89. VV.AA. “Northern Soul - Cream Of 60’s Soul” 2001. (2cd nuovo, Burning Airlines, € 10.30).
90. VV.AA. “Northern Soul - Keep The Faith. The Cream Of Rare Soul” 2001. (2cd nuovo, Burning Airlines, € 10.30).
Un caso unico. Un sottogenere musicale che prende il proprio nome non dalla zona dove viene prodotto, ma dalla zona distante migliaia di kilometri dove viene (ri)scoperto e suonato qualche anno dopo. Nel nord dell’Inghilterra nei primi ‘70, appunto, quando dj collezionisti scavano alla ricerca di raro soul americano del decennio precedente, modellato sulle arie pop del migliore Detroit-sound ma eseguito da artisti sottovalutati o perfettamente sconosciuti. Trovati (e pagati sicuramente meno di quanto costerebbero adesso) i singoletti ecco le serate, vere riunioni di outsiders e mods irriducibili in un’epoca ormai lanciata verso il classic rock che più bianco non si può.
Se parte del materiale Motown fu ed è tuttora la punta dell’iceberg del fenomeno Northern Soul, con queste due raccolte doppie si comincia a scavare sul serio. I nomi si fanno per lo più ignoti e la musica perde quella perfezione caratteristica, nel bene e nel male, del marchio di Detroit. Ma acquista in umanità, eccome. Una sensazione di fragilità, di avventura, di vera innocenza pervade queste canzoni, spesso e volentieri hit da qualche centinaio di copie e basta.
Nel primo volume spuntano qua e là nomi famosi, catturati agli inizi di luminose carriere -Bobby Womack, O’Jays, Martha Reeves, i Parliaments non ancora Parliament, Edwin Starr, David Ruffin- mentre nel secondo (Parliaments a parte) si brancola quasi totalmente nel buio del soul più raro -come da titolo- ma non meno esaltante e foriero di scoperte interessantissime, anzi. Prendete “How Good Can It Get” di Jay Lyle come esempio, e provate a stare fermi.
Pessime entrambe le grafiche, le note di “Cream Of 60’s Soul” sono però dettagliate ed estese, ma concentrate sulla storia dei singoli pezzi senza introdurre adeguatamente un movimento del quale tuttora pochi conoscono l’esistenza o sanno individuare i tratti distintivi. Ci prova lo stesso Graham Betts in “Keep The Faith”, riuscendoci in parte ma finendo per interessare più i collezionisti e gli elitisti dei fan in cerca di notizie (peraltro scarsissime, visto il materiale). Insomma, gli standard delle ristampe nel 2002 sono altissimi (citerò fino allo sfinimento Harmless per il soul/funk e Blood & Fire per il reggae), e con questi bisogna confrontarsi cara Burning Airlines. Certo è la musica che conta, e da questo punto di vista i due titoli sono ottimi, ma nel giudizio complessivo anche questo conta.
In entrambi i casi, infine, si poteva tagliare un paio di pezzi e stare negli 80 minuti di un cd invece di farne uscire due da 40 minuti o giù di lì. Ma il formato in fondo è dj-friendly, ed il costo è comunque quello di un singolo cd economico, quindi come non detto.
30/09/02
28/09/02
88. James Brown “The Payback” 1974. (cd nuovo, Polydor, € 9.49).
È un Soul Brother #1 sconvolto dal dolore quello che lavora a “The Payback”. Il 14 giugno del 1973, con due degli otto brani già fissati su nastro e l’album che comincia a prendere forma, il suo primogenito Teddy muore in un incidente stradale. James Brown reagisce e si fa forza nel modo più puro conosciuto allo hardest working man in show business: suonando, il 16 giugno, nell’Ohio.
E rimettendosi all’opera per finire uno dei suoi album cardine degli anni ’70. Come il successivo “Hell” (vedi archivio luglio), trattasi di una sorta di concept. Meno dispersivo e più compatto sul canovaccio funk ormai reso arte. Meno esplicitamente sociale e più rivolto alla persona, alla sua crescita interiore come indispensabile per una società più giusta e per, appunto, Il Rimborso. “And payback is gonna be a mutha!!!”.
Esemplari e determinanti, in questo senso, i dodici minuti finali di “Mind Power”: la voce alterna parlato e cantato creando una tensione che sfocia intorno al quinto minuto in un groove semplice quanto trascinante, sul quale riprende il dialogo del Godfather Of Soul e altri groove si innestano per poi tornare a quello iniziale.
