Visualizzazione post con etichetta calcio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta calcio. Mostra tutti i post

07/09/13

Nel dubbio, Glik

C'è chi le chiama "narrazioni tossiche".

Ieri.
Kamil Glik, difensore polacco del Torino, viene espulso in entrambi i derby con la Juventus del campionato di calcio 2012/2013. A prescindere dalla correttezza delle due decisioni arbitrali, e a prescindere dal tifo di chi scrive per una delle due squadre in questione, Glik diventa il cattivo per antonomasia, adorato dai suoi e additato come pessimo esempio dagli altri.
Con altri intendendo non solo i tifosi della squadra avversaria, ma i commentatori sportivi tutti, sempre pronti a prendere le parti del più forte (nota per i lettori calcistici: tanto moralismo lo ricordate per giocatori decisamente più violenti in bianconero, tipo Montero?), e invece a ignorare o sottovalutare quando il più forte si ritrova a sua volta "colpevole".
Ai giornalisti servono le storie, e un giocatore del Toro espulso in entrambi i derby è una storia.
Il compagno di squadra Policano era tre volte più truce e violento di Pasquale Bruno, ma la storia era Bruno, chissà perché. Forse per il nome un po' buffo, che faceva rima con quel triste soprannome piovutogli addosso (quando era già diventato granata, naturalmente, mica quando giocava per la Signora). Forse perché Policano, a quanto si racconta, era cattivo davvero.
Ecco, la storia che si vede all'orizzonte già quando Glik viene espulso in quel derby di andata è quella di o' Animale. Il Toro è di nuovo in serie A, non possiamo continuare a ignorarlo come quando era in serie B, dobbiamo parlarne, troveremo il modo giusto di parlarne.

(A chi si chiedesse perché il derby di Torino sia l'unico derby non equilibrato, nemmeno sul lungo periodo, del calcio italiano: la Juve compra i giocatori più bravi, e non solo).

Oggi.
Il modo giusto, per esempio questo.


































































Mirko Vucinic è un attaccante montenegrino della Juventus.
Kamil Glik nel frattempo del Torino è diventato il capitano.
Per la qualificazione ai prossimi mondiali in Brasile, si sono sfidate proprio le nazionali di Polonia e Montenegro. Risultato 1-1, ma la notizia che fa rapidamente il giro dei media italiani è un'altra: al 36' del primo tempo Vucinic si è infortunato, per un brutto fallo di Glik.
Guarda caso. Un giocatore della Juve e uno del Toro in campo, e quello della Juve (il più forte, il campione) esce dal campo in barella per un fallaccio di quello del Toro (lo scarso, il cattivo, quello che con mezzi leciti non ce la fa). Questa sì che è una storia!
Sembra una battuta da bar ("Hai sentito? Vucinic si è infortunato con la nazionale, contro la Polonia." "Minchia, e chi gli ha fatto fallo? Glik?") da tanto è scontata, e probabilmente proprio al bar è nata.

Perché è falsa.


(da 44'00" in avanti)

Il fallo su Vucinic non lo ha fatto Glik, lo ha fatto il suo compagno di squadra Artur Jędrzejczyk.
Bastava guardare la partita, o almeno gli highlights, o leggere una cronaca minuto per minuto.

(Non quella ufficiale della UEFA, dove un fallo talmente grave e increscioso manco c'è. Talmente grave che Vucinic stesso si alza da solo per lanciarsi zoppicante verso l'arbitro e protestare, beccandosi un'ammonizione, e ributtandosi a terra subito dopo.
Non quella di Livegoals.com, che segnala il calcio d'angolo ottenuto dal Montenegro dopo che l'arbitro concede la regola del vantaggio al fallo su Vucinic, e l'ammonizione di cui sopra. Ma non il fallo, nè tantomeno Glik).

