18/02/02

Un po' di giorni dall'ultimo post, ma non temete. Un Soul Mate non lascia mai soli i suoi lettori, che oltretutto cominciano anche a farsi vivi.
La vita prosegue, tra belle novità, novità in progress, bei concerti e buone prospettive.
Non so cosa ne pensiate voi, ma se dovete dirmi "Adesso non mi piacciono più perchè Farina fa troppi assoli che sembra Pino Daniele" non ditemelo. I Karate sono grandi.

d14. VV.AA. “Superfunk – Rare Funk From Deep In The Crates” 2000. (cd Ace/BGP, nuovo, € 19, AMG).
Avete seguito il mio consiglio e “Funk Sessions” ha preso possesso del vostro lettore?
Ok. Ora si fa sul serio. Avanti i Signor Nessuno.
Tra tutte le decine di raccolte di materiale funk e soul raro, questa è probabilmente quella che più di tutte può scrivere Raro con la R maiuscola. Sette brani su venti sono inediti. Capito? INEDITI! E anche il resto non scherza: se Denise La Salle è il nome più conosciuto qua dentro, traete voi le vostre conclusioni.
Impossibile comunque dire di questo o quell’altro: “Superfunk” è pura estasi per me. E penso che difficilmente il dj Sound Verite potrà fare a meno di “Soul Power” degli Houston Outlaws nelle sue scalette. Benedetto sia chi l’ha resuscitata.

d13. The Infesticons “Gun Hill Road” 2000. (cd Big Dada, nuovo, € 9.17, AMG).
Fedele al mio stile, compro ora un disco precedentemente ascoltato e scartato per il semplice fatto che viene venduto al 50% del prezzo originario e, come scusa, perchè immagino possa piacermi di più oggi. Sì, mi pare fosse questa.
E il primo impatto, non posso certo voltarmi le spalle così platealmente, mi fa chiedere perché l’avessi scartato all’epoca. Forse perché lavoravo da Ricordi, tornavo a casa con un disco al giorno di media e a tutto c’è un limite? Perché, adesso che non ci lavoro più ne compro forse di meno?
Al secondo impatto, evaporati i sensi di colpa, resta un album certo non di impatto immediato, ma per molti versi precursore di un certo modo di fare hip-hop oggi assai in voga. Il collettivo Infesticons messo insieme da Mike Ladd fonde hip-hop classico a variazioni più o meno potabili sul tema, soprattutto verso la fine del disco. Un disco che ha bisogno di un bel po’ di ascolti per essere apprezzato.

10/02/02

d12. Neffa “Chicopisco” 1999. (cd Black Out, nuovo, € 4.62)
Mini cd con 5 pezzi passato praticamente inosservato (nonché scartato dal sottoscritto al tempo della sua uscita, mai più rivisto e ritrovato solo ora a metà prezzo al Virgin Megastore di Milano) e a tutt’oggi ultima testimonianza rap conosciuta del chico Snefs, “Chicopisco” ha grafica e suoni eccellenti, e liriche al 97% fatte di giochi di parole e calembour linguistici in cui impresa vana sarebbe cercare un tema, un filo conduttore, un significato.
Un esercizio di stile, insomma, ma tuttaltro che superfluo. E che stile, poi! Superfunk e vocoder nelle prime due tracce, languore nella terza (niente credits, ma è per forza Al Castellana al ritornello), hip-hop più tradizionale nella quarta e nella quinta, versioni piuttosto diverse dello stesso ottimo pezzo.
Ma stile a parte, se siete tra i detrattori del Pellino più nonsense state lontani da questo ep.
“Smisto hits e shit e vista il bis mo/business di frista miss in ‘sta pista”, o no?

