touhami, e lì il collettivo di poeti/chitarristi/ribelli Tuareg (o Tamashek, come dicono loro) da questi guidato ha registrato il proprio quarto album. Come ai tempi di quel The Radio Tisdas Sessions che lo lanciò presso il pubblico internazionale. Gli effetti si sentono, sia dal punto di vista strettamente sonoro - Imidiwan : Companions è meno rock e più desert blues rispetto alle ultime cose del gruppo, anche se del genere si dà una versione personalissima - sia da quello puramente umano. Fra chitarre elettriche magistrali e cori sempre più ammalianti, domina infatti un senso di pacatezza e serenità nuovo, che all’ipnotica intensità delle canzoni dona melodie imponenti e forza straordinaria. Impossibile farne a meno.
(da Rumore n.210/211)

26/11/09

15. DIRTY PROJECTORS. Bitte Orca.



15
DIRTY PROJECTORS
Bitte Orca
(Domino)

Alzi la mano chi aveva previsto per David Longstreth una simile evoluzione, chi aveva intravisto un grande autore pop dei giorni nostri fra lo sperimentalismo un po’ gratuito dei suoi primi dischi, e sotto le vesti spocchiose di chi pubblica indifferentemente album ispirati a Don Henley degli Eagles o ai Black Flag. Il giovane di Brooklyn stava solo aggiustando il tiro invece, o più probabilmente scherzando, e Bitte Orca lo certifica: per la prima volta frutto di un evidente lavoro di gruppo (nel sestetto spicca la cantante e bassista Angel Deradoorian, prossima al debutto solista), le sue nove canzoni sono un trionfo di musicalità irregolare, ciascuna forte per conto proprio senza bisogno di concept bizzarri. Dentro, si smontano e rimontano con naturalezza elementi di folk, prog, rock classico, r&b da classifica, musica chitarristica dell’Africa occidentale e pop orchestrale, producendo qualcosa di vivo e cangiante, tanto complesso quanto immediato e gratificante. Poco definibile, ma perfetto di fianco agli ultimi, eccezionali Grizzly Bear.
(da Il Giornale della Musica n.260)

16. MULATU ASTATKE/THE HELIOCENTRICS. Inspiration Information.



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MULATU ASTATKE/THE HELIOCENTRICS
Inspiration Information
(Strut)

Metterli insieme, ecco il vero colpo di genio. Dobbiamo ringraziare Karen P, producer della BBC e responsabile dell'evento Broad Cast, per l'idea: mettere insieme prima su un palco e poi in una settimana di studio gli Heliocentrics e Mulatu Astatke. Per chi non lo sapesse, e non avesse percepito la coolness che ha spinto questo disco ben al di là della cerchia degli appassionati, si tratta di un collettivo britannico dedito a una fusione molto trippy di funk, psichedelia, jazz, colonne sonore, Africa e oriente (date un ascolto a Out There, uscito su Now-Again), e del padre riconosciuto dell'ethio-jazz. Un grandissimo della musica africana e mondiale, titolare dello splendido quarto volume della serie Ethiopiques, lanciato qualche anno fa dalla colonna sonora di Broken Flowers di Jim Jarmush. Come diceva quello, “è praticamente ovvio”.
I quattrodici brani nati dalla liaison formano il terzo volume della serie Inspiration Information della Strut, dedicata alle collaborazioni fra musicisti attuali e loro influenze riconosciute. Inaugurata da due titoli fiacchetti firmati Amp Fiddler/Sly & Robbie e Ashley Beedle/Horace Andy, la collana qui decolla (per proseguire ad alto livello con Jimi Tenor e Tony Allen, pochi mesi dopo). Mulatu, vibrafonista e direttore d'orchestra, stende le tracce con l'aiuto di musicisti e strumenti tradizionali del suo Paese (krar, washint e begena, l'arpa di Re Davide). Joel Yennior della Either/Orchestra – anche per loro un ottimo volume di Ethiopiques - cura i fiati. Gli Heliocentrics suonano e arrangiano secondo il loro già classico stile fumoso e spaziale, aggiungendo tocchi di fuzz e break micidiali al tipico incedere etiopico. I due stili si compenetrano perfettamente, dando vita a un ibrido forse meno sperimentale del previsto, ma incredibilmente affascinante.

Comunicazione di servizio

17. THE VERY BEST. Warm Heart Of Africa.



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THE VERY BEST
Warm Heart Of Africa
(Green Owl/Moshi Moshi)

C’erano un francese, uno svedese e un malawiano, pare una barzelletta. Annunciata lo scorso anno da un mixtape diffuso in rete, la collaborazione fra i produttori Radioclit e il cantante Esau Mwamwaya (tutti londinesi d’adozione) arriva oggi alla prima uscita ufficiale. Volendo tagliare corto, basterebbe il titolo: è davvero il calore che emana la prima cosa a colpire del disco. Esau canta come uno al quale daresti le chiavi di casa cinque minuti dopo averlo conosciuto, e la sue parole in lingua chichewa stanno a meraviglia sulle basi di Etienne Tron e Johan Karlberg, fra dance attuale, suggestioni africane ed electro-pop anni ’80 non abusato. Più che quella di una M.I.A. ormai impegnata a fare la stessa cosa ovunque, quadra il cerchio l’ospitata di Ezra Koenig dei Vampire Weekend nella title-track. La Island di una volta, esistesse ancora, non se li lascerebbe scappare.
(da Rumore n.213)

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