Il resto del disco, in origine un doppio, sta sugli stessi livelli e più o meno sugli stessi minutaggi: un solo brano sotto i sette minuti, altri due sotto gli otto, gli altri sopra fino ai quasi tredici (troppi?) della tribale “Time Is Running Out Fast”. Il Godfather sciorina funk ipnotico da par suo (la title-track, “Take Some… Leave Some”, il singolo “Stone To The Bone”) o apre il proprio cuore in ballate blues di lusso (“Doing The Best I Can”, “Forever Suffering”). Notevole.
È un Soul Brother #1 sconvolto dal dolore quello che lavora a “The Payback”. Il 14 giugno del 1973, con due degli otto brani già fissati su nastro e l’album che comincia a prendere forma, il suo primogenito Teddy muore in un incidente stradale. James Brown reagisce e si fa forza nel modo più puro conosciuto allo hardest working man in show business: suonando, il 16 giugno, nell’Ohio.
E rimettendosi all’opera per finire uno dei suoi album cardine degli anni ’70. Come il successivo “Hell” (vedi archivio luglio), trattasi di una sorta di concept. Meno dispersivo e più compatto sul canovaccio funk ormai reso arte. Meno esplicitamente sociale e più rivolto alla persona, alla sua crescita interiore come indispensabile per una società più giusta e per, appunto, Il Rimborso. “And payback is gonna be a mutha!!!”.
Esemplari e determinanti, in questo senso, i dodici minuti finali di “Mind Power”: la voce alterna parlato e cantato creando una tensione che sfocia intorno al quinto minuto in un groove semplice quanto trascinante, sul quale riprende il dialogo del Godfather Of Soul e altri groove si innestano per poi tornare a quello iniziale.
Il resto del disco, in origine un doppio, sta sugli stessi livelli e più o meno sugli stessi minutaggi: un solo brano sotto i sette minuti, altri due sotto gli otto, gli altri sopra fino ai quasi tredici (troppi?) della tribale “Time Is Running Out Fast”. Il Godfather sciorina funk ipnotico da par suo (la title-track, “Take Some… Leave Some”, il singolo “Stone To The Bone”) o apre il proprio cuore in ballate blues di lusso (“Doing The Best I Can”, “Forever Suffering”). Notevole.
27/09/02
85. VV.AA. “Motown Chartbusters Volume 1” 1997. (cd nuovo, Spectrum, € 5.00).
86. VV.AA. “Motown Chartbusters Volume 2” 1997. (cd nuovo, Spectrum, € 5.00).
87. VV.AA. “Motown Chartbusters Volume 3” 1997. (cd nuovo, Spectrum, € 5.00).
Finita la pacchia, ancora Lei. Cosa mi fosse preso in quei giorni di acquisti frenetici è ancora troppo presto per elaborarlo, ma se di una collana si sono appena presi i volumi dal 4 al 6, come resistere a quelli dall’1 al 3 trovati in un altro negozio?
Raccontati quelli (vedi archivio di agosto) facciamo un passo indietro per questi, i primi tre dedicati alle grandi hits della casa madre Motown sul mercato britannico. Badate, di compilations originariamente uscite su vinile all’epoca si tratta, non di pacchi assemblati a Cologno Monzese. La grafica e le note rimangono le stesse, e soprattutto in questi tre volumi il clima di spensieratezza sixties/northern soul è inebriante.
Notevole il primo: lo apre Stevie Wonder con la sua –dispensabile?- versione di “Blowin’ In The Wind”, e proseguono i nomi che ormai tutti conoscono. Da segnalare la pimpante “You Keep Me Hangin’ On” (“Chi Mi Aiuterà” dei Ribelli vi dice qualcosa?) di Diana Ross & The Supremes e “Standing In The Shadow Of Love” dei Four Tops (“L’Ombra Di Nessuno” dei Rokes vi dice qualcosa?), il duetto Gaye/Weston, “(I Know) I’m Losing You” dei Temptations (che ormai ho in una tre dischi diversi ma che non mi stanco di ascoltare…), la stupenda “7 Rooms Of Gloom” ancora dei Four Tops, “I’m Ready For Love” di Martha Reeves & The Vandellas, “I Was Made To Love Her” di Stevie Wonder (meglio questa, Stevie).
