18/11/02

103. The Rolling Stones “Aftermath” 1966. (cd nuovo, Abkco/London, € 12.50).
Ma è “Aftermath” il disco della svolta. Primo album interamente scritto dalla band, che in un colpo solo recupera il terreno “perso” con le cover mentre i Beatles già esploravano. Certo la versione inglese (che infatti il Musso saggiamente possiede in vinile) guadagna rispetto a questa americana brani come “What To Do”, “Take It Or Leave It”, “Out Of Time” e soprattutto “Mother’s Little Helper”, ma perde “Paint It Black”. E chi l’ha sentita almeno una volta sa cosa voglia dire.
Proprio lei se ne sta in apertura, seguita da un tris altrettanto micidiale: “Stupid Girl”, “Lady Jane” e “Under My Thumb”. Forse pecco nel dare per scontato che i soli titoli di questi capolavori siano sufficienti, ma credetemi è così. E sono solo quattro esempi dell’evoluzione straordinaria di cui “Aftermath” è testimone. Il suono del quintetto si fa più ricercato, ma non perde un oncia di sfrontatezza ed aggressività: “Doncha Bother Me” è uno stomp punteggiato dalla chitarra slide, e con “Flight 505” ed “It’s Not Easy” anticipa quasi l’apoteosi blues che verrà in “Exile On Main Street”.
“Think”, “I Am Waiting” e “High And Dry” sterzano verso il pop, ma con l’inconfondibile tocco Stones. Gli undici minuti finali di “Going Home”, ottimo blues nel suo svolgimento normale, diventano forse un po’ troppi strada facendo, con Jagger a gigioneggiare da maledetto secondo clichè rock che oggi fanno più che altro sorridere. Ma trattasi pur sempre di uno dei pilastri della storia del rock.

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