06/02/02

f6. “Il Favoloso Mondo Di Amelie” di Jean-Pierre Jeunet, 2001. (AMG).
Coincidenza un po’ stiracchiata, ma pur sempre coincidenza.
Non vedevo un film in questa sala dal novembre del 1996, e proprio la sera in cui decido di tornarci torna pure in qualche piccola maniera il novembre del 1996. Dolce, lontano, non atteso e non richiesto. C’era un film di Abel Ferrara quella sera, forse “Fratelli”, ma sinceramente non me ne ricordo nemmeno un pezzetto, del film.
Scoraggiato dal trailer e dalla nazionalità, ma incoraggiato da ben tre pareri eccellenti, scelgo Amelie e rimando “Hijos” alla prossima settimana. Scelta azzeccata.
La prima cosa che dico, una volta fuori: “Questo film è un Classico”. Nella casistica del post precedente, come avrete notato, Classico non c’è. Lo aggiungo io ora, riservandomi il diritto di aggiungere categorie a piacimento ed evitare così giudizi troppo ragionati e concreti.
Ed è pure Importante, perché affronta temi in fondo vecchi come il mondo, ma li affronta colpendo violentemente come ogni vero sentimento banale, e in una maniera tutta sua.
Favola caramellata e terribilmente umana, meravigliosa nelle immagini e nei colori, in cui vivono personaggi da cartone animato d’epoca, puri.
L’amore, l’innamoramento, la felicità, la pace interiore, il donare disinteressato, un film francese. Non sono impazzito, è tutto vero.
Se lo avessi visto sei o sette anni fa, avrebbe avuto serissime possibilità di cambiarmi la vita. Adesso fa quello che può, ma io non collaboro.

d11. Aretha Franklin “Aretha Now” 1968. (cd Atlantic, nuovo, € 8.54, AMG).
Sì, certo, come no, ne ha parlato Cilìa su “Blow Up” (in quella che è di gran lunga la migliore pagina della rivista) e adesso lui si va a comprare i dischi di Aretha Franklin finalmente sdoganata per il pubblico con la puzza al naso.
Felice di deludervi, in un certo senso. La mia “riscoperta” della divina Aretha comincia ai primi di dicembre 2001, con un regalo di compleanno a me stesso in un negozio di usato che non visitavo da troppo tempo, insieme a altre cosette e, finalmente, al primo cofanetto “Nuggets”. Proprio lì, dopo avergli dedicato sguardi languidi ogni giorno di lavoro da Ricordi e in ogni visita seguente, ho comprato ”I Never Loved A Man The Way I Love You”. Dicono sia l’album soul più bello di tutti i tempi, ed è probabile. Di sicuro titolo e copertina valgono da soli l’acquisto, anche senza l’ascolto, perché un disco con quel titolo e quella copertina è bello PER FORZA.
Allo stesso periodo della carriera di Lady Soul risale questo album, di un anno seguente. “Aretha Now” è più breve e meno perfetto del predecessore, ma è testimone del medesimo Stato Di Grazia ed arde della stessa struggente, indomabile passione.
Lo apre “Think”, sulla quale non penso di avere nulla da dirvi. Peccato che una infelice track-list spezzi subito il ritmo con una peraltro splendida versione di “I Say A Little Prayer” di Burt Bacharach, ma “See Saw” spinge di nuovo sull’acceleratore del rhythm’n’blues.
I restanti sette pezzi sono divisi piuttosto equamente fra up-tempo killer (“A Change” su tutti) e ballate soul-blues altrettanto killer ("You Send Me" di Sam Cooke come sopra). La band non mette-una-nota-una fuori posto, il controcanto delle Sweet Inspirations è puntuale e costante. Aretha è, come sopra, divina.

