54. Isaac Hayes “Truck Turner” 1974. (cd nuovo, Stax, € 11.42).
Quando si parla del Mosè Nero, molti conoscono la colonna sonora di “Shaft”, molti meno quella di “Truck Turner”, altro doppio album di tre anni successivo e relativo a un film di cui Hayes è anche protagonista. Strano, perché il solo attacco del tema principale basterebbe a farne una pietra miliare: puro funk del ghetto a base di wah-wah chirurgico, ritmo frenetico, fiati e archi a mille, vocione maschile e controcanto corale femminile. I settantuno minuti abbondanti del disco, quasi interamente strumentali, passano in scioltezza regalando momenti di pura estasi blaxploitation: il trittico “Blue’s Crib”/“Driving In The Sun”/”Breaktrough”, i nove minuti di una “Pursuit Of The Pimpmobile” eloquente già nel titolo, “Hospital Shootout”, “A House Full Of Girls” cantata come lui sa. Assortiscono il tutto brani più d’atmosfera e i consueti lenti strappamutande, e voi già sapete che Ike è autorità in materia. La foto del retrocopertina originale, con lui in piedi torso nudo e fondina, il pappa morto a terra e i grattacieli sullo sfondo parla più di cento weblogs, quindi basta così. Comunque, vale “Shaft”.
27/06/02
25/06/02
53. Herbie Hancock “Fat Albert Rotunda” 1969. (cd nuovo, Warner, €11.42).
Il groove di “Wiggle Waggle” basterebbe da solo, ed è anche per questo che siamo qui. Proprio la sua presenza in apertura di uno dei vari “Pulp Fusion” (se ne parla nell’archivio di maggio qui a lato) ci ha mosso alla ricerca di questo album, che nel negozio stava al primo piano, quello del jazz, ma ci sarebbe da eccepire. Vero, Hancock deve gran parte della sua fama al jazz, ma “Fat Albert Rotunda” suona decisamente più funk. Non stiamo parlando di sporco rare groove, certo, bensì di superbo jazz-funk strumentale di stampo cinematico (ed in effetti il lavoro è ispirato ad una serie televisiva con Bill Cosby), in equilibrio imperfetto tra slow jazzati (pochi) e groove assassini (tanti). Gli arrangiamenti sono ricchissimi, la band gira a mille, i tasti del titolare spadroneggiano. Edizione Warner Bros. Masters economica, oltretutto.
Il groove di “Wiggle Waggle” basterebbe da solo, ed è anche per questo che siamo qui. Proprio la sua presenza in apertura di uno dei vari “Pulp Fusion” (se ne parla nell’archivio di maggio qui a lato) ci ha mosso alla ricerca di questo album, che nel negozio stava al primo piano, quello del jazz, ma ci sarebbe da eccepire. Vero, Hancock deve gran parte della sua fama al jazz, ma “Fat Albert Rotunda” suona decisamente più funk. Non stiamo parlando di sporco rare groove, certo, bensì di superbo jazz-funk strumentale di stampo cinematico (ed in effetti il lavoro è ispirato ad una serie televisiva con Bill Cosby), in equilibrio imperfetto tra slow jazzati (pochi) e groove assassini (tanti). Gli arrangiamenti sono ricchissimi, la band gira a mille, i tasti del titolare spadroneggiano. Edizione Warner Bros. Masters economica, oltretutto.
22/06/02
52. Le Consuetudini “Veicoli Al Passo” 2002. (cd nuovo, Map, € 10.00).
Sarò schematico, ok? Otto musicisti torinesi, ora sciolti ma in procinto (pare) di ricominciare non si sa con quale nome.
Le note positive: SabinoDeiBellicosi suona il pianoforte, le tastiere e fa i cori qua e là, innanzitutto. Una musica italiana d’autore raffinata, con Conte, Capossela e Loschi Dezi come riferimenti più evidenti, e gli Avion Travel dietro l’angolo laggù in fondo (per fortuna?). Un gusto non comune negli arrangiamenti, al servizio di doti tecniche notevoli.
Le note negative: il cantato. Non me ne voglia l’interessato, ma il tono solenne e maledetto in-realtà-vorrei-fare-l’attore-di-teatro, a casa mia, è reato grave. Se poi il poveretto si ritrova pure una erre moscia di proporzioni storiche, ed insiste compiaciuto su parole piene di erre, beh, un po’ se la cerca pure. Peccato, perché i testi, a parte qualche caduta di tono e qualche flash sopra le righe (“Bradipi/Siamo bradipi in cerca d’assenzio”…), sono carini e ben assortiti con la musica.
Vista la scarsa reperibilità, un contatto.
