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07/03/14

Music's not for everyone



Volevo solo dire che io il nuovo album de Le Luci Della Centrale Elettrica purtroppo non l'ho ancora sentito, ma che sono talmente avanti che quello che penso l'ho scritto addirittura nel 2010, dandogli un bell'otto sul numero 226 di Rumore.

Che non solo esce ancora (ne approfitto per rivendicare la paternità della gag vincente di questi giorni, l'ormai memeficata"Ah, ma esce ancora Rumore?"), ma udite udite usciva ancora anche nel 2010. Facile leggerlo oggi, buttare un like qui e una condivisione lì, e Blatto che maestro, e Pecorari che matto, e Baronciani fa sognare, e certo che Lo Mele come direttore. Ma d.o.v.e.c.a.z.z.o.e.r.a.v.a.t.e. nel 2010?

Questo per dire che ve lo incollo qui sotto, cosa ne pensavo nel 2010, quando chissà perché (io lo so ma non lo dico, anzi lo dico dopo) già il secondo album di Brondi vi faceva cagare rispetto al primo e non tiriamo nemmeno in ballo il demo.

Chiamiamoli Anni ADD, come Sindrome da deficit di attenzione, piuttosto: uno dei loro migliori testimonial resterà comunque Vasco Brondi, volente o nolente.
Volente perchè nel suo secondo album - si cita Leo Ferrè: “La disperazione è una forma superiore di critica, per ora noi la chiameremo felicità” - i testi continuano ad essere una tesi attendibile sul disturbo di cui sopra, endemico fra i giovani del sesto Paese al mondo (non in percentuale, in termini assoluti) per numero di account Facebook. Con la lingua svelta e l'arsenale di riferimenti di sempre, Brondi procede per accumulazione di immagini e associazioni di idee, dando vita a piccoli flash in cui convivono storia d'amore, osservazione sociale, poesia alta e scorie basse, più che a una narrazione in senso cantautorale classico. Scambiando due righe di una canzone con due di un'altra, l'impressione è che il prodotto non cambi di molto, perchè non è quello il punto. Conta la potenza immediata del colpo, come se il tempo necessario per aspettare la fine della storia non ci fosse.
Nolente, perchè l'attenzione è volatile anche da parte di chi osserva e basta: “Ci troverai schierati”, canta in Anidride carbonica, e anche se parla d'altro si fa fatica a non immaginare plotoni di sapientoni che si stufano in fretta, pronti a fare fuoco. Plotoni ai quali Vasco, come tutti coloro che scelgono di aprire sentieri, è più esposto. Ma il gioco vale la candela, e converrà diffidare di chi dirà che una volta il tizio gli piaceva e adesso non più, o che il tizio fa sempre la stessa cosa.
Ai primi si potrà rispondere che Per ora noi la chiameremo felicità è superiore a Canzoni da spiaggia deturpata, più maturo sia nella musica e negli arrangiamenti (Stefano Pilia, Enrico Gabrielli e Rodrigo D'Erasmo come backing band non passano inosservati...) sia nelle parole, e che le malinconie gucciniane che punteggiano l'album - con risultati di eccellenza almeno in Quando tornerai dall'estero e L'amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici - sono una possibile evoluzione molto interessante.
Ai secondi che può farla perchè l'ha inventata lui, che pretendere di non sentire cose come “le esalazioni di monossido di carbonio del nostro amore” o “le luci di dicembre delle raffinerie di Ravenna” è legittimo ma forse prematuro, e che - il paragone resti solo statistico, in attesa di diventare casomai anche artistico - persino Dylan ha cominciato con quattro album uguali e ha cominciato a cambiare al quinto.

(Vale anche quanto detto sul secondo James Blake al momento delle classifiche di fine 2013, in sostanza. Questo non lo incollo, nemmeno quel paio di battute acide che fanno ridere.)

