31/12/02

141. The Most Secret Method/The Dusters - split - 1997. (10” nuovo, Superbad, € 10.00).
Dei Most Secret Method vi ho appena raccontato. Uno dei segreti, di nuovo l’ironia di un nome, meglio custoditi di tutta la scena di Washington DC. Su questo split mettono tre brani di un anno precedenti al primo album, che già preannunciano l’imminente grandezza. Nervosi ma più diretti di gran parte dei concittadini, soprattutto nelle parti vocali, i tre ci mancano un sacco. Qualcuno sa di eventuali nuovi progetti?
I Dusters invece hanno cominciato a piacermi sul serio negli ultimi tempi. Il loro primo album, ascoltato peraltro di fretta, non mi aveva detto granchè. L’ultimo “Rock Creek” invece è già un’altra cosa. Qui attaccano molto powerpop e si innervosiscono strada facendo, mantenendo comunque una vena melodica più accentuata.
La grafica di Ryan Nelson, molto Pettibone, è come per ogni altro disco dei Most Secret Method splendida.
137. Her Space Holiday “Home Is Where You Hang Yourself” 2000. (cd usato, Tiger Style/Wichita, € 9.00).
Non ho ancora ben capito in che gruppo dei nostri suonasse Marc Bianchi, se nei Mohinder o negli Indian Summer. Diciamo che degli Indian Summer non si è mai capito un cazzo, in realtà, ma che hanno rappresentato l’essenza dell’emo dei primi ’90 che così tanto e intensamente ci ha fatto sognare. Bei tempi, decisamente.
Fatto sta che ora Marc Bianchi fa musica da solo, e questo è il suo primo vero album, uscito nel 2000 per Tiger Style come doppio (un cd di remix con vari nomi dell’etichetta) e stampato due anni dopo in Europa da Wichita come singolo, con copertina diversa e un brano in più. Ed è proprio la musica di un solitario, di una camera da letto, quella che esce dallo stereo.
Ritmi tenui, chitarra elettrica suonata, voce sussurrata, elettronica discreta. Come dei Velvet del terzo album, o meglio ancora dei Galaxie 500, spogliati ed appoggiati su beats piccoli (non sempre, sentite “Snakecharmer”, lentissima ma con un frenetico ritmo drum’n’bass in lontananza). Tutto molto affascinante ed umano, ma tutto anche a rischio monotonia, data la materia e la lunghezza media dei pezzi. Presi singolarmente ne spiccano diversi (“The Doctor And The DJ”, “Sleeping Pills”, “Can You Blame Me?”, “Sugar Water”) ma ho l’impressione che per incominciare ad entrare in questo disco ci vogliano molti ascolti, molti. Pur se frammentari, mi erano sembrati più immediati i due volumi di singoli e outtakes “The Astronauts Are Sleeping”. Forse al meglio deve ancora arrivare, ma le premesse ci sono.

138. Creedence Clearwater Revival “Willy And The Poor Boys” 1969. (cd nuovo, Fantasy, € 13.38).
Il 2002, per me, è in quanto a riscoperte definitivamente l’anno dei Creedence Clearwater Revival. Infoiato oltre ogni dire da “Bayou Country”, “Green River” e “Cosmo’s Factory” esco di casa per soddisfare la mia scimmia di John Fogerty e mi accaparro l’ultimo degli indispensabili firmati da lui e dai suoi tre soci, ovvero “Willy And The Poor Boys” (per la cronaca, TERZO album edito dal gruppo nel solo 1969!).
“Fortunate Son” è il singolo con la S maiuscola. Uno dei brani più celebri del quartetto, un’invettiva feroce contro tanti hippies rivoluzionari figli di papà avvezzi a dettar legge all’epoca, contro i quali l’etica working class di Fogerty si scagliava senza mezzi termini. La sua voce è odio puro distillato attraverso il sarcasmo, in due minuti e venti fondamentali, spesso dimenticati quando si parla di Vietnam e controcultura americana.
Il resto del disco, però, si discosta abbastanza dai tipici toni scuri perfezionati nei due album precedenti, come anticipato dalla copertina: la band sorridente a un angolo di strada, armata di armonica a bocca, chitarra acustica, washboard e basso a tinozza. Quattro bambini neri guardano attenti. C’è un’aria di svago, rilassatezza, ritorno alle tradizioni: “Cotton Fields” e “The Midnight Special” sono due classici di Leadbelly, colosso del folkblues dalla vita avventurosa. “Don’t Look Now” e “It Came Out Of The Sky” sono due rock’n’roll rurali, “Poor Boy Shuffle” potrebbe essere stata suonata con gli strumenti della copertina, e sfuma nel rhythm’n’blues a 24 carati di “Feelin’ Blue”.
Con la conclusiva “Effigy”, un po’ “Hey Joe”, torna a calare l’oscurità. Che altro aggiungere ancora?