Illumina il secondo volume “I Heard It Through The Grapevine” ripresa da Gladys Knight & The Pips, ma con materiale così farebbe bella figura più o meno chiunque. I duetti Gaye/Terrell già li ho decantati in passato, e qui ce ne sono due, mentre nulla sapevo di “Reflections” di Diana Ross & The Supremes, purtroppo. “You Keep Running Away” dei Four Tops è un errebì grintoso 100% Motown, così come “I’m Wondering” e soprattutto “Shoo-be-doo-be-doo-da-day” di Stevie Wonder. “Gotta See Jane” è uno dei due grossi hit del bianco R. Dean Taylor per l’etichetta, e se non suona proprio del tutto fuori posto non segue comunque quasi per nulla la linea aziendale, ma non è malaccio con il suo andamento spedito dal sapore beat.
Proprio la “I Heard It Through The Grapevine” di cui si parlava poco sopra, invece, sta all’inizio del volume 3, nella giustamente celebratissima interpretazione di Marvin Gaye: puro stile. Aggiungiamo “Dancing In The Streets” di Martha Reeves & The Vandellas e “Get Ready” in versione Temptations ed avremo il terzetto di classici che da solo giustifica l’acquisto. Come se nelle restanti undici tracce non abitassero –scusate se è poco- Smokey Robinson più vellutato che mai (“The Tracks Of My Tears”), Edwin Starr, Jr Walker & The All Stars ad impostare il groove di “(I’m A) Road Runner”, una colossale (l’inizio con finto-sitar ed il refrain soprattutto) “No Matter What Sign You Are” di Diana Ross & The Supremes ed una altrettanto entusiasmante “Behind A Painted Smile” degli Isley Brothers.
Come i tre volumi seguenti, non indispensabili per il collezionista ma consigliatissimi per il neofita.
86. VV.AA. “Motown Chartbusters Volume 2” 1997. (cd nuovo, Spectrum, € 5.00).
87. VV.AA. “Motown Chartbusters Volume 3” 1997. (cd nuovo, Spectrum, € 5.00).
Finita la pacchia, ancora Lei. Cosa mi fosse preso in quei giorni di acquisti frenetici è ancora troppo presto per elaborarlo, ma se di una collana si sono appena presi i volumi dal 4 al 6, come resistere a quelli dall’1 al 3 trovati in un altro negozio?
Raccontati quelli (vedi archivio di agosto) facciamo un passo indietro per questi, i primi tre dedicati alle grandi hits della casa madre Motown sul mercato britannico. Badate, di compilations originariamente uscite su vinile all’epoca si tratta, non di pacchi assemblati a Cologno Monzese. La grafica e le note rimangono le stesse, e soprattutto in questi tre volumi il clima di spensieratezza sixties/northern soul è inebriante.
Notevole il primo: lo apre Stevie Wonder con la sua –dispensabile?- versione di “Blowin’ In The Wind”, e proseguono i nomi che ormai tutti conoscono. Da segnalare la pimpante “You Keep Me Hangin’ On” (“Chi Mi Aiuterà” dei Ribelli vi dice qualcosa?) di Diana Ross & The Supremes e “Standing In The Shadow Of Love” dei Four Tops (“L’Ombra Di Nessuno” dei Rokes vi dice qualcosa?), il duetto Gaye/Weston, “(I Know) I’m Losing You” dei Temptations (che ormai ho in una tre dischi diversi ma che non mi stanco di ascoltare…), la stupenda “7 Rooms Of Gloom” ancora dei Four Tops, “I’m Ready For Love” di Martha Reeves & The Vandellas, “I Was Made To Love Her” di Stevie Wonder (meglio questa, Stevie).
Illumina il secondo volume “I Heard It Through The Grapevine” ripresa da Gladys Knight & The Pips, ma con materiale così farebbe bella figura più o meno chiunque. I duetti Gaye/Terrell già li ho decantati in passato, e qui ce ne sono due, mentre nulla sapevo di “Reflections” di Diana Ross & The Supremes, purtroppo. “You Keep Running Away” dei Four Tops è un errebì grintoso 100% Motown, così come “I’m Wondering” e soprattutto “Shoo-be-doo-be-doo-da-day” di Stevie Wonder. “Gotta See Jane” è uno dei due grossi hit del bianco R. Dean Taylor per l’etichetta, e se non suona proprio del tutto fuori posto non segue comunque quasi per nulla la linea aziendale, ma non è malaccio con il suo andamento spedito dal sapore beat.
