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13/02/14

Rumore outtakes



ANTHONY JOSEPH
Time
(Heavenly Sweetness)

Qualcosa la si capisce, ma il libretto dei testi è l'unica cosa che rimane da desiderare di fronte al quarto album di Anthony Joseph. Il resto è perfetto. La musica, materia viva e pulsante, emozionante panoramica su ogni cosa afroamericana, con attenzione speciale alla prima metà del termine nei tratti e nella spinta di molti ritmi, ma anche tanta voglia di superare strutture canoniche e revivalismo (compone, arrangia e produce una fantastica Meshell Ndegeocello). La presenza pesante di Joseph, britannico con radici a Trinidad, erede conclamato di griot urbani come Gil Scott-Heron, poeta e professore oltre che cantante, capace di tenere la scena con il carisma immaginifico del leader. E i testi, anche se come detto tocca goderli a spizzichi (ma il disco dovrebbe ragionevolmente contenerli), oasi conscious nel deserto.





PANGAEA
Fabriclive 73
(Fabric)

La soluzione per chi non ha tempo di seguire le continue evoluzioni del continuum hardcore britannico, ma vuole almeno indicazioni su dove stia andando, o dove stiano andando i suoi protagonisti attuali? Un bel mixato. Ad esempio di Pangaea, a capo insieme a Pearson Sound e Ben UFO del cruciale marchio Hessle Audio. Nato anche lui con il dubstep, Kevin McAuley non fa eccezione nel trovarsi oggi immerso fra le reazioni del genere a contatto con techno e house. Prediligendo atmosfere scure, sporche e sperimentali, ma senza perdere di vista la luce e i quattro quarti. Significativa in questo senso la scelta di materiale della Livity Sound (Pev & Kowton) e di Lee Gamble, ad esempio. E di un sacco di nomi poco noti ma molto sostanziosi. L'inedito autografo Recreational Slumming in apertura, poi, è roba di lusso.

05/12/12

Di solito ci provo, ma un titolo migliore di quello del disco stesso stavolta non l'ho trovato.

Come qualcuno fra voi saprà, metà del mio lavoro consiste nel dire a uomini e donne apparentemente persi che l'ultimo di Fabio Volo (di solito chiesto con grande sicurezza, ma senza sapere se esista veramente un ultimo di Fabio Volo, anche se in effetti un ultimo di Fabio Volo c'è sempre, in senso letterale o in senso astratto) è esattamente davanti ai loro occhi.
E che il prezzo, se non è stampato sul retro, è nell'aletta come per il 99.99% dei libri esistenti al mondo.
L'altra metà consiste invece nello scrivere, soprattutto di musica (ma non solo, qualche tempo fa ho persino intervistato un ministro!). Ma capita che alcune cose scritte vengano successivamente tagliate, per ragioni di spazio e di overbooking, diciamo.
Tutto questo popò di introduzione, dunque, per un piccolo disco uscito qualche tempo fa, e rimbalzato da un numero all'altro di Rumore fino a diventare troppo poco nuovo per rimbalzare un'altra volta.
Saluti.





Ahmed Abdul-Malik/Chick Ganimian
Oud Vibrations
(Fingertips)

Complimenti per il gioco di parole, e per l'idea. Recuperare due oscurità jazz uscite alla fine degli anni '50, due album in cui in primo piano sta l'oud, cugino del liuto diffuso nel mondo arabo e nel Vicino Oriente. Firmati da due statunitensi di origini lontane - sudanesi Ahmed Abdul-Malik, armene Charles "Chick" Ganimian - entrambi portatori di tradizioni in cui il suono caratteristico dello strumento la fa da padrone. East Meets West, del primo, prosegue e perfeziona con ottimi risultati la strada ipnotica e modale aperta dal precedente Jazz Sahara: raga insistenti e potenza hard bop, con fiati a cura di Lee Morgan, Johnny Griffin e Benny Golson. Come with Me to the Casbah, del secondo, è invece una piccola delizia exotica che sonorizzerebbe alla perfezione un vecchio film di spie, sceicchi e danza del ventre. E in mezzo a swingante r&b, escursioni nel deserto e cover classiche (My Funny Valentine, Over the Rainbow) spunta anche il quasi rock'n'roll della hit Daddy Lolo.