Bastava volerlo fare, ma poi la storia non c'era più.
Chi lo conosce Jędrzejczyk? Chi è capace anche solo a scrivere o pronunciare il suo nome? Lo pronuncia oggi Kamil Glik, costretto suo malgrado a fare chiarezza. Cioè, è lui a doversi difendersi da un'accusa fasulla, da una panzana nata chissà da chi e chissà come, ma subito presa per vera da tutti.
Con La Stampa - per i non piemontesi: da queste parti il quotidiano di casa Agnelli è tradizionalmente chiamato non con il suo nome, ma con un soprannome eloquente: La Busiarda; poi tutti lo comprano lo stesso, tifosi del Torino compresi - che riesce a strafare, facendo addirittura dire a Vucinic che "Glik è un bravo ragazzo e a tutti capita di sbagliare, ma siamo amici". Il ricco bravo che perdona il povero cattivo, perché non sa quello che fa.
A che giornalista lo ha detto, esattamente?
"Erano circolate voci" è la versione più comune trovata in giro nelle smentite di oggi.
"Circolate voci"? Ma è un rave illegale o una partita di qualificazione ai mondiali di calcio?

30/04/13

Campioni di Cecenia! Campioni di Cecenia! Campioni di Cecenia!



Interessante.

Peccato che:
1) il "campionato ceceno" di calcio non esista.
2) la partita è una partita della Russian Premier League, il campionato della Federazione Russa (di cui la Cecenia è parte)
3) la società Amkar Perm sia della città di Perm, che infatti non è in Cecenia - e non ha senso che partecipi al "campionato ceceno, quindi - ma appunto nella repubblica di Perm, amministrativamente allo stesso livello della cecenia all'interno della Federazione Russa.
4) la "federazione calcistica cecena" non esista (esiste una nazionale non riconosciuta dalla FIFA, quello sì, come in tutti i posti che reclamano in vario modo e grado la loro indipendenza).

Pare ci sia voglia di sottolineare che la cosa (pazza, strana, violenta, assurda) è successa in Cecenia, insomma. Chissà perché.

(Se fosse successo a campi invertiti in casa dell'Amkar avremmo sicuramente letto "Perm: il guardalinee picchia il giocatore", vero?)

12/07/12

Mala luna se levanta

Forse ascoltare troppa musica fa male.
Come cazzo ho fatto a non accorgermene?
Che razza di boost avrebbe dato al mio post per quei dieci minuti in cui è stato agli onori delle cronache? Altri cinque minuti almeno, sicuro.

Solo grazie a un provvidenziale commento al video su YouTube, mi accorgo che questo canto della curva del San Lorenzo de Almagro - da me celebrato senza lesinare retorica in un post di qualche tempo fa - è modellato esattamente sulla melodia di uno dei pezzi più celebri di uno dei miei gruppi preferiti.

Una buona scusa per rivedere e risentire
 entrambi, e per rileggere una recensione che nel 2008 scrissi in occasione della ristampata totale globale dell'opera omnia del gruppo.







San Francisco, fine anni ’60. In piena ubriacatura hippie, quattro ragazzi del sobborgo di El Cerrito si vestono da bovari, sognano il Mississippi e il Tennessee invece dell’India, e mescolano in maniera ispiratissima e pop tutto quanto rende grande la tradizione musicale nordamericana, bianca e nera: country, blues, rock’n’roll, soul. Il batterista Doug Clifford, il bassista Stu Cook e il chitarrista ritmico Tom Fogerty sono il metronomo, la sostanza di un suono essenziale, caldo, moderno. Il cantante, chitarrista solista e autore John Fogerty, fratello di Tom, è talento puro e voce straordinaria. I quattro arrivano dal garage, si chiamavano Golliwogs. Ora si chiamano Creedence Clearwater Revival, e quello che faranno di lì a poco li renderà la più grande rock band americana di quello scorcio di decennio, e una delle più amate di tutti i tempi.
Succede tutto nel giro di tre anni o forse meno. Nel 1968 un album di debutto omonimo acerbo ma convincente, che sottopone al trattamento della casa classici come Suzie Q (Dale Hawkins) e I Put a Spell on You (Screaming Jay Hawkins). Nell’anno di grazia 1969 l’esplosione: a gennaio Bayou Country, con le scure Born on the Bayou e Graveyard Train, e l’eterna Proud Mary; ad agosto Green River, fangosa elettricità e Bad Moon Rising, incubo amaro travestito da canzoncina; a novembre Willy and the Poor Boys, con l’immensa Fortunate Son e una più marcata impronta tradizionale. Una tripletta micidiale, che introduce il capolavoro Cosmo’s Factory, del 1970. Copertina orrenda, disco sublime: Run Through the Jungle è il buio, Who’ll Stop the Rain? la luce, gli undici minuti di I Heard Through the Grapevine di Marvin Gaye una delle cover più riuscite di sempre, di quelle che superano l’originale. Pendulum, stesso anno, non può essere all’altezza, ma almeno Have You Ever Seen the Rain?, Hey Tonight e la potente Pagan Baby meritano la menzione.
E bovari non sono, con tutto il rispetto per i bovari. Sotto la crosta di jeans e flanella agiscono un cuore e un cervello in piena sintonia con i tempi, capaci di picchiare duro o girare intorno al bersaglio, per i quali il guardare indietro è metafora più che nostalgia, e l’America è amata profondamente più che sbandierata. Difficile riconoscere la Terra delle Opportunità sotto il cielo color piombo di Bad Moon Rising, non a caso adottata come titolo e umore dai Sonic Youth più cattivi. Difficile fraintendere Fortunate Son, l’esempio più lampante, come in seguito verrà fatto con il povero Springsteen: la rabbia proletaria di Fogerty esce letteralmente dai solchi e riempie l’aria, e in 2’19” smaschera ipocrisie a stelle e strisce passate, presenti e future. Facilissimo innamorarsene.

