29/01/02

d9. Wu-Tang Clan “Iron Flag” 2001. (cd Loud, nuovo, € 17.52, AMG)
La sorpresa è grande quando, non so bene come, capito su una recensione di tal album “Iron Flag” a firma Wu-Tang Clan. E che cazzo è? Il nuovo! Il nuovo!
Cosa volete che vi dica, l’evoluzione dell’hip-hop starà pure altrove, ma con il Clan tocca fare i conti lo stesso. Dove l’eterogeneo, forse dispersivo, ma sottovalutato “The W” cercava di allargare l’orizzonte sonoro di riferimento, questo “Iron Flag” suona compatto e scorre liscio dall’inizio alla fine.
Posto in apertura, l’incedere incalzante di “In The Hood” fa sperare in un aggiornamento degli stilemi tipici, ma purtroppo non è sempre così. Si stemperano decisamente le atmosfere drammatiche che hanno reso celebre il gruppo, che nel prosieguo dell’album osa solo qua e là (la scarna e tribale “Soul Power” con featuring di Flavor Flav), sopperisce con il mestiere dove l’ispirazione sembra vacillare, infila una manciata di classici (“Ya’ll Been Warned” su tutti, centro-per-cento Wu) e due featuring di prestigio (Ron Isley, oltre al citato Flav) e alla fine se la cava comunque.
I miei uomini? GZA e Method, ma è facile, e pure Inspectah Deck. La scheggia impazzita ODB manca, e si sente.
Il mio Wu-album preferito? Sempre “Liquid Swords”, ancora imbattuto.

25/01/02

f4. “Furore” di John Ford, 1940. (AMG).
Proiezione pomeridiana per gli studenti di Storia e Critica del Cinema 1, presenti in sala circa dieci. Io e colei che accompagno siamo più o meno gli unici under 50, di studenti nemmeno l’ombra. Io ho dato anche Storia e Critica del Cinema 2, poi mi sono fermato a metà esami e sul modulo da compilare per ricevere il programma del cinema a casa ho scritto “?” e poi “musicista”. Lei li ha dati tutti, si è laureata e sul modulo ha scritto “montatore”. Quando si dice due che spaccano.
“Furore” di John Ford, tratto da Steinbeck… la migrazione di migliaia di contadini dall’Oklahoma arso dalla carestia verso le promesse non mantenute della California… epico sarebbe una parola scontata, ma la uso ugualmente. Ed epiche sono anche le condizioni della nostra visione: frusto bianco e nero, edizione originale senza sottotitoli o traduzione simultanea, accento pesantissimo e smangiucchiato… dura prova anche per un master dell’anglo-americano come me… meno male che il libro l’ho letto.
Del monolitico capolavoro scritto il film prende per forza di cose gli eventi salienti, tagliando i raccordi e perdendo quel senso di costruzione di una storia epocale che pagina dopo pagina cresce leggendo il libro.
Ne rende però una versione incredibilmente potenziata dalle immagini. Le riprese sono perfette, alcune scene di una tristezza agghiacciante, gli sguardi disperati dei personaggi esattamente quelli che ci si aspetta di vedere (il solo Henry Fonda nella parte del protagonista Tom Joad sembra un po’ impostato). Il messaggio finale di fiducia nelle possibilità della gente è intatto.
Commovente.

24/01/02

Non comincio nemmeno a raccontarvi come e perchè e quando e dove, vi passo solo l'informazione nuda a cruda.
"Inzirli 1990.96" (cd) e "Inzirli - Una Storia Per Caso" (libro) raccontano in suoni e in parole la storia degli Inzirli, punk band friulana.
Con loro ho condiviso molte cose. Se sono quello che sono è anche grazie a loro. Se vi ritrovate minimamente in quello che scrivo, dovete averli senza scuse.
Love Boat li distribuisce entrambi. Oppure contattate direttamente Max, Oscar, Gb e Marco.