09/02/12

Outtakes




























L'equivalente dance del concetto molto rock di "supergruppo": così può essere definito a grandi linee il progetto Visionquest. Le otto mani coinvolte sono quelle di Seth Troxler, Lee Curtiss, Ryan Crosson e Shaun Reeves, quattro detroitiani espatriati a Berlino, tutti e quattro già noti per conto loro e da qualche tempo anche attivi come collettivo, protagonisti di dj set, live set e remix, e gestori di un'etichetta omonima (Tale Of Us, Benoit & Sergio, Dinky). La loro prima uscita pubblica è Fabric 61, attesissimo mix album per la rinomata serie legata al locale londinese; la loro missione? Completare il ritorno a casa a una certa house più lenta, sensuale, accogliente e spirituale dopo la sbornia minimalista, conservando però la tendenza alla sottrazione e alla ripetizione mandata a memoria nel primo decennio del nuovo secolo. Una voglia che sembra dominare produzioni e set dell'ultimo paio di anni - nessuno è stato minimale, se chiedete in giro, come nessuno ha votato Berlusconi - e che in questi settanta minuti emerge forte e chiara. Belle tracce innanzitutto (The Sound of Violence dei Cassius in versione Franco Cinelli, ad esempio, fulcro della prima parte del mix; o I'm Free di Catz ' Dogz e Paul Randolph, Carl Craig remix; o Can't Buy Love di Acquarius Heaven e Dani Siciliano), scelte senza lasciarsi troppo ossessionare dalla novità, dall'esclusività o dal virtuosismo. "Abbiamo preso in considerazione," racconta Reeves, "quanto una canzone fosse senza tempo, e abbiamo scelto dal nostro passato e dal nostro presente per raccontare la nostra storia. L'inizio è molto rappresentativo del suono del dj set Visionquest, mentre il finale mostra il lato eclettico dell'etichetta. Si va dalla musica per club alla musica per la vita." Nulla da aggiungere.

04/02/12

Outtakes





















Black Truth Rhythm Band Ifetayo (Soundway)
Trinidad 1976. Caraibi e Africa occidentale a braccetto, come in un ritorno ideale e pratico - vedi darsi nomi africani e vestirsti di conseguenza - sulle rotte della schiavitù, mettendo in secondo piano le influenze funk, soul e disco più marcatamente nordamericane, fattore invece dominante nelle band locali del tempo. Ristampato per la prima volta (con una traccia bonus diversa per ognuno dei tre supporti), l'unico album del gruppo guidato da Oluko Imo - che più tardi arriverà a cantare addirittura negli Egypt 80 di Fela Kuti - è una bella collezione di groove ricchi e profondi, imperniati su intrecci di steel drums e sincopi afrobeat. Non male il languore penetrante di You People e della title-track, o il piglio rare-groove di Save D Musician, ma il top lo si raggiunge con le arie latine e i flauti di Kilimanjaro, e con gli otto minuti di meltin' pot tropicale di Umbala, ipnotica come i Cymande.

16/02/11

Outtakes


Frivolous Metereology (Cadenza)
Lui che stufo di Berlino e in crisi sentimentale ha l'opportunità di trasferirsi in un'isola del Pacifico e lo fa, portandosi dietro computer e macchinari sonori vari, compresi un po' di aggeggi autocostruiti. Lei che lo molla il giorno prima di partire per andare a raggiungerlo, proprio quando lui aveva ritrovato se stesso grazie alla musica e alla vita semplice. Potrebbero essersi inventati tutto all'ufficio stampa della Cadenza, ma se lo sono inventati bene, e funziona perfettamente con la musica che ascoltiamo, frutto del lavoro in esilio del musicista e produttore canadese Daniel Gardner: house minimale dal gusto esotico e naturalista, costruita su tappeti di brevi loop reiterati con arzigogoli jazzy in cima (vedi la chitarra acustica arpeggiata di Back into the Deep). Musica giocosa e avvolgente, fra swing da pista e sperimentazione, senza la spocchia di tante cose del genere e la banalità di tante altre.