Sarò schematico, ok? Otto musicisti torinesi, ora sciolti ma in procinto (pare) di ricominciare non si sa con quale nome.
Le note positive: SabinoDeiBellicosi suona il pianoforte, le tastiere e fa i cori qua e là, innanzitutto. Una musica italiana d’autore raffinata, con Conte, Capossela e Loschi Dezi come riferimenti più evidenti, e gli Avion Travel dietro l’angolo laggù in fondo (per fortuna?). Un gusto non comune negli arrangiamenti, al servizio di doti tecniche notevoli.
Le note negative: il cantato. Non me ne voglia l’interessato, ma il tono solenne e maledetto in-realtà-vorrei-fare-l’attore-di-teatro, a casa mia, è reato grave. Se poi il poveretto si ritrova pure una erre moscia di proporzioni storiche, ed insiste compiaciuto su parole piene di erre, beh, un po’ se la cerca pure. Peccato, perché i testi, a parte qualche caduta di tono e qualche flash sopra le righe (“Bradipi/Siamo bradipi in cerca d’assenzio”…), sono carini e ben assortiti con la musica.
Vista la scarsa reperibilità, un contatto.
21/06/02
50. Bruce Springsteen “The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle” 1973. (cd CBS, usato, € 2.50).
C’è un qualcosa di struggente, nel Boss dei primi tempi. Bollino rosso della banalità acceso, perdonate chi scrive, ma la tristezza ed il romanticismo della costa del New Jersey, i mille personaggi chiamati per soprannome, la vita dura ma spensierata e comunque possibile, non ancora resa amara e poi tragica dal passare degli anni, fino alla rappresentazione in bianco e nero del fallimento che è “Nebraska”, tragico e meraviglioso.
Ho sempre però snobbato, in un certo senso, questo secondo album del Boss. Arrivato a lui nel 1984 per via di famose canzoni, faticavo a godermi i brani lunghi e ricchi di sfumature di “The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle”, intrisi di black music stradaiola che solo più tardi avrei cominciato a capire meglio. Qualcosa mi sfuggiva, rendendolo il disco di Springsteen che meno avrei ascoltato da allora ad oggi. E sbagliavo, perché di un gran disco si tratta, a cominciare dalla copertina. Ma non mi dilungo oltre, perché ogni disco di Springsteen dal primo a “Born In The U.S.A.” è a modo suo indispensabile. Con “Darkness On The Edge Of Town” e, appunto, “Nebraska” un po’ più indispensabili degli altri.
51. VV.AA. “I’m A Good Woman – Funk Classics From Sassy Soul Sisters” 2002. (cd Harmless, nuovo, € 16.00).
La serie, dal sottotitolo dovreste esserci arrivati, è di quelle cruciali. Partita in quarta con il primo volume, ha messo la quinta con il secondo (mostruoso!) e giunge adesso al terzo. Che se non raggiunge l’inarrivabile predecessore offre comunque quello che promette, eccome!
L’inizio, Jeannie Dee e Gladys Knight & The Pips, è ruvido come pochi. Poi vengono Barbara Acklin, soul singer in una rara e sensuale escursione funk, una Chaka Khan di fine decennio non ancora completamente disco (ma già membro delle Black Panthers!), una Betty Davis sempre sfrontata come poche, Anna King a rispondere a James Brown con la sua “Mama’s Got A Bag Of Her Own”. E poi Margie Alexander, Pointer Sisters, Marie “Queenie” Lyons, Denise Keeble, Gloria Edwards e Patrice Rushen.
Da brividi la versione live di “Respect” a cura di Marva Whitney, che parte piuttosto fedele a quella di mamma Aretha per trasformarsi in un delirio di assoli (dietro c’è la band di James Brown, amici) ed invocazioni. Ma una spanna su tutte, ancora una volta, sta Mary Jane Hooper: la sua “I’m In A Lovin’ Groove” è pura dinamite funk dall’inconfondibile tocco New Orleans.
C’è un qualcosa di struggente, nel Boss dei primi tempi. Bollino rosso della banalità acceso, perdonate chi scrive, ma la tristezza ed il romanticismo della costa del New Jersey, i mille personaggi chiamati per soprannome, la vita dura ma spensierata e comunque possibile, non ancora resa amara e poi tragica dal passare degli anni, fino alla rappresentazione in bianco e nero del fallimento che è “Nebraska”, tragico e meraviglioso.
