Non so se succede in tutte le città del nord, ma in quella dove abito io sì.
Non appena il calendario segna settembre e/o cadono due goccioline di pioggia e/o il cielo abbandona il blu per il caratteristico grigio, tutte i finestrini dei mezzi di trasporto pubblici restano contemporaneamente chiuse e chi prova ad aprirli viene guardato con astio e/o commiserazione dal resto dei passeggeri.
Non contano la temperatura (alta, alta) o l’umidità (altissima). Semplicemente, per il cittadino è finita l’estate.
77. VV.AA. “Tamla Motown Big Hits & Hard To Find Classics Volume One” 2000. (cd nuovo, Spectrum, € 0.67).
78. VV.AA. “Tamla Motown Big Hits & Hard To Find Classics Volume Two” 2000. (cd nuovo, Spectrum, € 0.67).
79. VV.AA. “Tamla Motown Big Hits & Hard To Find Classics Volume Three” 2000. (cd nuovo, Spectrum, € 0.67).
Abbiamo detto più in basso di come ciò che negli Stati Uniti usciva per i sottomarchi Gordy, Soul, VIP e Tamla e per la casa madre Motown, sul mercato britannico fosse raggruppato sotto un unico, storico marchio: Tamla Motown. Logico quindi che, oltre ai nomi di punta, soprattutto a metà anni ’60 raggiungessero il Vecchio Continente decine di artisti meno conosciuti. Proprio questi furono alfieri dell’epoca d’oro del northern soul, mentre il marchio americano diventava sempre più sinonimo di soul music patinata e sbiancata tendente al mainstream. Motown è una cosa, quindi. Tamla Motown un’altra. Se devo scegliere, pur amando entrambe, alle sviolinate preferisco i ritmi incalzanti e le ballate grezze. Nei tre volumi di questa raccolta, anch’essa disponibile a 5 euro a titolo più o meno in tutti i negozi di dischi della nazione, troviamo una equilibrata miscela delle due tendenze. Proprio come da titolo, vi si trovano successoni e rarità, ma nessuno dei nomi stranoti. La tracklist raggruppa brani degli stessi artisti e le note sono stringate ma precise.
Parte sviolinando il primo volume, con un ambo degli Originals, Bobby Taylor & The Vancouvers e i più rustici fratelli Ruffin, Jimmy e David, fuoriuscito dai Temptations nel 1968. Da qui in avanti, però, i ritmi aumentano. Non male i Rare Earth alle prese con una rielaborazione rock di due classici degli stessi Temptations come “Get Ready” e “(I Know) I’m Losing You”, ma coverizzare quelle cinque voci è compito ingrato. Da paura Edwin Starr: “War” è il pezzo più conosciuto della raccolta, probabilmente grazie alla cover che ne fece Bruce Springsteen nel cofanetto dal vivo, mentre “Twenty-five Miles” è un errebì grezzo come si deve. Stilosi come sempre i Detroit Spinners di “It’s A Shame” e “I’ll Always Love You”, i finale vira decisamente verso il northern soul femminile: The Elgins tra una ballata e un uptempo 100% girl group, Brenda Holloway (anche autrice, cosa non comune, di “You Made Me So Very Happy”) e Kim Weston a mettere in mostra la consueta classe.
Proprio Brenda Holloway apre il secondo volume, con il blues pianistico “Every Little Bit Hurts” ed il quasi doo-wop di “When I’m Gone”. Della grandezza delle Velvelettes abbiamo già detto, e se avete la loro antologia avete anche questi tre pezzi, ma ascoltarli di nuovo non vi farà certo male. Di Tammi Terrell pure si è già detto, e bene, mentre “Money (That’s What I Want)” di Barrett Strong è uno di quei pezzi ormai considerati degli standard rhythm’n’blues. Assaggiati i campioni Isley Brothers, è tempo per il misconosciuto e grandioso Shorty Long: “Here Comes The Judge” l’avevamo già scoperta su “Superfunk” firmata Larry & Tommy, ma è sempre un floor-filler di quelli seri, così come “Function At The Junction”. Ancora Temptations rivisitati per gli Undisputed Truth, e ancora superbo soul-rock chitarristico per i Rare Earth, mentre Supremes e Four Tops si riuniscono per “River Deep, Mountain High” (l’hanno fatta in mille, ma se trovate la versione dei pionieri punk australiani Saints tenetevela stretta). R. Dean Taylor fu probabilmente l’unico songwriter bianco ad avere una hit su Motown, e la sua “Indiana Wants Me” ha un sapore tra pop e folkrock che conquista. Lentazzi di Charlene (grande!) e della coppia Billy Preston & Syreeta ci accompagnano alla conclusione, dove sta il vero pezzo forte di un volume già notevole: “What The World Needs Now Is Love/Abraham, Martin And John”, pacchianissimo collage pacifista assemblato dal dj Tom Clay, con i testi dei brani dei Blackberries parlati sugli originali da lui e da un bambino, inframmezzati da registrazioni di Martin Luther King, eserciti in esercitazione ed azione, spari, sirene, radiogiornali, assassinio di John Fitzgerald Kennedy e chi più ne ha più ne metta. Crediateci o no, uno dei più grossi hit dell’etichetta.