Perché sarà anche vero quello che scrive Francesco, che "magari ci tocca accettare che la musica di Le Luci della Centrale Elettrica (...) aveva la data di scadenza corta e noi a sentirla la prima volta pensavamo di no", anzi facciamo che è vero. Ma è anche vero che siamo tutti un po' pigri e prevedibili, parecchio concentrati sull'immagine che di noi vogliamo proiettare e altrettanto timorosi di sembrare vecchi, ancora fermi lì.
Fate un gioco: vedete chi è che sta commentando il nuovo album di Brondi - o qualunque altra cosa possa rientrare nel discorso, tipo i nuovi cantautori italiani o La grande bellezza, o quello di cui tutti parleranno domani - e in base a quello che sapete di costui tirate a indovinare se sarà pro o contro. Poi leggete.

PS - Forse il povero Kurt Cobain si è ucciso anche perché aveva, o temeva un giorno di poter avere, dei fan pronti a incazzarsi a sangue e a urlare al sacrilegio quando qualcuno di meno degno - quindi grossomodo chiunque, a loro modo di vedere - intititola una canzone con il suo nome (parlando nel testo esattamente di questo, tra l'altro, e quindi facendolo del tutto a proposito).
Invece di incazzarsi perché questo qualcuno pronuncia Cart, ad esempio.

01/07/11

Papà guarda, un video!



L'immenso Fabio Nirta me lo aveva detto in tutti i modi, quando una mattina di marzo era venuto a prendermi all'aeroporto di Lamezia Terme. Per tutto il tragitto fino a Settimo di Montalto Uffugo (esiste davvero, e noi ci eravamo diretti, per di più - in un pazzesco cortocircuito di immigrazione alla rovescia - in via Settimo Torinese) non fece altro che raccontarmi di quanto il suo amico Dario Brunori, ai più noto come Brunori Sas, fosse un genio della musica e soprattutto delle parole.
Io, un po' assonnato dalla levataccia e sommerso dalle pile di dischi che sulla mia scrivania ancora aspettano di essere ascoltati, risposi con il più classico e pietoso dei "lo so, me lo hanno detto in tanti, prima o poi devo ascoltarlo". Non il massimo per un giornalista musicale, ne converrete, essendo il suo Vol. 1 uscito nel 2009, ed avendo vinto il Premio Ciampi 2009 e la Targa Siae/Club Tenco 2010 come miglior esordio. Ma stare sempre al passo e informati su tutto, ragazzi, è una faticaccia. Anche se si tratta di cose belle come la musica.

Ora, chi segue questo blog sa che non parlo spesso di musica e basta. Anzi non ne parlo quasi mai, anche se ogni giorno la notiziola da commentare - fra quelle che arrivano via mail dagli uffici stampa, quelle pescate da siti stranieri e quelle (più rare) in cui ci si imbatte girando in rete spinti dalla curiosità e dalle associazioni di idee - ci sarebbe. Ma trattandosi di quello che faccio sulla cara vecchia carta ("i colleghi della carta stampata", cit. Novantesimo Minuto) ogni mese, raramente ho voglia di farlo anche qui. Anche se forse potrei.
Ora, io non so se Dario Brunori sia un genio come dicono alcuni o un peracottaro come dicono altri, i suoi dischi devo ancora recuperarli e sentirli. Ma la comparsa nella giornata di ieri di questa cosa (che non posso incorporare qui, essendo una esclusiva di Wired.it ancora per qualche giorno) mi sta facendo propendere per la prima opzione. A patto che il cantautore cosentino divida la qualifica con Giacomo Triglia, regista del video in questione (nonchè uno dei creatori della web tv musicale sudista Trallalàlla), perchè si tratta di una delle migliori interazioni fra canzone e relativo video viste da tempo. Immagini che accompagnano il testo senza che uno faccia da didascalia alle altre e viceversa; immagini visionarie senza perdere di vista l'impianto narrativo del testo. Si ha voglia di arrivare alla fine del video insomma, e di rimetterlo da capo, cosa che (almeno al sottoscritto) non succede praticamente mai. Si vede che Triglia e Brunori sono innanzitutto amici, insomma.