*****

È una la principale fonte di tracce inedite sparse fra le sei ristampe (tutte rimasterizzate ed accompagnate dalle note di decani del giornalismo musicale americano): i concerti del tour europeo del 1971, ultime apparizioni dal vivo della band, già in formazione a tre per l’abbandono di Tom Fogerty. Il solo John regge ovviamente bene le maggiori responsabilita, e il suono è quello immediato e potente di sempre. Sfilano quasi solo classici: a Bayou Country toccano Born on the Bayou e Proud Mary; a Green River una spiritata title-track che sfocia in Suzie Q, oltre a Bad Moon Rising e Lodi; a Willy and the Poor Boys l’accelerata Fortunate Son e It Came out of the Sky; a Cosmo's Factory la sola Up Around the Bend; a Pendulum, ovviamente, Hey Tonight. La curiosità più grande, però, è una session televisiva con Booker T. and the MGs, spina dorsale del suono Stax, registrata nella sala prove dei Creedence a Berkeley: sentire le sei corde di Steve Cropper e quelle di John Fogerty insieme, con quell’Hammond sotto, in Down on the Corner (su Willy and the Poor Boys) ma soprattutto in Born on the Bayou (su Cosmo's Factory) è un vero piacere. Altro da segnalare? Su Pendulum, le due parti di 45 Revolutions Per Minute, bizzarro montaggio di musica e finte trasmissioni radio, singolo promozionale ispirato dai Beatles dell’album bianco. Su Green River, due brani mai finiti dei quali resta solo la base strumentale (bella soprattutto Glory Be). Su Bayou Country una bella versione alternativa lunga il doppio di Bootleg, e una jam blues chilometrica registrata al Fillmore di San Francisco nel 1969. Sul debutto, infine, il retro del primo singolo dei Golliwogs (perchè non anche il davanti?) e dodici roventi minuti di Suzie Q dallo stesso concerto al Fillmore.

24/06/12

Siamo finalmente una nazione multietnica

Il negro come scimmia.
La Gazzetta dello Sport augura a tutti i lettori un buon Euro 1712.


12/06/12

Froci

E quindi Cassano ha detto che se ci sono dei "froci" in squadra spera di no ed è comunque "un problema loro".

Non mi soffermerei più di tanto a parlare di omofobia, per così dire, diretta.
Non so nemmeno se Cassano e i suoi compagni lo siano, anzi mi sento di dire che non lo siano, avendo sicuramente fra i loro amici e i loro compagni di squadra dei gay e convivendoci molto normalmente (come molta gente fa nel quotidiano, anche chi pubblicamente dichiara il contrario).

