17/01/02

Oggi vi lascio un link, è il weblog di un mio amico e si chiama Jaded Eyes. Non mi ritrovo molto spesso nella sua visione pessimistica di tutto (sbaglio io, forse?), ma Andrea scrive benissimo ed è raramente banale.
Nello spazio di pochi post ha messo la freccia ed ha superato di slancio mezze dozzine di giovani parvenu del weblogging già stanchi dopo la sbornia iniziale. Potere a lui.

f2. “Quando Eravamo Re” di Leon Gast, 1996. (AMG)
James Brown in tutina, placca G.F.O.S. (GodFather Of Soul, diamine!) in vita e collarino con le iniziali. Sudore freddo. Kinshasa nel 1974, Mobutu Sese Seko in fez di leopardo cerca consensi per la sua dittatura dopo l’eliminazione di Patrice Lumumba.
“Quando Eravamo Re” è storia e cronaca di un incontro di boxe epocale e delle settimane che lo precedono. Due pugili americani, Muhammad Ali e George Foreman, si contendono il titolo mondiale nello stadio della capitale dello Zaire, nel cuore dell’Africa Nera.
Don King, il promoter con i capelli dritti, fiuta l’affare e rende l’incontro un happening sportivo-musicale: B.B. King, The Spinners, Jazz Crusaders, Miriam Makeba e un incontenibile James Brown.
Dove Foreman resta aggrappato al suo ruolo di professionista, sbruffone come il copione della boxe prevede ma sempre americano, Ali va letteralmente fuori di testa, scoprendosi realmente afroamericano.
Dove Foreman è ospite (l’artista zairese Malik Bowens racconta: “…non sapevamo nemmeno che fosse nero”), Ali è a casa sua. La sua oratoria incontenibile da autentico predicatore e la sua spavalderia a 360° trovano terreno fertile in una situazione unica ed irripetibile. Parliamo di un campione del mondo di pugilato che rinuncia a carriera, soldi e libertà rifiutandosi di andare a fare la guerra in Vietnam, ricordatelo.
Splendide immagini d’archivio (conferenze stampa, allenamenti, viaggi, relax, l’INCONTRO) alternate a interviste attuali a Spike Lee e agli scrittori Norman Mailer e George Plimpton (presenti a Kinshasa) e a spezzoni del concerto.
Certo, il film è fatto in modo che lo spettatore non possa che tifare Ali, ma forse non è un caso, come non è certamente un caso che di George Foreman, pugile, si ricordino gli addetti ai lavori, mentre di Muhammad Ali, persona E pugile, si ricordino TUTTI. Gran film, a tratti da pelle d’oca.
“Ali, boma ye”.

d8. AA.VV. “Funk Session – 30 Chunks Of The Fattest Funk Cuts” 2001. (2cd Union Square. Nuovo, € 19.63)
Il primo impatto mi vede sospettoso. Ho imparato ad adorare le raccolte della BBE e della Harmless, dai primi pionieristici volumi di “Legendary Deep Funk” attraverso i vari “Spectrum” (funk, soul, jazz) per arrivare alle decine di uscite odierne.
Grafiche fantastiche, ma soprattutto libretti densi di note, informazioni e quadro storico. AMORE per quello che si sta facendo. L’equivalente soul-funk, insomma, di quello che etichette come Blood & Fire e Pressure Sounds sono per il reggae.
Qui ci sono un doppio cd al prezzo di un singolo, un titolo banale (ma anche “Pulp Fusion” della Harmless lo è, dio se lo è), un'idea grafica molto buona, ma basata su una foto penosa (bellezza-d’ebano-che-lecca-un-leccalecca), un libretto inesistente.
Non c’è amore. Ma a quello, una volta di più, pensano quelli che nei due cd sono ospitati. E nei due cd di amore ce n’è davvero tanto.
Si comincia che più banale non si può (i Funkadelic di “One Nation Under A Groove” sono troppo “gommosi” e puliti per me, molto meglio quelli di “Free Your Mind And Your Ass Will Follow o “Maggot Brain”, se mi chiedete), ma si continua con califfi del groove del calibro di Roy Ayers, Herbie Hancock, Johnny Guitar Watson, Fatback Band, Clarence Wheeler & The Enforcers, Jimmy McGriff, Maceo Parker, 24 Carat Black (il nome del secolo?), The Meters (campioni del funk scarnificato, cercateli!), The Bar-Kays (l'immortale "Son Of Shaft").
Volete le canzoni? Un Aaron Neville da brividi, Isley Brothers (il torrido inno maschilista “It’s Your Thing”), Blackbyrds, Curtis Mayfield (la meravigliosa “Freddie’s Dead” da “Superfly”), Earth Wind & Fire, Average White Band, i c-o-l-o-s-s-a-l-i e misconosciuti Cymande (su campioni della loro “Dove” si basa “The Score” dei Fugees, quelle brevi frasi di chitarra così notturne…), Ripple (che dire di fronte a un titolo come “Don’t Know What It Is But It Sure Is Funky”?), The Undisputed Truth, Charles Wright & The Watts 103rd Street Rhythm Band (“Express Yourself” dal primo album degli NWA è praticamente una cover di questa ”Express Yourself”!), The O’Jays e un uomo di nome Billy Paul (la sua devastante “Am I Black Enough For Ya” è senza dubbio la sorpresa #1 del disco).
Si cala leggermente verso la fine del secondo cd, con due o tre sconfinamenti negli ’80 e nella disco (ottima disco, per carità), e con 15 minuti abbondanti di Funkadelic.
Ma su “Reach Up” di Toney Lee è pur sempre costruita “The Music Sounds Better With You” degli Stardust, apoteosi del french touch, o no?
Sono coperti diversi territori dello scibile funk, molto diversi fra loro, ma dove si perde forse in omogeneità del tutto si guadagna in qualità media elevatissima, per una buona metà dei 30 brani addirittura celestiale.
Disco consigliato, in fin dei conti. Ai neofiti come introduzione (ma c’è molto di più da scoprire, ricordatelo), agli appassionati non ancora completisti come goduria. Lo trovate da Ricordi, ed esiste pure un analogo doppio cd “Soul Sessions”.

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