23/01/02

Via Po, di ritorno dal cinema pomeridiano, prendo la strada più lunga.
Nella vetrina del negozio di dischi usati non c'è nulla di interessante, e il poco pudore rimasto mi impedisce di entrare. Ma entro in libreria poco più avanti.
"Esco A Fare Due Passi", di Fabio Volo. E "Canne Al Vento", di Grazia Deledda. Che coppia, i due. La commessa avrà pensato che stessi recuperando regali di natale a due persone diverse, o che fossi pazzo. Ma non me li sono fatti incartare, non dovrei essere pazzo e probabilmente nemmeno così platealmente eccentrico come la scelta farebbe pensare.
Trovo Fabio Volo simpatico e intelligente. La sua trasmissione su Deejay rendeva meno miserabile lo svegliarmi ogni mattina per andare a fare il tragico lavoro che facevo fino a tre mesi fa (non chiedetemi cosa facevo perchè, e dico sul serio, non saprei cosa dirvi). Il suo libro lo adocchiavo già da un po', ma devo ammettere che la scritta "8900 lire" su fondo oro faceva la sua parte.
Grazia Deledda mi è tornata in mente ieri sera a cena.
Eravamo in quattro, più o meno trentenni, e parlavamo di libri e film con la televisione spenta.
Ed è tutto vero, cristo. Ma allora succedono davvero queste cose? Comunque, sono sempre lo stesso, e se perdo una puntata di "Centovetrine" è sempre una piccola tragedia.
Grazia Deledda... mi ha sempre affascinato l'ìdea di questa scrittrice donna e sarda di inizio secolo. Sono un continentale irrecuperabile al 100%, ma ho metà parenti in Sardegna, e adoro tutto quello che riguarda l'isola. Ogni tanto vado pure a prendere il caffè nel bar di via San Pio V, dove è servita birra Ichnusa e si legge "L'Unione Sarda".
Ho letto "Elias Portolu" e "La Madre", rimanendone malinconicamente estasiato, ma non il più celebre di tutti, appunto "Canne Al Vento".
Grazia Deledda mi è tornata in mente ieri sera discutendo di una presunta superiorità dei classici sui libri attuali. Io sui classici sono carente. Ne leggo, ma se devo proprio scegliere scelgo un libro nuovo, magari mediocre, magari completamente dimenticato fra un mese, ma di adesso.
Rispetto a cento o duecento anni fa esce un'enormità di libri, e più persone li leggono, ma anche cento o duecento anni fa saranno usciti dei libri di merda, o no? Forse la percentuale sul totale era soltanto un po' diversa. Ma difficilmente mi sentirete dire che "con i classici non c'è paragone" o roba simile. In attesa che i miei libri di adesso diventino dei classici, ovvio.
Ok, forse non quello di Fabio Volo. Che però va letto oggi, oppure non va letto per niente.

22/01/02

Esiste qualcosa, un prodotto, un ritrovato, una radice che renda più facile l'organizzazione del proprio tempo e meno facile la perdita del tempo stesso?
O il problema è forse che cosa considero perdita del mio tempo, e perchè?
Vi sembra possibile che in una situazione del genere uno possa prendersi altri 4 impegni di un certo spessore?
Lo è. Basta organizzarsi. E poi c'è tutto quel discorso del vivere ogni istante della propria vita come se fosse l'ultimo.
Avanti.

f3. “Matrimonio Indiano” di Mira Nair, 2001. (AMG).
Devo premettere una cosa: trovo gli indiani e i pakistani bellissimi. Uomini e donne. E se in "East Is East" la goduria c’era ma parziale, data l’ambientazione inglese, qui ho rischiato il sovraccarico sensoriale. Musica, colori, facce: dicono che i punjabi stiano all’India come i napoletani stanno all’Italia. Luoghi comuni a parte, pare plausibile.
L’India di “Monsoon Wedding” (ennesimo bel titolo deturpato dalla traduzione) è l’India dell’alta borghesia di Delhi, occidentalizzata e lussureggiante, stridente nel contrasto con le immagini della vita per le strade, fuori dalla villa in cui ha luogo, appunto, il matrimonio.
La storia in sé è poca cosa: matrimonio combinato, lei che non ci sta ma poi ci sta. Intorno, però, si si intrecciano le storie di una famiglia sparsa per il mondo e ritrovatasi per l’occasione. Gli attori perfetti, e l’omaggio della regista al mondo di Bollywood, il cinema popolare indiano che sforna titoli a ciclo continuo, prende forma con il tocco e le scelte del cinema d’autore (belle le riprese, tutte con camera a mano, e stordente nei suoni colori vivacissimi la fotografia). Bello.

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