Proprio la “I Heard It Through The Grapevine” di cui si parlava poco sopra, invece, sta all’inizio del volume 3, nella giustamente celebratissima interpretazione di Marvin Gaye: puro stile. Aggiungiamo “Dancing In The Streets” di Martha Reeves & The Vandellas e “Get Ready” in versione Temptations ed avremo il terzetto di classici che da solo giustifica l’acquisto. Come se nelle restanti undici tracce non abitassero –scusate se è poco- Smokey Robinson più vellutato che mai (“The Tracks Of My Tears”), Edwin Starr, Jr Walker & The All Stars ad impostare il groove di “(I’m A) Road Runner”, una colossale (l’inizio con finto-sitar ed il refrain soprattutto) “No Matter What Sign You Are” di Diana Ross & The Supremes ed una altrettanto entusiasmante “Behind A Painted Smile” degli Isley Brothers.
Come i tre volumi seguenti, non indispensabili per il collezionista ma consigliatissimi per il neofita.
24/09/02
84. Etta James “The Best Of Etta James” 2000. (cd nuovo, Spectrum, € 2.00).
Ricordo ancora il mio primo contatto con Jamesetta Hawkins. Fu in realtà un contatto con Sugar Pie Desanto. Cosa passasse nella testa, dei coniugi Desanto al momento di chiamare la figlia Sugar Pie non lo so, e se fosse invece un nome d’arte non so nemmeno cosa passasse nella sua di testa quando lo scelse. Ma la signorina ebbe comunque una popolarità minore grazie ad alcune incisioni per la Chess, radunate in una compilation della stessa Chess che misi su per pura curiosità (Sugar Pie Desanto, non so se mi spiego) nell’impianto del megastore musicale dove lavoravo.
Partì “In The Basement - Part One”, e nel tempo necessario al cervello per comunicare alle mani di stoppare immediatamente il cd e metterlo al sicuro una ragazza se lo era già comprato e messo in borsa. Una che stava al 99% comprando il suo primo disco soul, forse perché le ricordava qualche pubblicità vista in tv. Ne stava comprando l’unica copia in negozio, molto probabilmente rimasta a pigliare polvere nello scaffale fino a cinque minuti prima, e gliela stavo vendendo io. Incapace di raffazzonare un “Mi spiace ma è prenotato” qualunque, mi abbandonai a un patetico quanto perdente in partenza tentativo di farmelo almeno registrare su cassetta (addavenì masterizzatore…) e portare “la prossima volta che passi di qui”. Patetico, patetico.
La suddetta perla, e qui veniamo al dunque, vedeva la nostra Tortina duettare con l’amica d’infanzia Etta James (anche Jamesetta non scherza come nome, eh?) in un torrido rhythm’n’blues botta-e-risposta che rianimerebbe anche il più loffio dei dancefloor nello spazio di otto battute. “In The Basement - Part One”, appunto. Che meraviglia. Ora, finalmente, anche mia.
Il resto della presente raccolta, ottimo sunto di una carriera luminosa punteggiata da problemi di droga, copre grossomodo il periodo tra il 1960 ed il 1968 con qualche puntata nei primi/medi anni ’70, ed è un concentrato di vitalità e grinta. Dopo settimane di Motown, con tutto il rispetto, questo è un salutare cazzotto in faccia. Etta canta dalle viscere, ha meno sezioni di archi ad accompagnarla e più blues a guidarla. Poco confronto, insomma: dove la Motown è sostanzialmente intrattenimento di gran classe qui si assapora la vita, e i giorni chiari o bui che di volta in volta ci riserva. Se Brenda Holloway canta “You’ve Made Me So Very Happy”, Etta qualche anno prima grida “I Just Want To Make Love To You” fuori dai polmoni, sottoscrivendone ogni sillaba. Questo colpisce di Etta: la carica, la sfacciataggine, la passione, la voce da cattiva ragazza. Il suo è un rhythm’n’blues che sconfina di volta in volta nel soul, nel funk, nel gospel o nel blues e basta, umano fino in fondo e oltre come solo i più grandi hanno saputo essere, essenziale crocevia tra la Chicago dove risiede e il sud dove spesso registra. Grande, grande, grande.
PS - D’obbligo, a questo punto, un pezzo di Eddy Cilìa su uno dei prossimi “Blow Up”.
