19/03/03

Visto “8 Mile”. Freestyle entusiasmante.

leeperry

5. Lee Perry Voodooism
(Pressure Sounds 1996, cd nuovo, € 11.00)
Il suo distributore italiano saluta l’anno nuovo con un bel 20% di sconto su tutto il catalogo e, dentista permettendo, come posso non tuffarmi su Pressure Sounds, o quantomeno sull’essenziale della label londinese non ancora in mio possesso? L’ho già detto ma farà bene ripeterlo, a livello di ristampe reggae siamo appena un dito sotto l’Inarrivabile.
Cominciamo come meglio non si potrebbe con il benemerito Scratch e con una portentosa raccolta di ultrararità periodo Black Ark, il suo apice: banzai! Come prevedevo, abbondano meraviglie in rapida sequenza. Che dio o qualcuno al suo posto benedica Errol Walker, per esempio: se Voodooism dovesse servire a una cosa soltanto, che sia il raccolto di gloria postuma che Better Future e il suddetto meritano. Ma è solo una delle venti citazioni possibili: grossomodo dieci originali con relativa geniale versione dub a cura dell’inarrivabile Upsetter. Siamo nella prima metà dei ’70, e da questi studi e queste mani sta uscendo a getto continuo roots music della migliore specie, dai campioni riconosciuti come dalle seconde e terze linee a cui il cd è dedicato. Altissimo livello.

15/03/03

blackeyes

4. Black Eyes Some Boys/Shut Up I Never
(Ruffian/Release The Bats 2002, 7” nuovo, € 3.00)
Fra pochi giorni li conosceremo tutti per il loro imminente stupefacente incredibile album di debutto su Dischord, e se tanto mi dà tanto saranno già tra i nomi nuovi di molti per il 2003. Da Washington, va da sé, arrivano i Black Eyes con la loro formazione che dire atipica è poco: Dan Caldas (batteria e basso), Daniel Martin McCormick (chitarra e percussioni), Hugh McElroy (basso, tastiere e percussioni), Jacob Long (basso, chitarra e percussioni), Mike Kanin (batteria). E tutti cantano.
Ma è solo parzialmente l’ascolto ostico che ci si potrebbe aspettare. Se Shut Up I Never sul lato b è infatti un esemplare caotico e tribale di suoni nuovi, con i vari ritmi post-punk inglesi come vago sfondo ed un approccio creativo e libero, Some Boys sul lato a è un piccolo capolavoro di post-punk moderno che entra in testa al volo. Signori, Black Eyes. Segnatevi questo nome.

05/03/03

heron

3. Gil Scott-Heron Pieces Of A Man
(Flying Dutchman/Bmg 1971, cd usato, € 6.00)
The Revolution Will Not Be Televised, tanto per togliersi il pensiero. Già ascoltata un anno prima in versione solo vocale nell’album di esordio del Nostro (Small Talk at 125th and Lenox, disco appunto spoken-word con solo sporadici accompagnamenti percussivi), è chiamata ad aprire anche Pieces Of A Man, sostanzialmente il primo album “musicale” del poeta di Chicago. Basterà ascoltarla una volta sola per capire come sia diventata il manifesto del suo autore e uno dei brani simbolo per la controcultura di ogni dove: linea di basso ipnotica, testo di acuta denuncia declamato con sarcasmo e stile, urgenza.
Non avrà la stessa carica epocale e la stessa peculiarità, ma anche il resto dell’album risulta notevole: siamo dalle parti di un soul-funk piuttosto raffinato dal retrogusto jazz, guidato dal basso e dal pianoforte e perfetto per mettere in mostra le doti non solo recitative ma anche e soprattutto canore di Scott-Heron, sempre combinate con una lucidità politica e sociale rara. Almeno Lady Day And John Coltrane, Home Is Where The Hatred Is e la conclusiva, scura The Prisoner meritano la citazione, ma è il livello medio ad essere alto. L’importanza e la coesione dell’opera fanno il resto.
Stupisce ben poco, quindi, come l’uomo in questione resti tuttora una delle icone più forti della consapevolezza nera, e uno dei più credibili modelli di uomo nuovo afroamericano emersi dalle bollenti stagioni a cavallo tra i ’60 ed i ’70.

