19/04/03

heptones
17. The Heptones Dub Dictionary
(Trenchtown 2002, cd nuovo, € 5.00)
La musica in mano a chi non la merita.
Allora, c’è questo negozio vicino a casa mia, a due passi dalla stazione ferroviaria. Ha cambiato diverse gestioni, peggiorando di volta in volta. Cominciò (almeno per noi provinciali in cerca di vinili) con una buona selezione rock indipendente a prezzi concorrenziali, e con Dirty dei Sonic Youth in doppio vinile acchiappato dal Musso appena uscito. Continuò con sempre maggior enfasi sul lato black, e mai lo ringrazierò abbastanza per avere avuto quella copia di Jesus Dread, doppio monumentale e pietra miliare del reggae firmata Yabby You. Insomma, uno di quei negozi dedicati al passaggio ma dove rischi spesso e volentieri di trovare la chicca.
Fatto sta che i due tipi mollano, e i nuovi gestori si presentano così: “Offerta black music: tutto a 5 euro” strilla il cartello in vetrina, circondato da dischi che avvicinandosi paiono sempre più interessanti. Ci sono gli Heptones, c’è Tony Allen, il mitico batterista di Fela Kuti, c’è altra roba potenzialmente interessante. Entro, e scopro che quella in vetrina è solo una selezione. Questi vogliono svendere, e non so come ma si respira aria di negozio super pacco in arrivo. Frugo nello scaffaletto e trovo due o tre titoli succosi di cui leggerete, li metto da parte e chiedo di vedere quelli in vetrina. Esco con la commessa/padrona munita di chiave, che mi chiede quali deve prendere. Io vado sicuro: “Mi fai vedere gli Heptones e Tony Allen?”. Lei appare sorpresa e assolutamente fuori posto, ma nondimeno desiderosa di compiacere il cliente: “Però! Te ne intendi eh? Li conosci proprio tutti!”. Io effettivamente li conosco, non quei dischi evidentemente ma i loro autori. Di fronte all’idiozia però ammicco imbarazzato un “Eh… ma… mica tanto…” e intanto penso: “Mah, veramente non li ho mai sentiti. Te l’ho detto per aiutarti a trovarli, visto che i nomi sono scritti grandi così in copertina. che cazzo volevi, che ti facessi quello là col dito e ti dicessi terza fila, quarto da sinistra, copertina verdina con la foto di loro un po’ sfocata? E poi quell’altro là col dito e seconda fila, quinto da destra, di fianco al cartello, copertina nera con le foto messe in riquadri con gli angoli arrotondati. Ma sei cretina o cosa?”.
Lo so, sono un maniaco. Ma la musica in mano a chi non la merita mi fa diventare bastardo. In ogni caso, gli Heptones vengono via con me e Tony Allen no. Anche se Dub Dictionary sembra a prima vista e anche ad un esame più approfondito poco più della classica ristampa reggae smarza che detesto: nel montaggio fotografico in copertina Earl Morgan e Barry Llewellyn sono a fuoco, mentre Leroy Sibbles è sfocatissimo e addirittura sbagliato in Sibblies; il sottotitolo “The backbone inside the Studio 1 catalogue” ha il nome della leggendaria etichetta gigantesco, ancora più grande di quello del gruppo stesso, quando è evidente che Coxsone Dodd nulla ha a che fare con questo disco; le note dicono con incredibile approssimazione che “il 50% dei pezzi è stato registrato e mixato allo Studio One, e l’altro 50% (segue elenco)”, ma subito dopo ci ricordano che la Jamaica è la terra del mare e del sole, e che la maggior parte dei musicisti coinvolti entrerà presto nella Reggae Hall Of Fame; poco più sopra, in calce all’interminabile elenco degli stessi musicisti, il curatore si dice stupito del fatto che alcuni membri dei Wailers agli inizi abbiano suonato in qualcuno di questi pezzi; le note interne, formate dallo stesso Earl Morgan, sono tanto interessanti e toccanti quanto slegate e a tratti quasi deliranti. Tutto sembra messo dove è apposta per convincerci a comprare il disco. Ma dico io, stiamo parlando di una leggenda del reggae, non c’è bisogno di insistere! Leggo però un “Made in Jamaica”, e decido di fidarmi. Di solito i pacchi sono europei o americani.
Vengo poi a sapere sul forum della Blood & Fire che la Trenchtown è l’etichetta semi-bootleg messa in piedi proprio da Earl Morgan, e che Leroy Sibbles (senza tema di smentite, la vera anima del gruppo, per la voce e per il talento di bassista che prestò anche a numerosi altri nomi dell’epoca) sembra non essere troppo felice della sua esistenza. Un’autoproduzione alla jamaicana, insomma, di un uomo che giustamente vuole raccogliere anche un po’ di soldini per se. Il 50% fa tenerezza, l’altro 50% francamente un po’ pena per il modo di vendersi. Ma tutto questo non ha a che vedere con la musica che nel cd è contenuta. Come detto, gli Heptones sono stati una colonna portante del reggae dalla fine dei ’60 alla metà dei ’70, dagli inizi appunto targati Studio One alle prove adulte sotto l’egida di Lee “Scratch” Perry. Queste ventisei tracce –ci sono più versioni strumentali che dub, in realtà… ma la parolina “dub” di questi tempi funziona…- seguono le suddette fasi, ripescando vecchi retri di singoli mai usciti su cd e svelando tesori nascosti (Ivy’s Dub Special su tutti) della carriera del fantastico trio vocale.

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