Noto piuttosto un meccanismo indiretto.
Ovvero: quando si tocca l'argomento, i calciatori non riescono nemmeno a buttar lì una dichiarazione finta come fanno quando devono parlare di ogni altra cosa, una banalità di quelle che i giornalisti e il pubblico vogliono sentirsi dire. Tipo "alla fine decide il mister", "abbiamo fatto una partita importante", "noi ci crediamo ancora", "fin da bambino sognavo di indossare questa maglia".
Tanto più se davvero "il mister mi ha detto che mi facevate 'sta domanda", e preparati una cazzo di risposta minchiona del genere, dio cristo! Fai contento il mister, che primo nella storia del calcio italiano ha appena detto delle cose sensate sull'argomento. Immagina che verrai (giustamente) messo in croce per la cazzata che stai per dire. Cerca di essere ipocrita, quantomeno.

E invece deve essere più forte di loro.
Sia il riflesso condizionato. Sia la pressione esterna che subirebbero da parte del "sistema". Non solo dichiarandosi gay - questo purtroppo lo diamo ormai per scontato - ma anche solo dicendo qualcosa di scontato e buonista, un "ognuno ha il diritto di vivere la sua vita come vuole" qualunque, o un "non mi interessa, sono qui per giocare a pallone".
Roba da nulla, in un ipotetico mondo messo bene, ma che a quanto pare basterebbe per venire additati come "amici dei froci" negli stadi e nell'ambiente calcistico.

Adesso vediamo se il mitico "codice etico" del mister è ancora in vigore.



14/05/12

"Barrio de murga y carnaval"



Dovrei fare altro, molto altro, ma è ormai un po' di giorni che mi ritrovo a guardare e riguardare questo video. E quando non lo posso vedere ci penso. E quando ci penso canto, mentalmente e non, la canzone che cantano loro. Ovvero: quelli de La Gloriosa, la curva del San Lorenzo, il Club Atlético San Lorenzo de Almagro.
Le curve argentine sono tutte abbastanza entusiasmanti - badate a questo, ad esempio: sono praticamente tutti uomini, ma dai canti viene fuori una tonalità alta e chiara, luminosa, gioiosa; il contrasto con il growl da scimmioni delle curve italiane, dove pare ormai interiorizzato da ciascuno il dover cantare in quel modo tragicamente virile, è impietoso - ma quella del club azulgrana mi pare davvero oltre.


"Vengo del barrio de Boedo
Barrio de murga y carnaval
Te juro que en los malos momentos
Siempre te voy a acompañar
Dale dale Matador
Dale dale Matador
Dale dale dale dale Matador!


Impressionante, vero?
Il movimento verticale e orizzontale delle persone, la potenza del coro, la ripetizione che la moltiplica e rende tutto via via sempre più febbrile, potente, contagioso (canta e batte le mani a tempo tutto lo stadio, in realtà, lo si vede), quasi sovrannaturale.
Sette minuti di trance, come quei pezzi degli Animal Collective con le voci a strati che si accumulano in grande euforia (tipo questo, per pura coincidenza intitolato Brother Sport). Come quei pezzi techno che dal loro essere sempre uguali traggono forza sempre maggiore e ti portano da un'altra parte.


Il bello è che c'è dell'altro.
Riguardate il video, pensando che è stato girato alla fine di una partita che il San Lorenzo ha perso, in casa.


Non fatemi dire la solita banalità, tanto l'avete già indovinata: riuscite a immaginare una cosa del genere in Italia, dove manca poco che si fischi pure quando si vince?
E non vale neanche l'assunto tipicamente italiano del "se invece di incazzarsi così tanto allo stadio si incazzassero nelle strade", perché questi non sono affatto incazzati (quando forse ne avrebbero pure il diritto, visto il risultato), ma fanno festa. Hanno perso in casa ma non gliene frega un cazzo, perché riconoscersi tutti insieme come parte di quel tifo, e farlo presente alla squadra, è enormemente più importante. Sono contenti di tifare per la loro squadra e lo cantano forte. Le giurano che la accompagneranno "nei momenti brutti", ed è esattamente quello che stanno facendo.
Alla fine della partita persa in casa, per sette minuti di seguito con lo stesso coro.


"No me importa la cancha ni la categoria", cantano i tifosi del Talleres.
"Y no me importa en que cancha jugues/A donde vayas yo te voy a alentar", canta ancora La Gloriosa.