03/03/03

dillinger

2. Dillinger CB 200
(Island 1976, cd usato, € 7.00)
Uno che invece mainstream lo è diventato più per caso che per scelte artistiche o produttive è Lester Bullocks a.k.a. Dillinger: la sua Cocaine In My brain l’avrete sentita anche solo nominare almeno una volta, ed è il classico specchietto per le allodole, per farvi un’idea non propriamente esatta del personaggio e del reggae in generale. Come potrebbero d’altronde opinione pubblica da un lato e sballoni assortiti dall’altro non gettarsi a corpo morto su una canzone intitolata così?
Beh, sappiate che in questo album di debutto -registrato a Channel One con i meglio musicisti e prodotto da Jo Jo Hookim- Cocaine In My brain è il pezzo meno bello, pur mostrando però uno stile vocale atipico e facilmente riconoscibile come progenitore del rap a tutti gli effetti. Gli altri nove sono invece esemplari di superbo deejay style su memorabili ritmi dubbati, pescati negli infiniti archivi dei suddetti studi (Might Diamonds soprattutto). Dall’iniziale title-track alla conclusiva Crankface, in cui il più giovane amico Trinity gli si affianca per la prima di una serie di fortunate combinations a venire, attraverso No Chuck It, Plantation Heights e Buckingham Palace, con l’urgenza e lo stile che lo resero uno dei dj più amati dai punk dell’epoca, oltre che ovviamente dai connazionali in patria. Album immancabile in una discografia reggae che voglia dirsi tale.

02/03/03

Comincia marzo e cominciano i dischi comprati nel nuovo anno. Due mesi di ritardo suonano male, ma non temete: con i pochi soldi che girano da queste parti ultimamente dovrei riuscire a mettermi in pari in breve tempo. Olè!

tosh

1. Peter Tosh Bush Doctor
(Rolling Stones 1978/Emi 2002, cd usato, € 7.75)
I lettori fedeli già sapranno della mia innata e in qualche maniera irrazionale diffidenza verso il reggae più mainstream. È difficile da spiegare, e la maggior parte dei dread in ascolto potrà credermi pazzo, ma dopo aver ascoltato Yabby You, Lopez Walker o Trinity è difficile passare (o tornare) a Peter Tosh e per certi versi persino allo stesso Bob Marley.
Forse dipende dai suoni, chissà. Dice bene Manzie Swaby nelle note alla recente ristampa Blood & Fire di due suoi dub album dei ’70: “The lyrics of lots of reggae songs are well known, the feeling of the music that complement the lyrics is sometimes taken for granted. It is hard for me to explain, but try this... there are many different songs titled Chant Down Babylon (…) and in every one of those songs you can actually feel the instruments chanting down Babylon, especially the drum and bass”.
Forse dipende anche dalla ricerca di un mercato più vasto di quello jamaicano, fondamentalmente impostato sui singoli, o forse dagli stessi artisti scelti per il grande salto, fatto sta che in buona parte delle produzioni mainstream, ahimè, Babilonia ha poco da temere.
Prendiamo questo terzo album solista di Peter Tosh dopo la sua fuoriuscita dai Wailers: prodotto da Tosh stesso e da Robbie Shakespeare sotto la supervisione di Mick Jagger e Keith Richards impazziti per il più militante e rigoroso dei tre, è evidentemente un tentativo di break presso il grande pubblico, in parte anche riuscito. Per carità, Bush Doctor è un gran pezzo, Stand Firm e I’m The Toughest pure, e le sei bonus tracks aggiunte in questa edizione rimasterizzata dello scorso anno (bello anche il booklet) ci permettono di ascoltare versioni estese e inedite, ma lasciatemi dire che la voce di Tosh non è davvero nulla di speciale e che questo Bush Doctor non è tra i primi dischi che consiglierei a chi volesse avvicinarsi al reggae.

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