Ricordo ancora il mio primo contatto con Jamesetta Hawkins. Fu in realtà un contatto con Sugar Pie Desanto. Cosa passasse nella testa, dei coniugi Desanto al momento di chiamare la figlia Sugar Pie non lo so, e se fosse invece un nome d’arte non so nemmeno cosa passasse nella sua di testa quando lo scelse. Ma la signorina ebbe comunque una popolarità minore grazie ad alcune incisioni per la Chess, radunate in una compilation della stessa Chess che misi su per pura curiosità (Sugar Pie Desanto, non so se mi spiego) nell’impianto del megastore musicale dove lavoravo.
Partì “In The Basement - Part One”, e nel tempo necessario al cervello per comunicare alle mani di stoppare immediatamente il cd e metterlo al sicuro una ragazza se lo era già comprato e messo in borsa. Una che stava al 99% comprando il suo primo disco soul, forse perché le ricordava qualche pubblicità vista in tv. Ne stava comprando l’unica copia in negozio, molto probabilmente rimasta a pigliare polvere nello scaffale fino a cinque minuti prima, e gliela stavo vendendo io. Incapace di raffazzonare un “Mi spiace ma è prenotato” qualunque, mi abbandonai a un patetico quanto perdente in partenza tentativo di farmelo almeno registrare su cassetta (addavenì masterizzatore…) e portare “la prossima volta che passi di qui”. Patetico, patetico.
La suddetta perla, e qui veniamo al dunque, vedeva la nostra Tortina duettare con l’amica d’infanzia Etta James (anche Jamesetta non scherza come nome, eh?) in un torrido rhythm’n’blues botta-e-risposta che rianimerebbe anche il più loffio dei dancefloor nello spazio di otto battute. “In The Basement - Part One”, appunto. Che meraviglia. Ora, finalmente, anche mia.
Il resto della presente raccolta, ottimo sunto di una carriera luminosa punteggiata da problemi di droga, copre grossomodo il periodo tra il 1960 ed il 1968 con qualche puntata nei primi/medi anni ’70, ed è un concentrato di vitalità e grinta. Dopo settimane di Motown, con tutto il rispetto, questo è un salutare cazzotto in faccia. Etta canta dalle viscere, ha meno sezioni di archi ad accompagnarla e più blues a guidarla. Poco confronto, insomma: dove la Motown è sostanzialmente intrattenimento di gran classe qui si assapora la vita, e i giorni chiari o bui che di volta in volta ci riserva. Se Brenda Holloway canta “You’ve Made Me So Very Happy”, Etta qualche anno prima grida “I Just Want To Make Love To You” fuori dai polmoni, sottoscrivendone ogni sillaba. Questo colpisce di Etta: la carica, la sfacciataggine, la passione, la voce da cattiva ragazza. Il suo è un rhythm’n’blues che sconfina di volta in volta nel soul, nel funk, nel gospel o nel blues e basta, umano fino in fondo e oltre come solo i più grandi hanno saputo essere, essenziale crocevia tra la Chicago dove risiede e il sud dove spesso registra. Grande, grande, grande.
PS - D’obbligo, a questo punto, un pezzo di Eddy Cilìa su uno dei prossimi “Blow Up”.
23/09/02
83. Bob Marley & The Wailers “Catch A Fire” 1973. (cd nuovo, Island, € 4.00).
Un attimo di pausa dal tour de force Motown, ed uno di quei classici senza tempo che dovreste già avere in casa qualunque tipo di musica ascoltiate. Nove classici, uno dietro l’altro.
Già parlai in passato di quanto allo stesso tempo ami il reggae e non consideri Bob Marley reggae, ma icona a sé stante. Icona incommensurabile, badate. È che mi ha sempre fatto incazzare l’equazione reggae=Marley=canne, come se il filo conduttore (e non uno dei fili conduttori, e neppure il più forte) di quarant’anni di musica jamaicana fosse quello. Che gli sguardi stupiti quando dico contemporaneamente, con capelli corti o cortissimi e aspetto ordinato, che la mia musica preferita è il reggae e che non fumo dipendano anche da questo assunto a dir poco superficiale? Detto questo, come già dissi parlando del live “Babylon By Bus” (vedi archivio di gennaio), viva Marley.
“Catch A Fire” è il primo album dei Wailers ancora trio (anzi quintetto, visto che Aston e Carlton Barrett ne fanno parte a tutti gli effetti), ma già sbilanciati di nome e di fatto verso Bob, concepito per il mercato rock tradizionale. La versione originale passò attraverso ulteriori sessions di sovrincisione a cura di musicisti bianchi, che secondo leggenda lo resero più commestibile ad un pubblico non ancora avvezzo al reggae. Da qualche tempo ne gira, a prezzo nemmeno esorbitante, una deluxe edition doppia, contenente la versione internazionale e quella jamaicana primigenia, oltre immagino a qualche inedito o live. Grafica curata, note e tutto quanto.