Niente male anche il volume tre, comunque: comincia forte al femminile con Kim Weston al meglio e continua altrettanto con Velvelettes, Tammi Terrell e Brenda Holloway. Trascurabili le Supremes del 1975, indispensabili il già citato Shorty Long (un mega-standard per lui: “Devil With The Blue Dress On”!), il grandissimo Edwin Starr e soprattutto Eddie Holland, che oltre ad autore è ottimo esecutore di un tris mozzafiato (“Leaving Here” –proprio quella- “Just Ain’t Enough Love” e “Candy To Me”). Se poi a portarci verso la fine arrivano pezzi da novanta dello stile come Isley Brothers e Detroit Spinners, e a chiudere le danze pensano prima i Contours e poi le Elgins, in una escalation northern soul non da poco, beh, è fatta.
In conclusione: un volume uno meno scatenato dei seguenti, una collana che potreste fare vostra dopo “Mod Faves Raves”, ma che a 5 euro a disco potete fare vostra comunque.
19/09/02
05/09/02
La mattina in negozio o la sera al concerto punk grosso, mi pare di stare sempre a lavorare.
Non tanto per la fatica (vince senza dubbio il concerto punk grosso), quanto per i clienti.
Lui: "Hai roba tipo Saves The Day?"
Io (porgendo a colpo sicuro un cd del genere): "Questi!"
Lui: "E che roba fanno?"
Non tanto per la fatica (vince senza dubbio il concerto punk grosso), quanto per i clienti.
Lui: "Hai roba tipo Saves The Day?"
Io (porgendo a colpo sicuro un cd del genere): "Questi!"
Lui: "E che roba fanno?"
04/09/02
76. Martha Reeves And The Vandellas “Early Classics” 1996. (cd nuovo, Spectrum, € 0.67).
Ben più note invece, sempre in casa Motown, sono Martha Reeves e le sue Vandellas. “Nowhere To Run” nella colonna sonora di “Good Morning, Vietnam” dovrebbe avere fatto molto in questo senso. O “Dancing In The Streets”, magari. Spesso il successo di un artista e l’insuccesso di un altro artista parimenti meritevole funziona a colpi di fortuna, ma altrettanto spesso c’è qualcosa sotto. La voce ed il carattere della leader, ad esempio: Martha mette poco zucchero nel suo caffè, e guida le due sodali nel gotha dei girl-groups. Diciotto brani assortiti con cura compongono questa raccolta pressochè esaustiva datata 1962/1967 (ma soprattutto 1963/1965). Li guidano la travolgente “Motoring”, “Hitch Hike” (poi ripresa dai Rolling Stones), “(Love Is Like A) Heat Wave”, “In My Lonely Room”, “The Jerk”, “Wild One”, “Never Leave Your Baby’s Side” e le due citate in apertura. Boom!
Ben più note invece, sempre in casa Motown, sono Martha Reeves e le sue Vandellas. “Nowhere To Run” nella colonna sonora di “Good Morning, Vietnam” dovrebbe avere fatto molto in questo senso. O “Dancing In The Streets”, magari. Spesso il successo di un artista e l’insuccesso di un altro artista parimenti meritevole funziona a colpi di fortuna, ma altrettanto spesso c’è qualcosa sotto. La voce ed il carattere della leader, ad esempio: Martha mette poco zucchero nel suo caffè, e guida le due sodali nel gotha dei girl-groups. Diciotto brani assortiti con cura compongono questa raccolta pressochè esaustiva datata 1962/1967 (ma soprattutto 1963/1965). Li guidano la travolgente “Motoring”, “Hitch Hike” (poi ripresa dai Rolling Stones), “(Love Is Like A) Heat Wave”, “In My Lonely Room”, “The Jerk”, “Wild One”, “Never Leave Your Baby’s Side” e le due citate in apertura. Boom!
03/09/02
75. The Velvelettes “The Best Of” 2001. (cd nuovo, Spectrum, € 0.67).
Se avete seguito il mio consiglio e ora possedete i due volumi di “Mod Fave Raves”, le Velvelettes dovrebbero già essere tra i vostri beniamini. Come resistere a “Needle In A Haystack”? Poco conosciute dai più (io stesso le ho comprate a scatola chiusa), le ragazze hanno ben poco da invidiare ai girl-groups più celebrati: gli stessi sono infatti gli autori messi a loro disposizione dalla Motown (Norman Whitfield, Lamont Dozier, Brian ed Edward Holland, Mickey Stevenson tra gli altri) e ben codificato è lo stile che rappresentano. Quello dei girl-groups di metà ’60, appunto: feeling innocente e sbarazzino, intrecci vocali di una solista e due o più coriste, storie d’amore bordeggianti una sorta di proto-pride femminile.