05/02/02

f5. “Ombre Rosse” di John Ford, 1939. (AMG).
La prima (parzialissima, per carità) delusione dell’anno arriva, chi l’avrebbe mai detto, da un classico dei classici, famoso per milioni di ragioni.
Delle due più sentite vi dico che sono, appunto, ragioni: la celeberrima scena dell’inseguimento pellerossa alla diligenza con macchina da presa in movimento a velocità forsennata è splendida. John Wayne dal canto suo (per quanto nazi potesse essere) si staglia. Ed è anche vero che il messaggio è positivo ed inedito per i tempi (gli eroi della vicenda sono un pistolero ricercato, una prostituta e un ubriacone, alla faccia della gente perbene), ma il film in sé porta malino i suoi anni e delude le mie aspattative di trovarmi di fronte ad un Capolavoro.
Un Capolavoro (film, disco, libro, goal) per me è tale solo quando suscita le stesse impressioni e la stessa reverenza anche a decine di anni dalla sua creazione (o soltanto decine di anni dopo la sua creazione, come spesso accade…). Quando a nessuno viene in mente di contestualizzarlo, di ricordare che la società era diversa, le chitarre più pulite e le difese avversarie più lente. Sarà qualcosa di Importante, di Storico (e non è poco), ma non un Capolavoro.
“La Maschera Del Demonio” di Mario Bava è un signor film, a tratti sublime, e mi cagavo pure sotto dalla paura, ma quando in più di una occasione l’intera sala di un festival del cinema scoppia a ridere in scene che tutto vorrebbero tranne che far ridere (per un dialogo che appunto porta i segni del tempo, o per la caratterizzazione di un personaggio che ne fa ai nostri occhi smaliziati un povero cretino)… beh… forse non è il Capolavoro che dicono sia.

d10. VV.AA. “The Rough Guide To Bhangra” 2000. (cd World Music Network, nuovo, € 14.64, AMG).
Ho come la sensazione di essere un potenziale fan sfegatato della dance di derivazione indiana, ma per un motivo o per l’altro sembra che non riesca mai a beccare il disco giusto.
“Funkadelica”, la raccolta assemblata da Feel Good Productions, è valida, a tratti entusiasmante, ma discontinua e in fondo meno indiana di quello che pensavo.
L’ultimo dei Fun-Da-Mental che ho sentito in un negozio non mi ha detto nulla. “Ok” di Talvin Singh l’ho preso, ma non mi fa impazzire. La raccolta di remix di Nusrat Fateh Ali Khan idem.
Sì, “Signs” di Badmarsh & Shri è uno dei miei dischi preferiti del 2001, ma visto in questa luce è troppo poco cafone, o no? Ecco, l’album di State Of Bengal con Ananda Shankar, quello sì! Mi toccherà comprarlo un giorno o l’altro, che Geubaz mi restituisca finalmente la cassetta o meno.
Questa guida al Bhangra, parte di una collana dedicata alle varie musiche del mondo, si sottotitola “One Way Ticket To British Asia”, con che cuore lasciarla lì sullo scaffale?
La confezione è curata, il booklet prodigo di informazioni e foto, la traccia dati del cd propone una breve ma utile storia dello stile e delle sue ramificazioni attuali. La musica è bella, contaminata con tutto quello che l’inghilterra ha offerto in questi anni (dalla drum’n’bass al reggae, dalla house alla garage) o più tradizionale. Nulla da dire, insomma, se non che resta un’impressione di “ufficialità” poco sporcatasi con il sottosuolo e che non è esattamente la dance cafona di derivazione indiana che pensavo di trovare.

02/02/02

Dopo diverse avvisaglie, ieri si è manifestato.
LUI, l'oppositore, il Public Enemy Number 1 della nuova moneta, l'hippie all'assalto frontale del sistema. Un cliente del negozio dove lavoro.
Residuo tossico degli anni '70 meets macrobiotica controproducente, capelli lunghi neri, barba nera, la stessa giaccavento frusta in ogni stagione, poche parole di cui metà ad esclusivo uso personale.
Fa la sua spesa e io gli faccio il conto: "Fanno X euro..." (vedo che tira fuori un cinquantamila) "...oppure X lire".
Lui: "Ecco qua... basta che mi dia il resto in lire!"
Io: "Come vuole, ma forse non dovrebbe provare ad abituarsi all'Euro?"
Lui: "Io lo odio, l'Euro"
Io: "Ma guardi che da marzo non potrò più darglielo il resto in Euro"
Lui: "Non importa, SPERO CHE AFFONDI PRIMA!"

Ci vediamo il 1 marzo, Jerrygarcia. Così mi dici com'è andata.

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