01/02/11

Outtakes


Hayvanlar Alemi Guarana Superpower (Sublime Frequencies)

Erede tanto della fertile tradizione psycho-funk turca (se pensate sia una battuta, fatevi un giro su YouTube) quanto dell'immortale lezione surf strumentale, la band di Ankara esordisce fuori dai patrii confini con un album per Sublime Frequencies, marchio del tutto adeguato alle esplorazione sonore contenute in Guarana Superpower. Trainati dalle giravolte della chitarra solista di Ozum Itez e dalle percussioni di varia provenienza di Isik Sarihan, gli Hayvanlar Alemi guardano infatti con la stessa freschezza anche ai raga acidi della California di fine anni '60, ai suoni distorti del deserto e dell'oriente vicino e lontano, alle trame dei Thin White Rope e alla potenza del rock duro di taglio boogie. Con ciliegina sulla torta: una Mega Lambada che affronta proprio quel tema infausto con lo stesso ardore con cui i Blue Cheer affrontarono Summertime Blues molti anni fa.

03/03/10

Rumore outtakes / 3



Bob Blank
The Blank Generation – Blank Tapes NYC 1975-1985
Strut


Un altro pezzo di storia newyorkese che va a posto, un'altro tassello nella ricostruzione di anni fertilissimi per la scena della Grande Mela. Bob Blank è uno dei produttori leggendari di quel periodo: ha uno studio dal quale transitano indifferentemente artisti disco, jazz, latin e no wave, e tocca con mano il melting pot miracoloso in atto. The Blank Generation passa in rassegna il meglio delle produzioni realizzate ai Blank Tapes, prima retrospettiva mai dedicata all'argomento. Ci si trovano disco di prim'ordine (Over Like a Fat Rat di Fonda Rae, Itching for Love di Mikki, It's a Better Than Good Time di Gladys Knight mixata dal vate Walter Gibbons) e chicche mutanti (Jazz Is the Teacher, Funk Is the Preacher di James Blood Ulmer, Emile degli Aural Exciters), grandi del jazz (Where Pathways Meet di Sun Ra) e del punk (A Cruise to the Moon di una swingante Lydia Lunch). Parte del pacchetto, un'intervista allo stesso Blank firmata da Bill Brewster, penna massima per questo genere di cose.

28/12/09

Rumore outtakes / 2



AA.VV.
Bite Harder: The Music De Wolfe Studio Sampler Volume 2
(De Wolfe Music Library)


Vi è sicuramente capitato di vedere un film, preferibilmente degli anni ’60 o ’70, e di restare colpiti da parti di colonna sonora non identificabili, e non reperibili sul mercato. Si tratta delle cosiddette library recordings, musiche prodotte appositamente per essere usate da cinema e televisione, e catalogate per comodità d’uso in base a genere, atmosfere e tempo piuttosto che ad autori ed esecutori. Che spesso erano coperti da pseudonimi (i primi) o anonimi (i secondi): i Pretty Things e Jimmy Page, per esempio, hanno arrotondato per anni lavorando per De Wolfe, la più importante casa di produzione britannica nel settore. Bite Harder è la prima uscita commerciale ufficiale del marchio, ed è il seguito di un primo volume ormai introvabile (Bite Hard, uscito per BBE nel 1998): diciannove tracce registrate fra tardi ’60 e primi ’70, funk nell’accezione più ampia del termine, imparentato di volta in volta con rock, psichedelia, afrobeat, tropici. Miniera d’oro per i campionatori, grande ascolto per tutti.