Dalla loro, Cal Gill e compagne ci mettono una verve invidiabile, che consente ad un repertorio già notevole di splendere adeguatamente. Siamo su ritmi medi o sostenuti per una buona metà dei diciannove episodi, e le perle si susseguono per il sottoscritto soprattutto nel reparto ballabili: “He Was Really Saying Something”, “A Bird In The Hand (Is Worth Two In The Bush)”, l’incalzante “Lonely Lonely Girl Am I”, “I Know His Name (Only His Name)”, “These Things Will Keep Me Loving You”, “Let Love Live (A Little Bit Longer)”, “Stop Beating Around The Bush”, “Save Me (My Ship Of Love Is Sinking)”, “The Boy From Crosstown” e soprattutto la già citata, potentissima “Needle In A Haystack”.
Buona anche la realizzazione della raccolta, con i (pochi successi) affiancati da brani più oscuri, b-sides e persino quattro inediti.
Se avete seguito il mio consiglio e ora possedete i due volumi di “Mod Fave Raves”, le Velvelettes dovrebbero già essere tra i vostri beniamini. Come resistere a “Needle In A Haystack”? Poco conosciute dai più (io stesso le ho comprate a scatola chiusa), le ragazze hanno ben poco da invidiare ai girl-groups più celebrati: gli stessi sono infatti gli autori messi a loro disposizione dalla Motown (Norman Whitfield, Lamont Dozier, Brian ed Edward Holland, Mickey Stevenson tra gli altri) e ben codificato è lo stile che rappresentano. Quello dei girl-groups di metà ’60, appunto: feeling innocente e sbarazzino, intrecci vocali di una solista e due o più coriste, storie d’amore bordeggianti una sorta di proto-pride femminile.
Dalla loro, Cal Gill e compagne ci mettono una verve invidiabile, che consente ad un repertorio già notevole di splendere adeguatamente. Siamo su ritmi medi o sostenuti per una buona metà dei diciannove episodi, e le perle si susseguono per il sottoscritto soprattutto nel reparto ballabili: “He Was Really Saying Something”, “A Bird In The Hand (Is Worth Two In The Bush)”, l’incalzante “Lonely Lonely Girl Am I”, “I Know His Name (Only His Name)”, “These Things Will Keep Me Loving You”, “Let Love Live (A Little Bit Longer)”, “Stop Beating Around The Bush”, “Save Me (My Ship Of Love Is Sinking)”, “The Boy From Crosstown” e soprattutto la già citata, potentissima “Needle In A Haystack”.
Buona anche la realizzazione della raccolta, con i (pochi successi) affiancati da brani più oscuri, b-sides e persino quattro inediti.
01/09/02
I’m back, muthafuckas.
Non penso di dovervi convincere dell’assurdità di certi luoghi di vacanza per ricchi sfondati, anzi il mio mestiere vorrei piuttosto fosse il contrario, portare dubbi dove ci sono solo certezze, ma vi piacerà sapere che in Sardegna ci sono tantissimi hotel, molti dei quali a cinque stelle. Più in alto ancora, solo tre possono vantare la qualifica di “Cinque Stelle Lusso”. Tutti e tre in Costa Smeralda o immediate vicinanze.
La guida riempie il loro spazio di simbolini raffiguranti le varie comodità e attività disponibili presso l’albergo, e questi tre collezionano praticamente tutti i simbolini. Tranne uno, quello dell’accessibilità a persone portatrici di handicap.
Prima considerazione: in un mondo più giusto, un hotel non dovrebbe essere giudicato Cinque Stelle Lusso anche in base ad altri parametri? L’accessibilità o meno ai portatori di handicap, per esempio. O la presenza o meno di menu vegetariani e vegani al ristorante, per dirne un’altra.
Seconda considerazione: saranno tutti e tre inaccessibili ai portatori di handicap perché ai proprietari ed ai direttori dei portatori di handicap non gliene può fregare di meno, ricchi bastardi insensibili. Se proprio arriva il figlio in carrozzella del Sultano del Brunei, quattro aitanti locals stagionali sarano ben lieti di portarlo a braccia ovunque voglia. Non staremo mica a rifare l’hotel per un’eccezione.
Terza considerazione, quella cattiva: si è visto più volte, alla tv o sui giornali, di alberghi o ristoranti che rifiutavano l’ingresso ai portatori di handicap, per la giusta indignazione di molti. Che l’assenza del simbolino serva proprio a evitare questa indignazione? Sei in carrozzella, mi fai schifo e non voglio farti entrare, ma invece di sbatterti fuori salvo la faccia dicendo che “il nostro hotel non è attrezzato”. Eh?