Con gli ultras in piazza Tahrir, un altro esempio - più piccolo, ma ugualmente significativo - di cosa sono a volte le curve all'estero, e di cosa dubito saranno mai in Italia.




PS - Per un'altra coincidenza, il video di cui sopra è stato girato il giorno del mio quarantesimo compleanno.


PPS - A quanto pare, è un'abitudine.

01/12/11

جميع رجال الشرطة والأوباش



Chi mi conosce un po' sa che non ho mai granchè frequentato, né capito, né quindi amato la cosiddetta "mentalità ultras".
Adoro il calcio, sono andato a vedere più volte la mia squadra in curva, e pure in quei settori dove se non canti rischi le botte, e fra un celerino e un ultras sceglierei naturalmente un ultras. Ma insomma, ci siamo intesi. Si tratta di "un mondo che non mi appartiene", come direbbe uno dei protagonisti del mio libro.
Confesserò anzi che uno dei più grossi ostacoli alla mia comprensione di quel mondo è sempre stata l'obiezione più banale che da sempre si sente nei suoi riguardi: "ma tutta quella rabbia, perchè non la usano alle manifestazioni invece che contro i tifosi dell'altra squadra?". Roba da padre di famiglia, lo so.

Oggi però succede una cosa nuova, che trapela fra le maglie di un'informazione che dopo anni di messaggio univoco "ultras:male=polizia:bene" non può tollerarla (un interessantissimo saggio sui media italiani e sul loro procedere per categorie contrapposte invece di informare è Il paese dei buoni e dei cattivi di Federica Sgaggio, che sto leggendo e che consiglio vivamente anche a chi è meno pignolo del sottoscritto).
Cosa?
Che gli ultras non solo prendono parte alle più importanti manifestazioni dei nostri tempi, ma agiscono da "servizio d'ordine" di queste manifestazioni, difendendo dagli attacchi di esercito, polizia e scagnozzi vari la grande maggioranza dei manifestanti, meno o per nulla esperta di scontri di piazza. Succede anche che gli altri manifestanti, che i media piazzano dalla parte dei buoni, non solo non condannino l'operato degli ultras e dei cattivi in genere, ma anzi ne riconoscano l'importanza.

Illuminanti, in tal senso, questo reportage di Al Jazeera English, questo di Bleacher Report e questo del blog Invisible Arabs, incentrati sulla presenza non organizzata ma del tutto attiva in piazza Tahrir, sia a gennaio sia negli scorsi giorni, di ultras (normalmente acerrimi rivali) di Zamalek e Al Ahly, le due squadre più popolari dell'area del Cairo e dell'Egitto intero, e fra le più titolate d'Africa.

Cito dal primo pezzo (neretti miei):
"The Ultras are here. I know that because they’re the only ones facing the CSF with force while singing their hymns," protester Mosa'ab Elshamy wrote on Twitter on the first day of clashes.
Elshamy, a photographer and activist, was in Tahrir when he noticed the arrival of the football fanatics. They had come to confront a police force armed with rubber bullets and tear gas.
"They stayed there in the square almost through 100 hours of fighting," Elshamy said. "It’s easy to notice them because of their use of Molotov cocktails, their extreme courage and recklessness, their chants. They became a common sight."


E ancora:
Elshamy attributed the Egyptian Ultras' willingness to confront security forces with their "long history with police".
That history, said Rabab El-Mahdi, an assistant professor of political science at the American University in Cairo, is due in part to what she called "clear class confrontations".
"Since the Ultras were created, they were always targeted by state security. They are seen as a mob or as hooligans," El-Mahdi said.
"So they developed skills that none of the middle class was forced to develop. Plus they come from backgrounds where such skills are needed on daily basis just as survival mechanisms."
She added that as long as Egypt's security apparatus remained intact, violent confrontations would continue.
"The skills they developed in dealing with police came in very handy and it comes in handy every time there is a direct confrontation," El-Mahdi said.