139. Various Artists With The Upsetters “Version Like Rain” 1989 (lp usato, Trojan, € 8.00).
La copertina è orribile, e nemmeno riconducibile alla vecchia scuola delle ristampe reggae (della quale comunque la Trojan non ha mai fatto parte): pare un disco della 4AD, e dubito che avrebbe potuto mai catturare la mia attenzione se quel pomeriggio non avessi deciso di dare un’occhiata al vinile reggae usato, dove di solito non guardo praticamente mai. Di reggae serio, su vinile o cd, se ne trova davvero poco in questo negozio. Comunque sia, Upsetters è scritto piccolo ma si vede, e “Version Like Rain” è un titolo che non passa inosservato. Giro l’oggetto e mi convinco che si tratta di un titolo targato Lee Perry di quelli da prendere: cura la raccolta nientemeno che Steve Barrow (futuro creatore della Blood & Fire e coautore della “Rouch Guide To Reggae”), i nomi coinvolti sono fidati (Junior Byles, U-Roy, Augustus Pablo, Susan Cadogan, Niney), e se non li conoscono arrivano comunque le date in mio soccorso (la raccolta è del 1989, ma le registrazioni risalgono al periodo 1972-1976). Mio. Prendo e pago, mentre di fianco a me due ggiovani con berrette red, green & gold guardano “Legend” di Bob Marley come se non l’avessero mai visto e nemmeno immaginano cosa sto portando via con me.
Torno a casa, apro la suddetta guida e mi batto un hi-five da solo: l’album non solo è citato, ma è recensito con parole grosse, perché raccoglie tre dei meglio ritmi Upsetter dell’epoca e li sviluppa in più versioni.
La sezione musical shower comprende la pimpante “Want A Wine” di Leo Graham, la sua versione dj a cura di U-Roy e quella strumentale a cura della band di casa Perry. Fever Storm è proprio dedicata al classico blues “Fever”, qui interpretato due volte da Junior Byles e (meravigliosamente) da Susan Cadogan. Augustus Pablo la rilegge melodica in resta, King Medious ne prende il ritmo per “This World” e gli Upsetters, di nuovo, chiudono con una “Influenza Version”.
Babylon deluge occupa l’intero lato B, e non vedo come potrebbe essere altrimenti, visto che il ritmo prescelto è quello della mostruosa “Beat Down Babylon” ancora di Junior Byles (per inciso, uno dei vertici della carriera di Byles e di “Scratch” stesso). Apre l’originale, seguono Junior in coppia con il dj Jah T per “Informer Man” e relativa version. Riprende Perry in combination letale con Niney The Observer e Maxie (Romeo!) per una “Babylon’s Burning” tanto scarna quanto potente, anch’essa subito sottoposta all’apocalittico trattamento Upsetters. “Freedom Fighter” è l’eccellente contributo di Bunny & Ricky (chi sono?), prima della relativa versione e del finale lasciato alla vecchia e misconosciuta gloria ska Shenley Duffus con “Bet You Don’t Know”.
Uno degli affari dell’anno. Molto probabilmente grazie al grafico (che proprio ora in conclusione scopro essere lo studio Intro, ovvero il team responsabile della magnificenza Blood & Fire! Ok, la copertina resta orribile, ma denota la grande e sacrosanta volontà dei tipi di sperimentare e di scavalcare le barriere di genere, con soluzioni grafiche che, nel 1989, si discostavano nettamente dall’iconografia reggae classica).

140.The Most Secret Method “Our Success” 2002. (cd nuovo, Superbad, € 13.00).
Suonano ironici, a maggior ragione oggi, nome e titolo in questione. “Get Lovely” (Slowdime, 1998), tuttora il miglior disco Dischord non uscito su Dischord, è il tesoro che è solo per i quattro gatti che lo possiedono. E come troppo spesso accade nella Capitale -una sorta di contrappasso versione DC? Sarete grandi, ma durerete troppo poco?- anche per i fratelli Nelson e Johanna Claesen arriva troppo presto il momento degli addii. Succede, e quasi mai è il caso di farne un dramma. A Washington soprattutto, gli scioglimenti hanno da sempre significato nascita più che morte.
I conti vanno però saldati, ed ecco quindi “Our Success”. Catturato tra il 1998 ed il 2001 da fonici di lusso come Juan Carrera, Chad Clark, Ian MacKaye e Don Zientara e racchiuso in una slendida veste grafica, non è il suo inarrivabile predecessore, è più frammentario e a tratti solo abbozzato. Ma è opera di una band degna di sedere accanto ai più illustri fautori del DC Sound, capace di esaltarne i segreti e lo spirito. In attesa di sviluppi, a noi fare in modo che questo metodo, pur superato, diventi se non altro un po’ meno segreto.

