
Questo invece è stato nei primi dieci fino all'ottantacinquesimo minuto, e poi è scivolato quaggiù. Fondamentalmente, perchè bello ma discontinuo. A tracce clamorose infatti, il brasiliano Gui alterna momenti abbastanza anonimi ed abbioccati (il blocco centrale da Chromophobia ad Acròstico, per esempio), che allungano la durata e diluiscono l'esaltazione provocata dai picchi.
Primo fra tutti Gate 7, che è stato a lungo un punto fermo dei dj set di chi scrive, talvolta lo è ancora (che se c'è una cosa che non capisco è il giudicare un dj dalla data di uscita dei dischi che suona), e riesce a coinvolgere anche chi normalmente non frequenta zone minimal, techno, tech-house o similari. 6'40" di puro godimento, un ottovolante caldo e acido spinto da una pulsazione della quale ancora non ho ben capito tempo e metrica, ma chi se ne frega. Mr. Decay arriva giusto un millimetro dopo, ma ha anche lei le sembianze di un inno: sale piano piano, si scioglie in una melodia che strappa il cuore.
Loro due, ancora prima dell'apice pop Beautiful Life (unico pezzo cantato, con la frase ripetuta da Luciana Villanova che entra dritta in testa, e prova a convincerti che è una vita bellissima mentre palpita un fondale shoegaze/techno), del groove spinto di Shebang o delle chitarre molto wave di Xilo, consacrano Boratto. E ci si chiede come mai, per restare in casa Kompakt, abbia fatto molto più parlare di sè il disco di The Field. Che è bello e a tratti pure bellissimo, ma davvero sembra lo stesso pezzo copiato e incollato dieci volte. Chromophobia è invece discontinuo, lo si è detto, ma vive.
(Edit dell'11 dicembre: avendolo dovuto riascoltare, avrei cambiato idea su The Field e From Here We Go Sublime. Come dire: forse è bello proprio perchè sembra lo stesso pezzo copiato e incollato dieci volte. Maggiori dettagli su Rumore di gennaio.)



