19/09/02

Non so se succede in tutte le città del nord, ma in quella dove abito io sì.
Non appena il calendario segna settembre e/o cadono due goccioline di pioggia e/o il cielo abbandona il blu per il caratteristico grigio, tutte i finestrini dei mezzi di trasporto pubblici restano contemporaneamente chiuse e chi prova ad aprirli viene guardato con astio e/o commiserazione dal resto dei passeggeri.
Non contano la temperatura (alta, alta) o l’umidità (altissima). Semplicemente, per il cittadino è finita l’estate.

77. VV.AA. “Tamla Motown Big Hits & Hard To Find Classics Volume One” 2000. (cd nuovo, Spectrum, € 0.67).
78. VV.AA. “Tamla Motown Big Hits & Hard To Find Classics Volume Two” 2000. (cd nuovo, Spectrum, € 0.67).
79. VV.AA. “Tamla Motown Big Hits & Hard To Find Classics Volume Three” 2000. (cd nuovo, Spectrum, € 0.67).
Abbiamo detto più in basso di come ciò che negli Stati Uniti usciva per i sottomarchi Gordy, Soul, VIP e Tamla e per la casa madre Motown, sul mercato britannico fosse raggruppato sotto un unico, storico marchio: Tamla Motown. Logico quindi che, oltre ai nomi di punta, soprattutto a metà anni ’60 raggiungessero il Vecchio Continente decine di artisti meno conosciuti. Proprio questi furono alfieri dell’epoca d’oro del northern soul, mentre il marchio americano diventava sempre più sinonimo di soul music patinata e sbiancata tendente al mainstream. Motown è una cosa, quindi. Tamla Motown un’altra. Se devo scegliere, pur amando entrambe, alle sviolinate preferisco i ritmi incalzanti e le ballate grezze. Nei tre volumi di questa raccolta, anch’essa disponibile a 5 euro a titolo più o meno in tutti i negozi di dischi della nazione, troviamo una equilibrata miscela delle due tendenze. Proprio come da titolo, vi si trovano successoni e rarità, ma nessuno dei nomi stranoti. La tracklist raggruppa brani degli stessi artisti e le note sono stringate ma precise.
Parte sviolinando il primo volume, con un ambo degli Originals, Bobby Taylor & The Vancouvers e i più rustici fratelli Ruffin, Jimmy e David, fuoriuscito dai Temptations nel 1968. Da qui in avanti, però, i ritmi aumentano. Non male i Rare Earth alle prese con una rielaborazione rock di due classici degli stessi Temptations come “Get Ready” e “(I Know) I’m Losing You”, ma coverizzare quelle cinque voci è compito ingrato. Da paura Edwin Starr: “War” è il pezzo più conosciuto della raccolta, probabilmente grazie alla cover che ne fece Bruce Springsteen nel cofanetto dal vivo, mentre “Twenty-five Miles” è un errebì grezzo come si deve. Stilosi come sempre i Detroit Spinners di “It’s A Shame” e “I’ll Always Love You”, i finale vira decisamente verso il northern soul femminile: The Elgins tra una ballata e un uptempo 100% girl group, Brenda Holloway (anche autrice, cosa non comune, di “You Made Me So Very Happy”) e Kim Weston a mettere in mostra la consueta classe.
Proprio Brenda Holloway apre il secondo volume, con il blues pianistico “Every Little Bit Hurts” ed il quasi doo-wop di “When I’m Gone”. Della grandezza delle Velvelettes abbiamo già detto, e se avete la loro antologia avete anche questi tre pezzi, ma ascoltarli di nuovo non vi farà certo male. Di Tammi Terrell pure si è già detto, e bene, mentre “Money (That’s What I Want)” di Barrett Strong è uno di quei pezzi ormai considerati degli standard rhythm’n’blues. Assaggiati i campioni Isley Brothers, è tempo per il misconosciuto e grandioso Shorty Long: “Here Comes The Judge” l’avevamo già scoperta su “Superfunk” firmata Larry & Tommy, ma è sempre un floor-filler di quelli seri, così come “Function At The Junction”. Ancora Temptations rivisitati per gli Undisputed Truth, e ancora superbo soul-rock chitarristico per i Rare Earth, mentre Supremes e Four Tops si riuniscono per “River Deep, Mountain High” (l’hanno fatta in mille, ma se trovate la versione dei pionieri punk australiani Saints tenetevela stretta). R. Dean Taylor fu probabilmente l’unico songwriter bianco ad avere una hit su Motown, e la sua “Indiana Wants Me” ha un sapore tra pop e folkrock che conquista. Lentazzi di Charlene (grande!) e della coppia Billy Preston & Syreeta ci accompagnano alla conclusione, dove sta il vero pezzo forte di un volume già notevole: “What The World Needs Now Is Love/Abraham, Martin And John”, pacchianissimo collage pacifista assemblato dal dj Tom Clay, con i testi dei brani dei Blackberries parlati sugli originali da lui e da un bambino, inframmezzati da registrazioni di Martin Luther King, eserciti in esercitazione ed azione, spari, sirene, radiogiornali, assassinio di John Fitzgerald Kennedy e chi più ne ha più ne metta. Crediateci o no, uno dei più grossi hit dell’etichetta.
Niente male anche il volume tre, comunque: comincia forte al femminile con Kim Weston al meglio e continua altrettanto con Velvelettes, Tammi Terrell e Brenda Holloway. Trascurabili le Supremes del 1975, indispensabili il già citato Shorty Long (un mega-standard per lui: “Devil With The Blue Dress On”!), il grandissimo Edwin Starr e soprattutto Eddie Holland, che oltre ad autore è ottimo esecutore di un tris mozzafiato (“Leaving Here” –proprio quella- “Just Ain’t Enough Love” e “Candy To Me”). Se poi a portarci verso la fine arrivano pezzi da novanta dello stile come Isley Brothers e Detroit Spinners, e a chiudere le danze pensano prima i Contours e poi le Elgins, in una escalation northern soul non da poco, beh, è fatta.
In conclusione: un volume uno meno scatenato dei seguenti, una collana che potreste fare vostra dopo “Mod Faves Raves”, ma che a 5 euro a disco potete fare vostra comunque.

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