30/12/02

135. The Who “My Generation - Deluxe Edition” 2002. (dcd nuovo, MCA, € 23.79).
Maximum R&B!!! Sono gli Who degli inizi, giovanissimi e rumorosissimi. Hanno visi che fanno tenerezza, suonano con il fuoco dentro e l’abbandono di chi non guarda in faccia nessuno. Le cover ne svelano gli ascolti assolutamente black (il James Brown di “Please, Please, Please”, “I Don’t Mind” e “Shout And Shimmy”, la Motown di “Motoring” e “(Love Is Like A Heat Wave)”, il Bo Diddley di “I’m A Man”, “Leaving Here” e “Daddy Rolling Stone”), mentre i brani originali sono già peculiari. I singoli fanno parte della stroria del rock, di quella cerchia di brani di default per l’appassionato: il balbettio della title-track, l’attacco di “The Kids Are Alright”, la struttura quadrata di “I Can’t Explain”, le armonie vocali di di “Circles”, i feedback di “Anyway, Anyhow, Anywhere”. Ma che sorpresa il resto! “La-La-La Lies”, “Much Too Much”, “A Legal Matter” e “Instant Party Mixture” sono notevoli, e “The Good’s Gone” è grande!
Detto della musica, però, tocca dire anche della “Deluxe Edition” che finalmente rende gloria a un album che per problemi legali era sempre stato escluso dalle ristampe. Ci sono i brani originali e ce ne sono altri diciassette, addirittura.
Davvero spettacolosa la veste grafica, con foto d’epoca a bizzeffe e note precisissime (ma dedicate più ai fatti che ai commenti… non avrebbe guastato un mini-saggio sull’importanza e la specificità degli Who in quel periodo). Meno esaustiva -tanto più trattandosi della prima vera ristampa del disco dopo decenni, presentata come definitiva e con ben due cd a disposizione- risulta invece la scaletta. Viene in nostro aiuto il recensore di All Music Guide per mettere le cose al loro posto. Io sottoscrivo, e ribadisco che escludere l’originale di “Anyway, Anyhow, Anywhere” sbagliandone il titolo e perdere la chitarra nel break di “My Generation” sono pecche non da poco ed evitabili. Che non devono però farvi desistere dall’acquisto, sia chiaro.

136. Heatmiser - s/t - 1993. (7” usato, Cavity Search, € 3.00).
L’amico Paul visita l’Italia per l’ennesima volta al seguito del solito gruppo strafigo che se lo accaparra come tour manager. Ci sono periodi in cui vedo più spesso lui di amici che vivono a pochi kilometri di distanza. Si parla di questo e di quello (principalmente di reggae e di retroscena indie/postpunk) e se si è fortunati ha nuove foto. Oppure dischi da vendere.
Nell’indifferenza generale degli under-25, ovvero la quasi totalità dei presenti, scorgo un singolo degli Heatmiser che ha tutta l’aria di essere il primo singolo degli Heatmiser, e tra urla scomposte me lo compro. Perché alla chitarra c’è Elliott Smith, anni prima che diventasse l’Elliott Smith che tutti conosciamo e (spero per voi) amiamo. Che poi si tratti sostanzialmente di tre pezzi di grunge-pop inutile poco conta. Gli Heatmiser daranno il meglio a fine corsa, con l’ottimo “Mic City Sons” (Caroline, 1996) e con l’affacciarsi del magico Elliott dalle parti del microfono. Sam Coomes formerà i Quasi, Tony Lash diventerà un produttore (Dandy Warhols, Death Cab For Cutie), Neil Gust formerà i No. 2 (un album su Chainsaw, chi ce l’ha?) e Elliott… beh Elliott…

28/12/02

132. Gang Of Four “Entertainment!” 1980. (cd nuovo, EMI, € 11.90).
Settembre 2002, meglio tardi che mai. Quante volte ho visto questo nome citato per descrivere la musica di gruppi a me cari? Perché non l’ho cercato prima? Di cosa avevo paura? C’è forse in me un timore innato di dovermi trovare ad ascoltare roba spessa?
Fatto sta che alla fine “Entertainment!” me lo sono comprato, e pure in edizione ampliata (tre brani in più) e a medio prezzo. Ed effettivamente è quella bomba di cui tutti hanno sempre detto. Il primo ascolto, soprattutto, è un susseguirsi di espresisoni di stupore e gioia. Un accavallarsi di brividi e nomi di gruppi odierni.
Gang Of Four scelse un nome pesante, ritmi danzabili, chitarre taglienti, testi impegnati con sarcasmo ed acume. Un suono che effettivamente farà scuola a 360° nei decenni a venire, in maniera a tratti clamorosa. In due parole: l’aggressività del punk ibridata con i ritmi neri del dub e del funk, spezzettati e ricuciti in maniera originalissima. Direte “Già sentito”. Certo, perché l’hanno fatto loro prima.
“Entertainment!” è un manifesto della musica ribelle di ogni tempo, nella forma e nella sostanza. È difficile e divertente, inquietante ed eccitante, e posso solo cercare di immaginare l’impatto destabilizzante che ebbe al tempo della sua uscita.
Lo avrebbe ancora oggi, figuratevi.

