22/01/02

Esiste qualcosa, un prodotto, un ritrovato, una radice che renda più facile l'organizzazione del proprio tempo e meno facile la perdita del tempo stesso?
O il problema è forse che cosa considero perdita del mio tempo, e perchè?
Vi sembra possibile che in una situazione del genere uno possa prendersi altri 4 impegni di un certo spessore?
Lo è. Basta organizzarsi. E poi c'è tutto quel discorso del vivere ogni istante della propria vita come se fosse l'ultimo.
Avanti.

f3. “Matrimonio Indiano” di Mira Nair, 2001. (AMG).
Devo premettere una cosa: trovo gli indiani e i pakistani bellissimi. Uomini e donne. E se in "East Is East" la goduria c’era ma parziale, data l’ambientazione inglese, qui ho rischiato il sovraccarico sensoriale. Musica, colori, facce: dicono che i punjabi stiano all’India come i napoletani stanno all’Italia. Luoghi comuni a parte, pare plausibile.
L’India di “Monsoon Wedding” (ennesimo bel titolo deturpato dalla traduzione) è l’India dell’alta borghesia di Delhi, occidentalizzata e lussureggiante, stridente nel contrasto con le immagini della vita per le strade, fuori dalla villa in cui ha luogo, appunto, il matrimonio.
La storia in sé è poca cosa: matrimonio combinato, lei che non ci sta ma poi ci sta. Intorno, però, si si intrecciano le storie di una famiglia sparsa per il mondo e ritrovatasi per l’occasione. Gli attori perfetti, e l’omaggio della regista al mondo di Bollywood, il cinema popolare indiano che sforna titoli a ciclo continuo, prende forma con il tocco e le scelte del cinema d’autore (belle le riprese, tutte con camera a mano, e stordente nei suoni colori vivacissimi la fotografia). Bello.

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