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House Of All
Mr Renateen And The J.L. Sunglasses
(Tea-Kettle)


E dopo i punk californiani che si mettono a fare i mariachi (vedi The Bronx sul numero scorso), ecco gli indierocker italiani che si mettono a fare i bovari. Nati per gioco da membri di Canadians e Fake P, gli House Of All mettono al posto del Texas repubblicano il Veneto leghista, e il risultato (sarà un oscuro presagio?) non cambia: pura calligrafia country-folk elettroacustica, mimetismo totale fra banjo e violini, coretti e omaggi espliciti alla Sun Records, a Johnny Cash e tutto un immaginario che pur non essendo il nostro, è da sempre di fatto anche nostro. Certo la terra della provincia di Verona è bassa come quella di Lubbock o Albuquerque, il mais è sempre giallo e la carne sempre rossa, ma perché parliamo di “ritorno alle radici” quando le radici in questione sono quelle di altri? Anche per questo Mr Renateen And The J.L. Sunglasses è un lavoro piacevole e ben fatto, ma tutto sommato innocuo.

Rumore outtakes / 1



Pax Nicholas And The Nettey Family
Na Teef Know De Road Of Teef
(Daptone)

Ghanese di Accra, Nicholas si trasferisce a Lagos ed entra negli Africa 70 di Fela Kuti nel 1971, diciottenne, per occuparsi di congas e cori. Come tanti colleghi, da Tony Allen ai meno celebrati Lekan Animashaun e Tunde Williams, porta avanti anche una carriera solista, con gli stessi Africa 70 come band. Fela quasi boicotta queste digressioni, e pare che all'ascolto di Na Teef Know de Road of Teef – uscito nel 1973, due anni dopo Mind Your Own Business – la sua reazione non sia esattamente di giubilo: troppo bello per passare inosservato e non spostare l'attenzione. Nicholas non ha il carisma vocale del capo, ma c'é una vena tesa e quasi malinconica a rendere speciali l'afrobeat classico della title-track e di Ataa Onukpa, l'emozionante Na Six Feet, il superfunk di You. Nessuno peró poteva fare ombra al capo. Forse per questo non escono altri album, e forse per questo (oltre che per la violenta repressione a cui lui e i suoi seguaci erano sottoposti da parte del governo nigeriano) nel 1978, al Berlin Jazz Festival, buona parte della storica formazione molla tutto e resta in Europa. Nicholas compreso.

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Gary Higgins
Seconds
(Drag City)


Torna a farsi vivo Gary Higgins. Titolare di un classico misconosciuto del freak-folk come l'eccellente Red Hash, uscito in mille copie nel 1973 e portato alla luce da Drag City nel 2005, il nostro impiega trentasei anni a dargli un seguito. Ne è valsa la pena? Mah. Per lui probabilmente sì, e non possiamo che gioirne. Per noi assai meno: Higgins suona bene la chitarra e ha una voce morbida e gradevole, ma il calore analogico di una volta si è perso in un suono freddo e amatoriale da negozio di strumenti anni '80, così come l'inquietudine che serpeggiava pare normalizzata in un folk-pop generico solo occasionalmente (Demons, Ten-Speed) interessante. Non aiutano testi di una ingenuità a tratti sconcertante (va bene il pacifismo, ma Folded Flag è davvero troppo...), roba da Dire Straits sfigati (Don't Wanna Lose) e abbozzi fiabeschi da rimastone senza speranza (la delirante Little Squirrel).

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Frost
Ludotech
(To Lose La Track)


“Mi hai gettato lo stereo nella vasca/E ho fatto un bagno con 200 volts”, “Sono un po' distratto e non capisco come/Sia finito il gatto dentro al frullatore”: può bastare? Chi scrive difficilmente criticherà il coraggio di chi passa dall'inglese all'italiano, ma chi lo fa deve assumersi le sue responsabilità. E questo secondo album del quintetto umbro è purtroppo imperniato su testi che, se non raggiungono le vette di cui sopra, cercano comunque sempre il colpo ad effetto pop. Quasi mai riuscendoci. Il tutto al ritmo di un electro-pop da Bluvertigo in salsa indie ben fatto e ben prodotto, ma fuori tempo massimo a dir poco; che promette bene nell'iniziale, contagiosa Disco Overdrive, ma stanca prestissimo. E inoltre: che rapporto c'è fra il logo “Sponsored by Suzuki Perugiamotori” bello grosso in copertina e una canzone intitolata My Suzuki che come testo ha solo il nome della casa giapponese? Scelta artistica?

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