133. Bugo “Casalingo” 2002. (mcd nuovo, Universal, € 6.46).
“Casalingo” a questo punto dovreste conoscerla. È il singolo dell’anno o giù di lì.
Il remix firmato A034 la distrugge a dovere giocando con saturazioni noise e accelerazioni drum’n’bass impazzite. Ma il dischetto lo dovete comprare per altre due ragioni, entrambe non incluse su “Dal Lofai Al Cisei”, entrambe capaci di fermare i respiri quando il Bugo le suona dal vivo: “Una Pentola Al Fuoco Che Attende La Pioggia” è un ipotetico ed entusiasmante crossover Dylan/Guccini, con la struttura tipica della ballata folk ed un’armonica a punteggiare. “Ti Ho Vista” è cantautorato lo-fi rarefatto di oggi, notevole.

134. Ash “1977” 1996. (cd usato, Infectious, € 6.00).
Stare dietro ai fenomeni che settimanalmente la stampa inglese ci propina come salvatori del rock, del pop o delle nostre vite è compito arduo e fondamentalmente ingrato. Il sottoscritto c’è riuscito soltanto -come molti altri, immagino- durante e subito dopo più o meno brevi soggiorni in Gran Bretagna. Se sei lì, leggi e compri subito quello che trovi. E per le prime due settimane in Italia sei un gallo.
A me è l’ultima volta è successo con gli Ash (manco da un bel po’, vero?), dopo l’exploit congiunto Charlatans/Manic Street Preachers dei quali ancora conservo gelosamente i primi 12”. Proprio in quella primavera del 1996, durante due settimane come au pair in una famiglia del Cambridgeshire (due settimane? Sì, due settimane soltanto. Ha a che fare con la persona priva di senso dell’umorismo di cui si diceva tempo fa parlando dei Walkabouts), scoprii l’allora trio nordirlandese e accattai tutto il possibile nelle mie sporadiche puntate verso la vicina città di Peterborough. Di loro si parlava come giovani, drogati e sensazionali. Appurate come vere le prime due, ebbi da subito dei dubbi sulla terza definizione, ma il cd singolo di “Goldfinger” non era male, e la cover di “Get Ready” di Smokey Robinson era ben riuscita. Il pezzo che però mi conquistò stava su una cassettina allegata a “Sounds” o roba del genere (cassettina che tra l’altro vorrei ritrovare…), e si chiamava “Kung Fu”. Era pop-punk del migliore, e lo è tuttora.
Molta strada hanno fatto gli Ash da questo album d’esordio. Intanto, sono ancora qua, e non capita a tutti. Hanno il loro video su MTV, vivono da rockstar di secondo piano senza infamia né lode, fanno un disco ogni tanto e va bene così.
Manca la freschezza ancora rintracciabile su “1977”, ma già allora pericolosamente incline a farsi patinare e a rendere il punk-pop e le ballate grungiste dei tre di Belfast più “finto” di quanto avremmo voluto. Perché il songwriting, tranne qualche riempitivo (ma come ha fatto “Angel Interceptor” a diventare un singolo?) funziona: “Kung Fu” su tutte, ma anche “Girl From Mars”, “Goldfinger” e “Oh Yeah”.
131. Isaac Hayes “The Isaac Hayes Movement” 1970. (cd usato, Stax, € 5.00).
Avviso ai naviganti: questo non è l’Ike delle colonne sonore blaxploitation, del private dick John Shaft e dei wah-wah dappertutto. L’Isaac Hayes solista vero e proprio è un raffinato e sensuale crooner, che senza preoccupazioni commerciali (soltanto quattro pezzi molto lunghi qui, idem nel capolavoro gemello “Hot Buttered Soul”) getta le basi per molta della musica nera (e non solo) a venire.
Due i brani portanti: la toccante versione di “I Stand Accused” di Jerry Butler, undici minuti e trentasette di soul blues ora recitato e ora sostenuto da cori femminili, e la conclusiva splendida “Something”, la più celebre ballata firmata da George Harrison per i Beatles, dilatata a undici minuti e quarantacinque. In mezzo, le forme più pop di “One Big Unhappy Family” e del classico Bacharach “I Just Don’t Know What To Do With Myself”. Vocione da brividi, arrangiamenti perfetti.

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