E ancora, nelle parole di uno degli ultras stessi:
Ultras member Ahmed is also careful to explain that he and his "brothers in blood" do not attack first.
"An Ultra doesn't attack anyone," Ahmed said. "We’re a watchdog for the truth. Any unfairness that we spot, within the state or anywhere, we have to stand up for what is right."
Still, he was steadfast that the Ultras are far from a political group.
"We don't have any political direction. Whenever we go to a strike or a demonstration, we do it on an individual basis. We don't announce it. We are just here as humans. As Egyptians," Ahmed said.
"On Saturday, initially we came individually. But then we found because we have similar beliefs we went straight to the front line and there were our brothers to the left and right. The personality of an Ultra places you at the front line because you are defending a cause."


Non ricorda un po' anche le manifestazioni della nostra Val Susa? Quel video - che purtroppo non trovo - in cui si vede la folla dei manifestanti "pacifici" esultare alla riconquista del cantiere da parte dei cosiddetti "black bloc"? O quell'intervista a una signora anziana che definiva senza mezzi termini quei ragazzi degli "angeli" (e sulla retorica nell'uso del vocabolo da parte dei nostri media ci sarebbe da aprire una parentesi enorme...), perchè sapendo cosa fare in mezzo ai lacrimogeni hanno salvato la vita a decine di persone che li respiravano per la prima volta?

Come la mettiamo, dunque?

09/09/11

Ingrata "Juventuse"

Non trovate anche voi piuttosto contraddittorio che ieri, alla festa per l'inaugurazione del nuovo stadio della Giuventus, si contassero 29 scudetti vinti e non 27, ma non fossero invitati Luciano Moggi e Antonio Giraudo?

17/10/10

Striscia la notizia


"I souvenir lasciati dai serbi", intitola una delle sue gallerie un sito di Repubblica sempre più livellato verso il basso, nella ormai mitica colonnina alla destra dello schermo.
Nessuno però ha dato un'occhiata alle foto stesse, si direbbe, perchè quella che è messa lì come una sfilata di immagini di colore, fra teschi e scritte in cirillico, contiene anche e soprattutto una notizia.
Piccola ma significativa, viste tutte le analisi politiche e storiche ascoltate negli ultimi giorni: a Marassi insieme ai serbi c'erano anche dei montenegrini (vedi foto 9, 12 e 15).
Per accorgersene basta sapere che il Montenegro, stato praticamente confinante con l'Italia, è indipendente dal 2006, e che Podgorica è la sua capitale.
Per tutto il resto - il bianco e il blu sono i colori del Fudbalski Klub Budućnost Podgorica, i cui ultras si chiamano Varvari (o barbarians, o barbari) - c'è Wikipedia.

02/07/10

Something Is Squeezing My Skull

Facile dirlo ora di fronte a YouTube, ma chi scrive (insieme all'ineffabile Fabio Nirta) aveva colto immediatamente le potenzialità partenopee del termine vuvuzela. E aveva pure improvvisato sul tema per un amico trentino, durante una serata di questo bel festival.
Tony Di Scioscia esplicita e mette nero su bianco queste potenzialità, e sarà il caldo africano ma a me la melodia, quelle sospensioni molto romantiche e quelle specie di falsetti ricordano il Morrissey solista (che canta It's Raining Men, magari).
Donne, accattatev' 'a vuvuzzella!



PS - Si ringrazia Emiliano Colasanti per la segnalazione.

28/05/10

Porcao meravigliao



Con tutto il rispetto dovuto, il fatto che l'accordo fra Adriano e la Roma sia stato raggiunto "presso il ristorante Porcao di Ipanema" lo trovo straordinario.

15/03/10

Vocabolario / 1



Sms da un amico:

"Appena si disturba il pensiero dominante si urla 'Fuori la politica dagli stadi'. Poi la Polverini va in Curva Nord. Guarda le foto sul sito de La Stampa..."

Dizionario della lingua italiana, ultimo aggiornamento:

"Politica (es. "Sentenza politica", "Magistratura politicizzata", "Trasmissioni televisive politicizzate", "Tenere fuori la politica dagli stadi"): di sinistra"
"Apolitico: di destra"

PS - Ha portato anche molta fortuna alla Lazio, mi pare...

02/02/10

I love this game!

Non incomincio nemmeno ad annoiarvi su quanto il calcio nella stragrande maggioranza dei media italiani sia diventato una cosa davvero fastidiosa. Anzi, un po' sì.