Ho sempre però snobbato, in un certo senso, questo secondo album del Boss. Arrivato a lui nel 1984 per via di famose canzoni, faticavo a godermi i brani lunghi e ricchi di sfumature di “The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle”, intrisi di black music stradaiola che solo più tardi avrei cominciato a capire meglio. Qualcosa mi sfuggiva, rendendolo il disco di Springsteen che meno avrei ascoltato da allora ad oggi. E sbagliavo, perché di un gran disco si tratta, a cominciare dalla copertina. Ma non mi dilungo oltre, perché ogni disco di Springsteen dal primo a “Born In The U.S.A.” è a modo suo indispensabile. Con “Darkness On The Edge Of Town” e, appunto, “Nebraska” un po’ più indispensabili degli altri.
51. VV.AA. “I’m A Good Woman – Funk Classics From Sassy Soul Sisters” 2002. (cd Harmless, nuovo, € 16.00).
La serie, dal sottotitolo dovreste esserci arrivati, è di quelle cruciali. Partita in quarta con il primo volume, ha messo la quinta con il secondo (mostruoso!) e giunge adesso al terzo. Che se non raggiunge l’inarrivabile predecessore offre comunque quello che promette, eccome!
L’inizio, Jeannie Dee e Gladys Knight & The Pips, è ruvido come pochi. Poi vengono Barbara Acklin, soul singer in una rara e sensuale escursione funk, una Chaka Khan di fine decennio non ancora completamente disco (ma già membro delle Black Panthers!), una Betty Davis sempre sfrontata come poche, Anna King a rispondere a James Brown con la sua “Mama’s Got A Bag Of Her Own”. E poi Margie Alexander, Pointer Sisters, Marie “Queenie” Lyons, Denise Keeble, Gloria Edwards e Patrice Rushen.
Da brividi la versione live di “Respect” a cura di Marva Whitney, che parte piuttosto fedele a quella di mamma Aretha per trasformarsi in un delirio di assoli (dietro c’è la band di James Brown, amici) ed invocazioni. Ma una spanna su tutte, ancora una volta, sta Mary Jane Hooper: la sua “I’m In A Lovin’ Groove” è pura dinamite funk dall’inconfondibile tocco New Orleans.
13/06/02
49. Gene Krupa and Buddy Rich at JATP “The Drum Battle” 1952. (cd Verve, usato, € 8.00).
Vacilla la mia fama di tuttologo di fronte a poche cose, e il jazz è una di queste. Posso parlarvi con la bava alla bocca delle copertine dei dischi, ma per quanto riguarda la musica brancolo nel buio. Ricordo di avere ascoltato una cassetta di Gene Krupa anni fa in autoradio, e di avere apprezzato la frenesia del suo drumming. Buddy Rich, poi, è uno dei batteristi jazz più celebrati, più ancora di Krupa.
Eppure, questo live a New York si rivela un mezzo pacco. Non tanto per il contenuto in sé, che non è nenahce male, quanto per la scarsa risposta alle aspettative. Tanto per cominciare, i due si sfidano in un pezzo solo, appunto “The Drum Battle”. Tre minuti e mezzo di sole batterie che si fronteggiano e rincorrono, forse più esaltanti pòer i presenti nel 1952 che per noi ora. Il resto è ad opera del solo Gene Krupa Trio, coadiuvato da Ella Fitzgerald nella conclusiva “Perdido”. Che dire? Anche in questi brani il drumming di Krupa sembra non risaltare a sufficienza, e manca quell’adrenalina che così frammentariamente ricordavo. Forse era solo materiale di un altro periodo, o forse sono io che negli anni ho ritoccato il ricordo a mio piacimento.
Vacilla la mia fama di tuttologo di fronte a poche cose, e il jazz è una di queste. Posso parlarvi con la bava alla bocca delle copertine dei dischi, ma per quanto riguarda la musica brancolo nel buio. Ricordo di avere ascoltato una cassetta di Gene Krupa anni fa in autoradio, e di avere apprezzato la frenesia del suo drumming. Buddy Rich, poi, è uno dei batteristi jazz più celebrati, più ancora di Krupa.
Eppure, questo live a New York si rivela un mezzo pacco. Non tanto per il contenuto in sé, che non è nenahce male, quanto per la scarsa risposta alle aspettative. Tanto per cominciare, i due si sfidano in un pezzo solo, appunto “The Drum Battle”. Tre minuti e mezzo di sole batterie che si fronteggiano e rincorrono, forse più esaltanti pòer i presenti nel 1952 che per noi ora. Il resto è ad opera del solo Gene Krupa Trio, coadiuvato da Ella Fitzgerald nella conclusiva “Perdido”. Che dire? Anche in questi brani il drumming di Krupa sembra non risaltare a sufficienza, e manca quell’adrenalina che così frammentariamente ricordavo. Forse era solo materiale di un altro periodo, o forse sono io che negli anni ho ritoccato il ricordo a mio piacimento.
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