Io, chissà perché, non ho comprato quella (ragionamento delirante che un po’ mi vergogno ad esporre: “mah, che palle, due volte lo stesso disco…”), ma la versione semplice e singola, rimasterizzata con due inediti e libretto con i testi. Sì, perché se non lo sapeste tutta la produzione del suddetto per la Island è stata rimasterizzata e ristampata dalla Universal con due/tre inedite per album e messa sul mercato a 10 euro. Logico quindi l’acquisto in blocco (che io a tuttoggi rimando o intendo dilazionare nel tempo), ad esclusione come ormai ovvio di “Catch A Fire”. Avendo già il suddetto titolo in vinile, capirete quindi che una mezza cazzata sento di averla fatta.
Ok, ho “High Tide Or Low Tide” (strana, molto moderna e soul…) e “All Day All Night” (bella, con le voci di Peter Tosh e Bunny Wailer più presenti del solito), ma ci sono pure sul doppio per dio! E non saprò mai com’è “Baby We’ve Got A Date (Rock It Babe)” senza la slide invadente di questo tale Wayne Perkins, o se avrei potuto fare a meno dei sintetizzatori di un temibile John “Rabbit” Bundrick.
L’enigma del tempo sull’attacco di “400 Years”, invece, penso che non lo risolverò mai.
Un attimo di pausa dal tour de force Motown, ed uno di quei classici senza tempo che dovreste già avere in casa qualunque tipo di musica ascoltiate. Nove classici, uno dietro l’altro.
Già parlai in passato di quanto allo stesso tempo ami il reggae e non consideri Bob Marley reggae, ma icona a sé stante. Icona incommensurabile, badate. È che mi ha sempre fatto incazzare l’equazione reggae=Marley=canne, come se il filo conduttore (e non uno dei fili conduttori, e neppure il più forte) di quarant’anni di musica jamaicana fosse quello. Che gli sguardi stupiti quando dico contemporaneamente, con capelli corti o cortissimi e aspetto ordinato, che la mia musica preferita è il reggae e che non fumo dipendano anche da questo assunto a dir poco superficiale? Detto questo, come già dissi parlando del live “Babylon By Bus” (vedi archivio di gennaio), viva Marley.
“Catch A Fire” è il primo album dei Wailers ancora trio (anzi quintetto, visto che Aston e Carlton Barrett ne fanno parte a tutti gli effetti), ma già sbilanciati di nome e di fatto verso Bob, concepito per il mercato rock tradizionale. La versione originale passò attraverso ulteriori sessions di sovrincisione a cura di musicisti bianchi, che secondo leggenda lo resero più commestibile ad un pubblico non ancora avvezzo al reggae. Da qualche tempo ne gira, a prezzo nemmeno esorbitante, una deluxe edition doppia, contenente la versione internazionale e quella jamaicana primigenia, oltre immagino a qualche inedito o live. Grafica curata, note e tutto quanto.
Io, chissà perché, non ho comprato quella (ragionamento delirante che un po’ mi vergogno ad esporre: “mah, che palle, due volte lo stesso disco…”), ma la versione semplice e singola, rimasterizzata con due inediti e libretto con i testi. Sì, perché se non lo sapeste tutta la produzione del suddetto per la Island è stata rimasterizzata e ristampata dalla Universal con due/tre inedite per album e messa sul mercato a 10 euro. Logico quindi l’acquisto in blocco (che io a tuttoggi rimando o intendo dilazionare nel tempo), ad esclusione come ormai ovvio di “Catch A Fire”. Avendo già il suddetto titolo in vinile, capirete quindi che una mezza cazzata sento di averla fatta.
Ok, ho “High Tide Or Low Tide” (strana, molto moderna e soul…) e “All Day All Night” (bella, con le voci di Peter Tosh e Bunny Wailer più presenti del solito), ma ci sono pure sul doppio per dio! E non saprò mai com’è “Baby We’ve Got A Date (Rock It Babe)” senza la slide invadente di questo tale Wayne Perkins, o se avrei potuto fare a meno dei sintetizzatori di un temibile John “Rabbit” Bundrick.
L’enigma del tempo sull’attacco di “400 Years”, invece, penso che non lo risolverò mai.
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