24/10/02

96. Creedence Clearwater Revival “Bayou Country” 1969. (cd nuovo, Fantasy, € 8.99).
97. Creedence Clearwater Revival “Green River” 1969. (cd nuovo, Fantasy, € 8.99).
Da una settimana non ascolto altro, e maledico l’accumulo di dischi acquistati e l’ordine cronologico con cui mi sono imposto di parlarne. Già, perché tra una cosa e l’altra solo ora, a mesi di distanza, riesco ad ascoltare per bene queste due perle. Dei Creedence Clearwater Revival possedevo soltanto una compilation registrata su cassetta ormai decrepita se non persa, e ricordavo il vinile di “Pendulum” a casa di una coppia di amici dei miei, con “Molina”, “Hey Tonight” e altre canzoni che non ricordo.
Galeotta fu, in questo ennesimo caso di “recupero” (solo parzialmente definibile come tale, visto che questi dischi in realtà non li ho mai avuti), la già ricordata fiera del disco. E i prezzi, ovviamente (vedi archivio di gennaio -recensione di Dilated Peoples- e mio approccio all’acquisto di dischi in generale). Ma avendo pochi minuti prima investito una (relativa) fortuna in un recupero con la R maiuscola di cui leggerete fra poco, mi è toccato limitarmi su John Fogerty e soci.
“Pubblicato appena prima di Natale, il singolo di “Proud Mary” (con “Born On The Bayou” sulla facciata B) semplicemente esplose. Echeggiava da ogni stazione radio della nazione, da ogni vetrina di negozio di dischi, da ogni auto di passaggio, da ogni appartamento dei vicini. I Creedence Clearwater Revival erano arrivati.” (Joel Selvin, dal booklet di “Bayou Country”).
Sembra di vederli, quegli Stati Uniti tra il 1968 ed il 1969. Degli Stati Uniti lontani dallo stereotipo hippie allora al massimo splendore, anzi ricalcati dal quartetto (peraltro operante nella Bay Area) su stilemi tipici del Deep South, sulla storia del rock’n’roll e del blues e su un immaginario solo apparentemente conservatore.
Sembra di sentirla, “Proud Mary”, poi ripresa da numi tutelari della musica black quali Ike & Tina Turner e Solomon Burke, a riprova di una relazione non unidirezionale tra i Creedence ed i classici neri. Sono tantissimi infatti gli omaggi che i quattro tributarono alla tradizione di quel profondo sud a cui guardavano: blues, rock’n’roll originario e soul ridotti all’essenziale, elettrificati e velocizzati, attraversati da un’inquietudine quasi ineluttabile. Due chitarre, un basso e una batteria, spesso registrati tutti insieme in diretta, e una voce. Puoi sentire distintamente cosa ciascuno strumento suona e nello stesso tempo testimoniare un’amalgama perfetto e magico.
“Bayou Country”, sette pezzi per trentaquattro minuti, è un capolavoro, un monolite. Aspro ed elettrico anche nei suoi momenti più spensierati (la citata “Proud Mary”, la cover di “Good Golly Miss Molly”), micidiale nell’accoppiata di apertura “Born On The Bayou”/”Bootleg”, da pelle d’oca nel blues scarno da Gun Club venti anni prima di “Graveyard Train” (e non a caso la band di Jeffrey Lee Pearce rirpese “Run Through The Jungle” nel suo “Miami”), tradizionale nel boogie sudista di “Penthouse Pauper” e nella cavalcata finale di “Keep On Chooglin’”. Poco altro da dire, davvero.
Più arioso musicalmente, “Green River” mette proprio per questo ancora più a nudo la problematicità dei suoi autori sotto le camicie di flanella a scacchi e gli stivali. Uscito solo sette mesi dopo “Bayou Country” (due album colossali in sette mesi, capito?), comincia dove era rimasto il suo predecessore, con la title-track, il rockabilly di “Commotion” e il boogie di “Tombstone Shadow”. Se la seguente “Wrote A Song For Everyone” si dirige verso il pop, lo fa solo nella forma. È il fallimento di un sogno messo in forma di ballata, l’incomunicabilità come dato di fatto: “Wrote a song for everyone/and I couldn’t even talk to you”.
Subito di seguito, uno dei capolavori dei Creedence: “Bad Moon Rising”, poco più di due minuti soltanto. Se attacca e prosegue come un up-tempo frizzante, le sue liriche sono probabilmente una fotografia del Fogerty più fatalistico, disperato e scuro. Non sarà un caso se i Sonic Youth proprio così hanno intitolato un loro album degli inizia. E non sarebbe male andarsi a riascoltare la cover da brividi -e al rallentatore- che del pezzo hanno fatto i Rosa Chance Well (vedi archivio marzo).
Per “Lodi”, il discorso non è molto diverso: ballata da autoradio di quelle col bollino oro, amara riflessione autobiografica sul successo e sulle proprie prospettive. “Cross-Tie Walker” è un rock’n’roll, “Sinister Purpose” quello che il titolo promette. Infine, la liberazione attraverso il gospel di “The Night Time Is The Right Time”, omaggio a Ray Charles.

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