In ogni caso, welcome to paradise.
74. The Temptations “Psychedelic Soul” 2000. (cd nuovo, Spectrum, € 0.67).
Eccoci quindi più in là, come promesso un mesetto fa.
Compratevi questo cd.
Ok, tento di argomentare. Già saprete come, all’apice del successo a cavallo tra ’60 e ‘70, i Temptations differenziarono la loro produzione seguendo contemporaneamente due filoni: uno soul-pop raffinato in puro stile Motown ed uno puramente funk. Lo sapete perché la prima pagina di “Blow Up” che leggete è quella di Eddy Cilìa, vero?
Bene. “Psychedelic Soul” non è un album originale, ma una compilation che riunisce come da titolo diciotto esempi da manuale appartenenti al secondo dei filoni citati. Non bastano le parole a descrivere la perfetta armonia che si viene a creare tra le cinque voci dei Nostri alle prese con temi sociali e le delizie sonore partorite da una coppia Norman Whitfield/Barrett Strong pompata al massimo. È balsamo per le orecchie, la mente e il cuore. E lo si può ballare. Non ci sono parole, se ve ne servono altre andate a riprendervi il pezzo di Cilìa che è molto più bravo di me. Ma qualunque altro modo di spendere un biglietto da 5 euro, da adesso, è sbagliato. E non chiedetemi di masterizzarvelo.
Non penso di dovervi convincere dell’assurdità di certi luoghi di vacanza per ricchi sfondati, anzi il mio mestiere vorrei piuttosto fosse il contrario, portare dubbi dove ci sono solo certezze, ma vi piacerà sapere che in Sardegna ci sono tantissimi hotel, molti dei quali a cinque stelle. Più in alto ancora, solo tre possono vantare la qualifica di “Cinque Stelle Lusso”. Tutti e tre in Costa Smeralda o immediate vicinanze.
La guida riempie il loro spazio di simbolini raffiguranti le varie comodità e attività disponibili presso l’albergo, e questi tre collezionano praticamente tutti i simbolini. Tranne uno, quello dell’accessibilità a persone portatrici di handicap.
Prima considerazione: in un mondo più giusto, un hotel non dovrebbe essere giudicato Cinque Stelle Lusso anche in base ad altri parametri? L’accessibilità o meno ai portatori di handicap, per esempio. O la presenza o meno di menu vegetariani e vegani al ristorante, per dirne un’altra.
Seconda considerazione: saranno tutti e tre inaccessibili ai portatori di handicap perché ai proprietari ed ai direttori dei portatori di handicap non gliene può fregare di meno, ricchi bastardi insensibili. Se proprio arriva il figlio in carrozzella del Sultano del Brunei, quattro aitanti locals stagionali sarano ben lieti di portarlo a braccia ovunque voglia. Non staremo mica a rifare l’hotel per un’eccezione.
Terza considerazione, quella cattiva: si è visto più volte, alla tv o sui giornali, di alberghi o ristoranti che rifiutavano l’ingresso ai portatori di handicap, per la giusta indignazione di molti. Che l’assenza del simbolino serva proprio a evitare questa indignazione? Sei in carrozzella, mi fai schifo e non voglio farti entrare, ma invece di sbatterti fuori salvo la faccia dicendo che “il nostro hotel non è attrezzato”. Eh?
In ogni caso, welcome to paradise.
74. The Temptations “Psychedelic Soul” 2000. (cd nuovo, Spectrum, € 0.67).
Eccoci quindi più in là, come promesso un mesetto fa.
Compratevi questo cd.
Ok, tento di argomentare. Già saprete come, all’apice del successo a cavallo tra ’60 e ‘70, i Temptations differenziarono la loro produzione seguendo contemporaneamente due filoni: uno soul-pop raffinato in puro stile Motown ed uno puramente funk. Lo sapete perché la prima pagina di “Blow Up” che leggete è quella di Eddy Cilìa, vero?
Bene. “Psychedelic Soul” non è un album originale, ma una compilation che riunisce come da titolo diciotto esempi da manuale appartenenti al secondo dei filoni citati. Non bastano le parole a descrivere la perfetta armonia che si viene a creare tra le cinque voci dei Nostri alle prese con temi sociali e le delizie sonore partorite da una coppia Norman Whitfield/Barrett Strong pompata al massimo. È balsamo per le orecchie, la mente e il cuore. E lo si può ballare. Non ci sono parole, se ve ne servono altre andate a riprendervi il pezzo di Cilìa che è molto più bravo di me. Ma qualunque altro modo di spendere un biglietto da 5 euro, da adesso, è sbagliato. E non chiedetemi di masterizzarvelo.
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