Leviamocelo di mezzo: c'è molto Rino Gaetano, è vero, e non è solo pigrizia estetica - lo sapete, ogni centrocampista grosso e nero di pelle una volta era "un nuovo Desailly", il biondo Krasic è naturalmente "l'erede di Nedved", i Battles senza Tyondai Braxton non valgono nulla e via così - dovuta alla comune provenienza calabrese e a un tono di voce simile. Ma nella musica, nelle parole e nel video di Rosa ci sono anche tanti altri particolari divertenti, toccanti, geniali. Appunto.

Per esempio.
- il ritmo Bo Diddley acustico che sostiene il pezzo;
- l'ondeggiare laterale della testa a 0'09";
- "a Bbbologna" pronunciato esattamente come lo pronuncerebbe lo studente fuorisede meridionale tipo a Bologna;
- il tizio in pigiama che trascina la sedia, sorta di proiezione del protagonista se dovesse restare in Calabria a fare il disoccupato vita natural durante, che compare a 0'22" e rivedremo in seguito;
- la Madonna di Pompei, che fa il suo ingresso trionfale scortata dalle majorette a 0'37", per diventare uno dei personaggi-chiave della canzone in una escalation simbolica che la porta dalla Fiat 126 al Duomo di Milano al velo della sposa, e segue passo passo la storia;
- l'organo Hammond, sempre il migliore, che entra nel riff qualche secondo prima di essere portato in scena a 0'59";
- il piede col mocassino che batte il tempo, una garanzia;
- l'esercito in azione a 1'15";
- un prete un po' Nannimoretti subito dopo;
- la Madonna di Pompei avvistata sul Duomo di Milano, appunto: "a me mi pare proprio leiiiii". Chissà;
- la ragazza scosciata con il cartello come negli incontri di boxe a 1'28";
- un ritornello che cela sotto qualche cambio di nota e tonalità un omaggio al Rocky Roberts di Stasera mi butto. Vedremo come anche lui si stia buttando, a suo modo;
- gli sposi percussionisti a 2'00", i Tamburi del Bronx del "giorno più bello", fantastici (con menzione speciale per il terzo da sinistra);
- "Se lavoro sedici ore al giorno ce la posso fare". Magari;
- il ballerino probabilmente balcanico a 2'19", segnalazione tanto scontata quanto doverosa. Non c'entra un cazzo, ma che ci volete fare;
- il micro-balletto di Brunori con lo stesso a 2'30", mentre la Madonna di Pompei e la sposa ormai paiono tali e quali;
- lo stacco sul trenino che gira e fa ciuf ciuf a 2'50", e apre la strada alla strofa finale, quella della resa dei conti;
- la faccia di Brunori nella suddetta strofa;
- la scena del bicchiere (caffè? Moka Drink? Brasilena?) che cade dal tavolo a 3'05", presagio funesto che il protagonista sembra cogliere eccome;
- "Forse è per via della mano/Te l'avevo già detto/Lavoravo alla morsa/E per fare di corsa/L'ho lasciata a Milano";
- "Sono invalido civile/Non so manco che vuol dire";
- il ballerino probabilmente balcanico che rientra in campo nella scena finale a 3'40", e incerto sul da farsi alternativamente guarda in macchina, gli altri attori e fuori campo;
- il finto Trucebaldazzi che a 3'53" strappa il cartello alla miss della boxe e si esibisce nel suo classico doppio middle finger con occhi incrociati. Dove cazzo lo abbiano trovato non si sa, ma grazie;
- il coro "bacio bacio" che parte a 4'10" e piano pianosi si ingrossa, con cucchiaini che battono sui bicchieri e il tempo che inesorabilmente va avanti, tutti che festeggiano i nuovi vincitori e in un attimo si scordano degli sconfitti, lasciandoli lì.

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