La Coppa d'Africa in Angola: l'unica cosa che pareva importare a giornali a tv italiche era il risultato del Camerun, per poter fare il titolo su Mourinho che avrà Eto'o oppure non avrà ancora Eto'o per l'importantissima sfida casalinga con la Sangiovannese. L'importante è fare il titolo su Mourinho. E naturalmente scrivere ogni volta il nome di ogni calciatore seguito fra parentesi da quello della sua squadra europea, se ce l'ha, perchè il pubblico italiano ha ancora bisogno di sentirsi dire: "Guarda che non sono dei bingo-bongo qualunque, sono bravi, giocano in Europa". (E intanto, pare che gli osservatori delle squadre italiane brillassero per la loro assenza... Petrachi dove eri invece di portarci a Torino lui?)

Comunque sia, proviamo a riparare con due link.
Due esempi quasi commoventi di passione pura, paragonabile a quella che tanti anni fa ci faceva spendere decine di migliaia di lire (e centinaia di ore) per completare l'album Panini. Due blog che riportano il calcio allo stato originario di gioco, ma moderni nell'essenza e finissimi nell'incrociare quella passione con parole e immagini. Privi di quella retorica finta da Cucci o Zazzaroni di chi rimpiange il calcio di una volta, mentre sguazza benissimo in quello melmoso di oggi.

Il primo è lo straordinario Giocatori Che Somigliano A Macchine: con il passare del tempo ha allargato il raggio di azione in mille direzioni, tutte geniali. Ma il core-business dichiarato nel titolo resta la cosa migliore: il ritrovare nei musi delle automobili i lineamenti di pedatori più o meno famosi. Un'intuizione tanto nerd quanto azzeccata. Sembra impossibile, controllate voi stessi e levatevi il cappello.
Un assaggio? Voila, e occhio: crea dipendenza.


Il secondo blog è invece Poetare Con I Piedi, luogo altrettanto splendidamente maniacale: si tratta di poesie remixate in chiave calcistica, con una cura e una competenza in entrambi i campi che qualcuno definirebbe degne di miglior causa. A me invece vanno benissimo così. Da granata, cito il dantesco Lamento del centrale:

"Ricorditi di me che son Loria;
Siena mi fé, disfecemi la Roma:
Spalletti con la sua difesa a tria
schierandomi, inetto a tale soma"
(Qui l'originale, canto V del Purgatorio)

In entrambi i casi, un calcio dove chi ha la maglia a striscie non vale più degli altri, ma uguale.

09/01/10

Ué, Africa!

Qualcuno ci spiega perchè se capita un attentato alla Coppa d'Africa in Angola, tutti (Ivan Zazzaroni in testa, naturalmente) sono improvvisamente preoccupati per la sicurezza della Coppa del Mondo in Sudafrica?
Quando l'IRA ha mitragliato un elicottero inglese nel cielo di Clogher, Irlanda, l'11 febbraio del 1990, qualcuno ha espresso forse preoccupazione per gli imminenti mondiali di calcio in Italia? Sarebbe stato preso per pazzo, e a ragione.
Riusciamo quindi - in questi giorni di pogrom e caccia al nero soprattutto - a capire una volta per tutte che dire "Africa" è come dire "Europa", e che l'Africa è un continente enorme, fatto di una cinquantina di nazioni e di una miriade di popoli diversi?

Doppietta di Arafat



Perdonate l'ovvietà, ma Wikipedia possiede una dotazione infinita di notizie meravigliose. Se siete dei pignoli amanti dei particolari insoliti e stridenti come il sottoscritto, poi, saltare da un link improbabile all'altro è una pacchia difficilmente eguagliabile. E le gratificazioni sono sempre dietro l'angolo, se si ha lo sguardo giusto per coglierle.

Nella notte in cui arriva la notizia dell'agguato al pullman della nazionale di calcio togolese, assaltato da un commando armato di mitragliatrici a Cabinda, piccola enclave angolana chiusa fra i due Congo, a due giorni dall'inaugurazione della Coppa d'Africa (che idea, scegliere come una delle quattro sedi di partite il capoluogo di una provincia dichiaratasi indipendente, e in guerra con la madrepatria dal 1975! Un po' come quando hanno fatto giocare Moldova-Italia a Tiraspol, ma peggio) si comincia dalla pagina della suddetta nazionale.

Si scopre che, come ogni nazionale che si rispetti, il suo paio di mezze pippe brasiliane naturalizzate lo ha avuto pure il Togo (tutti pronti a tifare Amauri?), e che la quasi totalità dei restanti giocatori è nata nella capitale Lomé. Lo so, chi se ne fotte, ma a noi - so che siete in tanti, non abbiate paura! - interessano cose così.
Si scopre però, soprattutto, che una delle giovani speranze degli Sparvieri è un centrocampista offensivo diciottenne, che rischia di battere il ghaniano Joetex Asamoah Frimpong (Joe Tex, scritto staccato: in Ghana il soul è sempre andato forte) nella corsa al nome proprio più eccezionale del calcio africano.
Si chiama Arafat Djako, e sapete in che campionato gioca? Nella Premier League israeliana.

PS - Storia meno bella di come sembra, a leggere bene: il Bnei Sakhnin è la squadra più popolare presso la comunità arabo-israeliana. E ti pareva. Ma una bella doppietta di Arafat contro i rivali storici del Beitar Jerusalem (team fondato dal capo dell'omonimo movimento revisionista giovanile sionista, e il cui capitano Aviram Baruchyan si è dovuto scusare con i tifosi per aver dichiarato che gli sarebbe piaciuto avere un giocatore arabo in squadra) non sarebbe affatto male.







22/06/09

Di terra bella uguale non ce n'é

Una fotografia dell’Italia (non solo calcistica) di oggi e con ogni probabilità anche di domani?
Marcello Lippi che, sul 3-0 per il Brasile e verso la fine di una partita indegna anche per chi non fosse campione del mondo, scoperto che per giochi di differenza reti un misero gol ci avrebbe fatto passare (immeritatamente) il turno, chiama il capitano Fabio Cannavaro e, facendo segno con il dito, gli dice “Fabio… ci basta farne uno…".
E, ma forse l'ho sognato, subito dopo scopre di essere inquadrato e per una piccolissima frazione di secondo si accorge della miseria altamente simbolica del tutto.





Update: il MIGLIORE ieri sera allo stadio.

02/01/09

E chi non canta resta a casa / 6

Per inaugurare l'anno nuovo, un altro post nella serie dedicata ai matrimoni insoliti fra cori da stadio e musica pop-rock di qualità. Ancora una volta, ad essere protagonisti sono i caldissimi e competentissimi tifosi dell'FC United Of Manchester, con una rielaborazione del classico di Woody Guthrie This Land Is Your Land. Sempre dedicato, come prevedibile, alle circostanze che hanno portato alla nascita del team.

This badge is your badge
This badge is my badge
Three stripes and three sails
Oh what a fine badge
They tried to take it
but we've replaced it
on the shirt of United FC

Qui i soliti, inarrivabili Red Rebels:


Qui Woody Guthrie (mai letta la sua autobiografia?):


Qui la versione di Johnny Cash:

18/12/08

E chi non canta resta a casa / 5

A riprova di quanto detto, riguardo la penetrazione profonda nell'immaginario pop britannico di musiche per noi invece irrimediabilmente underground, un coro che arriva sempre da Manchester, ma questa volta dalla sponda ricca e celebrata dello United. I cui tifosi riadattano all'indirizzo dei rivali cittadini del City la canzone forse più famosa degli Inspiral Carpets, glorie britpop locali: This Is How It Feels. E la beffa sarà sicuramente un caso, ma proprio come roadie degli Inspiral Carpets fece la sua timida comparsa sulla scena musicale un noto e accesissimo tifoso del City, Noel Gallagher, molti anni fa.

Comunque, quella che era la tenera fotografia di un'adolescenza incompresa:
This is how it feels to be lonely
This is how it feels to be small
This is how it feels when your word means nothing at all


diventa un'impietoso conteggio delle coppe in bacheca, tipico dei tifosi delle cosiddette grandi, che evidentemente su quello basano il proprio tifo:
This is how it feels to be City
This is how it feels to be small
This is how it feels when your team wins nothing at all


Qui la versione dei Red Devils:


Qui gli Inspiral Carpets:

Cerca in Soul Food

Archivio